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L'EVOLUZIONE DELLA RIVOLUZIONE PARTE I: L'ANIMALE UMANO

DI MANUEL VALENZUELA

Fin dagli albori della sua storia, al tempo in cui l’umanità camminava sulle distese pianure selvagge, dalle sue origini nelle giungle dell’Africa e poi nella successiva diaspora che questa specie ha vissuto,
verso le grandi savane ed poi in tutti gli angoli del globo, sempre noi uomini abbiamo dovuto intraprendere una lotta accanita e senza fine con i demoni che abitano all’interno di noi stessi e sono parte integrante
della nostra natura.
Incastonati nella nostra psiche, inseriti nel nostro animo, come una staffetta che viene passata di generazione in generazione come una fiammella di eterna dannazione che ci travaglia nella nostra plurimillenaria avventura e la colora di tinte fosche e drammatiche.
E ancora sono tutti lì, questi demoni, che avvelenano la nostra esistenza spirituale e contro cui ogni generazione combatte senza riuscire davvero ad esorcizzarli né vincerli. Siamo imperfetti e restiamo tali.
Fin dai suoi inizi, l’umanità è stata affetta da sete di violenza, barbarie e furia selvaggia, sentimenti ed istinti selezionati da miliardi di anni di evoluzione e di adattamento alla necessità principale: sopravvivere. Così è stato per ogni essere vivente partorito da questo pianeta attraverso le epoche su cui infinite volte il sole è risorto e tramontato, dalla nostra manifestazione come batteri alla nostra evoluzione in pesci primitivi, a quella dei primi anfibi boccheggianti la loro prima boccata di ossigeno dall’atmosfera, a quello di piccole lucertole, mammiferi topiformi che cercavano di sopravvivere in un mondo dominato dai dinosauri e in fine, dopo un lasso di tempo che la mente umana può difficilmente comprendere, il nostro arrivo come primati non più di qualche milione di anni or sono. Nei nostri cervelli umani è impresso, strato dopo strato, il segno
della nostra evoluzione anche psicologica, scritto dalle costanti battaglie per sopravvivere, nella competizione e mutazione senza fine, di guerre per il territorio, per la gerarchia, per la competizione per il cibo, per la sistemazione nell’ecosistema.per la supremazia genetica e la possibilità di trovare partner sessuali con cui riprodursi di modo da passare alla generazione successiva il proprio genoma.

I nostri cervelli e i nostri corpi sono il prodotto di questa costante lotta per sopravvivere, modellati da ogni stagione di vita o organismo noi siamo stati. Nei nostri corpi fisici e nelle nostre menti psicologiche può esser
visto il risultato finale (ma anche la traccia) di quello che siamo stati e di quello che siamo diventati, conoscendo la regola ferrea che in natura solo il più adatto sopravvive e prospera.
Il mondo della natura è duro, brutale e non facile da affrontare, qui abbandonare la guerra per la mutazione genetica adattativi significa estinzione sicura perché l’unico arbitro che decide la vittoria o il
fallimento di un individuo è la selezione naturale. Siamo il prodotto di questa battaglia interminabile che coinvolge tutto il regno animale, dove lottare per la vita, il cibo, il territorio e la riproduzione dei
propri geni è il lavoro quotidiano.

Il primate umano, insieme con i suoi cugini animali, è determinato dal suo istinto animale e dalla sua psicologia di mammifero, incapace di scappare dai suoi comportamenti e dalle sue emozioni, non importa con quanta forza il suo ego teologico indotto gli imporrebbe di far altrimenti.
Siamo il prodotto di questo pianeta, di milioni di anni di vita, di comportamenti radicati e di corpi mutevoli, un’entità formata da un intimo collegamento tra il nostro cervello e sensazioni primordiali e il nostro cervello e il nostro sentire moderni, sempre è comunque prodotti del cervello di un primate.
In corpo e spirito, restiamo sempre creature incatenate alla nostra natura animale, impossibilitati a sfuggire al retaggio di milioni di anni di evoluzione che ci ha fatti così come ci vediamo oggi, in tutta la diversità che interessa la nostra specie ed è data dall’adattamento alle diverse situazioni ambientali in cui homo sapiens si è trovato a dover vivere, combinati ovviamente con gli altri elementi classici della selezione naturale di cui abbiamo già parlato.

Dobbiamo ricordare che l’uomo moderno è vecchio di sole poche migliaia di anni, e la nascita della civiltà è forse databile a soli 10.000 anni fa, entrambi periodi brevissimi se comparati con il la durata della
vita sulla Terra dal suo comparire, per non parlare del tempo trascorso dalla nascita del pianeta stesso!
Siamo cambiati poco fisicamente in questo periodo ‘storico’, e le nostre modifiche psicologiche sono state del pari minime. Rimaniamo sostanzialmente i primati che siamo sempre stati, perché l’evoluzione lavora su
epoche molto lunghe, ere, non secoli o anni! Le centinaia di migliaia di anni cambiano la vita nelle sue manifestazioni in maniera consistente, non certo le decadi cui è abituato a pensare l’uomo moderno.
All’evoluzione non può essere messa fretta, né da una favola di qualche fondamentalista bigotto, né dal bisturi di qualche dottore, non attraverso Botox, silicone o capitalismo corporativo, né vivendo
nell’illusione della finta perfezione sbandierata da Hollywood. L’evoluzione lavora attraverso le regole elementari ma ferree della natura e non tramite una qualche idea religiosa, in una lettura scientifica e non secondo qualche primitiva e strampalata mitologia, in chiara evidenza e non attraverso fantasie metafisiche. E tutto ciò può esser visto, studiato, capito e provato investigando le tracce lasciate dall’evoluzione biologica in archeologia, dagli studiosi, e leggendo libri seri da chi ha veramente interesse per conoscere la nostra storia e quella della vita. Ma per capire bisogna leggerli i libri, non bruciarli; bisogna usare buon senso, non fede cieca e forsennata, e avere il coraggio certamente di fronteggiare anche le cose sgradevoli che le nostre indagini ci prospettano!

Che ci piaccia o no, noi siamo il prodotto di un processo evolutivo, siamo mammiferi senzienti evolutisi, non certo il risultato di una creazione istantanea da argilla benedetta, o costola di un uomo primigenio
che era a sua volta immagine di un dio mai visto né udito da alcuno. Creature nate per sopravvivere, questo siamo, sopravvivere, nutrirsi e procreare; esattamente come ogni altro organismo vivente su questo
pianeta, guidati da un istinto che, attraverso la selezione del miglior partner possibile, ci assicura di passare i nostri geni alla generazione successiva!

Come gli altri mammiferi, noi competiamo per il potere, per il partner, per il territorio, per l’accesso alle risorse disponibili, e per la gerarchia intraspecifica. Siamo il prodotto della selezione naturale e il più aggressivo ominide mai evolutosi nella storia di questo pianeta. La nostra specie è quella che si è adattata meglio ad un ambiente mutevole, la più veloce a modificarsi in accordo con le richieste ambientali, perciò siamo una gruppo prospero, che può evitare la competizione con il vicino per il territorio e le risorse, e siamo sopravvissuti a quelle specie che non sono riuscite ad adattarsi in tempo soccombendo alle difficoltà ambientali o anche alla nostra aggressiva e violenta supremazia. Siamo stati così vincenti, così aggressivi, usando il nostro cervello collettivo (dimostrando la potenza di due nostre qualità specifiche: l’essere animale intelligente e sociale insieme), che in un batter di ciglia storico abbiamo estinto i nostri predatori o competitori e persino le prede, in ogni terra verso cui l’uomo è migrato.

La nostra natura aggressiva e la nostra capacità di controllare il mondo naturale attraverso la nostra superiore organizzazione sociale e mentale ci ha garantito un successo invincibile. Noi stessi abbiamo estinto anche gruppi molto affini a noi, i Neanderthal, una specie subumana che visse in Europa per centinaia di migliaia di anni finché non scomparve quasi improvvisamente circa 40.000 anni fa. Evento che coincise, e noi sappiamo perché, con la migrazione verso le regioni da loro abitata dai nostri antenati.
Attraverso ogni continente, in ogni regione, in qualunque momento storico sia avvenuto, l’arrivo dell’uomo ha coinciso con una graduale estinzione di molte specie che abitavano la regione. Foreste decimate, ecosistemi stravolti, migliaia di specie braccate fin all’annientamento. L’equilibro e l’ordine naturale svanisce velocemente se in un ecosistema viene introdotto l’uomo! Oggi questo è sotto gli occhi di tutti, e il potere che l’uomo ha guadagnato nel controllare il suo ambiente ha solo incrementato la quantità di danni che esso riesce a fare per unità di tempo. Oggi la Terra deve sopportare i bisogni di 6,3 miliardi di individui della specie homo sapiens che pian piano stanno indirizzando loro stessi alla morte per distruzione della stessa casa in cui abitano e che dà per ora ancora loro sostentamento. Ma non potrà farlo per molto.

La condizione umana, ovvero la connessione in un potente lavoro di gruppo di vari cervelli, combinata con la nostra apparentemente perpetua inclinazione alla violenza, ci ha permesso di prosperare a spese di tutto
il resto, inclusi i nostri vicini umani. Ci ha permesso di diventare padroni incontrastati del pianeta e, insieme, i suoi distruttori. Nel naturale progresso dell’uomo, quelle tribù che furono più abili a interrompere lo spreco verso altre tribù cui fu assicurata, maggior successo e possibilità nella sopravvivenza e quindi nel continuare ad esistere. Solo i gruppi più aggressivi, violenti e guerraioli, tra gli ominidi, vinsero le controversie, le guerre, gli assalti e continuarono le loro caratteristiche nella loro progenie. Quelli che mancavano delle caratteristiche di brutalità, aggressività e tendenza alla guerra furono distrutti o assimilati dalle culture che ne
erano portatrici, diventando così entità fantasma nella storia. La selezione naturale d’altro canto ricompensò i più guerraioli tra i nostri antenati dando loro più successo nell’accedere ai beni e nel partorire figli.
Questi tratti poi erano in questo modo passati nella generazione successiva, e così via via sempre più selezionati, in una selezione che alla fine rendeva comune una caratteristica che in origine poteva essere
solo tra le tante o rara. La competizione tra le tribù, di cui oggi abbiamo un’immagine nella
competizione tra team sportivi, perfezionò le tattiche, l’aggressività, la tecnologia; eliminando via via i gruppi più deboli o inetti. Ancora la selezione naturale impose di passare, a chi voleva sopravvivere, dalla
tribù originaria alle città stato ai primi imperi che potevano meglio difendersi da attacchi nemici o essere aggressivi con successo. Per centinaia di migliaia di anni l’evoluzione ha lavorato ben bene. I 10.000
anni di civiltà sono una manifestazione di questo lavoro, anche se un simile periodo è veramente breve in termini evolutivi. Perciò, l’estinzione del debole fu resa possibile dalla sopravvivenza del più forte, e qualche volte le stesse tribù più pacifiche e tranquille, sopravvivendo a degli scontri con quelle più aggressive possono aver imparato culturalmente ad essere a loro volta più aggressive e violenti, in quanto unico modo per fronteggiare la necessità di prosperare in un mondo di ominidi brutale e violento.
Quindi il nostro istinto di sopravvivenza, di fronte al più pericoloso dei predatori, non ha saputo far altro che aumentare le caratteristiche di aggressività, di tecnologie offensive e predisposizione alla lotta, innescando un circolo vizioso che ha come inevitabile fine l’autoestinzione della razza umana.

In un mondo di tribù contro tribù, competendo per la terra e le risorse limitate, soltanto coloro che hanno sviluppato le armi più mortali, i programmi di battaglia più selvaggi, le teorie più creative e le tattiche più aggressive e più violente contro i loro concorrenti sono sopravvissuti, e quindi hanno assicurato la loro continuazione come tribù. Questo processo si è ripetuto costantemente, durante il corso della nostra
storia, poichè i nuovi concorrenti sono penetrati in una nuova zona, perché nuove alimentazioni sono emerso o perché la tribù si è espansa. Il principio della selezione e della sopravvivenza del più adatto ha
lavorato per le centinaia delle migliaia degli anni sulle tribù umane esattamente come esso fa oggi nel mondo animale. Di conseguenza, l’umanità oggi è il risultato finale di questa forma macabra di sviluppo, i
discendenti di quelle tribù che dalla necessità hanno dovuto evolvere la violenza e l’aggressione state necessaria per sopravvivere in un mondo di combattimento, di brutalità e di macello perpetui, dove le tribù o hanno ucciso o sono state uccise. Per centinaia delle migliaia degli anni gli esseri umani hanno dovuto
combattere per vivere e sopravvivere, imparando, evolvendosi ed adattandosi nella crescita non solo dell’aggressività ma anche dell’astuzia e scaltrezza. I nostri antenati prima, ed i nostri discendenti poi, sono
stati e continuano ad essere immersi in un allenamento che li oppone tribù contro tribù, facendo dei suoi componenti l’organismo più cattivo che viva sulla terra. Siamo dei risultati una bioingegneria protratta per
ere biologiche, era di guerra e violenza che hanno segnato il nostro essere facendo dell’aggressività una componente profonda della psiche umana. L’esigenza impostaci dai millenni fa anche ipotizzare che
l’aggressività umana tenda, nel tempo ad aumentare, e ci fa prevedere che noi abbiamo un potenziale di aggressività e violenza anche e di molto peggiore di quella cui siamo abituati a leggere nei libri di storia.

Siamo stati abituati per tutta la nostra esistenza, come specie, a dare risposte belliche a tutti, soprattutto ai nostri simili, siamo stati allenati dalla natura ad ucciderci e ad accettare la violenza come attività normale.
Nello stesso modo in cui alleviamo gli animali per soddisfare i nostri piaceri, desideri e bisogni, comportamenti particolari di scelta, caratteristiche, formati o colori con manipolazione genetica attenta, così
allo stesso modo nelle circostanze simili ci siamo allevati, durante il corso della nostra esistenza come specie, dal Vaso di Pandora aperto dall’umanità stessa, in un circolo vizioso che assicura soltanto che la
nostra progenie continui a vivere dopo di noi. Solo per una generazione in più, per questo lottiamo, per passare questa fiammella che ci caratterizza con tutte le peculiarità che l’animale uomo porta con sé, ma è
un’eredità inquietante quella che lasciamo ai nostri posteri, e questa fiammella che noi ci passiamo è molto probabile che faccia da miccia ad un olocausto nucleare. Il nostro risveglio intellettivo è stato presto seguito da violenza, sofferenza e distruzione. E’ la natura umana che impone sia così, nella nostra straordinaria capacità di sopravvivere sta una fusione tra aggressività e mancanza di considerazione cui non è arrivata nessun’altra specie su questo pianeta. La nostra condizione ci ha assicurati il pianeta morente su cui viviamo oggi e l’incessante violenza e distruzione che ha seguito l’uomo ovunque egli abbia posto piede.
Ci ha condannati ad una storia di guerre, genocidio, pulizie etniche, morte e sterminio, stupri, assedi e devastazioni di città e molte altre cose anche peggiori dimenticate. In ogni angolo del pianeta, in ogni secolo del nostro breve dominio della Terra, guerra, conquista, invasione, occupazione, lotte e battaglie
ci sono sempre state, perpetuamente affliggendo ogni generazione umana da quando essa nasce a quando essa muore. L’aggressione verso i nostri simili è una costante storicamente accertata, un imperativo biologico le cui conseguenze non sono mai state abbastanza paventate, benché l’uomo sia cosciente del suo vero sé da molti secoli ormai. Ma questa istanza di conquista pare essere un istinto inestirpabile dalla nostra psiche che vede con odio gli altri uomini che si differenziano anche solo di poco da noi per etnia, cultura, religione, credenze o coloro che sono diventati nostri concorrenti nei nostri bisogni fondamentali per sopravvivere come individui, ovvero territorio, cibo ecc. ecc

Siamo spietati l’un l’altro, spesse volte liberiamo la nostra crudeltà contro armate che ci minacciano così come contro vite di innocenti in città e villaggi, indiscriminatamente distruggendo così anche il buono
che c’è nella nostra specie e annichilendo le menti pensanti di uomini, donne e bambini. La nostra tumultuosa storia e i nostri testi sono testimoni di questa tragedia che si ripete.
Nella storia registrata e nella storia persa può essere testimoniata la tendenza infinita verso la violenza umana e amoralità con cui uomo predò uomo e tribù predò tribù. Non importa se per ricchezza, interessi
sessuali, terre, risorse e quant’altro può sedurre la cupidigia umana, tutte queste sono state scuse ben accetta per iniziare una nuova guerra e togliere al vicino qualcosa che piaceva a noi, in ogni tempo e sotto
qualunque cielo.

C’è un sentiero che è stato battuto da millenni nel comportamento umano e che è ormai congenito, questo sentiero si vede nelle rovine della antiche città rase al suolo, nei resti di antiche e potenti civiltà
distrutte dalle invasioni, l’annientamento di interi popoli e culture, che si leggono nelle cronache storiche (ove c’è stato tempo e volontà di registrare qualcosa), nelle foto e articoli per quanto riguarda la storia
contemporanea, nelle tracce archeologiche per quella più antica. Ovunque vediamo resti di civiltà umana vediamo tracce di fortificazioni e mura difensive, molte volte distrutte prima dall’uomo stesso che dall’ingiuria del tempo. E proprio queste mura fortificate, più di ogni altra cosa, ci mostrano come in epoca storica l’uomo è stato cacciato dalla paura e dall’insicurezza soprattutto verso se stesso. Dall’America, all’Asia, dall’Europa
ad ogni angolo del globo, i nostri antenati hanno temuto più di tutto i loro simili e hanno costruito dei mezzi per difendersi da un pericolo tutt’altro che immaginario. Infatti era il costante il rischio di attacco e invasione con razzie che li indusse a costruire grandiose opere abitative fortificate. In queste mura che cingevano le città, alcune ancora in piedi, altre in rovina, altre ancora visibili solo all’occhio attento dello studioso,
possiamo vedere la nostra specie per quello che realmente è, al di là del periodo, delle circostanze o del luogo: la più malfamata e violenta razza di primati, una specie caccia se stessa e tutte le altre insieme, distruggendo. Non è mai stata contenuta, se non da se stessa, e così continua a decimare e decimarsi come dall’inizio. L’animale-uomo prospera dentro le nostre menti, lì esiste questo paradosso, di animale selvaggio e intelligente, con un cervello ancora primitivo per certi versi, terribilmente sofisticato per altri e ancora incredibilmente ingenuo in altri aspetti. Finché l’animale umano governerà la nostra vita, di individui e di
collettività, continueranno ad esserci guerre, morte e distruzioni. Occorrerebbe estromettere l’animale umano dal nostro intimo, perché esso minaccerà sempre le fondamenta stesse della nostra civiltà, la salute di
questo pianeta e la possibilità stessa per la nostra specie di avere un qualche futuro. La nostra sola salvezza sta nel comprendere come ci siamo evoluti, la natura ultima della nostra psicologia, la storia del mondo dei
mammiferi, di cui siamo parte, senza dar importanza a inutili favole che ci sono state raccontate nell’infanzia.

C’è una chiave per capire il mistero della violenza umana e del perché essa è sempre esistita e del perché non si riesce a contenerla, anche se possiamo notare un aumento della consapevolezza, essa continua imperterrita a infettare il nostro mondo.
Perché da quando noi esistiamo, l’essere umano è stato in azione, molte volte però sprecando molte energie e anzi causando solo sofferenza inutile.

Perché non possiamo controllarlo? Perché non possiamo fermare tutto ciò? Perché guerra e distruzione devono essere una costante anche quando abbiamo tonnellate di libri di storia che ci avvertono chiaramente quali ne sono le conseguenze?
La storia dell’uomo è stata costruire e distruggere e poi ricostruire solo per distruggere di nuovo… un ciclo perverso che non si è mai ancora riusciti a bloccare, che ci fa pensare potremmo farlo adesso?
Attraverso oceani, attraverso giungle, oltre montagne, oltre deserti assolati, la storia ci mostra sempre e solo questo ciclo perverso tra tutte le razze umane, senza distinzioni di colore, cultura o credenze, la specie umana continua a comportarsi così insensatamente.
E’ come una pestilenza sopra l’intero pianeta, un demone che incatena se stesso e i suoi vicini e si indirizza verso l’abisso.
L’animale umano siamo noi, mai fermato, mai contenuto, mai compreso e per sempre destinato a controllare le vite che viviamo e il corso che decidiamo di prendere. L’animale umano è il catalizzatore che rende inevitabile che l’autodistruzione dell’uomo sia una realtà.
L’animale umano è nato dalla nostra lunga evoluzione come specie a sé.

Solo in un’illuminazione di consapevolezza e in una rinascita come specie noi potremo celebrarne la morte.

Parte II

Il nuovo racconto di Valenzuela è ora in vendita su Authorhouse.com sulla pagina di “Echoes in the Wind”. Una storia filosofica, educativa e spirituale sull’umanità e la nostra civiltà, argomenti di stretta
attualità, il libro è di circa 600 pagine Il libro è disponibile su Amazon.com e barnesandnoble.com, e anche su altri negozi di libri on line. Il libro può essere anche acquistato attraverso la rete di vendita mondiale di libri attraverso il numero ISBN 1418489905.

Manuel Valenzuela è un sociologo e commentatore, analista di affari internazionali, opinionista internet, e autore di “Echi Nel Vento” (Echoes in the Wind), un racconto pubblicato da Authorhouse.com. Una serie di
saggi, “Oltre Lo Specchio Che Fuma” (Beyond the Smoking Mirror): riflessioni sull’Amrica e sull’umanitarietà, sarà pubblicato presto nel 2005.
I suoi articoli appaiono regolarmente su www.informationclearinghouse.info. Il suo stile unico e pregevole è seguito in molti paesi e cerca di esporre le verità e le realtà confrontandole con il mondo di oggi. Mr
Valenzuela apprezza molto i commenti e può essere raggiunto su: manuel@valenzuelas.net.
Una serie di suoi lavori può essere trovata visitando il suo archivio o cercando su Internet.

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Traduzione per www.comedonchiotte.net a cura di Andrea Cesanelli

Pubblicato da Truman