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LE INTERPRETAZIONI DELLA GUERRA IN IRAK PARTE PRIMA

A quasi due anni dall’invasione dell’Iraq, tutt’altro che “pacificato”, è possibile considerare simultaneamente – rifuggendo da un’interpretazione monocausale – il peso dei fattori economici, “lobbystici”, geopolitici e geoeconomici nella scelta dell’Occidente filo-americano di rovesciare il legittimo governo di uno Stato membro delle Nazioni Unite.

DI DANIELE SCALEA

INTERPRETAZIONE ECONOMICA
 

Storicamente, la guerra è un ottimo mezzo per rilanciare l’economia, soprattutto nelle fasi di crisi: lo Stato consegna un gran numero di commesse all’industria militare e pesante; dalla crescita di questo tipo di produzione si genera un consistente indotto[1]; il popolo è proteso ad un solo obiettivo – la sconfitta del nemico – e quindi pronto a sacrificarsi nel lavoro per la nazione senza fiatare; lo Stato ha un’ottima scusa per reprimere ogni forma di protesta sociale. Inoltre, se la guerra è vinta, i benefici si protraggono nel tempo proporzionalmente all’afflusso delle riparazioni di guerra e delle commesse per la ricostruzione anche da parte dei paesi sconfitti. Gli Stati Uniti d’America sono dei maestri, soprattutto in quest’ultimo punto: le loro guerre hanno un potenziale distruttivo senza precedenti, il cui accanimento contro le strutture militari e civili del nemico aumenta proporzionalmente all’approssimarsi della sua resa.Possiamo senz’altro ritrovare tutto questo meccanismo nel corso della loro storia. Citeremo alcuni esempi, i più eclatanti.
Il primo lo troviamo addirittura nella cosiddetta “guerra di secessione americana”, che tra il 1861 e il 1865 vide contrapposti gli stati del Nord (federati) e quelli del Sud (confederati), gli uni desiderosi di varare una politica protezionistica ed investire i fondi comuni nel miglioramento delle infrastrutture, gli altri decisi a conservare la propria economia agricola e schiavistica. Uno degli episodi più singolari di quella guerra sanguinosissima fu la marcia al mare condotta dal Generale nordista Sherman, tra il maggio 1864 e l’aprile del 1865 con un’armata di 100.000 uomini per più di mille chilometri in territorio nemico. Da Chattanooga in Tennessee a Savannah in Georgia, e poi indietro verso Columbia nella Carolina del Sud, gli uomini di Sherman distrussero ogni cosa che trovarono sulla propria strada: villaggi, fattorie, città, infrastrutture, raccolti e bestiame. Nel settembre del 1864 Sherman e i suoi giunsero ad Atlanta, la “capitale del cotone”: la rasero al suolo e la incendiarono. Ufficialmente tanta ferocia fratricida era motivata dalla necessità di prostrare economicamente il Sud, in modo da impedirgli la continuazione della guerra; in realtà, la marcia al mare procurò nell’immediato dopoguerra affari d’oro per l’establishment politico-economico del Nord, auto-incaricatosi della ricostruzione e degli “aiuti” (ben remunerati) al Sud.[2]

Facciamo ora un salto di mezzo secolo, e giungiamo alla Prima Guerra Mondiale. Inizialmente la politica del Presidente Woodrow Wilson era quella della neutralità: il ricavato giungeva dalla vendita di armi alle parti in causa. Poi sopraggiunse il grave problema del collasso russo, che metteva a rischio la vittoria dell’Intesa e, dunque, il pagamento del saldo ch’essa doveva agli USA; al “pacifista” Wilson non rimase altro che entrare in guerra (non tanto con l’apparato militare, al tempo ancora piuttosto scadente, quanto con le enormi risorse economiche e industriali che potevano allora essere buttate sul piatto della bilancia senza più remore) e aiutare l’Intesa a risolvere il conflitto. Nel dopoguerra, gli USA concessero generosi prestiti alla Germania: in tal modo essa poteva pagare ad Inghilterra e Francia le riparazioni di guerra, e queste, a loro volta, saldare i propri debiti con la Federazione americana, la quale incassava le cospicue rendite degli interessi accumulati.
Negli anni ’30 si ebbe la grande crisi dell’economia, che partendo dagli USA colpì il mondo intero. Solitamente si conferisce al Presidente Roosevelt e al suo “New Deal” il merito d’aver fatto uscire l’economia americana dalla crisi. In verità il merito è della guerra, così come ha ribadito abbastanza recentemente il premio Nobel per l’economia Peter North: «Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda Guerra Mondiale»[3]. Anche i dati parlano in questa direzione: grazie a Roosevelt, tra il 1929 e il 1939 la spesa pubblica (fulcro del New Deal) s’era portata da 10,2 a 17,5 miliardi di dollari, eppure il PIL era calato da 104,4 a 91,1 miliardi, e la disoccupazione salita dal 3,2% al 17,2%. L’inversione di tendenza si verificò solo a partire dal 1939, quando iniziò una massiccia fornitura bellica agli Inglesi, poi ai Sovietici e, quindi, dopo Pearl Harbour, l’ancora più remunerativo – dal punto di vista della produzione industriale – impegno bellico diretto (20 miliardi furono investiti da Roosevelt nella difesa[4]): il PIL prese a crescere e la disoccupazione a diminuire[5]. Non appena terminò la guerra, però, l’economia americana tornò in crisi, seppure mitigata dalla domanda differita di beni di consumo accumulatasi durante il conflitto, e dall’avvio del “Piano Marshall” in Europa. Il nuovo Presidente Truman, l’uomo dell’atomica, comprese perfettamente che gli USA, per stare al passo con i rivali geoeconomici (Europa, Giappone e URSS), necessitava di mantenere l’economia in perpetuo stato di guerra: un suo consigliere, poi membro del Gabinetto Eisenhower, Charles Wilson, scrisse nel 1944: «Invece di puntare al disarmo e alla non preparazione come salvaguardia contro la guerra – una dottrina ormai del tutto screditata – cerchiamo di fare il contrario: piena preparazione secondo un piano che non si arresta mai»[6]. A tale scopo riciclò l’ex amico sovietico a nuovo terribile nemico. Per sconfiggere la recessione, Truman rilanciava immediatamente la corsa agli armamenti, e nel 1950 si lanciava nella Guerra di Corea. Le spese militari dei paesi del Patto Atlantico passarono dai 38 miliardi di dollari del 1949 ai 108 miliardi del 1952, quelle degli USA giunsero in quell’anno a coprire il 15% del PIL[7]. E si verificò negli USA un nuovo periodo di boom economico.

Quando nel 1961 J.F.Kennedy fu eletto presidente degli Stati Uniti, il paese era già riprecipitato nella crisi economica. La risposta fu ancora l’aumento della spesa pubblica e, di questa, l’82% nel settore degli armamenti; venne anche potenziata la vendita di armi all’estero, e favorito il riarmo della Germania (con la reazione sovietica che portò alla crisi di Berlino). Si trattò, nel complesso, del più veloce riarmo dai tempi di Pearl Harbour[8]. Dulcis in fundo, il buon JFK, tanto amato dalle sinistre europee, diede il là all’escalation militare in Vietnam, con tutte le tragiche conseguenze che ben conosciamo. Ma alla gente che tiene le redini degli Stati Uniti le tragedie umane non guastano l’appetito, e per loro il Vietnam fu una buona notizia: infatti, le spese militari tornarono a superare il 10% del PIL, e dal 1964 l’economia americana conobbe una lunga fase d’espansione, a dispetto della recessione che in quegli anni attanagliava l’Europa. Lyndon Johnson, successore di Kennedy ed egualmente impegnato nella guerra in Indocina, non conobbe neppure un trimestre di presidenza caratterizzato da regressione del PIL: per trovare un eguale primato, si sarebbe dovuta attendere la recente esperienza di Bill Clinton.[9] La spesa militare divenne esorbitante sotto la presidenza di Ronald Reagan, l’uomo dello “scudo spaziale”, nuova chimera dell’apparato bellico americano che fece lievitare le spese per la difesa, dal 1981 al 1985, del 7% l’anno, portandole ad una quota interna alle spese del bilancio federale pari al 27%.[10] Nel 1989, però, il grande spauracchio agitato dai governi federali per giustificare la militarizzazione dell’economia, vale a dire il Patto di Varsavia, venne improvvisamente meno. Da allora per gli USA è sorto il problema d’identificare un nuovo nemico emblematico (giacché la Cina lo è solo potenzialmente, ma non potrà minacciare l’egemonia americana fino al 2015 circa): problema risolto con l’11 settembre 2001, ma che al tempo della presidenza di Bush padre era ancora un problema. Aggravato dalla solita crisi economica che colpisce gli Stati Uniti ogni qualvolta il periodo d’inattività bellica si prolunga eccessivamente (infatti anche la produzione militare rischia la saturazione, se di tanto in tanto non sono svuotati i magazzini di armi e proiettili). Il tasso annuale del PIL scese del 4,5% nel 1988 all’1,1% nel 1990, mentre l’inflazione crebbe dal 4,1% del 1988 al 5,1% del 1990 e la disoccupazione toccò nel 1991 il 5,6%[11]. Bush aveva urgentemente bisogno d’un nemico e, per sua fortuna, riuscì a trovarlo in tempi relativamente brevi: quel nemico era Saddam Hussein. L’Iraq rappresentava senza dubbio una non preoccupante minaccia militare: il suo esercito e la sua economia erano prostrati dalla lunga ed onerosa guerra con l’Iran, e la popolazione aveva perso progressivamente fiducia nel suo Raìs. Ciò non ostante, le capacità belliche irachene furono enormemente gonfiate dai mass media e fornirono a Bush la scusa per mettere in piedi un’armata formidabile che le affrontasse: a circondare l’Iraq si trovarono quasi 350.000 uomini, una massa enorme che richiedeva d’essere foraggiata per tutto il periodo del suo dispiegamento. Per cui, ingenti spese per la “coalizione” e ingenti incassi per molte industrie che si trovavano con l’acqua alla gola a causa della crisi economica. La guerra in sé fu una buffonata: pochi giorni e l’esercito iracheno era disfatto. Una buffonata, però, se la guardiamo dall’ottica “occidentale”: perché per gli Iracheni fu, semmai, una tragedia immane, con decine di migliaia di vittime ed un paese raso al suolo dai bombardamenti indiscriminati. Però, del resto, gli USA dovevano pur svuotare su qualcuno i propri magazzini colmi di bombe! Inoltre, molti fecero affari d’oro e lo stesso Bush, grazie a lunghissime, fastose e sinceramente ridicole celebrazioni poté sviare – seppure per poco – l’attenzione degli Americani dai gravi problemi economici e sociali del paese.[12] Alcuni anni fa, al Politecnico di Milano, durante il corso di “Modellistica e Gestione delle Risorse Naturali”, è stato presentato un interessante compendio dei costi e delle spese sostenuti per questa prima invasione dell’Iraq.[13] La guerra costò 40 miliardi di dollari (col cambio attuale, circa 32 miliardi di euro), dei quali, però, solo il 25% andò a pesare sulle casse statunitensi (10 mld. dollari = 8,130 mld. euro). E’ stato poi calcolato che, in virtù dell’aumento del costo del petrolio (direttamente consequenziale alla guerra), passato da 15$ a 42$ al barile, i distributori hanno beneficiato di un guadagno supplementare pari ad almeno 60 miliardi di dollari (49 mld. euro circa), dei quali la metà è finita nelle casse delle compagnie petrolifere americane. Ora, essendo cinque di queste proprietà del governo americano, nelle casse federali è caduta una pioggia di ben 21 miliardi di dollari (ca. 17 mld. euro). Da facili calcoli, si deduce che il ricavo del governo statunitense è stato di (21 mld. d’introiti extra meno 10 mld. di spese belliche) 11 miliardi di dollari, vale a dire – al cambio attuale – quasi 9 miliardi di euro: non c’è che dire, proprio un bell’affare! Soprattutto se si considera che la bellezza di 49 miliardi di dollari sono stati incassati dall’industria bellica statunitense (indotto compreso) grazie ai contributi internazionali versati per condurre l’aggressione, nata infatti sotto l’egida dell’ONU. E, si noti, che di questa statistica abbiamo per il momento ignorato il ricavo ottenuto dai privati americani gestori delle compagnie petrolifere.
Quanto è stato scritto fin ora non dovrebbe far dubitare il lettore che anche questa seconda invasione dell’Iraq (alla quale va naturalmente collegato l’attacco contro l’Afghanistan) abbia costituito un forte incentivo alla ripresa dell’economia americana; ma se ciò non fosse bastato, forniamo ancora qualche dato significativo.[14] L’andamento del GDP (Gross Domestic Production, il PIL americano) a cavallo tra 2000 e 2001 è altalenante ma sostanzialmente negativo: il terzo trimestre 2001 (quello immediatamente precedente gli attentati) vede una perdita dell’1,4%. La situazione si rovescia, “miracolosamente”, dal trimestre seguente, quello – tanto per intenderci – dell’attacco contro l’Afghanistan: + 1,6%. Il 2002 è un anno di grazia per la produttività statunitense: +3.4; +2.4; +2.6; +0.7. Ma il 2003 è ancora meglio: dopo una partenza nella norma (+1,9% il primo trimestre) il GDP ha un’impennata nel secondo trimestre (+4,1%) – che, guarda caso, coincide con l’inizio dell’invasione all’Iraq – che prosegue in maniera impressionante anche nei successivi: +7.4%; +4.2%; +4.5%. I dati annuali complessivi parlano ancora più chiaro: nel 2001 gli USA sfiorano la recessione (+0,8%), ma poi l’11 settembre offre un valido pretesto per avviare la campagna di “giustizia (leggi: guerra) infinita”, e la produzione registra un +1,9% nel 2002 e un +3% nel 2003. Non sono solo coincidenze: lo dimostrano i dati sugli investimenti nel settore della difesa. Prima dell’11 settembre questi sono in progressiva diminuzione (dal 7% d’incremento del primo trimestre 2001 al 2,4% del terzo), ma con gli attacchi alle Twin Towers e la successiva guerra contro l’Afghanistan il bilancio della difesa ha una bella impennata: +12,5% negli ultimi tre mesi del 2001. Gli aumenti proseguono in maniera altalenante nell’anno successivo (si va da un massimo del 13,5% nel quarto trimestre a un minimo del +3,4% nel terzo), e addirittura nei primi tre mesi del 2003 si registra una diminuzione del -2,7%: ma nel marzo arriva la seconda guerra nel Golfo, e gli investimenti nella difesa segnano un eccezionale +38,4%. Riassumendo grazie ai resoconti annuali, l’andamento del bilancio difensivo nei tre anni in questione è il seguente: +3,9% nel 2001, +7,7% nel 2002, +9% nel 2003.

Molti analisti e gruppi di ricerca finanziari hanno confermato quanto appena sostenuto. Ad esempio, il 3 ottobre 2002 il Financial Times scriveva: “È un inquietante paradosso, legato allo stato febbrile che questo autunno caratterizza i mercati finanziari, il fatto che la guerra, che per mesi ha gettato la sua ombra sulle prospettive di ripresa dell’economia, ora può costituire l’unico modo per far sì che la ripresa ci sia davvero”. Nella stessa direzione vanno i rapporti di due banche d’investimento come la Goldman Sachs e la Salomon Smith Barney: a loro avviso, in 6-12 mesi (siamo poco prima della guerra) le Borse avrebbero potuto produrre “solidi ritorni”.[15] Dall’inizio della guerra in Afghanistan (7 ottobre 2001) all’accordo di Bonn per la formazione del governo afghano collaborazionista (6 dicembre 2001) la borsa Usa ha guadagnato più del 10%, e questo nonostante il fallimento Enron, accaduto in novembre.[16] I dati parlano chiaro, tanto per le guerre passate quanto per quella presente: la fragile economia americana è sempre suscettibile di crisi, e l’unico modo che conosce per rilanciarsi è la guerra. Aumentando in maniera spropositata il bilancio della difesa, ingenti somme sono messe in circolo, e dall’industria militare, passando per il suo vasto indotto, pompate in tutti i settori produttivi del paese. Alcune cose sono ben chiare, però: una simile ripresa è alquanto effimera, e dunque ad intervalli regolari sarà sempre necessario intraprendere una nuova guerra; il denaro così guadagnato dagli Stati Uniti non può – almeno da un punto di vista morale – valere la vita di decine o centinaia di migliaia d’innocenti condannati all’olocausto da questa politica terribile; infine il denaro non si crea dal nulla, ossia esiste anche una controindicazione di natura economica. Questo effetto collaterale si chiama debito pubblico, e nel caso degli USA ha assunto proporzioni mostruose: dal 1949 al 1999 essi hanno speso la bellezza di 7.100 miliardi (7.100.000.000.000) di dollari per la “difesa nazionale”, generando un debito pubblico di 5.600 miliardi.[17] Volendo garantire la massima chiarezza e comprensibilità delle cifre appena fornite, ne riportiamo anche gli equivalenti in euro e vecchie lire italiane: la spesa militare ammonta ad oltre 5.725 miliardi di euro o 11 milioni di miliardi di lire (11.000.000.000.000.000); il debito pubblico è di circa 4.516 miliardi di euro o 8,750 milioni di miliardi di lire (!). Attualmente il governo federale USA spende ogni anno 400 miliardi di dollari[18] (secondo altre fonti anche 450)[19]; il 10% di questa cifra sarebbe sufficiente – secondo le Nazioni Unite – ad assicurare l’essenziale per vivere a ciascuno sul pianeta![20]

 
 
INTERPRETAZIONE “LOBBYSTICA”

 
Abbiamo già accennato a come l’affare della “ricostruzione” sia uno dei momenti più lucrosi di una guerra; non c’è motivo per credere che quella attuale costituisca un’eccezione. Del resto, gli stessi canali d’informazione ufficiali hanno messo nel debito rilievo quest’aspetto, con tutti gli scontri, le dispute e gli affari d’oro che ne sono sorti. Le commesse per la ricostruzione dell’Iraq sono toccati in sorte (non è stata convocata alcuna gara d’appalto pubblica) quasi esclusivamente ad imprese statunitensi: dunque, appaltatori del governo americano ricostruiranno ciò che il governo americano stesso ha appena distrutto. Il denaro, arriverà in minima parte dalle casse federali, e in massima dalla cosiddetta “conferenza dei donatori” che però, come si è visto anche recentemente, sembra piuttosto restia a sborsare fior di quattrini per rilanciare le aziende USA in crisi. L’ammontare complessivo degli appalti è di 18,5 miliardi di dollari (circa 15 miliardi di euro)[21], le spese poi effettivamente sostenute dagli appaltatori rimangono un mistero, giacché non paiono troppo vogliosi d’onorare l’impegno preso: meglio prendersi i soldi, e poi non fare niente. C’è sempre un’amministrazione amica, pronta a chiudere un occhio. Bremer, nel suo periodo di viceregno, si è prodigato in provvedimenti che hanno messo in ginocchio l’economia irachena, ma fruttato un sacco di buoni affari ai suoi compari d’oltreoceano: ha esentato da qualunque imposta chiunque lavori su appalto della “CPA”, aperto il paese agli investimenti esteri, autorizzato l’esportazione anche del 100% dei profitti, privatizzato il vasto settore pubblico[22]. Insomma, ha fatto dell’Iraq un paese coloniale. Nonché un albero della cuccagna per imprenditori senza scrupoli, su tutti i livelli. Persino nel mercenariato; ma questo è un altro discorso, dunque accenniamo solo a un paio di dati, tanto per dare l’idea dell’entità del fenomeno: la compagnia di “sicurezza privata” Armour Group ha firmato un contratto da 876.000 dollari per fornire – udite udite – la bellezza di venti uomini[23]. E’ solo un esempio, ed è un peccato non poterci addentrare più a fondo nella questione.
L’amministrazione Bush è stata definita come la “junta petrolifera”[24] o descritta come un esecutivo ligio ai dettami del Pentagono e delle aziende da esso dipendenti, e non è difficile capire il perché: basta osservare velocemente il curriculum dei suoi membri più eminenti. Dick Cheney, vicepresidente, già direttore del Pentagono nell’amministrazione Bush I, è stato dirigente della Halliburton, società poliedrica che opera nei più svariati settori, dagli oleodotti alla costruzione di prigioni militari[25]. Proprio la Halliburton è risultata la maggiore beneficiaria della guerra all’Iraq[26], avendo ricevuto almeno oltre 2 miliardi di dollari in commesse (1,7 miliardi per il ripristino dell’attività degli impianti petroliferi, 142 milioni per un campo base in Kuwait, 170 milioni per il supporto logistico della ricostruzione del paese, 28 milioni per la costruzione di un campo di concentramento, 39 milioni per l’edificazione di campi base in Giordania, 300 milioni per la fornitura di servizi alla Marina[27]). Condoleeza Rice, direttrice del Consiglio di Sicurezza Nazionale, è stata sul libro paga del colosso petrolifero Chevron-Texaco[28]. Paul Wolfowitz, viceministro alla Difesa, era consulente (remunerato) della Northrop Grunman, impresa che produce i bombardieri B2, i cacciabombardieri F18 e gli aeromobili senza pilota[29]. Karl Rove, consigliere del Presidente, era funzionario della Boeing, società che produce gli elicotteri anticarro Apache AH64 e i sistemi semintelligenti jdam[30]. Richard Perle, presidente del Defence Policy Board,  era uno dei soci della ditta Trireme, che investe in tecnologie, beni e servizi per la difesa e la sicurezza interna[31], ed ora ha ottenuto un contratto da 750.000 dollari come consulente della ditta Global Crossing, che dispone d’una gigantesca rete di fibre ottiche largamente utilizzata dalla difesa USA[32]. Douglas Feith, sottosegretario di stato alla Difesa, dirigeva lo studio legale Feith&Zell, che ha tra i suoi clienti la Northrop Grunman[33]. Richard Armitage, sottosegretario di stato, era consulente della Boeing e della Raytheon, che produce i missili Tomahawk e le bombe a grappolo GBU-28, vietate dalla convenzione di Ginevra[34]. James Roche, segretario dell’Air Force (l’aviazione americana) era vicepresidente della Northrop Grunman. Dov Zakheim, ispettore capo del Ministero della Difesa, era consulente della solita Northrop Grunman[35]. Lynne Cheney, moglie del Vicepresidente, ha fatto parte del consiglio di amministrazione della Lockheed Martin, gigante americano della produzione d’armamenti[36]. Thomas White, sottosegretario all’esercito, è stato persino nei ranghi della tristemente nota Enron[37]. George Bush padre è oggi nel consiglio d’amministrazione del gruppo Carlyle, che possiede le quote di almeno 164 società in tutto il mondo (tra le quali molte impegnate nella produzione di armamenti) e che prima dell’11 settembre aveva tra i suoi investitori una certa famiglia saudita che risponde al nome di Bin Laden[38]. Indubbiamente tutti costoro hanno fatto guadagnare alle loro ex compagnie una gran quantità di denaro, con questa guerra. Ho scritto ex: ma probabilmente, quando saranno usciti dal governo, ritroveranno il loro bel posto di dirigente o consulente speciale nelle medesime corporation. Amenità della politica americana…

Daniele Scalea

Note:

[1] Ad esempio, negli USA 85.000 imprese dipendono dalla spesa militare, come scritto nel saggio di Vladimiro Giacché, “Irak: una guerra e i suoi perché”, che si può trovare sul sito Aurora (http://members.xoom.virgilio.it/sitoaurora ).
[2] Cfr. John Kleeves, Un paese pericoloso. Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America, Società Editrice Barbarossa, Milano 1999.
[3] Cit. in Sbancor, American Nightmare, Nuovi Mondi Media.
[4] Gore Vidal, Le menzogne dell’impero e altre tristi verità, Fazi Editore, Roma 2002.
[5] Dati contenuti in Sbancor, op.cit.
[6] Cit. in Gore Vidal, op.cit.
[7] Sbancor, op.cit.
[8] Sbancor, op.cit. e Gore Vidal, op.cit.
[9] Cfr. Sbancor, op.cit.
[10] Ibidem.
[11] Angelo Ciufo, Crisi economia e Guerra del Golfo, Editrice Tracce, Pescara, 1991.
[12] Cfr. Fabio Andriola, La lunga notte dell’informazione, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1992.

[13] Il documento in questione è apparso per la prima volta sul sito dell’Associazione Limes, e recentemente ripubblicato da La Nazione Eurasia nel numero speciale del 25 settembre 2004 ( si veda all’indirizzo http://it.groups.yahoo.com/group/lanazioneeurasia)

[14] I dati in questione sono tratti dal sito della Federal Reserve USA, all’indirizzo http://www.federalreserve.gov [15] Cit. in Vladimiro Giacché, op.cit.
[16] Cfr. Vladimiro Giacché, op.cit.
[17] Gore Vidal, op.cit.: si noti che i dati si riferiscono al 1999, dunque non sono comprensivi dell’ultima onerosa campagna “contro il terrorismo”.
[18] Dato contenuto nell’articolo di Giorgio Bocca, “Il G8 dei Grandi” pubblicato su L’Espresso.
[19] Cfr. “Guerra: domande elementari e risposte terribili” di Charles Sheketoff (Direttore esecutivo dell’Oregon Center for Public Policy), pubblicato il 27 marzo 2003 e riprodotto in Mauro Pasquinelli, Il libro nero degli Stati Uniti d’America, Massari Editore, Bolsena 2003.
[20] Ibidem.
[21] Cfr. l’articolo di Fabio Alberti (dell’organizzazione “Un ponte per Baghdad”), Iraq, un anno di rapina.
[22] Ibidem.
[23] Fonte: http://www.analisidifesa.it/articolo.shtm/id/4024/ver/IT
[24] Dallo scrittore Gore Vidal, romanziere americano e veterano della Seconda Guerra Mondiale, che ha poi iniziato ad occuparsi di politica ed oggi vive di solito tra USA e Italia.

[25] Eric Laurent, Il potere occulto di George W. Bush, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2003.
[26] Cfr. l’articolo di Ritt Goldstein, Cheney, energia per una guerra, apparso su “il manifesto” del 21 agosto 2003.
[27] Dati riferiti Angela Pascussi su “il manifesto” del 29 agosto 2003 con l’articolo Iraq, la guerra dei profitti.
[28] Gore Vidal, op.cit.
[29] Eric Laurent, op.cit.
[30] Eric Laurent, op.cit.
[31] Questo fatto fu rivelato nel marzo 2003 dal giornalista Seymour Hersh (lo stesso che attualmente si sta occupando dello scandalo di Abu Ghraib) sulle pagine del “New Yorker”: la risposta di Perle fu che “Hersh è un terrorista”!
[32] Eric Laurent, op.cit.
[33] Eric Laurent, op.cit.
[34] Eric Laurent, op.cit.
[35] Eric Laurent, op.cit.
[36] Eric Laurent, op.cit.
[37] Eric Laurent, op.cit.
[38] Gore Vidal, op.cit.

PARTE SECONDA
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Pubblicato da Davide