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L'ESTRANEO

DI RYSZARD KAPUCINSKY
L’Espresso

Come affrontare le sfide del 21esimo secolo? Lo spiega in questa lezione-testamento il reporter scomparso. Partendo dall’idea della benevolenza

Il problema di Bronislaw Malinowski, l’uomo che inventò l’antropologia moderna, era il seguente: come avvicinarsi all’altro quando non si tratti di un essere astratto, ma di un uomo concreto appartenente a una razza diversa, con credenze, valori, culture e costumi diversi dai nostri? Notiamo che il concetto di “altro” è sempre frutto del punto di vista dell’uomo bianco, dell’europeo. Ma quando mi trovo in un villaggio dell’Etiopia, vengo rincorso da un branco di bambini che mi additano divertiti, gridando: “Ferenci! Ferenci!” che vuol dire appunto “quello di fuori, l’estraneo.”

Per loro l'”altro” sono io. In questo senso stiamo tutti nella medesima barca. Tutti noi, abitanti del nostro pianeta, siamo altri rispetto ad altri: io per loro, loro per me. All’epoca di Malinowski e nei secoli precedenti l’uomo bianco, l’europeo, parte dal suo paese quasi esclusivamente a scopi di conquista: impadronirsi di nuove terre, rastrellare schiavi, commerciare o convertire. Spesso si tratta di spedizioni incredibilmente cruente: la conquista dell’America prima da parte degli uomini di Colombo e poi dei coloni bianchi, la conquista dell’Africa, dell’Asia, dell’Australia. Malinowski si reca nelle isole del Pacifico con scopi diversi: conoscere l’altro. Conoscere la gente con cui vive, le sue usanze, la sua lingua, le sue abitudini. Vuole vedere e sperimentare di persona, per poi testimoniare. Ma il progetto di Malinowski, apparentemente ovvio, si rivela rivoluzionario e sacrilego. Smaschera infatti la debolezza, o forse semplicemente la caratteristica, più o meno presente in ogni cultura, consistente nel fatto che le varie culture trovano difficoltà nel capirsi e che queste difficoltà stanno nella gente che ne fa parte. Nei loro rappresentanti e portatori. Una volta raggiunto il suo campo di studi, le isole Trobriand, l’autore de “I giardini di corallo”, constata infatti che i bianchi che vi abitano da anni non solo non sanno niente della popolazione locale e della sua cultura, ma ne hanno un’idea completamente falsa, intrisa di disprezzo e di arroganza. A dispetto di tutte le usanze coloniali, Malinowski pianta la tenda al centro di un villaggio e vive insieme alla popolazione locale. Non si tratterà di un’esperienza facile. Nel suo “Diario” si trovano continui accenni a contrattempi, malumori, crisi e perfino depressioni. Lo sradicamento della propria cultura costa caro. Per questo è così importante avere chiaro il senso della propria identità, della sua forza e del suo valore. Solo allora l’uomo può liberamente confrontarsi con una cultura diversa. In caso contrario si chiuderà nella sua tana, isolandosi timorosamente dagli altri. Tanto più che l’altro è lo specchio nel quale ci guardiamo o nel quale veniamo guardati: uno specchio che ci smaschera e ci denuda e del quale facciamo volentieri a meno.

Colpisce il fatto che, mentre nell’Europa natale di Malinowski è in atto la Prima guerra mondiale, il giovane antropologo si concentri sullo studio della cultura dello scambio, dei contatti e dei riti comuni tra gli abitanti delle isole Trobriand, alla quale dedicherà il suo magnifico “Gli argonauti del Pacifico occidentale” formulando una tesi fondamentale ma raramente applicata: “Prima di giudicare, bisogna recarsi sul posto”. Di tesi, l’allievo dell’Università Jagiellonica di Cracovia ne formula anche un’altra, straordinariamente audace per l’epoca: e cioè che non esistono culture superiori e inferiori, ma solo culture diverse che soddisfano in modo diverso i bisogni e le aspettative dei suoi rappresentanti. Ai suoi occhi l’altro, l’individuo di una diversa razza e cultura, è una persona il cui comportamento, come quello di tutti noi, è improntato alla dignità, al rispetto dei valori prestabiliti e all’osservanza della tradizione e dei costumi. Malinowski iniziava il proprio lavoro contemporaneamente alla nascita della società di massa, mentre noi, oggi, viviamo nella fase di transizione dalla società di massa a quella planetaria. Molti fattori vi contribuiscono: la rivoluzione elettronica, l’esorbitante sviluppo di ogni tipo di comunicazione, la facilitazione nei collegamenti e negli spostamenti nonché il nuovo modo di pensare subentrato di conseguenza nelle ultime generazioni e nella cultura in senso lato. In che modo tutto ciò cambierà il rapporto tra noi – gente di una data cultura – con la gente di un’altra, o di altre culture? Come influirà sulla relazione io-l’altro all’interno e all’esterno della mia cultura? (…) Oggi la cultura diventa ogni giorno più ibrida ed eterogenea.

Tempo fa, a Dubai, ho visto una ragazza, sicuramente musulmana, che camminava lungo la riva del mare con addosso jeans e maglietta attillati. Solo la testa era coperta da un chador nero così rigorosamente austero da non lasciare intravedere neanche gli occhi. Oggi esistono settori della filosofia, dell’antropologia e della critica letteraria che si dedicano a un attento esame di questo processo di ibridazione, di fusione e di trasformazione culturali. È un processo riscontrabile soprattutto nelle regioni dove le frontiere tra gli Stati delimitano anche culture diverse (per esempio la frontiera tra Messico e Stati Uniti) o in gigantesche megalopoli quali San Paolo, New York, Singapore, dove si mescolano i rappresentanti delle più svariate razze e culture. Se oggi diciamo che il mondo è diventato multietnico e multiculturale non è perché la società e le culture siano più numerose di una volta, ma perché parlano con voce sempre più autonoma e determinata, chiedendo di essere riconosciute e ammesse alla tavola rotonda delle nazioni.

La vera sfida del nostro tempo – l’incontro con il nuovo altro, altro per razza e per cultura – nasce anche da un più ampio contesto storico. In particolare, la seconda metà del XX secolo è un periodo in cui due terzi della popolazione mondiale si liberano dalla dipendenza coloniale diventando cittadini di Stati almeno nominalmente indipendenti. Un po’ per volta questa gente comincia a riscoprire il proprio passato, i propri miti, le proprie radici, la propria storia, il senso della propria identità nonché, evidentemente, l’orgoglio che ne deriva. Comincia a sentirsi se stessa, a sentirsi padrona del proprio destino e a guardare con odio tutti i tentativi di trattarla come un oggetto, una comparsa, uno sfondo, una vittima nonché un passivo oggetto di dominazione.

Il nostro pianeta, popolato per secoli da un ristretto gruppo di gente libera e da molteplici strati di gente sottomessa, oggi è abitato da un numero sempre crescente di nazioni e società sempre più convinte dell’importanza del proprio valore individuale. (…) Comunque sia, il mondo in cui stiamo entrando è il Pianeta della Grande Occasione. Un’occasione non incondizionata, ma alla portata solo di coloro che prendono il proprio compito sul serio, dimostrando automaticamente di prendere sul serio se stessi. Un mondo che se, da un lato, offre molto, dall’altro chiede anche molto e dove cercare facili scorciatoie significa spesso non arrivare da nessuna parte. Vi incontreremo continuamente il nuovo altro, lentamente emergente dal caos e dalla confusione del mondo contemporaneo. Può darsi che questo altro scaturisca dall’incontro tra le due opposte correnti che formano la cultura del mondo moderno: la corrente che globalizza la nostra realtà e quella che conserva le nostre diversità, la nostra unicità e irripetibilità. Può darsi che egli ne sia il frutto e l’erede. Per questo dobbiamo cercare di stabilire con lui un dialogo e un’intesa. L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità.

Ryszard Kapuscinski
Fonte: http://espresso.repubblica.it/
17.05.2007

Pubblicato da Davide