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LAVORATORI SENZA STATUS IN FRANCIA EMERGONO COME FORZA SOCIALE

DI KAREN WIRSIG
globalresearch.ca

Verso il tardo pomeriggio del 27 maggio scorso, una manifestazione di massa ha marciato fino alla Piazza della Bastiglia a Parigi. La marcia di per sé ha rappresentato quello che ora può considerarsi il peggior momento delle mobilitazioni sindacali nazionali nella sfida al tentativo di indebolire il sistema previdenziale francese e ad altre risposte alla crisi economica mondiale di natura reazionaria da parte del governo di Nicholas Sarkozy. Ma nonostante la pioggia, nonostante i preoccupanti segni di affaticamento del movimento e di apatia dei francesi, un gruppo di lavoratori si è dato da fare rendendo questa una giornata difficile da dimenticare per il movimento operaio francese.

Centinaia di lavoratori in sciopero e senza status, conosciuti come travailleurs sans papiers, ha iniziato a occupare la scalinata del teatro dell’opera della Bastiglia in quella che stava per diventare un momento cruciale del loro sorprendente sciopero.

A seguito, “IL COLLASSO DELLA SICUREZZA SOCIALE: I LAVORATORI FRANCESI AFFRONTANO IL PROGRAMMA POLITICO NEOLIBERISTA”, (Diana Johnstone, globalresearch.ca);


Lo sciopero era iniziato il 12 ottobre del 2009, un anno fa, una mattina dopo un concitato raduno e una riunione per i preparativi tenuta nella sede generale del più grande sindacato francese, la Confédération Générale du Travail (CGT), nella parte orientale del centro di Parigi. Centinaia di lavoratori, uomini e donne provenienti da diverse parti del mondo residenti in Francia in condizioni estremamente disagiate, hanno messo in atto picchetti presso le agenzie interinali, compagnie edili, aziende di pulizie e ristoranti. In tutto, circa 6,700 lavoratori sono usciti dall’ombra e hanno ridato energia ai movimenti sociali di sinistra francesi, e con la loro presenza hanno confermato ciò che tutti sapevano ma che pochi erano disposti ad ammettere: quante aziende fanno affidamento, traendone profitto, su lavoratori senza diritti sociali, in maniera diretta o indiretta, in subappalto. Tra queste ci sono l’azienda edile ben conosciuta internazionalmente Bouygues e altri costruttori, catene di ristoranti ben conosciuti e anche l’autorità del trasporto pubblico di Parigi, il RATP.

La creazione di una forza lavoro penitenziaria

Lo sciopero ha rappresentato uno cambiamento dagli scioperi della fame individuali e di gruppo e occupazioni di chiese caratteristici degli anni ’80 e ’90, quando la gente senza status in Francia veniva ancora indicata come ‘clandestina’.
Quelle campagne spesso intendevano combattere le deportazioni e il rifiuto dello status di rifugiati. Coinvolgevano associazioni e gruppi comunitari, non i sindacati. E la realtà degli immigrati come lavoratori di solito non veniva evocata.

La Francia è la seconda nazione di immigrati al mondo, dopo gli Stati Uniti. Per oltre un secolo, i lavoratori immigrati – spesso provenienti da colonie francesi e dall’Europa orientale e meridionale – arrivarono per costruire il paese. Molti ottennero lo status attraverso il loro impiego e rimasero in Francia. Nel 1970, il capo della Bouygues ammise in un’intervista per il documentario Etranges étrangers che lui poteva pagare i lavoratori immigrati il 30% meno di quelli francesi. Il film, realizzato da produttori della televisione pubblica che erano stati licenziati all’inizio di uno sciopero aspro, con il supporto della CGT, destò consapevolezza nei cittadini francesi sulle spaventose condizioni di vita e lavorative degli immigrati nella Francia di quel tempo. Il film fu visto da molti, nonostante la Bouygues ne avesse bloccato la trasmissione in TV a causa dell’intervista incriminante.

Nel 1972, lo stato francese rese improvvisamente più difficile per i lavoratori la possibilità di ottenere il diritto a rimanere nel paese dove lavoravano. L’antropologo Alain Morice evidenzia come le prime misure per limitale l’immigrazione legale dei lavoratori ebbero luogo prima della crisi petrolifera e successivamente economica; Morice sostiene che le misure riflettevano sia la xenofobia del governo di quel tempo e, più concretamente, un desiderio di bloccare i lavoratori immigrati nord africani che – all’inizio della ribellione del 1968 di studenti e lavoratori, francesi e immigrati, per tutta la Francia – erano diventati attivi nelle battaglie per migliori condizioni abitative, contro il razzismo e per la giustizia in Palestina. Come sempre, essi si iscrivevano ai sindacati. Ad alcuni degli attivisti venne negato il rinnovamento del visto e così nacque l’espressione ‘sans papiers’. (Morice, Alain, “Le movement des sans-papiers ou la difficile mobilization collective des individualismes,” in Histoire politique des immigrations (post)coloniales, France 1920-2008, Boubeker and Hajjat eds, Editions Amsterdam, 2008).

Nel 1973, 20,000 lavoratori nord africani senza status proclamò uno sciopero generale per opporsi agli omicidi di stampo razzista. Lo sciopero fu represso ma il movimento che continuava alla fine potè garantire nel 1975 lo status per tutti i lavoratori coinvolti nello sciopero. (Désobéir avec les sans-papiers, Le passager clandestine, 2009)

Intanto, nel 1974, il governo diffuse una circolare che apertamente negava il diritto all’immigrazione permanente in base all’impiego. Come indica Morice, il provvedimento creò una classe permanente di gente senza status che tuttora sussiste in Francia, gente che arriva nel paese attraverso canali formali e non, per svolgere lavori sempre sottopagati e a volte pericolosi; lavori che, anche in tempi di crisi, non mancano mai.

Numerose campagne e movimenti per il riconoscimento pubblico e per lo status hanno portato alla regolarizzazione di migliaia di persone in Francia fino al 2008 e al cambiamento dell’opinione pubblica, sempre più in loro favore. Ma le vittorie ottenute si limitavano a quelli i cui dettagli rientravano nei termini della campagna, senza mai estendere il principio dei diritti agli immigrati di tutte le razze di vivere per sempre in Francia. E il sistema non ha mai smesso di creare gente senza status.

Nel 2006, un gruppo di lavoratori delle lavanderie ad Essonne, un sobborgo a sud di Parigi, proclamarono uno sciopero per garantire lo status a 22 di loro. “Fino ad allora, i collettivi (di sans-papiers) avevano occupato piazze e chiese” ha detto recentemente al quotidiano L’Humanité Raymond Chauveau, segretario generale della CGT locale, che sarebbe diventato un elemento chiave negli scioperi successivi. “È la prima volta che lavoratori senza status e i loro colleghi hanno fatto uno sciopero per richiedere le regolarizzazioni.”

Lo sciopero ebbe successo ma, così come per quelli precedenti, apportò benefici solo per chi ne prese parte senza alcun guadagno strutturale per i lavoratori senza status.

Un cambio nella legislazione del lavoro nel 2007 ha aperto di nuovo la possibilità di ottenere lo status attraverso il lavoro, anche se ha minacciato di multare i datori di lavoro che assumono lavoratori senza status. La nuova legge, tuttavia, è venuta dopo l’ulteriore chiusura dei confini francesi ed europei in quella che, secondo gli attivisti e immigrati, è diventata la Fortezza Europa. È diventato praticamente impossibile per i lavoratori del sud globale guadagnare accesso legale alla Francia; e quelli che sono già nel paese senza status non lasciano il paese per paura di non poter tornare mai più. La nuova legge avrebbe dovuto rendere più facile l’ottenimento dei loro documenti per gli immigrati intrappolati, ma le prefetture – delegati locali dello stato incaricati tra le altre cose di assegnare i visti dei residenti delle loro giurisdizioni – non sono coerenti e applicano la legge in modo arbitrario. Inoltre, i datori di lavoro sono riluttanti a compilare i documenti per lavorare e a pagare le tasse per ottenere i visti, per non parlare del maggiore salario e delle condizioni lavorative che un lavoratore con status e con l’appoggio del sindacato potrebbe reclamare.

Lavoratori senza status si rivolgono al Movimento operaio

Nel 2007, altri lavoratori senza status hanno deciso di scioperare e sono andati alla CGT di Raymond Chauveau per chiedere aiuto. Il 15 aprile del 2008, in ciò che è conosciuta come la prima ondata, qualche migliaio di lavoratori ha scioperato per costringere i datori di lavoro e le prefetture a seguire la legge e dar loro lo status. Dopo un paio di mesi, 3,000 lavoratori hanno ottenuto lo status. Nel frattempo, il Collectif de sans papiers a Parigi, rinfacciando alla CGT di aver usurpato il movimento ed escluso alcuni lavoratori dalla protesta – quelli che lavorano in nero, badanti e lavoratori isolati – occupava l’ufficio del sindacato a Parigi. Questo gruppo sarebbe stato sfrattato 13 mesi dopo dagli addetti alla sicurezza del sindacato. Inoltre, nello stesso periodo, alcuni prefetti intorno a Parigi hanno iniziato a visitare i datori di lavoro e a minacciarli di multe, col risultato che molti lavoratori senza status sono stati licenziati. Il movimento sembrava andare a pezzi.

Senonché i lavoratori senza status non si sono arresi. Un numero crescente di loro stava uscendo allo scoperto per rivendicare i propri diritti e, nonostante la controversia con la CGT, sembravano desiderosi di allearsi con qualunque organizzazione fosse disponibile ad aiutarli. Undici organizzazioni, CGT e altri 4 sindacati inclusi, decidevano allora di spingere per ottenere una soluzione strutturale all’approccio arbitrario delle prefetture e all’incapacità dei datori di lavoro. Era finito il tempo dell’approccio ‘caso per caso’.

Il primo ottobre del 2009, le organizzazioni spedivano una lettera al primo ministro chiedendo una nuova circolare per interpretare la legge del lavoro che potesse una volta per tutte definire un percorso chiaro per lo status di tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro provenienza e dalla tipologia di lavoro che svolgevano, secondo criteri chiari da utilizzare in tutto il paese. Senza ottenere alcuna risposta nell’immediato, una seconda ondata di scioperi veniva proclamata il 12 ottobre e questa volta includeva badanti e lavoratori in nero e quindi ha accolto un numero significativo di donne. Loro scioperavano sotto lo slogan della prima ondata: “ Viviamo qui, lavoriamo qui, rimaniamo qui”.

A novembre, dopo vari incontri con i rappresentanti delle 11 organizzazioni, il governo rispose con una nuova circolare che era probabilmente ideata per dividere il movimento escludendo esplicitamente badanti e lavoratori in nero, oltre a quelli tunisini e algerini (adducendo il pretesto di accordi bilaterali in materia lavorativa). Gli scioperanti condannarono la nuova circolare scegliendo di proseguire con lo sciopero durante un rigido inverno. Anche per quelli con poco da perdere, i sacrifici erano tanti e anche a livello transnazionale: quelli tornati a casa avevano perso le rimesse mentre molti scioperanti perdevano le loro case e la loro eventuale indipendenza finanziaria. Verso la fine di un freddo e umido mese di maggio, qualcosa venne concesso ma non da parte del governo, nonostante la speranza suscitata dalla sua dolorosa sconfitta alle elezioni regionali di fine marzo.

C’erano state dozzine di picchetti durante lo sciopero, la maggioranza di essi al confine del centro di Parigi e nei sobborghi intorno. Alcuni di essi, spesso occupazioni di luoghi di lavoro o agenzie interninali, erano stati smantellati violentemente dalla polizia, incluso quelli degli edifici lavorativi importanti e simbolici nel sempre crescente La Défense, il centro finanziario completo di torri bancarie, catene di negozi internazionali e condomini situati nella zona ovest del centro della città. Verso maggio, era scontato per la gente della regione di Parigi, per non parlare del resto del paese, dimenticare lo sciopero.

Con la partecipazione all’occupazione della scalinata del teatro dell’Opera di Bastiglia, lo sciopero riappariva nei titoli dei giornali nazionali. Inoltre, dopo tanti mesi al freddo dei picchetti, gli scioperanti potevano contare e rivendicare i loro numeri e la presenza collettiva, questa volta in un luogo altamente simbolico della città. L’enorme striscione che riportava ‘noi viviamo qui, lavoriamo qui, rimaniamo qui” mai è sembrato così appropriato. La Bastiglia era la sede del castello e del carcere fino alla Rivoluzione francese, quando un gruppo di ‘rivoltosi’ – i rivoluzionari parigini – andarono a prendersi le armi lì custodite. Era il 14 luglio 1789. Tre settimane dopo, il 4 agosto, la decima sarebbe stata abolita, così come i diritti feudali. Un numero di controrivoluzionari avrebbero perso le proprie teste su quella piazza prima che la ghigliottina venisse spostata in quella che ora è conosciuta come Place de la Nation. E il monumento dorato posto a guardia sugli scioperanti che occupano la Bastiglia rende onore alla rivoluzione del 1830, quando il penultimo monarca francese, Carlo I, scappò in Inghilterra.

Gli scioperanti entrano nella storia repubblicana e revoluzionaria della Francia

Gli scioperanti, molti dei quali sono nati nelle precedenti colonie francesi del nord Africa e dell’Africa sub-sahariana, hanno letteralmente reclamato un posto per se stessi nella storia repubblicana e rivoluzionaria francese e nel farlo, hanno catturato l’attenzione e la simpatia di chi fino ad allora non si era accorto della loro lotta. La stessa occupazione è servita a motivare il ministero del lavoro ad accettare un incontro con le 11 organizzazioni in loro appoggio.

La mattina presto dell’ottavo giorno di occupazione, prima che potesse avvenire l’incontro con il ministro del lavoro e mentre le organizzazioni facevano pressione perché partecipase anche il riluttante ministro dell’emigrazione, la scalinata del teatro dell’Opera viene evacuata con la forza da polizia con manganelli e spray al pepe. Circa 33 scioperanti e simpatizzanti sono stati arrestati e portati in carcere e altri picchiati e colpiti con spray. Verso la fine della mattinata, centinaia di scioperanti e simpatizzanti si sono riuniti all’inizio della scalinata, di fronte a un blocco di polizia antisommossa ben equipaggiata, decidendo di non lasciare la Bastiglia. La rabbia degli scioperanti, che avevano condotto un movimento non violento per i propri diritti, non potendo lasciare nemmeno per un minuto il posto per paura di essere presi, detenuti e infine deportati, era evidente. C’era sicuramente paura, soprattutto per i compagni arrestati, ma anche un senso di stanchezza, da parte della gente, di temere costantemente di non riuscire a fermare le azioni che avrebbero ucciso il loro movimento. “Siamo esseri umani, non cani”, gridavano alcuni verso la linea della polizia prima di venire calmati da altri per evitare di provocare un altro attacco.

Da quel che si è visto in seguito, la tessera del sindacato degli scioperanti è servita in questo caso per farli uscire dalla galera. Tutti i detenuti, anche quelli accusati di resistere all’arresto, venivano rilasciati lo stesso giorno e, alcuni dopo una visita in ospedale, sono tornati ai picchetti e ad occupare la Bastiglia. L’attacco della polizia non ha portato nessuna simpatia della stampa per il governo. Poco dopo, anche il riluttante ministro dell’immigrazione accettava di incontrare le 11 organizzazioni.

L’occupazione continuava per altre due settimane nella piazza di fronte al teatro dell’Opera. Dopo due incontri coi ministri, a nessuno dei quali aveva partecipato un rappresentante degli scioperanti, le 11 organizzazioni venivano fuori con un accordo ritenuto sufficiente per liberare la Bastiglia. Era la sera del venerdì 18 giugno e gli scioperanti in tripudio pulivano la piazza per poi tornare ai picchetti in attesa della definizione dei dettagli.

L’accordo di per sè non era una panacea. Portava un nuovo ‘addendum’ alla circolare di novembre (che non ha il peso della circolare che le organizzazioni volevano, ma chiarisce come le prefetture debbano interpretare la legge). Includeva molti dei punti richiesti dagli scioperanti in termini di un processo chiaro e coerente. Stabiliva anche un precedente permettendo a badanti, molti dei quali donne che lavorano in nero per datori di lavoro individuali, di acquistare status anche senza avere un contratto regolare. L’accordo permetteva anche a tutti gli scioperanti che lavoravano in nero in altri settori di ottenere lo status.

Tuttavia, all’ultimo minuto, il governo ha messo sul tavolo il requisito della residenza: nessuno poteva ottenere lo status a meno di provare di essere stato in Francia per 5 anni. È come se i datori di lavoro, alcuni dei quali hanno aderito alla richiesta dei sindacati di un sistema più semplice e chiaro, si fossero presi la loro rivincita: la clausola dei 5 anni garantisce di fatto un continuo flusso di lavoratori senza status in attesa di quel magico traguardo dei 5 anni. Le organizzazioni hanno accettato l’odiosa condizione invece di proseguire lo sciopero di 8 mesi.

Nonostante l’accordo, i picchetti sono rimasti mentre gli scioperanti preparavano le richieste per la notoriamente difficile burocrazia francese. E mentre l’accordo veniva firmato dai ministri del lavoro e dell’immigrazione, le prefetture locali che avrebbero dovuto implementarlo scelsero delibertamente di bloccare i picchetti. L’Humanité lo ha chiamato “un blocco amministrativo deliberato e ideologico”. Un anno dopo l’inizio dello sciopero, solo 58 scioperanti avevano ricevuto i documenti. Molti stanno ancora facendo i picchetti e la settimana scorsa hanno iniziato a occupare il museo dell’immigrazione nella zona orientale di Parigi.
Mentre c’è ancora timore che il movimento si vaporizzi prima dell’ottenimento dei documenti da parte degli scioperanti e del rafforzamento dei nuovi cambi strutturali di cui si era parlato nell’accordo con i ministri, c’è ancora un elevato tasso di mobilitazione tra lavoratori senza status e una connessione continua tra loro e i movimenti sociali che, al momento, stanno cercando di bloccare il paese per fermare Sarkozy e la riforma delle pensioni.

Il coinvolgimento della CGT è stato causa di critiche della sinistra francese. Il sindacato è stato accusato di impossessarsi del movimento, di strumentalizzare i lavoratori senza documenti che facevano lo sciopero per obiettivi propri (presumibilmente per la propra immagine pubblica e reclutamento), di aver limitato la richiesta di documenti solo per l’impiego e di aver mancato il raggiungimento di un migliore accordo dopo uno sciopero così lungo. Il sospetto di paternalismo c’è e non è diradato dalla mancata convocazione di rappresentanti tra gli scioperanti al momento della negoziazione tra il governo e le 11 organizzazioni.

Attivisti temprati dallo sciopero indispensabili nella lotta alla controrivoluzione di Sarkó

Allo stesso tempo, la partecipazione della CGT e di altri sindacati nella lotta per ottenere lo status presenta alcuni fattori potenziali per l’immediato futuro. Dopotutto, l’ingiustizia non finisce quando una persona ottiene i documenti. Lo sciopero è stato combattuto durante una crisi economica e con gli attacchi alla sicurezza sociale, con l’attivazione del governo, supportato dai media conservatori e intellettuali pubblici, per lasciar fuori certi gruppi etnici in base al tendenzioso progetto di “identità nazionale” (donne che indossano il niqab, le deportazioni dei Rom e la cacciata di massa dei ‘viaggiatori’ (gens de voyage), dei giovani che vivono nelle banlieue , di alcuni giocatori della nazionale di calcio francese, per citare solo alcuni esempi). I lavoratori immigrati in Francia continueranno a subire discriminazioni sul posto di lavoro, a scuola e nelle strade, continueranno ad avere difficoltà per garantirsi case decenti e accessibili, ad attrarre l’attenzione della polizia in base alla pratica di racial profiling e rischiano di essere esclusi. Le donne continueranno ad affrontare altra violenza di genere e disparità salariale. Essendo lavoratori in Francia, i sans papiers che scioperano non potranno evitare il misero connubio di colonialismo, razzismo, sfruttamento capitalista e patriarcato. Le continue iscrizioni ai sindacati dei centinaia di attivisti di colore temprati dallo sciopero costituiscono un’opportunità per questi uomini e donne e per i sindacati stessi, di costruire una solidarietà generata attraverso la lotta alla giustizia in tutti gli aspetti della loro vita quotidiana, magari con la solidarietà dei vicini per i quali il lavoro non è più un aspetto costitutivo delle loro vite.

Nell’assemblea seguita allo sgombero della Bastiglia, Raymond Chauveau della CGT ha implorato gli scioperanti di rimanere coinvolti con il sindacato e di portare la loro esperienza, le loro conoscenze ed energie così necessarie per il movimento. Questo atteggiamento contrasta con quello di associazioni come Réseau éducation sans frontières (RESF), che è costituita essenzialmente da cittadini nati francesi che si mobilitano per salvare le famiglie che hanno bambini nelle scuole dalla deportazione. Lo studio del movimento di Lilian Mathieu, movimento che ha avuto un gran successo nel destare l’attenzione del pubblico sulla situazione di chi non ha status e sulla crudeltà delle deportazioni e che ha fermato circa 25,000 deportazioni annuali, identifica la linea di divisione tra i cittadini “francesi” che si mobilitano e la gente che loro aiutano che non finisce dopo che una famiglia è salva (“Soutenir les familles sans papiers…” in Les nouvelles frontières de la société française, Editions La Découverte, 2010). È su questa linea che i sans papiers in sciopero hanno iniziato a costruire un ponte, sia nel movimento operaio che nelle comunità che fanno i picchetti, dove i vicini – poveri, operai e classe media, bianchi e di colore – hanno portato il loro supporto morale e materiale.

Karen Wirsig è una scrittrice e attivista che recentemente ha vissuto diversi mesi a Parigi, e alcuni giorni a giugno alla Bastiglia.

Fonte: www.globalresearch.ca

Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=21509
19.10.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI


Le Burocrazie della Globalizzazione con le loro leggi impediranno ad ogni paese membro dell’UE di autodeterminare il proprio sistema sociale; è questo ciò che dice Diana Johnstone nell’articolo “Collapse of Social Security: French Workers Confront the Neoliberal Policy Agenda”, parlando del caso specifico francese. Anche se la Francia avesse la capacità di autodeterminarsi sappiamo però quanto Nicolas Sarkozy sia intimamente legato a tali burocrazie globaliste e per nulla motivato al cambiamento. Nonostante non affronti direttamente il problema della sovranità-autonomia monetaria, l’unica soluzione, vietata dal’UE e dalla BCE, che sgancerebbe la Francia, così come tutti gli altri paesi europei, dalla Burocrazia della Globalizzazione, questo articolo da un quadro di insieme della posta in gioco in questo paese e in tutta Europa e le analisi che fornisce sono molto interessanti.

IL COLLASSO DELLA SICUREZZA SOCIALE: I LAVORATORI FRANCESI AFFRONTANO IL PROGRAMMA POLITICO NEOLIBERISTA

“Lavorare di più per guadagnare di meno”: Furia francese nella gabbia dell’Unione Europea

DI DIANA JOHNSTONE
globalresearch.ca

I francesi sono di nuovo in sciopero, stanno bloccando i trasporti, scatenano l’inferno nelle strade e tutto ciò solo perché il governo vuole innalzare l’età pensionabile da 60 a 62 anni. Essi devono essere pazzi.

Questo, suppongo io, è il modo in cui è visto il movimento di massa in corso in Francia, o almeno è mostrato, in gran parte del mondo, e soprattutto nel mondo Anglosassone. Forse la prima cosa che deve essere detta a proposito degli scioperi di massa è che questi non sono realmente intorno “all’aumento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni”. Questo è un po come descrivere il libero mercato capitalista come una sorta di stand di limonate. Una semplificazione propagandistica su questioni molto complesse. Permette ai commentatori di sfondare una porta aperta. Dopo tutto, essi osservano saggiamente, le persone in altri paesi lavorano fino a 65 o più anni, quindi, perché i francesi si scoraggiano a 62? La popolazione sta invecchiando, e se l’età di pensionamento non viene fatta salire, il sistema pensionistico andrà in rovina nel pagamento delle pensioni a così tanti anziani. Tuttavia, il movimento di protesta in corso non è circa “l’aumento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni.” Si tratta di molto di più. Per prima cosa, questo movimento è l’espressione dell’esasperazione nei confronti del governo di Nicolas Sarkozy, che favorisce palesemente i super-ricchi rispetto alla maggior parte delle persone che vivono in questo paese. E’ stato eletto con lo slogan “Lavorare di più per guadagnare di più”, e la realtà si è tramutata in lavorare di più per guadagnare di meno. Il ministro del lavoro che ha introdotto la riforma, Eric Woerth, ha ottenuto un lavoro per la moglie nell’ufficio del personale della donna più ricca di Francia, Liliane Bettencourt, l’erede del gigante dei cosmetici Oreal, nel momento in cui, come ministro del bilancio, stava sorvolando sulla sua massiccia evasione fiscale. Mentre i benefici fiscali per l’aiuto dei ricchi vuotano le casse pubbliche, questo governo sta facendo tutto il possibile per abbattere l’intero sistema previdenziale che è emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale, con il pretesto che “non possiamo permettercelo.” Il problema del pensionamento è molto più complesso “dell’età di pensionamento”. L’età legale di pensionamento significa l’età alla quale si può andare in pensione. Ma la pensione dipende dal numero di anni di lavoro, o per essere più precisi, dal numero di contributi (versamenti) nell’articolazione del regime pensionistico. Per i motivi di “salvataggio del sistema dalla bancarotta”, il governo sta aumentando gradualmente il numero di anni di contributi da 40 a 43 anni, con indicazioni che questi aumenteranno ulteriormente in futuro. Così, mentre l’educazione si prolunga e l’occupazione inizia più tardi, per avere una pensione completa la maggior parte delle persone dovranno lavorare fino a 65 o 67 anni. Una “pensione completa” arriva a circa il 40% dei salari al momento del pensionamento. Ma anche così, questo potrebbe non essere possibile. I posti di lavoro a tempo pieno sono più duri e più difficili da ottenere e i datori di lavoro non necessariamente vogliono trattenere i dipendenti più anziani. Oppure l’impresa cessa l’attività e un impiegato di 58 anni si ritrova permanentemente senza lavoro. Sta diventando sempre più difficile lavorare a tempo pieno con un lavoro salariato di oltre 40 anni, per quanto si possa decidere di volerlo. Così, in pratica, la riforma Sarkozy-Woerth significa semplicemente la riduzione delle pensioni. Che, di fatto, è ciò che l’Unione Europea ha raccomandato a tutti i suoi stati membri, come misura economica destinata, come la maggior parte delle riforme in corso, a ridurre i costi sociali in nome della “competitività”, che significa competizione per attrarre i capitali di investimento. I lavoratori meno qualificati, che, invece di proseguire gli studi, sono entrati nel mondo del lavoro da giovani, diciamo a diciott’anni di età, aderiranno a un regime per 42 anni fino all’età di 60, se essi riusciranno davvero ad essere impiegati per tutto questo tempo. Le statistiche mostrano che la loro aspettativa di vita è relativamente breve, quindi necessiterebbero di abbandonare prima per godere di un qualsiasi pensionamento. Il sistema francese si basa sulla solidarietà tra generazioni, in quanto i contributi dei lavoratori di oggi vanno a pagare le pensioni di oggi. Il governo ha sottilmente provato a mettere una generazione contro l’altra, sostenendo che è necessario tutelare il futuro dei giovani di oggi, che stanno pagando per i pensionamenti “baby boom”. E’ quindi estremamente significativo che questa settimana gli studenti liceali e universitari abbiano iniziato ad entrare massicciamente nel movimento scioperativo di protesta. Questa solidarietà generazionale è un duro colpo per il governo.
I giovani sono anche più radicali di quanto lo siano i sindacalisti più anziani. Sono molto consapevoli della crescente difficoltà a costruirsi una carriera. La tendenza per il personale qualificato è quella di entrare nel mondo del lavoro sempre più tardi, dopo anni passati a ricevere un’istruzione. Con la difficoltà a trovare un lavoro stabile full-time, molti dipendono dai loro genitori fino all’età di 30 anni. E’ la semplice aritmetica che mostra, in questo caso, che non ci sarà alcuna pensione completa fino ad oltre i 70 anni.

Produttività e deindustrializzazione

Siccome è diventata una pratica standard, gli autori delle riforme neo liberali le presentano non come una scelta, ma come una necessità. Non c’è alternativa. Dobbiamo competere sul mercato globale. Dobbiamo farlo o andremo in rovina. E questa riforma era essenzialmente dettata dall’Unione Europea, in un rapporto del 2003, che concludeva che, siccome le persone lavoravano più a lungo, era necessario tagliare i costi pensionistici. Questi dettami impediscono ogni discussione di due fattori fondamentali alla base del problema delle pensioni: la produttività e la deindustrializzazione. Jean-Luc Mélenchon, l’ex Partito Socialista che che guida il relativamente nuovo Partito di Sinistra, è praticamente l’unico leader a sottolineare che, anche se ci sono meno lavoratori che contribuiscono ai regimi pensionistici, la differenza può essere costituita dalla crescita di produttività. Infatti, la produttività del lavoratore francese è tra le più alte nel mondo (superiore a quella della Germania, per esempio). Inoltre, anche se la Francia ha la seconda maggiore aspettativa di vita in Europa, ha anche il tasso di natalità più alto. E anche se gli impiegati sono di meno, a causa della disoccupazione, le ricchezze che producono dovrebbero essere sufficienti a mantenere i loro livelli di pensione. Ah, ma qui sta l’inghippo: per decenni, mentre la produttività era in aumento, i salari stagnavano. L’aumento dei profitti di produttività è stato dirottato nel settore finanziario. La bolla del settore finanziario e la stagnazione del potere di acquisto hanno portato alla crisi finanziaria, e il governo ha preservato lo squilibrio attraverso il salvataggio dei dissoluti finanzieri.
Quindi, logicamente, il mantenimento del sistema pensionistico richiede fondamentalmente l’aumento dei salari per tenero conto della maggiore produttività, un cambiamento politico molto importante. Ma c’è un altro problema cruciale collegato alla questione delle pensioni: la deindustrializzazione. Al fine di mantenere alti i profitti drenati dal settore finanziario, e evitare di pagare salari più alti, un settore dopo l’altro ha trasferito la propria produzione in paesi a basso costo del lavoro. Aziende redditizie chiudevano, mentre i capitali andavano in cerca di profitto ancora più elevato. E’  meramente questo l’inevitabile risultato della nascita delle nuove tendenze industriali in Asia? E’ questo un inevitabile abbassamento degli standard di vita in Occidente dovuto alla sua origine in Oriente? Forse. Tuttavia, se si sposta la produzione in Cina, si finisce per abbassare il potere di acquisto in Occidente, e quindi le esportazioni cinesi ne soffriranno. La Cina sta facendo i primi passi verso il rafforzamento del porprio mercato interno. La “Crescita guidata da esportazioni” non può essere una strategia per tutti. La prosperità mondiale dipende in realtà dal rafforzamento sia della produzione nazionale che dei mercati nazionali. Ma questo richiede una sorta di deliberata politica industriale che è vietata dalle burocrazie della globalizzazione: l’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Unione Europea. Esse operano con i dogmi del “vantaggio comparativo” e della “libera concorrenza”. Per i motivi di libero mercato, la Cina è in realtà di fronte a sanzioni per la promozione della sua industria dell’energia solare, vitalmente necessaria per porre fine all’inquinamento atmosferico che affligge questo paese. L’economia mondiale è trattata come un grande gioco, dove seguire le “regole del libero mercato” è più importante dell’ambiente o delle necessità di base degli esseri umani. Solo i finanzieri possono vincere questa partita. E se perdono, beh, essi ottengono dai governi servili ancora più sodi per un altro gioco.

Impasse?

Dove andremo a finire?
Si dovrebbe finire in qualcosa di simile ad una rivoluzione democratica: una completa revisione della politica economica. Ma ci sono molte solide ragioni per cui ciò non accadrà. Per prima cosa, non c’è una leadership politica in Francia che sia pronta e in grado di portare veramente un movimento radicale. Mélenchon è ciò che si avvicina di più, ma il suo partito è nuovo e la sua base è ancora stretta. La sinistra radicale è paralizzata dal suo cronico settarismo. E c’è una grande confusione tra la gente in rivolta senza programmi chiari e leaders. I leader dei lavoratori sono perfettamente consapevoli che i dipendenti perdono una giornata di salario per ogni giorno che vanno in sciopero e, in realtà, sono sempre ansiosi di trovare il modo di porre fine allo sciopero. Solo gli studenti non soffrono di tale situazione. I sindacalisti e i dirigenti del Partito Socialista non chiedono nulla di più drastico di quello di aprire i negoziati sui dettagli della riforma. Se Sarkozy non fosse così testardo, questa è una concessione che il governo potrebbe fare e che potrebbe riportare la calma senza cambiare molto. Ci vorrebbe la nascita miracolosa di nuovi leader per portare il movimento in avanti. Ma anche se questo dovesse accadere, vi è un formidabile ostacolo ad un cambiamento fondamentale: l’Unione Europea. L’UE, edificata sul sogno popolare di una pacifica e prospera Europa unita, si è trasformata in un meccanismo di controllo economico e sociale per conto del capitale e, in particolare, del capitale finanziario. Inoltre, è legata ad una potente alleanza militare, la NATO. Se lasciata a se stessa, la Francia potrebbe sperimentare in sistema economico più giusto socialmente. Ma l’UE è li proprio per prevenire tali esperimenti.

Attitudini Anglosassoni

Il 19 Ottobre, il canale televisivo internazionale France 24 mandò una discussione degli scioperi tra 4 osservatori non francesi. La donna portoghese e l’uomo indiano sembrava stessero cercando, con discreto successo, di capire cosa stava succedendo. Al contrario, i due angloamericani (il corrispondente da Parigi della rivista Time e Stephen Clarke, autore di 1000 Years of Annoying the French) si divertivano nel dimostrare l’ auto-compiaciuta incapacità di capire il paese di cui scrivono per vivere. La loro semplice e rapida spiegazione:”I francesi sono sempre in sciopero perché gli piace.”
Un po più avanti nel programma il moderatore ha mostrato un breve colloquio con uno studente del liceo che ha fornito dei commenti seri sulla questione delle pensioni. Forse ciò avrebbe fatto riflettere gli anglosassoni? La risposta è stata istantanea:”Che tristezza vedere un 18enne pensare alle pensioni quando dovrebbe pensare alle ragazze!” Quindi, sia che lo facciano per divertimento, o sia che lo facciano invece di divertirsi, per gli angloamericani, abituati a raccontare al mondo intero quello che dovrebbero fare, i francesi sono ridicoli.

Versione originale:

Diana Johnstone
Fonte: http://globalresearch.ca
Link: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=21561
22.10.2010

Versione italiana:

Fonte: http://nwo-truthresearch.blogspot.com
Link: http://nwo-truthresearch.blogspot.com/2010/10/il-collasso-della-sicurezza-sociale-i.html
23.10.2010

Pubblicato da Davide

  • Kevin

    Piena solidarietà al popolo francese.

  • stendec555
  • AlbertoConti

    La rivoluzione francese ha insegnato al mondo che era finita l’epoca dei principi in vetrina. Oggi deve insegnare al mondo che è finita anche l’epoca dei rentiers nascosti.

  • stonehenge

    Onore al popolo francese che combatte e lotta…noi facciamo sciopero il SABATO per non disturbare…ma per favore!!!

  • cortesia

    Evviva Diana Johnstone, per i lavori di smascheramento bufale sulla Jugoslavia, per questo articolo, per quelli che verranno.