LE PREOCCUPAZIONI DEL DRAGO

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DI CARLO BERTANI

“La magrezza che ci affligge, lo spettacolo della nostra miseria, è come un inventario che mette in rilievo la loro abbondanza; le nostre sofferenze sono un guadagno per loro. Vendichiamoci di questo con le nostre forche prima di diventar secchi come rastrelli: perché gli dèi sanno che io parlo per fame di pane, non per sete di vendetta.”
William Shakespeare – Coriolano – Atto Primo – Scena Prima

Fa un po’ senso, ammettiamolo, ascoltare una lezione universitaria del Governatore della Banca d’Italia – Mario Draghi – nella quale tende la vellutata mano per soccorrere i bisognosi, le giovanette diseredate, i manovali d’ultimissimo livello, extracomunitari, disperati vari, sottoproletari di marxiana memoria. Fa un po’ senso, e paura.
Assisi sull’ancor tiepido balcone autunnale – mentre i petali degli ultimi gerani abbandonano i giallastri peduncoli – fan coro e discreto contrappunto i tre tenori – Bonanno, Angioletto ed Epifanio – che gorgheggiano un coro sommesso, intimiditi da tanto ardire.
Quale idilliaco quadretto, aggrazierebbe un didascalico poeta.

Mentre nei palazzi del potere ci si sfida oramai all’arma bianca, e non si dà quartiere, trovan finalmente quiete i tremolii dell’animo: italiani, di terra e di mare, siam con voi! Siete diventati poveri! Nessuno, nella grande e potente Europa, è sì malridotto, cencioso, privo di mezzi!
Io, gran Banchiere, m’inchino al vostro dolore e faccio sacrifici (agli Dei, cos’avevate capito?) propiziatori per esorcizzare il vostro dolore. Sì, nostro mentore – echeggiano dal fiorito balcone i tre tenori – sii tu a guidare le armate dell’indigenza verso il sol dell’avvenire.


Se non fosse capitato, ci sarebbe da darsi i pizzicotti.
La cosa – riconosciamolo – un po’ ci ha spiazzati: non eravamo abituati, non pensavamo che il grande banchiere italiano – dotato di humor e di self-control molto, ma molto britannici – soggiacesse a simili moti dell’animo. Vuoi vedere che anche i banchieri hanno un cuore? Io, che ne ho conosciuto qualcuno, non me lo sarei mai immaginato.

Le preoccupazioni di Mr. Mario Draghi nascono da uno studio già noto, eseguito da Eurostat sulle retribuzioni in Europa: misere tabelle, numeri gettati qui e là. Noi, c’eravamo già accorti del problema, ma ammettiamo che Mariuccio (adesso che stiamo dalla stessa parte della barricata, possiamo permetterci?) sia stato distratto…non è mai troppo tardi…mah…
Non è nemmeno il caso di commentare le tabelle, perché si commentano da sole:

Nazione Single senza figli (1996) Single senza figli (2002) Var.%
Irlanda 13.665 17.971 31,5
Finlandia 12.642 16.190 28,1
Paesi Bassi 16.983 21.622 27,3
Francia 12.979 16.021 23,4
Regno Unito 17.212 20.926 21,6
Grecia 9.739 11.580 18,9
Lussemburgo 20.496 23.887 16,5
Portogallo 7.864 9.084 15,5
Belgio 15.805 18.236 15,4
Svezia 12.759 14.677 15,0
Spagna 13.581 15.369 13,2
Danimarca 16.152 18.149 12,4
Germania 17.174 18.887 10,0
Austria 15.846 17.141 8,2
Italia 16.393 16.426 0,2
Nazione Coppia con due figli (1996) Coppia con due figli (2002) Var.%
Irlanda 28.242 37.690 33,5
Paesi Bassi 35.887 45.243 26,1
Finlandia 27.396 34.408 25,6
Francia 28.356 34.805 22,7
Regno Unito 36.295 44.478 22,5
Grecia 21.386 25.395 18,7
Portogallo 16.354 19.081 16,7
Svezia 26.962 31.342 16,2
Spagna 27.497 31.500 14,6
Lussemburgo 48.867 55.935 14,5
Belgio 34.567 39.425 14,1
Germania 36.862 41.680 13,1
Danimarca 34.206 38.347 12,1
Austria 34.993 38.633 10,4
Italia 33.026 34.249 3,7

Fonte: EUROSTAT

Le tabelle prendono in considerazione le variazioni percentuali delle retribuzioni nelle industrie manifatturiere, ma anche sugli altri versanti la situazione è simile: non c’è paese in Europa dove si guadagni poco come in Italia, con l’aggravio di una pressione fiscale agghiacciante. La parte del leone, sul fronte dei prezzi, non è da imputare tanto ai generi di consumo, quanto all’iperbolico aumento di gabelle, soprattutto locali. Ogni lavoratore, oggi, spende quasi 50 euro il mese per mantenere i soli Enti Locali.
Detto in soldoni, abbiamo faticato cinque anni e non abbiamo migliorato un picchio. Il prossimo studio lo pubblicheranno probabilmente nel 2000chissàquando: speriamo che non ci siano, in futuro, per l’Italia, valori addirittura negativi. Speriamo che ci sia ancora l’Italia, Enotria, Insubria, insomma: quella cosa là a forma di stivale.

Perché la cosa non stupisce?
Poiché, chiunque di noi abbia parenti ed amici che viaggiano o che vivono all’estero, queste cose se le è sentite ripetere più volte. I nostri connazionali che vivono in Europa, ci chiedono spesso – preoccupati – che cosa aspettiamo a ribellarci, a farla finita con una classe politica (destra e sinistra) che non è più in grado di governare il paese. Una cugina che vive a Parigi, mi disse «Guarda che qui, per molto meno, avrebbero già dato fuoco al Parlamento.»
Ora, se tutte queste cose le sappiamo – e sappiamo anche che moltissimi italiani di queste cose non vogliono sentir parlare: s’accoccolano vicino al potente di turno, affogano i dispiaceri in una pizza, vanno a ballare, guardano i beceri programmi della TV, ecc – riesce difficile comprendere perché se ne preoccupi Mr. Mario Draghi, di professione banchiere, stipendio stratosferico e “aderenze” nel gotha dell’economia mondiale. Bisognerebbe forse chiedersi chi è un banchiere.

Sostanzialmente, un banchiere è un tosatore di pecore, oppure un allevatore di conigli o di maiali. Osserva crescere gli armenti e, ciclicamente, li tosa o li vende al mercato del bestiame.
Per eseguire queste nobili azioni, si serve di sottoposti: servono proprietari terrieri (il “salotto buono” dell’economia) che siano legati a filo triplo con chi ha in mano le leve finanziarie. Ci sono poi amministratori (i politici), i quali devono preoccuparsi di tener sempre aggiornati i registri delle tose, le date delle fiere del bestiame, e preoccuparsi che i flussi d’armenti siano almeno costanti. Se ci sono più bestie da vendere, meglio: si fa una bella grigliata.
Infine, servono fattori ed agricoltori che si occupino di far funzionare la macchina: ecco allora la classe politica locale – affaccendata nel gestire i mille rivoli della finanza clientelare – ed un’imprenditoria minuta che sia sempre controllata con il ricatto del credito. Se fossi nei panni dell’imprenditore marchigiano che ha aumentato – sua sponte – lo stipendio ai dipendenti di 200 euro, sostenendo che non ce la potevano fare con i magri stipendi, sarei preoccupato. I Gran Banchieri non amano che i fattori parlino in loro vece: zitti e muti, come i magistrati.

Non dimentichiamo, però, che questi umani pensano di non essere animali – fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza – e bisogna che non s’accorgano dell’inganno.
Servono allora vuoti simulacri istituzionali – i tre tenori, che non vanno quasi mai nelle fabbriche, bensì preferiscono le comode sale dove si riuniscono i fattori – oppure si fa credere che esista un’istituzione super partes, separata dal ciclo della produzione, che si chiama Magistratura.
Se ritieni d’aver subito un torto, rivolgiti a noi: faremo indagini, istruiremo un bel processo, avrai giustizia. Per fare in modo che la giustizia sia proprio giusta, passeremo il tuo caso sotto la lente d’ingrandimento e ben tre, distinte corti, s’occuperanno di te.
Ci vorranno vent’anni? Beh, ci dispiace: se, dopo tanto tempo, non ci sei più “te”, pazienza. Mica è colpa nostra se campi solo 80 anni: prova con il dottor Faustus.
Nella grande fattoria “Italia” tutto funziona alla perfezione: il Gran Capo dei fattori sale nel suo palazzo sul più alto colle, lascia garrire la sua insegna al vento, racconta ogni giorno che passa una nuova favoletta e gli italiani stanno a sentire. Almeno, Sherazade era più fantasiosa.
Il Gran Provveditore di Giustizia, ogni giorno, smazza, taglia e distribuisce la carte: De Magistris, stamani, è rimasto senza carte? Dai, non preoccuparti: vai a prenderti un caffé e rientra al prossimo giro.
I fattori – si sa – non hanno un elevato livello d’istruzione e sanno a mala pena “scrivere e far di conto”: non è compito loro preoccuparsi dei massimi sistemi, per questo ci sono già i banchieri. Se i banchieri si preoccupano, allora, c’è veramente da stare “accorti”.

Potremmo dilungarci sui metodi e sulle tecniche in uso per la tosa e la vendita degli armenti, ma la cosa si farebbe lunga: basti pensare che hanno inventato dei rettangoli di carta che chiamano “denaro”, che distribuiscono come i soldi del Monopoli.
Molti italiani credono ancora che quel denaro sia il controvalore dell’oro depositato nei forzieri della Banca d’Italia, ma così non è più dagli accordi di Bretton Wood del 1944, poi aboliti nel 1971 senza sostituirli con altro.
Le banconote che circolano sono veramente soldi del Monopoli, e valgono soltanto per una pura imputazione: tutti ci credono.
Se sono soltanto soldi del Monopoli, il compito del Gran Banchiere si dovrebbe limitare alla stampa ed alla consegna dei soldi: ad ogni giro, venti euro a giocatore. E invece no. Ad ogni emissione di carta moneta, il Gran Banchiere pretende in cambio altra carta – titoli del debito pubblico – che però semplice carta non è, perché quella carta viene pagata ogni anno con l’inasprimento fiscale.
E, attenzione, le tasse non sono carta: sono tempo, fatica, azione, lavoro. Attività reali.
Il compianto prof. Auriti giunse a definire questa truffa un’attività “delinquenziale”, niente di diverso da un’estorsione: il signoraggio.

Altra fonte di reddito – questa è più propriamente una “tosa” – è l’abitudine a prestare ad interesse quantità di denaro inesistenti. Chi di noi ha ricevuto del denaro da una banca? Riflettiamo: del denaro?
No, semplici accreditamenti: numeri vergati da una stampante, oppure contenuti in un file elettronico.
In questo modo, le banche emettono prestiti per circa venti volte il loro patrimonio: se ho 10, presto denaro per 200 (sapendo che non capiterà mai che tutti rivogliano i loro soldi nella stessa giornata: ricordate Mary Poppins?) e se, su questo 200, applico una misera percentuale del 5%, ogni anno incasso 10, ossia raddoppio il capitale reale.
Non è il caso di dilungarsi sui termini della truffa, perché esistono sul Web siti che spiegano più nel dettaglio l’inghippo: era solo per capire quali sono le preoccupazioni dei banchieri, ossia mantenere fluida e funzionale la truffa.

Che su questo punto siano tutti d’accordo, lo dimostra il controcanto di Lucherino da Montezemolo, che si lancia: “Con il governatore Draghi c’é una grande sintonia di cultura di fondo. E’ un fatto molto importante: cultura del cambiamento, del merito, della flessibilità e della modernizzazione…ho detto che bisogna restituire le tasse a chi le paga. Abbiamo detto anche che chi lavora nelle fabbriche ha lo stesso merito[1] ”.
Grazie per quel “anche chi lavora”, grazie di cuore, siamo commossi.
Ora, se il Gran Banchiere ed il Gran Carrozziere vogliono a tutti i costi aumentarmi lo stipendio, m’insospettisco. Vuoi vedere che, il prossimo Natale, mi ritrovo Lucherino sotto casa che m’abbraccia, piangendo, e mi consegna una Panda nuova di trinca?

Siccome non ci siamo ancora venduti il cervello, proviamo a capire le ragioni di tanta “prodigalità”.
Questi signori viaggiano nel mondo dei numeri e dei bilanci, ed hanno assunto la nota teoria del mezzo pollo come Vangelo.
Dimenticando che, chi non riceve niente del pollo, ha semplicemente fame.
E’ dalle parti dell’economia reale che dovremmo allora dare un’occhiata, perché – non scordiamo – ogni giorno che passa, per vivere, servono pane e formaggio, non i derivati finanziari delle holding dei cereali e dei latticini.

Se osserviamo i dati dell’economia reale, l’Italia è un paese tagliato fuori da tutte le tecnologie che contano. E’una landa desolata, quasi terzo mondo.
Energia, biotecnologie, nanotecnologie…inoltre, sulle “tecnologie mature”, siamo al palo. Non abbiamo più industria elettronica (ci pensò De Benedetti), chimica (Gardini) mentre l’industria meccanica ed il settore dell’auto sono appena usciti da un tunnel lungo vent’anni, quando compravi una FIAT nuova, la lasciavi in garage senza toccarla e, dopo 10 anni, ritrovavi un mucchio di ruggine.
Le grandi catene di distribuzione straniere scorrazzano per lo Stivale, mentre nessuna catena italiana osa mettere il naso oltre confine. E, per favore, non tiriamo fuori la moda: non è con queste cose che si mantiene un paese.
Il fermento della ricerca è vivo in tantissimi paesi: si va dalle celle fotovoltaiche funzionanti con pigmenti vegetali, in Nuova Zelanda, agli accumulatori d’energia elettrica che utilizzano gli zuccheri al posto dei metalli, sviluppati negli USA e in Giappone.
Un signore polacco ha addirittura inventato e brevettato un sistema mobile per recuperare idrocarburi da materiale organico di scarto: in Polonia, funzionano già alcuni di questi impianti ed i giapponesi si sono subito fatti avanti per il brevetto.
Addirittura, in moltissimi paesi (USA, Germania, Gran Bretagna, Russia, India, Giappone, Francia, Corea del Sud, ecc.) ci sono progetti e ricerche che riguardano i dirigibili. Con le nuove tecnologie e i moderni materiali, l’aeronave è un mezzo economico che potrebbe essere utilissimo per il trasporto merci, l’antincendio, la sorveglianza, ecc. Se ti metti a parlare in Italia di dirigibili, ti ridono dietro: all’estero, invece, studiano e progettano.

Riflettiamo un secondo su com’è stata gestita una delle poche novità tecnologiche made in Italy – il solare termodinamico – che nacque dalla mente di Rubbia e fu sviluppata dall’ENEA. Appena Rubbia la annunciò – eravamo ancora nel 2003 – trovarono il modo di licenziarlo, al punto che se ne andò in Spagna. Richiamato lo scorso anno, oggi si parla di una probabile centrale sperimentale per il 2009…forse, si vedrà…gestita dall’ENI di Scaroni. Ottime mani. Ci arriverà probabilmente prima la Spagna, forse qualcun altro che passava di lì per caso…
L’unica cosa che sappiamo fare bene sono le truffe – dalla SIR di Rovelli (700 miliardi degli anni ’70, dai quali sono nate le inchieste Previti, ecc) fino a WhyNot – perché la classe politica non sa progettare nulla. Acchiappa e basta.

Quale significato assegnare, allora, al richiamo di Draghi?
Nel 1992, l’infatuazione collettiva portò a credere che i giudici sarebbero stati gli arbitri delle future classi politiche: ne avrebbero garantito – in qualche modo – l’onestà e la competenza. Di Pietro che vota per salvare la società “Stretto di Messina” è l’icona di quel fallimento, se ancora qualcuno nutriva dubbi.
Ma i banchieri, in genere, s’occupano poco d’economia reale e, se lo fanno, è per chiedere di più, non per dare. E allora?

La situazione italiana è giunta a livelli così pericolosi che i banchieri temono per le future “tose”: va bene tosare – sembrano affermare – ma, quando il gregge è smagrito e gli armenti iniziano a morire di fame, le future tose sono a rischio. Di qui il richiamo del Drago, subito ripreso dai corifei di regime ma non gradito dalla classe politica, perché sia Berlusconi e sia Prodi hanno avvertito, nel sottofondo di quella romanza, il tintinnio di campane a morto. Licenziamento imminente, per mortadelle e cavalieri: hanno reagito stizziti e pianificano fumose contromosse – partiti, aggregazioni, leggi elettorali e quant’altro – ma si rendono conto d’esser giunti al capolinea.

Se qualcuno si felicita per questo avviso di licenziamento, lo inviterei a prendersi un bel respiro e a riflettere: i grandi banchieri e carrozzieri non pensano certo al benessere degli armenti. Al massimo, cercano d’ingrassarli un pochino, affinché reggano fino alla prossima tosa. Montezemolo desidererebbe ancor più “flessibilità” sul lavoro, Draghi non muoverà mai un dito per restringere il potere di banche ed assicurazioni. Montezemolo ha affermato che questo governo “non è in grado di tagliare due centimetri di una cravatta”: non ha espresso almeno il dubbio che si tratti di produrre migliori cravatte e di saperle distribuire equamente. No, tagliare e basta: questo è il verbo della razza padrona. Riflettiamo che “tagliare” è quasi sinonimo di “tosare”: questi sono gli intenti, se le parole hanno ancora un senso. E, su tutto, piena “sintonia” con Draghi.

Questa gente, però, è proprietaria di giornali e televisioni, può montare in qualsiasi momento campagne stampa contro chiunque, può utilizzare l’ultimo dei “pentiti” per affossare qualsiasi competitore. Il disegno politico dell’uomo di via Nazionale – compreso al volo dal suo compare in Corso Marconi a Torino – è il ricompattamento di una maggioranza di centro (Adornato che fonda un movimento politico interno a Forza Italia? Nello stesso giorno del PD? Gli antichi prestavano fede a queste coincidenze), blindata da qualsiasi critica sociale, protetta dai poteri forti e benedetta dall’Europa.
Dopo, potrebbero lanciarsi in quella che definiscono “l’operazione meritocratica” – uno studiato eufemismo – che sottende una realtà più prosaica: l’estromissione totale degli italiani dal reale controllo democratico, un’applicazione “soft” del piano di Rinascita Democratica della P2, o qualcosa del genere. Basta cambiargli nome.
In pratica, un governo ferreo dell’economia, studiato a tavolino, per rendere almeno possibili le future tose e garantirsi la costanza dei flussi di denaro ai quali sono abituati.
Chi si sente appagato da simili scenari, può continuare a vivere tranquillo (si fa per dire…).
Dopo, i poteri forti potrebbero tornare nell’ombra: sarebbero ancora più forti e non apparirebbero più, perché non ci sarebbe nessuno a contraddirli. L’uscita sul palco è l’eccezione, non la regola.

Su chi potrebbe contrastarli, ci racconta qualcosa il Decreto Levi sull’editoria: ecco dove sono andati a parare, ecco dove temono agguati. Lucherino se la prende con la Brambilla e con Grillo per “par condicio”, ma è evidente che il V-day, ed una ragazzina che sembra appena uscita dal casco della pettinatrice, non sono proprio la stessa cosa.
Inoltre, non dimentichiamo che, il 2007, è stato il primo anno che ha visto diminuire gli investimenti pubblicitari sui media tradizionali, TV in testa. La coperta si fa corta anche per il gran teatro RAI/Mediaset.
Internet è ancora piccolo, ma può solo crescere: loro, sono immensi, elefantiaci, infarciti di finanziamenti pubblici, ma possono solo scendere.
Eventi come il V-day di Grillo testimoniano che il Web sta diventando palestra d’elaborazione politica, dopo essere stato per anni riferimento culturale. La velocità con la quale cresce la circolazione dell’informazione – e la parallela, maggior coscienza politica degli italiani – sta modificando questo paese di Masanielli e Pasquini. Lentamente, ma sta cambiando.
Oggi, dal Web nascono critiche e proposte, che non trovano ancora, però, spazi di vera progettualità politica.
A questo punto, per gli italiani, s’intravedono almeno tre scelte:

Le cose vanno male e, allora, tanto meglio lasciar gestire lo schizofrenico capitalismo italiano da Draghi e Carrozzieri, accettando una sorta di capitalismo “caritatevole” di marca neocon. Oggi va meglio: trenta euro in più con la contrattazione di secondo livello. Oggi va male: per l’indiscutibile primato della salvezza nazionale (riedizione della ragion di Stato), tirate la cinghia.

Andarsene. Sì, andar via, perché non si capisce proprio cosa ci sta a fare un giovane in questo paese, con la sola speranza di studiare per anni in una scuola antidiluviana, per poi occupare per tre mesi l’anno un posto in un call centre. Oppure, per i più anziani, rimanere ed osservare che le loro pensioni perdono valore e significato ad ogni trimestre. Tanto meglio la Spagna, l’Irlanda o la Germania, ma anche la Slovenia o la Repubblica Ceca: in nessuno di questi paesi il mercato immobiliare ha i prezzi italiani. In quasi tutti, la sanità è migliore e le opportunità di lavoro sono ben altre.

Rimanere e combattere: tutti, Cavalieri e Mortadelle, Draghi e Carrozzieri, per ristabilire quel principio che definisce l’Italia “una repubblica fondata sul lavoro”. E, se il lavoro è la base della Repubblica, non si può prendere in giro all’infinito chi lavora, perché si prende in giro la Repubblica stessa. Come agire?

Partendo da quel che abbiamo. Vagheggiare rivoluzioni è fuori luogo: sono il sogno d’ogni fondo di bicchiere e, la mattina seguente, rimane soltanto il mal di testa della sbornia. Immaginare rivoluzionari “salti” di coscienza è altrettanto inutile: il fallimento di qualsiasi religione, credo o setta in campo sociale è lampante. Gli ultimi – gli Amish – hanno gentilmente regalato i loro voti a Bush – nel 2004 – che a sua volta ha assicurato completo disinteresse (ed un benevolo appoggio) per i loro stili di vita. Basta che restino nei confini della riserva. Insomma, il “metodo Lakota” sperimentato sin dai tempi del generale Miles.

Siamo così regrediti nella nostra progettualità politica, che non sappiamo più scorgere le naturali vie della rappresentanza politica: non è colpa nostra, ci hanno brutalizzati ed abbiamo subito nefandezze inenarrabili, giungendo a pensare che questo paese di monnezzari è solo più da buttare in discarica (abusiva). Eppure, la via ce l’hanno indicata loro stessi con il Decreto Levi.

Se il Web – da anni – è palestra d’idee e di progetti, non è una chimera immaginare una nuova formazione politica che si proponga avendo alle spalle i cittadini stessi. Non delle “primarie” una tantum (al costo di un euro a botta!) ma il continuo, gratuito dialogo fra chi va in Parlamento e la sua base, mediante il Web.
Una formazione politica che affiggesse delle tesi generali – l’ineleggibilità dei condannati, nessuno degli attuali parlamentari nelle liste, la fine della truffa sulla moneta, una politica di de-crescita, la scelta per le energie rinnovabili e per la ricerca nei campi di maggior pregio, la fine dei finanziamenti a pioggia sull’imprenditoria e sull’editoria, la ristrutturazione dello Stato con l’eliminazione di tanti soggetti periferici, la fine delle ipocrite “missioni di pace” all’estero, ecc. – potrebbe iniziare a definire meglio, proprio grazie all’intervento partecipativo degli @-lettori, la piattaforma per un nuovo partito. Niente che assomiglierebbe all’esistente, perché tutto sarebbe discusso e deciso pubblicamente, di fronte al mondo.
In qualche modo, s’avrebbero tutti i vantaggi della democrazia diretta senza incidere sull’attuale quadro istituzionale che – è bene ricordarlo per quelli che immaginano altre scorciatoie – non è modificabile se non dall’interno e dopo aver raggiunto una maggioranza parlamentare.

La prima critica è ovvia: una nuova formazione non riuscirebbe ad avere grandi numeri in Parlamento. Eppure, proprio per la sua sostanziale discontinuità con l’esistente, finirebbe per essere rivoluzionaria.
Di qualsiasi entità fosse la rappresentanza parlamentare, finirebbe per minare gli equilibri del centro/destra/sinistra: difficilmente una delle due parti avrebbe i voti per governare, a patto che la nuova forza si mantenga neutrale sui temi che non collimano (senza cedimenti) con il proprio programma.
In questo modo, assisteremmo ad accozzaglie parlamentari prive di senso e di logica politica: in altre parole, il centro/destra/sinistra dovrebbe mostrare nei fatti d’essere oramai quel che sappiamo, ossia una sola lobby d’interessi distinta in due squadre. Dovrebbero votare insieme provvedimenti assurdi ed anti-popolari, ed accelererebbero la loro fine ad ogni votazione. Unica avvertenza: approfittare dell’attuale legge elettorale, perché la prossima sarebbe “blindata” per chiunque avesse per la testa idee strane, roba come la democrazia, la giustizia sociale o simili fanfaluche.

La seconda critica ricorda che sia la Lega, sia la Rete di Orlando si posero in posizioni – in qualche modo, ma solo in qualche modo – simili. La Lega aveva un solo, precipuo interesse: la frantumazione dell’Italia e l’indipendenza del Nord. Tutto ciò che è venuto dopo, è soltanto aria fritta: senza un federalismo che assomigli ad una secessione, la Lega non avrà mai vittoria. E, senza quella vittoria, è destinata a vivacchiare all’ombra di Berlusconi, che tante volte ha insultato. La Lega, quindi, non c’entra niente con questa ipotesi, perché da Bologna in giù è considerata quasi una nemica: non ha mai posto il problema politico della distribuzione della ricchezza su basi sociali, bensì su base geografica.
La Rete di Leoluca Orlando, invece, era partita bene ma in epoca pre-Internet: questa è la novità, la grande differenza, che le fece mancare il continuo rapporto con l’elettorato. Senza quel trait d’union, si diventa preda degli equilibri di partito, di coalizione, delle lobbies, persino delle clientele.

Sono certo che questa proposta non incontrerà tanti entusiasmi, perché pensiamo d’essere oramai scafati ad ogni avventura: abbiamo maturato un cinismo, nei confronti della politica, che ci preclude persino di pensarla diversa da come potrebbe essere.
Ricordo che negli anni ’70 avvenne il grande mutamento: le menti più creative furono rifiutate – a volte espulse – dai grandi partiti dell’epoca, nessuno escluso. C’era bisogno di giovani che non discutessero troppo e s’accontentassero d’eseguire i diktat delle segreterie politiche: i Veltroni, i D’Alema, i Casini, e tutta la pletora dei 50-60enni sono il prodotto di quella stagione. E, riflettiamo, questi sarebbero il “meglio”: immaginiamo il livello di chi sta dietro.
E sì che Aldo Moro – “il meno coinvolto con le logiche di potere”, ebbe a dire Pier Paolo Pasolini – aveva ricordato, in un celebre discorso alla segreteria della DC, che “sarebbe stato un errore non ascoltare la voce dei giovani”, riferendosi, ovviamente, al ’68 e a quella stagione. Quelli che non ascoltarono, sopravvissero.

Oggi – inutile cercare soluzioni negli angoli più bui – solo una nuova politica può salvarci, perché la cosiddetta “antipolitica” può sì aiutarci a demolire l’obbrobrio che abbiamo sotto gli occhi, ma dopo bisognerà ricostruire.
Serve gente giovane, con idee e grinta, che ancora creda nel suo Paese e che non si lasci piegare dalle sirene del ponentino romano. Forse qualche meno giovane, che sappia avvertire anzitempo l’odore di carogne in putrefazione, prima di cascarci come degli allocchi.
Altre soluzioni? Se qualcuno ne ha le proponga, altrimenti il futuro è segnato: dopo Cavalieri e Mortadelle, già s’avanzano Draghi e Carrozzieri. Ahi noi.

Carlo Bertani
[email protected]
www.carlobertani.it
http://carlobertani.blogspot.com/
29.10.07

NOTA

[1] Fonte: ANSA, 27 10 2007.

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