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LE BOMBE DI TONY BLAIR, PREMIER INADATTO

DI JOHN PILGER

Gli ultimi attentati di Londra hanno evidenziato una verità fondamentale che lotta per emergere. Qui e là qualcuno ha rotto il silenzio, come un abitante dell’est londinese che è andato davanti a una troupe della Cnn mentre il corrispondente ripeteva le sue banalità. «L’Iraq!» ha detto. «Abbiamo invaso l’Iraq e cosa ci aspettavamo? Avanti, lo dica.» Il parlamentare scozzese Alex Salmond ha cercato di dirlo alla Bbc radio. Gli è stato risposto che le sue parole erano «di cattivo gusto… prima ancora che i corpi siano inumati». Il parlamentare George Galloway del Respect Party si è sentito dire dal presentatore della Bbc television di essere stato «grossolano». Il sindaco di Londra, Ken Livingstone, ha dichiarato l’esatto contrario di quanto aveva detto in precedenza, cioè che l’invasione dell’Iraq sarebbe arrivata nelle nostre strade. Con l’eccezione di Galloway, non un solo parlamentare cosiddetto «contro la guerra» ha preso posizione in un inglese chiaro e inequivoco. È stato consentito ai guerrafondai di fissare i confini del dibattito pubblico; uno dei più idioti, sul Guardian, ha definito Blair «il più importante statista del mondo».

E tuttavia, come il passante che ha interrotto la Cnn, le persone capiscono e sanno il perché. Proprio come la maggioranza della popolazione inglese, che è contraria alla guerra e considera Blair un bugiardo. Questo spaventa l’élite politica britannica. A un grande party per la stampa cui ho partecipato, molti degli importanti ospiti pronunciavano le parole «Iraq» e «Blair» come una sorta di catarsi per ciò che non osavano dire professionalmente e pubblicamente.

Le bombe del 7 luglio sono state le bombe di Blair. Blair ha portato in questo paese l’avventura illegale sua e di Bush in Medio Oriente, un’avventura senza senso e intrisa di sangue. Se non fosse stato per la sua epica irresponsabilità, i londinesi morti nella metropolitana e sul bus numero 30 quasi certamente oggi sarebbero vivi. Questo è ciò che Livingston avrebbe dovuto dire. Per parafrasare forse l’unica domanda stringente rivolta a Blair alla vigilia dell’invasione, ora è sicuro che quest’uomo non è adatto ad essere primo ministro. Quante altre prove servono? Prima dell’invasione, Blair era stato messo in guardia dal Joint Intelligence Committee (Commissione congiunta per l’intelligence), secondo cui «la minaccia terroristica in assoluto più grande» nei confronti di questo paese sarebbe stata «aumentata da un’azione militare contro l’Iraq». Era stato messo in guardia dal 79% di londinesi che, secondo una ricerca di YouGov del febbraio 2003, ritenevano che un attacco britannico all’Iraq «avrebbe reso più probabile un atto terroristico su Londra ».

Un mese fa è stato fatto trapelare un rapporto riservato della Cia che rivela come l’invasione abbia trasformato l’Iraq in un punto focale del terrorismo. Prima dell’invasione, secondo la Cia, l’Iraq «non aveva esportato alcuna minaccia terroristica», perché Saddam Hussein era «implacabilmente ostile ad al-Qaeda». Adesso, un rapporto del 18 luglio dell’organizzazione Chatham House, un «think tank» addentro all’establishment britannico, potrebbe dare a Blair il colpo di grazia. Esso sostiene che l’invasione dell’Iraq «senza alcun dubbio» ha «alimentato la rete di al-Qaeda» nella «propaganda, nel reclutamento e nella ricerca di finanziamenti», fornendo allo stesso tempo una zona ideale per individuare ed addestrare i terroristi. «Viaggiare insieme a un alleato potente» è costato vite irachene, americane e britanniche. Tra le righe, il rapporto dice che il premier è ora seriamente esposto. Coloro che governano questo paese sanno che Blair ha commesso un grande crimine; il «collegamento» è stato fatto.

Il ritornello di Blair è che il terrorismo c’è da molto prima dell’invasione, in particolare dall’11 settembre. Chiunque conosca la dolorosa storia del Medioriente non è stato sorpreso dall’11 settembre o dagli attentati di Madrid e Londra, ma solo dal fatto che non fossero accaduti prima.

Ho fatto il corrispondente dalla regione per 35 anni, e se dovessi descrivere con una parola come si sentivano milioni di arabi e musulmani, direi «umiliati». Quando sembrò che l’Egitto avesse riconquistato il suo territorio nella guerra con Israele del 1973, sono passato attraverso folle giubilanti al Cairo: era come se si fossero liberati del peso dell’umiliazione storica. Con un’espressione tipicamente egiziana, un uomo mi disse: «Una volta raccattavamo le palle da cricket al club britannico. Ora siamo liberi».

Non erano liberi, naturalmente. Gli americani hanno equipaggiato l’esercito israeliano e loro hanno perso quasi tutto di nuovo.

La gravità degli attentati di Londra, ha detto un commentatore della Bbc, «può essere misurata dal fatto che segnano il primo attentato suicida in Gran Bretagna». E l’Iraq? Non c’erano kamikaze in Iraq prima che Blair e Bush l’invadessero. E la Palestina? Non c’erano kamikaze in Palestina prima che Ariel Sharon, un noto criminale di guerra sponsorizzato da Bush e Blair, andasse al potere. Secondo l’Onu, nella «guerra» del Golfo del 1991 le forze americane e britanniche hanno lasciato sul terreno più di 200.000 iracheni morti e feriti, e l’infrastruttura del paese in «uno stato apocalittico». Il successivo embargo, studiato e promosso da fanatici a Washington e a Whitehall, non è stato diverso da un assedio medievale. Denis Halliday, il funzionario Onu incaricato di amministrare le dotazioni alimentari da fame, lo ha definito «genocida». Ho visto le conseguenze con i miei occhi: tratti del sud dell’Iraq contaminati dall’uranio impoverito e cluster bombs pronte a esplodere. Ho visto i bambini morire, alcuni del mezzo milione di bambini la cui morte l’Unicef ha attribuito all’embargo – tutte morti che secondo il segretario di stato Usa Madeleine Albright «valevano la pena». In occidente di questo si è parlato pochissimo. In tutto il mondo musulmano, il rancore era come una presenza, che contagiava molti giovani musulmani britannici.

Nel 2001, per vendicare l’uccisione di 3.000 persone nelle Twin Towers, più di 20.000 musulmani sono morti nell’invasione anglo-americana dell’Afghanistan. Questo è stato rivelato da Jonathan Steele sul Guardian e non è mai diventato notizia, per quanto ne so. L’attacco all’Iraq è stato il Rubicone, ha reso la ritorsione contro Madrid e gli attentati di Londra del tutto prevedibili.

Dal dibattito pubblico è cancellato il fatto che il terrore di stato di Bush e Blair, al confronto, fa apparire al-Qaeda una bazzecola. Immaginate, per un momento, di trovarvi nella città irachena di Fallujah. È uno stato di polizia americano, come un grande ghetto recintato. Dall’aprile dello scorso anno gli ospedali della città sono stati sottoposti a una politica americana di punizioni collettive. I marines Usa hanno attaccato il personale ospedaliero, hanno sparato ai medici, hanno bloccato i farmaci di pronto soccorso. Ci sono stati casi di bambini ammazzati davanti alle loro famiglie.

Ora immaginate tutto questo imposto agli ospedali londinesi in cui sono affluite le vittime degli attentati. Quand’è che qualcuno traccerà questo parallelo a una delle «conferenze stampa» in cui Blair può emozionarsi a beneficio delle telecamere affermando che «i nostri valori prevarranno sui loro»? Il silenzio non è giornalismo. A Fallujah «i nostri valori» li conoscono fin troppo bene. E quand’è che qualcuno inviterà l’ossequioso Bob Geldoff a spiegare perché il fumo negli occhi della «cancellazione del debito» ammonta a meno della cifra che il governo Blair spende in una settimana per brutalizzare l’Iraq?

Torcersi le mani su «dove va l’anima dell’Islam» è un altro diversivo. La cristianità uccide l’Islam come un killer su scala industriale. La causa dell’attuale terrorismo non è né la religione, né l’odio per «il nostro stile di vita». È politica, e richiede una soluzione politica. Sono l’ingiustizia, i due pesi e le due misure, a radicare i più profondi risentimenti. Questo, la colpevolezza dei nostri leader, «le telecamere che si girano dall’altra parte», ne sono il cuore.

Blair sta usando le bombe di Londra per ridurre ulteriormente i nostri diritti e quelli degli altri, come Bush ha fatto in America. Il loro obiettivo non è la sicurezza, ma aumentare la repressione.

La memoria delle loro vittime in Iraq, Afghanistan, Palestina e altrove richiede che la nostra rabbia si rinnovi. Le truppe devono tornare a casa. Niente di meno è dovuto a coloro che sono morti e hanno sofferto a Londra il 7 luglio, senza cnecessità. Niente di meno è dovuto a coloro le cui vite sono segnate se questa farsa continuerà.

John Pilger
Fonte:www.ilmanifesto.it
24.07.05

Traduzione Marina Impallomeni

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Pubblicato da Davide