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LETTERA A GIANCARLO CASELLI* (SULLA CATTURA DI PROVENZANO)

DI CARMINE R. VIOLA

Gentile dottor Caselli,

sono certo che Lei si ricordi di me. Le ho scritto più volte in passato ed ho sempre avuto il Suo riscontro, segno della Sua non comune signorilità. Ella è una persona che desta simpatia e fiducia.
Sono passati anni di silenzio anche perché non avevo il Suo nuovo indirizzo. Dalla “Sua” cartella mi risulta di averle spedito a Palermo, tra l’altro, il Quaderno n.ro 5 di questo Centro, dal titolo “Stato sociale o criminopoli”, che spero abbia letto. Esso è, si può dire, propedeutico alla comprensione della biologia (del) sociale, mia creatura che, nel frattempo, si è fatta adulta. Il titolo Le dice intanto una cosa: ove non esiste lo Stato sociale, esiste (anzi, impazza) “criminopoli”. Il riscontro della realtà non lascia dubbi.

Continuo a stampare e diffondere Quaderni. L’ultimo è il 22 dal titolo “Mafia per non dire capitalismo” che Le invio contemporaneamente a questa lettera e che La invito a leggere attentamente. Cerco di coprire le molte spese vive con i contributi volontari degli affezionati e di coloro che desiderano conoscere questa nuova materia, che è la scienza sociale elaborata su base naturalistico-biologica. Ho quasi 78 anni e continuo imperterrito la mia battaglia per una società secondo biologia ed etica.Ho sentito della Sua esultanza per la cattura di Provenzano e mi sono ricordato di quando Lei, con amabile candore, si recava presso istituti scolastici a insegnare il rispetto della legalità. Fu una delle volte che Le scrissi per contestare il contenuto del Suo pur sincero insegnamento. Infatti, non risulta che tutto ciò che è legale sia perciò solo eticamente legittimo. Questa società è una “giungla antropomorfa” basata sull’artescienza della predazione e ciò che ancora – nel secolo delle scienze – si continua a chiamare economia, altro non è che PREDO-nomia di diretta derivazione della giungla, ovvero quanto detto appena più sopra. L’economia – scienza dell’amministrazione con giustizia dei bisogni di una collettività – è ben altra cosa ed è quella che manca.
Pertanto, quando si dice capitalismo si dice una molteplicità di modalità di predazione, la prima delle quali è certamente quella legale: il “classico” sfruttamento dell’uomo sull’uomo attraverso regole convenzionali (basate non sui diritti naturali ma sulla convenienza padronale) che si dicono leggi e che, in questo caso, fanno arricchirsi i “datori di lavoro” (che poi sono “compratoti di lavoro” al minor costo possibile) e restare poveri i poveri, i classici proletari ovvero i lavoro-dipendenti. Vi è la “predazione intralegale” (vedi il fenomeno sempre presente denunciato da “Mani Pulite”); vi è la “predazione illegale” che costituisce la cosiddetta delinquenza “predonomica” (detta impropriamente economica) comune e, non ultima, quella “paralegale” detta del tutto impropriamente “mafia” (per una certa somiglianza modale con organizzazioni di altri tempi). Sul piano internazionale vi è la “predazione imperialistica”.

Il capitalismo è anche la disoccupazione, la povertà, la precarietà, l’accumulo senza misura di ricchezza prodotta dal lavoro altrui, ogni difficoltà esistenziale dovuta a insufficienza o indigenza economica. Sul piano universale è anche lo sfruttamento finanziario-bancario e monetocratico del Terzo Mondo e quanto in esso gli indigeni “più evoluti e furbi” fanno contro i semplici e gli inermi in assenza di aiuti tecnologici in loco ripetendo le origini storiche del capitalismo, di quando i primi pescecani facevano morire sul lavoro di 14-16 ore al giorno perfino donne e bambini. Capitalismo è anche la conseguente immigrazione prodotta dalla fame e sfruttata con trattamenti di fame!

Il capitalismo è tutto questo: un vero “castigo di Dio” (contro una specie umana ancora adolescente), il quale produce anche quello che Lei – e non solo Lei – chiama “mafia”, che è pertanto un pezzo di capitalismo, un “modo diverso di fare capitalismo”, una “dimensione strutturale del capitalismo”. Pertanto, è privo di fondamento scientifico considerare il capitalismo paralegale, peraltro necessariamente-occultamente colluso con quello industriale e quello politico, qualcosa come un’“affezione cutanea”, e pensare di poterla debellare senza abolire la matrice che è il capitalismo come legittimazione di depredare il prossimo nel rispetto di certe regole – come ha ripetuto Montezemolo, presidente della Confindustria.

Sta di fatto che i grandi industriali risultano essere puntualmente dei grandi “predatori” con quotazioni in borsa e paradisi terrestri dotati di ogni impensabile confort naturale e tecnologico mentre poveri cristi “lavoro-dipendenti” talora sono indotti al suicidio mentre molti “depredati” languono nella disoccupazione, nel lavoro nero e nell’incertezza quotidiana.

Mafia è una parola usata e abusata solo per indicare forme di capitalismo che, per essere occulte o quasi, usano modalità di comportamento proprie di tutte le società segrete, dato che la “segretezza” consente e copre modalità criminose inagibili alla luce del sole.
Bisognerebbe, invece – e faccio sempre riferimento all’epoca delle scienze – fare caso alla legge psicologica secondo cui la legittimazione di ciò che è naturalmente-eticamente crimine (come la ricchezza da predazione del proprio simile) fa avvertire lecita, a livello inconscio (subliminale) ogni modalità per raggiungere il crimine stesso. Infatti, si ruba (e nei modi più diversi) non solo per fame (che è un imperativo biologico) ma anche “per emulazione”.

Perciò, egregio dottor Caselli (Nella foto a fianco), trovo fuori luogo che una persona intelligente e carica di esperienza come Lei possa pensare che la cattura di un Provenzano possa significare la decapitazione della “mafia” (che, peraltro, è “policefala”!). Lei esulta perché un predatore paralegale, guarda caso dopo oltre quarant’anni di latitanza, già anziano e perfino ammalato, sia stato chiuso entro le pareti di un carcere, mentre innumeri predatori legali se la spassano indisturbati quando non anche osannati e premiati. E’ vero, costui ha provocato perfino degli omicidi (personalmente non so quanti), ma “depredare legalmente attraverso il lavoro” equivale ad aggredire ed uccidere lentamente tutta una comunità, i cui elementi più deboli muoiono di stenti e di malattie dovute al bisogno o si autosopprimono.

E non ho detto tutto. All’interno della società borghese, oggi neoliberista, in cui lo stesso diritto alla vita è diventato oggetto di mercato (vedi il “mercato del lavoro”!), il lavoro-dipendente – povero anche quando possiede auto, computer e telefonino (ormai “strumenti di costume e di necessità”) – non ha nemmeno la tutela (e questo La tocca personalmente) del potere giudiziario. Infatti, non è vero che esista lo Stato di diritto (tale essendo solo quando risponde a tutti i diritti naturali di tutti i cittadini – nessuno escluso) né che la legge sia uguale per tutti. La giustizia costa e costa molto e se costa se la può pagare solo chi ha soldi a sufficienza. Il “gratuito patrocinio” è una bella “figura retorica” che non serve quasi a niente: per esempio non serve a un condòmino che non può chiedere la perizia tecnica del tribunale per una facciata condominiale eseguita senza intonaco non disponendo di migliaia e migliaia di Euro per la pratica. Non gli rimane che tenersi la propria casetta, fatta con un mutuo e quindi con sacrifici, deprezzata da un imprenditore che sa di potere contare sulla deterrenza della “predazione giudiziaria” (anche se è un semianalfabeta). In uno Stato di diritto dovrebbe bastare la sola segnalazione a mettere in moto la macchina della giustizia, anzi non ci sarebbe modo di depredare impunemente il prossimo.

Spero che le mie parole, dette con la stima ed il rispetto di sempre, non La offendano ma la inducano a riflettere mentre Le invio i più cordiali saluti da parte di questo “giovane combattente”.

Carmelo R. Viola
[email protected]
Acireale, 15 aprile 2006

Segnalato da Enrico Galoppini

P.S. Questa lettera, per l’evidente contenuto d’interesse sociale, viene inoltrata al quotidiano “Rinascita” di Roma per eventuale pubblicazione. In ogni caso, sarà diffusa via e-mail e in internet.

*Gian Carlo Caselli, procuratore capo antimafia a Palermo dal 1993 al 1999, è nato il 9 maggio 1939 ad Alessandria ed è stato giudice istruttore a Torino, dove per un decennio ha condotto le inchieste su Prima Linea e le Brigate Rosse. Nel 1983 ha condotto l’istruttoria relativa al rogo del Cinema statuto di Torino. Nel Csm dal 1986 al 1990, ha guidato la procura di Palermo dal 1993 al 1999, negli anni successivi alle uccisioni di Falcone e Borsellino. Nel marzo del 1993 ha avviato l’inchiesta sul senatore a vita Giulio Andreotti ed ha firmato la richiesta di autorizzazione a procedere insieme al procuratore aggiunto Guido Lo Forte e ai pm Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli. Nel 1999 lasciata Palermo dopo essere stato nominato direttore generale del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Nel 2001 è stato nominato rappresentante a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria contro la criminalità organizzata, Eurojust. Attualmente è procuratore generale di Torino.

Pubblicato da Davide

Un commento

  1. Una mano. Una mano che spunta dalla porta socchiusa di un casolare. Afferra una bottiglia di latte. Poi scompare. Sembra la “Mano” della serie televisiva Addams. E invece no. Non è una fiction. È la mano di un delinquente. Ricercato da anni. Quanto basta ai poliziotti – appostati nei pressi – per irrompere nel casolare e arrestarlo. E scoprire che si tratta di Bernardo Provenzano. Il capo dei capi di Cosa Nostra. Il famigerato “Tratturi”. Latitante da oltre 40 anni.
    Un gran bel “colpo”. Onore e merito ai magistrati di Palermo e ai poliziotti che l’hanno messo a segno. Con coraggio, intelligenza e professionalità.

    Ma sono gli stessi inquirenti ad ammonirci: la sacrosanta soddisfazione per l’arresto di un mafioso da guinnes dei primati non deve far dimenticare che Cosa Nostra è prima di tutto un’organizzazione. Un vero e proprio sistema di potere criminale, con tutto un corredo di complicità e coperture che ne costituiscono la spina dorsale. Per cui, arrestare i boss è di fondamentale importanza. Ma nello stesso tempo occorre colpire l’organizzazione in quanto tale, soprattutto sul versante di quelle collusioni che ne sono lo specifico criminale.

    È la stessa storia di Cosa nostra che lo dimostra. Dopo le stragi del 1992, la forte reazione dello Stato ha inflitto alla mafia siciliana colpi durissimi. In particolare, a Palermo vennero catturati latitanti come mai in precedenza, sia per numero che per caratura criminale: Totò Riina, Raffaele, Domenico e Calogero Gangi, Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri, Filippo e Giuseppe Graviano, Mariano Tullio Troia, Vincenzo Sinacori, Vito Vitale, Giuseppe La Mattina, Cosimo Lo Nigro, Giovanni Buscemi e tanti, tantissimi altri ancora. Gli arresti, sempre a Palermo, sfociarono in condanne per 650 ergastoli e centinaia di anni di reclusione. Portarono inoltre alla confisca (dal 1993 al 1999) di beni mafiosi per un valore complessivo di 10.000 miliardi di vecchie lire. Cosa nostra era davvero stretta in un angolo. Sembrava davvero finita. E invece…

    I tanti arresti, le tante condanne, le tante confische, i tanti “successi” ottenuti – lavorando sodo – dalle forze dell’ordine e dalla magistratura palermitana imposero a Cosa nostra di cambiar strada. Decisero di attuare una sorta di “strategia della tregua”, finalizzata da un lato a cicatrizzare le ferite subite e dall’altro a far dimenticare la tremenda pericolosità dell’organizzazione. Niente più stragi, niente più omicidi eclatanti (quando si uccide, lo si fa con la “lupara bianca”, senza strepiti). Lo spirito di “mediazione” invece della logica dello scontro aperto praticata dai corleonesi di Riina. Leader della nuova stagione fu proprio Bernardo Provenzano. È lui che adotta la tattica del “cono d’ombra”, con l’obiettivo appunto di rendere invisibile l’organizzazione, di inabissarla. Nel contempo, rafforza la struttura a “compartimenti stagni” del gruppo criminale, affinché ciascun affiliato conosca solo un piccolo segmento, e non più di tanto, dell’organigramma complessivo (ciò in parte spiega i tanti, troppi anni di latitanza di Provenzano). Così, nonostante la tempesta abbattutasi su Cosa Nostra dopo le stragi, la mafia riesce a confermare e consolidare il controllo sul territorio. Pratica un racket delle estorsioni meno aggressivo (perché si attiene al motto “pagare meno per pagare tutti”) ma più diffuso. Diviene sempre più una mafia degli affari. Riesce ad intromettersi in tutti gli appalti di un certo rilievo.

    In sostanza, la strategia con la quale Provenzano traghetta Cosa Nostra verso il terzo millennio è meno sanguinaria, ma più insidiosa, perché ha di fatto favorito l’affievolirsi dell’attenzione sulla questione mafia in conseguenza del calo “statistico” dei fatti di sangue. Cambia l’attenzione e si modifica il “clima”. La strada dell’antimafia si fa più impervia e difficile. Per fortuna, i magistrati e poliziotti di Palermo continuano a darci dentro (l’arresto di Provenzano ne è la principale ma non unica dimostrazione). Ma qualcosa, sui versanti non propriamente investigativo-giudiziari, è come se si inceppasse.

    Questo inceppamento si verifica quando la magistratura del “dopo stragi”, abbandonando l’antica “scaltrezza” (consistente – come ha scritto Giuseppe Di Lello – nel riconoscere in teoria le connessioni della mafia col potere politico ed economico, per poi perseguire, nella costante prassi giudiziaria, soltanto l’ala militare dell’alleanza) apre e sviluppa anche procedimenti a carico di imputati “eccellenti” appartenenti alla borghesia politica, imprenditoriale e professionale, cioè alle collusioni che sono da sempre la faccia in ombra, ma portante, del sistema mafia. L’abbandono dell’antica scaltrezza non è indolore. Accade infatti che, pur di scongiurare il salto qualitativo nell’azione di accertamento dei legami e delle collusioni con Cosa Nostra, alcuni consistenti settori dello Stato hanno accettato di perdere una guerra che si sarebbe potuto vincere. Le tappe di questa strategia rinunciataria sono note, e si imperniano sull’accusa a pubblici ministeri e giudici di costruire teoremi per ragioni politiche o, più brutalmente, di essere “comunisti” o amici dei comunisti. Gli attacchi si intrecciano con lo sterminio della verità. E vari commentatori, deliberatamente ignorando gli imponenti risultati investigativi e processuali ottenuti dopo le stragi del 1992, smarriscono perfino il significato delle parole, al punto da confondere “assoluzione” con “prescrizione” e da considerare liberato da ogni accusa un famoso uomo politico, prosciolto (solo) per il decorso del tempo dalla gravissima imputazione di concorso in associazione a delinquere con Cosa Nostra, con il contestuale rilievo che gli elementi a suo carico “non possono interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo” almeno fino al 1980.

    Non stupisce, allora, che a sgomitare per occupare le prime file dei commenti all’arresto di Provenzano, dandone letture che mirano non tanto a celebrare i meriti – obiettivi ed incontrovertibili – degli inquirenti, quanto piuttosto ad inventarsi strumentali contrapposizioni con i metodi di accertamento della verità seguiti nella Procura di Palermo del dopo-stragi, siano proprio molti di coloro che in questi anni si sono distinti nell’aggressione e nella calunnia dei magistrati onesti, colpevoli di fare il loro dovere a 360 gradi. Quasi volessero ammonire anche i nuovi inquirenti che ci sono livelli, come dire, invalicabili. Che alzare più di tanto il velo dei rapporti fra la mafia ed esponenti del ceto dirigente del Paese espone ai noti rischi di linciaggio. Come aveva ben capito – fin dal 1900 – Gaetano Mosca, quando scriveva che il funzionario pubblico onesto “presto comprende che se vuole combattere i soliti onorevoli usi a trescare colle cosche mafiose dovrà intanto essere esposto alle trame e alle calunnie che si ordiranno contro di lui a Roma”. E “se non riesce, sarà addebitata a lui la responsabilità dell’insuccesso”. I magistrati che lavorano oggi alla Procura di Palermo sapranno certo resistere agli interessati ammonimenti di queste perverse sirene. Ma è bene sapere che certe sirene non si stancano mai. E che cantano sempre la stessa canzone. Incompatibile con una lotta alla mafia che sappia colpire anche “una delle cause principali, se non la principale, dello strapotere della criminalità mafiosa”, vale a dire “gli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale” (le parole virgolettate sono di Giovanni Falcone).

    Giancarlo Caselli
    Fonte: ww.unita.it
    Link: http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=EDITO&TOPIC_TIPO=E&TOPIC_ID=48788
    15.04.06