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LE FONTI DELLA RICCHEZZA E DELLA MONETA

DI CARMELO R.VIOLA

RaiUno e Canale5 – come dire la TV pubblica e quella privata (bene rappresentata da Mediaset) – organizzano giochi a premi con in palio somme dell’ordine di molti milioni delle vecchie lire fino al miliardo ed oltre. Lo Stato fa anche peggio (basti pensare alle vinciti multimilionarie di €uro!). La gente non si chiede da dove provenga cotanta ricchezza: semplicemente aspira ad arraffarne un bel po’ con un colpo di fortuna. Ognuno ha un sogno o, più spesso, un bisogno da soddisfare e si rivolge, per l’appunto, alla fortuna piuttosto che alla “casa comune” (“res publica”) che dovrebbe essere lo Stato.
La questione della ricchezza, ma soprattutto della moneta che la concretizza, resta un rebus, un qualcosa di misterioso, di mistico, in ogni caso per “addetti ai lavori” di quello strano oggetto, che è il già citato Stato. Quando si investe in azioni o in borsa, si finge di credere che la moneta “lieviti” – insomma aumenti di volume! – per non ammettere che, in realtà si gioca a chi ruba di più a vittime che restano sconosciute e, per questo, non meritevoli di pietà. “Si finge di credere”, abbiamo detto, pur sapendo (almeno questo) che la moneta non si autogenera come per scissione (non partorisce altra moneta anche se si dice popolarmente che “i soldi fanno soldi”). Ma l’importane è credere che il proprio danaro possa produrre profitti e quindi aumentare quantitativamente. L’azionista e l’investitore non sono necessariamente né economisti (“predonomisti”) né esperti in finanza (“monetocratici”) ma gente che, nel migliore dei casi, conosce le regole del gioco settoriale ed ha molta speranza di ricavare più danaro di quanto non ne metta in gioco.
Caratteristica – per non dire ironicamente metafisica – è poi la ricorrente circostanza che un’opera utile – anzi, necessaria – non possa essere effettuata “per mancanza di fondi” in presenza del materiale occorrente e del personale, dirigenziale, tecnico ed operaio, capace di portare a termine la costruzione del bene-servizio in questione.
In un articolo non si può inserire un trattato ma si possono tracciare cenni di essenziale per rendere intuitiva l’idea di una realtà in cui ci si imbatte tutti i giorni. Allora… Noi siamo naturalisti e ci limitiamo a “leggere la natura delle cose e della nostra specie”: le fonti di ciò che si suole chiamare ricchezza sono tre: a) la natura, b) l’uomo, c) il lavoro.

L’uomo ha bisogno di beni e servizi. Tra i servizi c’è quello di scambiare i beni stessi. In origine era il baratto: lo scambio di un bene con un altro (sempre possibile). Poi si è passato ad un mezzo di scambio (un bene intermedio): per esempio, il sale (donde “salario”), le pecore (donde “pecunia” da pecus). Ci soffermiamo sull’oro: metallo speciale per le sue caratteristiche e quindi particolarmente prezioso. Dunque, un metallo o minerale speciale a cui, come agli altri mezzi di scambio, si dava una valenza convenzionale.

Tutto ciò è inevitabile in un contesto in cui individui e gruppi tendono ad un possesso senza limite (alias predazione di origine animale) su cui si è creduto di fondare “la” economia fondando invece la “predonomia” cioè l’artescienza della predazione. Il capitalismo è la teorizzazione e la pratica della predonomia “istituzionale”: la differenza fra la predazione animale e la predonomia “civile” è che quella è regolata dall’istinto e dalla forza, mentre questa è regolata da “regole di gioco” dette leggi. Queste inoltre possono essere usate e abusate con capacità e furbizia tali da produrre vere e proprie predazioni ovvero individui e gruppi straricchi (il cui corrispettivo complementare è costituito dalla povertà e dall’indigenza). E’ la predazione “intralegale” indicata da fenomeni tipo “tangentopoli”. Una forma particolare di gioco predatorio (alias capitalistico) è costituito dai “mafiosi”, cosiddetti impropriamente da associazioni estinte (con cui hanno in comune solo le proprietà delle associazioni occulte) e che costituiscono un vero e proprio capitalismo “paralegale” (ovvero una componente strutturale del capitalismo stesso). Nella delinquenza cosiddetta comune, dedita prevalentemente all’appropriazione diretta di beni e soldi (furto, rapine e simili), con l’uso della forza (soprattutto delle armi e con sequestro di persone), si ha una vera e propria predazione animale in veste antropomorfa.
Per indicare la ricchezza di uno Stato è giunto fino ai nostri giorni l‘istituto della “riserva aurea” che, a ben pensarci, è soltanto una cosa ridicola perché i lingotti d’oro non sono controllabili nemmeno, a rigore, dagli addetti ai lavori, meno che mai dai cittadini e assolutamente no dagli altri Stati con cui si stabiliscono “rapporti di borsa”. L’oro rimane tuttavia un bene di scambio prezioso la cui valuta viene stabilita dal gioco del mercato.

Resta la grande verità che gli uomini hanno bisogno di accedere ai prodotti del lavoro, cioè ai beni e ai servizi per alcuni dei quali occorre ancora un mezzo (o bene) di scambio, che è appunto la moneta. La ricchezza di un paese non viene più calcolata, almeno così dicono le autorità competenti, sulla ridicola scorta della riserva aurea, ma sulla scorta del prodotto del lavoro ovvero prodotto interno lordo (PIL). Ma dato che siamo ancora in regime predonomico (predatorio “istituzionale”), non si utilizza il lavoro di tutti gli abili, non si riconosce a tutti un pari potere di acquisto per i prodotti del lavoro acquistabili solo con il danaro. In altre parole i beni prodotti dal lavoro collettivo (impossibile calcolare con esattezza il valore del singolo), più precisamente i servizi, (con qualche eccezione nel campo scolastico e in quello sanitario) non sono gratuiti.

Una realtà rimane certa: la ricchezza (con la sola esclusione dei frutti incolti della natura) è il lavoro. Sul piano sociale è il totale dei beni e dei servizi prodotti dal lavoro. Sul piano individuale il potere d’acquisto e di possesso, se non limitato da una norma che applichi la distributività secondo equità e bisogno, diventa il prodotto di un “gioco predonomico”, il primo dei quali è quello del “dar lavoro”, che è nella realtà un “comprar lavoro” e che, in regime predonomico (quale è quello capitalista), depreda il lavoratore di una parte del valore del lavoro prodotto. In altre parole, si dà 80 invece di 100. Di quel 20% (facciamo un esempio elementare) una parte può servire per la gestione dell’impresa mentre il resto va ad accumularsi progressivamente costituendo la ricchezza parassitaria tanto più grande quanti più numerosi sono i soggetti sfruttabili contemporaneamente. E’ la famosa “accumulazione capitalista”.
La storia delle banche – motivate dalla menzogna del risparmio – è davvero pietosa: è bene parlarne in un articolo a parte. Dietro il preteso risparmio ci sono l’usura e il ladrocinio: due strumenti istituzionali per depredare legalmente.

Ciò che viene “messo all’asta” (sia detto per esteso) è sempre la ricchezza parassitaria o predatoria, estorta a chi lavora e produce. Il profitto viene sempre dal lavoro. Ciò che si distribuisce attraverso giochi, lotterie e roba del genere, è sempre “refurtiva” (nel senso di ricchezza depredata istituzionalmente o legalmente ovvero nel rispetto di regole del gioco, alias legalità): la fortuna in investimenti azionari e in giochi di borsa viene sempre da trasferimenti (movimenti) di ricchezza depredata ai lavoratori.
Le grandi somme “spese” per comprare e compensare giocatori di calcio e per pagare gente dello spettacolo, è refurtiva sociale bella e buona divenuta bene possedibile e commerciabile legalmente.

Il fisco è una vera predazione di Stato e sostituisce quella “moneta di ritorno” che manca ad uno Stato che non è il produttore e distributore dei beni e dei servizi. In ogni caso, predazione senza tema di smentita restano le imposte indirette, cioè sui beni e servizi fruiti per acquisto e, in specie, le tasse motivate solo da un dispositivo di legge, quale è il canone Rai.
Con i giochi a premi – e siamo al punto – il sistema sfrutta la speranza della vincita per corrompere la gente, la quale vi accorre sperando di coprire quei bisogni che in una società umana “adulta” potrebbe soddisfare normalmente. Tali giochi a premi fanno parte del “predaludismo”: giochi (ludismo) la cui posta equivale ad una “preda” strappata a cumuli parassitari di propri simili. E’ uno degli “ottundori sociali”.

La società capitalista (predonomica) diventa tragico-comica quando raccoglie sottoscrizioni per la ricerca (per es. sul cancro) dal momento che i ricercatori potrebbero lavorare a tempo pieno e a tutto vapore senza ricorrere alla carità pubblica, e quando non può costruire un ospedale o illuminare una strada (di strade buie supertrafficate ce ne sono non poche!) “per mancanza di fondi”. Nel primo caso i sottoscrittori hanno un modo specifico (“squisitamente borghese”) per tacitare la propria coscienza di “predatori” (almeno potenziali); nel secondo caso, la gente viene messa davanti a sua maestà la moneta!
Difficilmente si pensa che la moneta è un bene di scambio naturalmente elastico quando non è “predonomicamente” legato ai parametri di una società ad usum domini. Una moneta vera e propria, cioè solo strumentale e quindi passiva, eliminerebbe i ricchi e la pretesa legittimazione giuridica della ricchezza come potere di acquisto parassitario ed anche quella del bisogno e della povertà. In una società adulta non ci sono poveri.

Dal punto di vista dei diritti naturali crimine non è solo la “distribuzione ludica di refurtiva sociale”, messa in palio da grossi predatori configurati da altrettante imprese produttrici (che “sponsorizzano” un gioco), ma crimine è anche ogni disoccupato o morto di fame che non sa come sbarcare il lunario in un contesto civile dove il contributo lavorativo dei soli abili dovrebbe consentire a tutti i membri della collettività di avere pari opportunità di soddisfare quei diritti naturali di cui sono portatori per il solo fatto di essere nati. Quando lo Stato dice di non avere fondi sufficienti per pagare i propri lavoratori o per costruire un ospedale, semplicemente mentisce. E’ impossibile affermare che gli attuali legislatori (eletti e quindi “onorevoli” – sic!) e governanti abbiano davvero il “senso dello Stato”. La sola “legge finanziaria” di ogni fine anno, è – alla luce di una vera scienza sociale – una macrobarzelletta da far scoppiare le interiora, ma la sinistra e il mondo stanno al gioco e l’imbroglio continua.

I fondi ci sono sempre finché esistono la natura, l’uomo e la capacità di lavorare di questo. Il neoliberismo è la degenerazione massima della predonomia: la scienza per legittimare le differenze, i privilegi e i conflitti. Quando a Rai Uno o a Canale 5 si apprende da un giocatore che spera di vincere per soddisfare un bisogno, si apprende della persistente e crescente condizione di barbarie di una giungla antropomorfa destinata all’autodistruzione. Per questo, la lotta alla mafia oltreché alla “criminalità promossa dal bisogno, dal vizio e dall’emulazione” è l’ultima e più grande cosa ridicola di una società umana bloccata a livello “antropozoico” che si fregia del titolo totalmente gratuito e grottesco di “Stato di diritto”.

Carmelo R. Viola
Fonte: www.rinascita.info
Link: http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_attualita/Lefontidellaricchezzaedell.shtml
7.02.06

Pubblicato da Davide

  • Zret

    Gli stati non hanno i fondi? Ci credo. Solo un esempio: costo di un volo per disseminare sostanze tossiche (SCIE CHIMICHE): almeno 3000 euro da moltiplicare per 365 giorni, da moltiplocare per almeno 200, nimero degli aerei necessari per coprire tutta l’Italia. Totale 21900000 euro