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LE BADANTI

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

Je veux dédier ce poème
A toutes les femmes qu’on aime
Pendant quelques instants secrets.
A celles qu’on connaît à peine
Qu’un destin différent entraîne
Et qu’on ne retrouve jamais

Voglio dedicare questa poesia
a tutte le donne che si amano
per qualche segreto istante.
A quelle che si conoscono appena,
che un diverso destino coinvolge
e che non s’incontrano mai.

Antoine Paul – Les passantes – 1911

Svoltano l’angolo della viuzza, antica come il rintocco delle campane, e si gettano frettolosamente nella statale: l’attraversano e si fermano di fronte alla Farmacia. Sembrano aver fretta, attendere qualcuno, essere attese.
Sono due, grassottelle e bionde, hanno entrambe le mani occupate a reggere pesanti sporte colorate: grandi borse di paglia intrecciata, sulle quali s’intravedono le ombre d’improbabili scenari tropicali. Tropici del tempo che fu – verrebbe da dire – tanto le palme ed il mare sono sbiaditi.
Attendono nervosamente, con l’ansia di chi spera: che cosa e come non si sa, ma si spera.
Forse c’è la paura d’esser giunte in ritardo, la speranza che altri ritardino, oppure che l’orologio sia rimasto sapientemente puntato qualche minuto avanti, per non concedere al tempo il lusso di sfuggire.
Parlottano, con quella cantilena russa che arrotonda le vocali e le allunga, per poi troncare la parola in un amen, come a dire che la vita può essere sì armoniosa, mentre il destino è sempre incerto.

Un furgone bianco, che appare dopo aver svoltato la curva, tronca a metà la frase: non sapremo mai se erano confidenze d’amore oppure trepidazioni di madri, poiché quel furgone bianco è il deus ex machina che irrompe nel proscenio, e tutto tacita.
E si ferma, proprio accanto alle donne.
Miracolosamente, la scena si anima e si tinge di nuovi colori: anche le stampe scolorite delle borse sembrano riprendere vigore.
Due uomini scendono: sono magri e slanciati, capelli scuri, giubbe con mille tasche che possono contenere di tutto, scarpe da tennis ai piedi. E parlano.

Non capisco – ovvio – cosa si dicono ma sembrano reminescenze di qualcosa che è lontano, oltre l’orizzonte del tempo, mentre comunicano con frasi brevi: a volte un sorriso sboccia furtivo sui visi delle due donne, oppure un gesto pare quasi voler cancellare la frase appena udita.
La scena adesso prende vigore ed accelera, poiché i due uomini aprono il vano posteriore del furgone e salgono: il contenuto delle borse viene svuotato con cura e, ogni pacchetto, trova un posto che sembra esser già stato assegnato all’inizio dell’avventura, quando il furgone era ancora nella pianura ucraina, placidamente adagiato nell’aia di qualche dimenticata cascina, oppure in un capannone della zona industriale.
Appena le mercanzie hanno raggiunto il loro posto, le borse tornano a riempirsi con altri, misteriosi, involti: non smettono di parlare, di gesticolare, di sorridere.
Terminata l’operazione, i saluti sono furtivi, come quelli dei viandanti nella notte: i due autisti riprendono posto in cabina, ripartono, e le due donne tornano ad imboccare le antiche viuzze del centro storico. L’ultima immagine che la mente registra è una targa ucraina, con misteriosi caratteri cirillici mescolati ad altrettanto intelligibili lettere dell’alfabeto latino.

Quella stessa mattina, so che arriverà la legna: l’Inverno è duro, e non basta mai.
Come tutti gli anni, e tutte le volte che arriva il camion con la legna, già so che Ivan – l’amico “del cuore” di mio figlio – ci sarà. E, come tutti gli anni, si ripeterà la solita cerimonia: non voglio soldi perché io amico. Risposta: proprio perché sei un amico, possiamo farti un regalo? I soldi per la pizza?
Se sono soldi per la pizza allora va bene, Ivan accetta, altrimenti l’amicizia – se fosse stato salariato – sarebbe infranta.
Ma mio figlio lo invita a pranzo, e Ivan non può sottrarsi: anche in quel caso, l’amicizia sarebbe per lo meno incrinata. Deve però recarsi a casa – solo per lavarsi, so che è una scusa – e se ne va.
Torna che profuma di doccia appena fatta con due pacchetti, che posa sul tavolo, precisando che sono per me: si vede che il capofamiglia – in Ucraina – ha ancora un ruolo che da noi s’è perso.
C’è una bottiglia di vodka ed il classico formaggio “a fili”, che assomiglia alle nostre scamorze affumicate e serve ad accompagnare la birra fatta in casa: Ivan, ogni tanto, si ferma con noi a bere una birra e, sempre ogni tanto, porta un po’ di formaggio. L’equilibrio è perfetto, le tradizioni rispettate: tutti possiamo ancora crederci uomini, “sotto il vento e le vele”.

Ivan non s’offende se mi sbaglio e lo chiamo “russo”, anche se mi ha raccontato che è di Lviv, quasi in Polonia, perché c’è un’anima comune che va oltre la geografia e la politica. Anzi, mi sussurra anzitempo di conoscere già il nome del vincitore alle prossime elezioni: «Sarà Yanukovich, è meglio per tutti.» Pragmatismo slavo, merce che talvolta si pensa che non esista, spesso subissata dalla nostra idea dell’oriente slavo: dalla mattanza jugoslava agli incessanti conflitti interni di Dostoevskij.
Ivan frequenta un Istituto Professionale, ma già lavora – quando lo chiamano – per dare una mano nella falegnameria, quella del proprietario della casa che hanno in affitto: lui, la madre e la sorella. Degli uomini della famiglia spesso racconta: padre, nonni, zii…che sono rimasti là, in Ucraina, a seminare e raccogliere le patate, a distillare la vodka, a resistere al vento della steppa. Perché? Poiché c’è un senso atavico in quel “resistere”, quasi che fosse la garanzia dell’esistere, del testimoniare il trascorrere del tempo sotto quei cieli bigi, con le auto scassate e la Polizia che si compra e si vende per cinque euro.
C’è però in Ivan un sentimento nobile che traspare nella dignità del sedersi, di versare la birra nei bicchieri, nel raccontare le storie lontane e vicine. E, man mano che il tempo passa, comincio a capire chi ho di fronte, chi veramente è il ragazzo che osservo spazzare di fronte alla falegnameria.

E’ un pomeriggio d’Autunno, e mio figlio sta provando la lezione che dovrà mostrare al suo insegnante al Conservatorio: squilli di tromba e “stecche” si susseguono ordinatamente. A rompere la sequenza, però, la voce di Ivan; «No, Emi, no: qui tu fatto La naturale, no, dimenticato, bemolle in chiave, non La naturale!»
Vengo così a sapere che Ivan non conosce solo approssimativamente la musica, perché è difficile dare un simile giudizio mentre s’ascolta e si segue, contemporaneamente, lo spartito. “Perché ci vuole orecchio”, direbbe Jannacci.
Così, una sera, racconta con la semplicità dei semplici che lui ha studiato violoncello. Gli chiedo quanto gli mancava, in Ucraina, per terminare gli studi.
Lui, con un’innocenza che è rara da scorgere nei ragazzi italiani appena mettono nel cassetto un “pezzo di carta”, semplicemente afferma: «No, io finito, finito cinque anni di violoncello con diploma.» Punto. E che punto.
Non so cosa prevedano i piani di studio ucraini in merito, però questo ragazzo che studia meccanica al Professionale è diplomato in violoncello. E il violoncello?

Qui, glissa. Non riesco a capire bene che fine abbia fatto il violoncello…c’entra la nonna, voleva che lui studiasse lo strumento…ma di più non si riesce a sapere. Se qualcuno ha notizie di un violoncello scomparso nelle nebbie della globalizzazione, ne dia notizia, per favore.
Può darsi che, con il progredire dell’astronautica, un giorno lontano scopriranno in qualche nube cosmica dimenticata un guazzabuglio d’oggetti che, questa gente travolta da eventi non suoi, non appartenenti alla loro vita, è stata costretta ad abbandonare. Se trovassero il violoncello di Ivan, prego inviare una mail allo scrivente od ai suoi eredi.

Se c’è Ivan, però, c’è anche Samir, che è una discreta testa di c…
Perché?
Poiché Samir ha la bella abitudine di farsi prestare le cose e poi, per riaverle, bisogna cercarlo con i segugi. Per carità, non ruba mai nulla, semplicemente “si dimentica”: la mia prolunga elettrica la tenne sei mesi, punta e mazzetta tre. Per fortuna c’è il fratello Youssuf, che è più serio.
Quando la pazienza termina, allora si ricorre a Youssuf, il quale allarga le braccia «Testa di m…» ruggisce in buon italiano, se lo fa ancora lo dirò a Mohammed.»
Perché Mohammed è il più vecchio dei fratelli, ed è il capofamiglia: guai se lo venisse a sapere! Sarebbero botte.
Ovviamente, per la gente del posto Samir è un “brucia”, uno sul quale non fare affidamento: per quelli un po’
più leghisti, diventa subito un “marocchino di merda.”
Dimenticano, questa buona gente, che spesso si comportano nell’identico modo (o peggio): un familiare di mia moglie, chiese ad un cugino se poteva mettere l’automobile sotto una tettoia che il parente non utilizzava. Certo, io non la uso…
Dopo vent’anni gli presentò il conto: usucapione, adesso è mia, vai pure dall’avvocato se vuoi.
Io stesso ricordo che un amico prete mi prestò un trapano a manovella per fare un buco nel bosco, dove non c’era corrente elettrica: non sapevo come fare, dopo 12 anni, a riportarglielo. Difficile, per uno scrittore, non trovare le parole, eppure non vennero: per fortuna che era prete, e che la carità cristiana ebbe il sopravvento.
Non per questo, però, sono diventato un “italiano di merda.”

Ma i ricordi vanno all’indietro, ad una sera di tanti anni fa, quando un amico allevatore venne a trovarmi portandosi appresso il suo “aiutante”: la luce delle scale era spenta e, l’aiutante, era così nero che quasi non lo vidi.
Ci sedemmo e, soprappensiero, versai del whisky in tre bicchieri: all’ultimo momento mi ricordai, imbarazzato, che l’ospite poteva essere musulmano.
Fu lui stesso, in un italiano stentato, a togliermi dall’imbarazzo: «Sì, musulmano, però…» e scosse il capo sorridendo.
Se l’italiano era approssimativo, il nostro guardiano e mungitore di capre parlava correntemente inglese e francese: quando dico “correntemente” intendo sostenere che non riuscivamo a stargli dietro.
Già, perché oltre alle lingue aveva anche una laurea in Economia.
Come mai, allora, l’emigrazione?

Colpa del Presidente Carter.
La sua famiglia – spiegò – possedeva un’azienda agricola dove producevano arachidi. Subito la mente s’ingombra d’immagini, dove schiene nere e sudare zappano una terra arida e polverosa, accompagnando la fatica con antiche cantilene tribali.
E’ lui stesso a spazzare la mia mente: «Avevamo due trattori, un Fiat ed un Renault, e le cose andavano bene. Io e mia sorella aiutavamo nei lavori di campagna, ma entrambi abbiamo studiato fino alla laurea.»
E poi? Dopo?
Dopo arriva Carter, che è un coltivatore estensivo d’arachidi, ed iniziano complessi “accordi” con il suo Paese: difficile capire i termini della questione, un po’ per la lingua, ma soprattutto perché lui è un economista e spiega con dovizia l’argomento, usando termini tecnici che noi non conosciamo.
In buona sostanza – riusciamo a capire – il prezzo delle arachidi comincia a dimezzarsi ogni anno, per più anni: non c’è bisogno di chiedere altro per comprendere.
Giunge così a Genova – all’epoca non era necessario usare i barconi – sbarca da un mercantile e cerca lavoro: il primo ricordo che ha dell’Italia – ricorda – furono un paio di banane che acquistò in un negozio. Non conosceva ancora il valore del denaro italiano, ma dal resto che gli diedero comprese che erano costate parecchio: lui, le raccoglieva in giardino.

Qualcuno dirà che esistono anche i delinquenti: certo che esistono. Io stesso me ne ritrovai due quasi “precipitati” in casa: s’erano arrampicati lungo le tubazioni esterne del metano. Fui fortunato e loro sfortunati, giacché una sciabola a pochi centimetri dalla gola convince, mentre prendere la via della fuga costò ad uno dei due una caviglia rotta. Mi fecero quasi pena, nel vederli arrancare lungo la viuzza mentre fuggivano, con quello con la caviglia rotta che gemeva e l’altro che cercava di scrollarselo per scappar via veloce: dalla parlata, mi sembrarono albanesi. Ma l’amichetto dei giochi di mio figlio, ai giardinetti, era il figlio di un muratore albanese e mia moglie discorreva con la madre delle solite cose, che tutte le madri hanno da meditare con altre madri.

Viene allora da dire che è in pericolo la nostra cultura, la nostra religione, il nostro “essere” italiani: vorrei ricordare che nessuna cultura, non timorosa di se stessa, ha mai avuto problemi di confronto. Ne siano esempi l’India inglese, dalla quale gli indiani si liberarono, cercando però di mantenere “l’impianto” amministrativo, scolastico ed organizzativo inglese. Oppure la tradizionale emigrazione curda e turca in Germania.

Mustafà era proprio un “vu cumprà” nel senso stretto del termine: girava mercati, strade e case per vendere le solite cose: calze, magliette…
Ogni tanto passava da casa nostra: suonava e proponeva la merce. Talvolta compravamo qualcosa, altre volte no: quasi sempre si beveva un caffè assieme.
Un giorno giunse e, già sulle scale, si lamentava del Ramadan: è dura, però bisogna farlo…
Come un perfetto ignorante, lo invitai a prendere il solito caffè, alle solite quattro chiacchiere: solo dopo ricordai che non poteva prender cibo né bevande durante il giorno.
Notai che era un po’ sulle spine, ma non ci feci troppo caso: in realtà, Mustafà era combattuto fra due precetti, ossia rompere l’impegno religioso oppure offendere l’ospite. Ritenne, evidentemente, che offendere l’ospite sarebbe stato più grave e confidò nella comprensione di Allah. Si sa: gli Dei sono omnicomprensivi, e dunque possono anche sorvolare su un caffè “corsaro”.

Oggi, un’indagine rivela che il 45% dei ragazzi italiani non si fida degli stranieri, oppure li odia. Per conforto, un buon 40% non prova questi sentimenti.
Mi chiedo se questi ragazzi abbiano mai provato ad ascoltare i loro vicini di banco, di scuola, di bar, di piazza.
Ho avuto il privilegio di poterlo fare, di riuscire nel convincerli a farlo.

Quando, anni or sono, nella nostra scuola apparve qualche indizio di razzismo – per carità, semplici risatine di sufficienza, sussurri fra “italiani doc”, marginali tentativi d’emarginazione – in accordo con il Preside decidemmo un’iniziativa “giornalistica”.
Con la redazione del giornalino scolastico e della radio d’Istituto, organizzammo una serie d’interviste: i ragazzi italiani intervistarono i loro coetanei d’altre nazionalità sulla loro terra, il loro passato, le loro esperienze. Dopo, ovviamente, aver ricevuto l’assenso dai ragazzi stranieri all’intervista.
Io non feci altro che organizzare le interviste: tempi, modi, formati audio, ecc. Poi, li lasciai “sbattere”.

Dopo qualche giorno, uno degli intervistatori mi fermò in corridoio e mi condusse sulla scala antincendio – il luogo dove ogni proibizionismo scolastico cede – e solo allora m’accorsi che aveva gli occhi lucidi.
«Prof, ho l’intervista ad Erika, ce l’ho qui nella chiavetta,,,»
«Bene, poi la ascoltiamo e…»
«No, prof, questo lo so, nessun problema…solo che…»
«Che cosa?»
«Solo che…ho dovuto farmi forza per non piangere mentre la intervistavo, ci sono riuscito, però…»
«Però?»
Sbottò: «Ma come si fa a rimanere indifferenti, quando senti raccontare della fame, delle giornate trascorse a cercare semi di girasole per mangiare…e poi gli scafisti, un bambino…non ho capito bene se morì durante la traversata, poi vedremo se si riuscirà a capire meglio riascoltando…e la madre che non voleva che lo gettassero in mare…» scoppiò a piangere.
Volle continuare «Come si può pensare che sia la stessa Erika con la quale andiamo in discoteca: nascosta per giorni in un uliveto nelle campagne del Salento, che si nasconde e striscia per raggiungere un vagone, poi sale sperando che la polizia non trovi lei e la famiglia… ma come si fa, come può succedere…»

Non ho nessuna difficoltà ad ammettere che esistano situazioni ben diverse, nelle quali è difficile comunicare: io stesso, mi trovai nella condizione di far scivolare la conversazione sulla lama di una sciabola.
Però, ascoltiamo poco, quasi niente.
Allora, mi sovviene un dubbio: forse che il nostro “non conversare” sia dovuto più al non avere niente, o poco, da raccontare?
Cosa possiamo raccontare a questa gente che è fuggita da tragedie inenarrabili, quale aspetto della nostra magnificata cultura li può attrarre?
Ci sono le bellezze dell’Arte, ma non illudiamoci: sono bellezze d’altri italiani, d’altra gente, d’altri cieli. Non insozziamo il loro ricordo con gli umori delle nostre fauci.
Cosa possiamo raccontare, oggi, di noi?

Vogliamo narrare come una combriccola di schifosi lenoni e prostitute s’è accaparrata milioni – forse miliardi – di euro per dividerseli, nel nome di una poco giustificata “urgenza” negli appalti?
Che tutto deve passare nel dimenticatoio della normalità, benedetto dagli aedi di regime, dai Minzolini ai Vespa? E’ questo che possiamo narrare? Oppure lasceremo difendere la nostra “cultura” ai Borghezio? Ed alla, di loro, fallace e defunta cassandra?

E la grande Europa, quella che nei suoi documenti costitutivi desiderava andar oltre la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che fa? Non riconosce un titolo di studio ucraino soltanto perché conseguito fuori dai sacri confini? Lo nega per fare in modo che un violoncellista sia costretto a spazzare una falegnameria?

Allora, si giunge a pensare: aspettate pure trepidanti i vostri furgoni, che portano la vostra vodka ed il vostro formaggio – tanto, nessuna ragazza italiana andrà a pulire il sedere ai vecchietti – ma rimanete non-integrati, salvaguardate le vostre culture perché, al confronto della nostra, sono sacre.

Giovanni Paolo II ebbe a dire che l’Italia era ormai “terra di missione”: inizio a credere che avesse ragione.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/02/le-badanti.html
18.02.2010

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

Pubblicato da Davide

  • dana74

    chissà che con tutta questa disoccupazione dilagante i figli abbiano il tempo di occuparsi degli anziani loro e le badanti di occuparsi dei loro famigliari COME E’ SEMPRE STATO prima dell’industrialismo.
    Beh però addio profitti per molti.
    A meno che si pensa di fare atto di carità a strappare persone alla loro terra e familiari per servire i nostri.
    La patente del buonismo.

  • TitusI

    Bertani, leggerla è sempre piacevole, e soprattutto utile, utile per il ristoro dell’anima, e poi pezzi come questo, sono utile e coraggiosi tanto vanno contro il comune sentire…
    Grazie.

  • TitusI

    Bertani, leggerla è sempre piacevole, e soprattutto utile, utile per il ristoro dell’anima, e poi pezzi come questo, sono utile e coraggiosi tanto vanno contro il comune sentire…
    Grazie.

  • Tonguessy

    “Cosa possiamo raccontare, oggi, di noi?”
    Come siamo, come ci siamo ridotti e perchè. Più o meno come fai tu nei tuoi scritti che leggo sempre volentieri.

  • Rossa_primavera

    Egregio signor Bertani se il 45 per cento dei ragazzi italiani non si fida degli stranieri cio’ non e’ dovuto solo al pregiudzio:gli stranieri,che in italia si stima siano circa l’otto per cento della popolazione,commettono circa il 40 per cento dei reati e costituiscono quasi la meta’ della popolazione carceraria.Di fronte a cifre cosi’ eloquenti,siamo ormai vicini alla soglia in cui quel meno del dieci per cento di popolazione commette la meta’ dei reati in assoluto,non ci si puo’ piu’ nascondere dietro discorsi pseudo buonisti di tolleranza,integrazione,accoglienza,e’
    ora forse di prendere qualche provvedimento che ne’ i governi di sinistra ne’ quelli di destra hanno saputo adottare fino ad oggi per cercare di trasformare quella che e’ un’invasione dannosa per tutti in un flusso migratorio regolamentato che gioverebbe in primis ai migranti onesti e volonterosi e in seconda battuta alla nazione italia la cui economia dei migranti ha bisogno.In Italia purtroppo stanno arrivando dall’estero molti malviventi attratti,come uno di loro stessi ha candidamente ammesso ad un inviato di rai 3 poco tempo fa,dalla assoluta non certezza della pena che e’ una dele poche certezze del diritto italiano:e’ di oggi la notizia ad esempio che quel tale che senza patente e sotto l’effetto di stupefacenti ha trucidato due fidanzati ventenni e’ stato condannato a 5 anni di prigione con sentenza definitiva,il che vuol dire che con buona condotta ne fara’ forse due.
    Meno di due anni per aver reciso colpevolmente due vite nel pieno del loro sbocciare,lo capisce anche un bambino che e’ una palese ingiustizia giuridica e morale.La pene serve e redimere,e’ vero,ma non puo’ per questo diventare irrisoria o inesistente.La giustizia e’ purtroppo molto male amministrata in italia e non e’ questione di presunti complotti di toghe rosse o nere,e’ amministrata male per incapacita’ e perche’ ingabbiata da leggi vetuste e obsolete,come buona parte della costituzione.Non dobbiamo solo cambiare classe politica,ma anche leggi e magistrati ormai inadeguati alle necessita’ del popolo italiano.

  • vic

    Se ben ricordo, nei paesi occidentali circa l’1 per mille della popolazione e’ in carcere.

    Possiamo considerarlo il grado di delinquenza fisiologico dei nostri paesi. Va pur detto che c’e un estremo virtuoso: solo qualche decennio fa’ l’Islanda non conosceva praticamente delinquenza. D’altro canto abbiamo gli USA dove la percentuale di popolazione in carcere s’aggira sull’1%. Il che la dice lunga sul grado di violenza in quel paese: grosso modo 10 volte di piu’ che in Europa.

    Ogni nazione ha un suo modo di integrare gli immigrati. L’Italia certamente non brilla particolarmente, anche per il fatto che e’ confrontata con un’immigrazione relativamente contenuta, se paragonata a quella di altri paesi Europei.

    E’ sicuramente difficile stabilire dove collocare la soglia sotto la quale l’integrazione funziona. Sta di fatto che una soglia esiste, pena la disintegrazione culturale di un paese o regione.

    La storia del Kosovo insegna in modo lampante cosa succede quando la popolazione residente viene messa in forte minoranza. Non e’ un mistero per nessuno che ad esempio le comunita’ islamiche usino la bomba demografica come tattica d’insediamento. Cosi’ dopo pochi decenni chi comanda sono i nuovi arrivati. I quali non e’ detto che si integrino necessariamente in modo ideale. In Kosovo hanno infatti instaurato (dopo la notoria guerra voluta dalla NATO) un obbrobrio di sistema (chiamarlo stato sembra prematuro, come minimo) che non si sa bene come definire. Un mix micidiale di gestione mafiosa e razzista, la cui economia campa coi proventi degli emigrati e del commercio di droga. Uno “stato” in cui nemmeno il censo e’ sicuro. Dove tutto e’ parvenza e quasi nulla sostanza. Questo alla faccia dei pii desideri dell’UE. Detto altrimenti: a dimostrazione di che disastro ipocrita sia l’UE. Perche’ il Kosovo e’ lo specchio dell’UE. E’ il banco di prova dell’UE.

    L’Italia farebbe bene a chiedersi dove vuole porre la propria asticella dell’integrazione. La capacirta’ d’integrazione va di pari passo con la cultura che un paese e’ in grado di esprimere ed anche di esportare. Non mi sembra che l’Italia faccia molti sforzi. Prendiamo i media: cosa esporta l’italia di notevole o d’invidiabile? Si chieda a chi gestisce una qualunque associazione culturale italiana all’estero per rendersi conto di quanto l’appoggio di Roma sia sostanzialmente solo a parole.

    Se a cio’ si aggiunge poi una classe politica che sembra piu’ incline a gettarsi prona davanti ad un capo di stato illuminato come Gheddafi, e’ tutto dire. Non c’e’ da meravigliarsi se poi l’Italia si libizzera’, l’hanno voluto i suoi illuminati politici, che s’illudono di essere i piu’ furbi di tutti. La furbizia dell’imbecille.

    In realta’ per questa loro “furbizia” fanno solo una gran pieta’.
    Costoro diverranno alti funzionari dell’UE? Povera UE!

    Soprattutto povera, povera Italia!

  • backtime

    Che piacere che è leggere i suoi scritti Prof. Bertani! Lei sa cogliere le minuzie che altri sbolognano non ritenendole importanti, quando invece lo sono. Non si interrompa mai, per me i sui scritti sono appunti per l’anima. Grazie di esistere.

  • cloroalclero

    Caro Bertani, la tua capacità di cogliere la poesia e la bruttura nei chiaroscuri delle tue giornate e dei tuoi pensieri è immensa. Davvero i tuoi scritti sono cibo per l’anima. Grazie

  • AlbertoConti

    Il meglio dell’uomo, o forse il vero dell’uomo, emerge dalle difficoltà, dalle sofferenze, dalla povertà quando non diventa miseria degradante. Dopo la guerra si diceva “italiani brava gente”. In poco più di mezzo secolo è cambiato il mondo, è vero, ma non si può ignorare l’evidenza, la relazione inversa tra benessere materiale e degrado spirituale. Possiamo sperare che non sia una legge naturale, quanto piuttosto il prodotto delle sperequazioni nel mondo? Questi anelli di congiunzione viventi con le possibili dimensioni autentiche dell’uomo sono certo preziosi per sperare in una superiore ricostruzione spirituale, sulle macerie del presente, assai diverse e assai più drammatiche di quelle prodotte dai bombardamenti “alleati”.

  • korsaro

    siccome non possiamo spedire come pacchi postali gli anziani i disabili in Cina che costerebbero meno per accudirli si fa venir qui le schiave legalizzate badanti o.s.a ed o.s.s sono a casa senza lavoro e se lo hanno sono mal pagati sfruttati ….

    (pulitore di culi italiano)

  • albertgast

    Mi spiace, ma la realtà è spesso molto differente. Non è che i figli, spesso figli unici, non vogliano più occuparsi dei loro genitori, è che proprio non ce la fanno. Un genitore che ha bisogno di aiuto è spesso molto anziano, il che presume che anche il figlio lo sia. Non sempre il figlio ha la possibilità e soprattutto la salute per occuparsi di un anziano, soprattutto se quest’ultimo non è autosufficiente. Per di più le pensioni dei nostri nonni sono ridicole e non bastano a pagare qualcuno che li aiuti. Aggiungiamoci che sotto questo governo le trattenute sulle pensioni minime sono triplicate (ho appena controllato quella della bisnonna di famiglia), e poi? Dovremmo ringraziarle quelle ragazze che lasciano il loro paese per venire a darci una mano e, piuttosto, mettiamole in regola affinchè anche loro paghino le tasse come tutti gli altri. Italiani che vogliono fare quel lavoro non ce ne sono. Esperienza personale.

  • Eli

    La penso come la scritta della foto:” Immigrati, per favore , non lasciatemi sola con gli italiani”. Non è vero che le ragazze italiane non vogliono fare le badanti. C’è una badante sarda, una certa Elisabetta Canalis, che assiste un anziano signore americano di nome George Clooney!

  • cloroalclero

    Eli: allora ti dico che non è vero che le italiane non vogliono piu fare certi lavori: pure io farei la badante all’anziano signore americano da te menzionato 😀

  • Eli

    Anche se fosse gay come affermano alcuni, fra cui amici suoi come Brad Pitt?

  • Nellibus1985

    Che bell’articolo. Carlo Bertani regala sempre autentici tesori a chi sa apprezzare questa rarissima merce.