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LAVORARE A CIUDAD JUAREZ

Confine Messico-Usa, da 11 anni una carneficina
di donne continua impunita. A colloquio con una madre

DI SABINA MORANDI

Lo sguardo che Ramona Morales ti pianta addosso è difficile da sostenere. Dentro c’è una sofferenza inimmaginabile insieme all’insanabile offesa di un’ingiustizia protratta, arrogante e crudele. Gli occhi sono lucidi ma la voce è ferma mentre racconta, seduta all’aperto in un mite autunno romano, la sua tragedia.

«Era il 7 luglio del 1995. Come ogni mattina mia figlia, Silvia Elena, stava uscendo insieme al fratello maggiore che l’accompagnava a scuola. Aveva sedici anni, era preoccupata per gli esami della scuola preparatoria (equivalente alle nostre superiori) perché aveva poco tempo per studiare, visto che il pomeriggio lavorava in una fabbrica di scarpe. Ci salutammo sulla porta. Fu l’ultima volta che la vidi». Ramona, come altre madri di desaparesidas, è stata minacciata e insultata. A nessuna sono state risparmiate pesanti insinuazioni sul comportamento delle figlie, in buona parte bambine. Del resto anche avvocati, giudici, procuratori e giornalisti che si occupavano delle inchieste hanno ricevuto minacce e pressioni. Così, insieme alle altre madri dell’associazione “Por nuestras hijas de regreso a casa” (Per far tornare a casa le nostre figlie), Ramona ha cominciato a salire nella scala gerarchica del potere. Dalle autorità comunali a quelle provinciali, dal governatore dello Stato al presidente della nazione. Per ben due volte è stata ricevuta dal presidente Fox in un tripudio di telecamere davanti alle quali ha potuto mostrare la foto di sua figlia e raccogliere vaghe promesse mai mantenute. Ma Ramona non si è data per vinta. I suoi viaggi hanno fruttato l’appoggio di Amnesty International, l’interesse del giudice spagnolo Garzon e ora, forse, l’interessamento di qualche deputato del Parlamento italiano. Tutto pur di arrestare la mattanza che, anche nel novembre scorso, ha preteso il suo tributo di vittime.

«Quel giorno» continua Ramona «visto che non tornava, andai ad aspettarla per strada, vicino alla fermata dell’autobus. Quando sono tornata a casa, perché ormai era buio, mio marito e i miei altri quattro figli cercavano di rassicurarmi, ma quando la notte è trascorsa senza che Silvia Elena tornasse, hanno cominciato a spaventarsi anche loro, perché non aveva mai passato la notte fuori. Tutti, parenti e vicini, cercavano di farmi coraggio. Dicevano: “vedrai che è andata a ballare con un’amica”. Dicevano: “è venerdì, anche lei ha diritto di divertirsi”. Ma io lo sentivo, sentivo che era successo qualcosa di brutto a mia figlia. La mattina dopo siamo andati alla fabbrica di scarpe, e a scuola, per parlare con le amiche. Tutte le compagne dicevano che erano uscite insieme, come sempre, ma poi lei era sparita. Così andammo a fare la denuncia. Le autorità ci dissero: “vedrete che torna. Sarà scappata con un ragazzo, e magari ha paura di venire punita”. Noi sapevamo che c’erano stati casi di donne scomparse a Ciudad Juarez, ma la televisione li aveva presentati come una faccenda di prostitute, e non mi era nemmeno passato per la testa che mia figlia potesse essere implicata in qualcosa del genere. Così mi aggrappai all’idea della fuga d’amore anche se ricordavo benissimo quello che diceva mia figlia: prima voglio finire gli studi, poi penserò ai ragazzi e al matrimonio. Ci teneva molto, alla scuola. Però, pensavo, magari ha cambiato idea, magari si è innamorata, sai come vanno queste cose…».

Ramona deve fermarsi. Scava nella borsa per cercare un fazzoletto. Tira fuori invece la fotografia di una bellissima ragazza in abito da comunione: una foto plastificata, completa di spago per appenderla al collo, con scritta una parola sola: “giustizia! “

«La polizia», riprende Ramona, «ci disse che bisognava aspettare 72 ore e poi avrebbero cominciato a cercarla. Non fecero niente del genere. Quando tornavamo a chiedere qualcosa ci dicevano che le indagini erano in corso, e non potevano divulgare informazioni. Andò avanti per due mesi, finché non venne trovata. La trovò un uomo che aveva un allevamento poco fuori città. Era irriconoscibile: della faccia non rimaneva praticamente più niente, soltanto il cranio. La pelle del corpo era secca, come bruciata. L’avevano violentata, torturata, e poi strangolata».

La fabbrica dei serial killer

Quattrocento donne, dai cinque ai trentacinque anni. Queste le cifre di una carneficina che va avanti, impunita, da undici anni. Cifre sottostimate, visto che le desaparesidas sono molte di più: duemila, secondo fonti ufficiali, almeno il doppio secondo i gruppi di familiari coalizzati nell’associazione “Por nuestras hijas de regresso a casa”, la stessa che sta portando in giro per il mondo Ramona Morales, la madre di Silvia Elena. In realtà, sono numeri impossibili da verificare. Ogni settimana El Diario pubblica nel paginone centrale decine di foto di desaparesidos, uomini e donne, che sono stati risucchiati dal deserto o dalle vendette incrociate di uno dei sottoboschi criminali più violenti del mondo. Perché Ciudad Juarez, situata esattamente sul confine con gli Stati Uniti, è il prodotto perfetto di un modello economico basato sullo sfruttamento e sulla criminalità, sul traffico della droga e dei migranti.

Esplosa dopo il varo dell’accordo di libero scambio delle americhe (Nafta), Ciudad Juarez è ormai una città che sfiora i due milioni di abitanti, dei quali ben pochi sono destinati a rimanere. Vengono per lavorare nelle maquilladoras, le fabbriche statunitensi trasferitasi oltre confine a caccia di manodopera economica e di norme permissive, aspettando di “passare dall’altra parte”, oltre il muro che separa l’intero continente dal paese del Bengodi. Perché “dall’altra parte” – come ormai vengono chiamati gli Stati Uniti – potranno costruirsi una nuova vita e guadagnare abbastanza da riuscire a mantenere anche le famiglie lasciate indietro, nei più sperduti villaggi di questo paese immenso che è il Messico.

Le ragazze assassinate dopo essere state violentate e torturate come Silvia Elena hanno questo in comune: fanno parte degli strati più bassi della popolazione. Quella sterminata massa di persone che abita le periferie fatiscenti della città dove gli unici trasporti pubblici sono i bus delle fabbriche che vanno a prendere, all’alba, le lavoratrici della periferia. Sono vittime perfette. Nella maggior parte dei casi nessuno le reclama perché spesso sono arrivate a Ciudad Juarez sole e, anche se lavorano duramente, hanno dovuto abituarsi a trattare con le organizzazioni criminali che le porteranno “dall’altra parte”. E quando ci sono, le famiglie sono isolate, sradicate dalle loro terre d’origine, totalmente prive della coesione sociale necessaria per organizzare delle reti di auto-difesa e in balìa di una delle polizie più corrotte. Sul confine i narcotrafficanti governano con pugno di ferro e con le milizie armate, piccoli eserciti privati o pubblici ufficiali al soldo della criminalità organizzata.

Indiziati eccellenti

Povere, donne e per la maggior parte indigene. Facile capire perché dal 1993, da quando cioè è stato commesso il primo omicidio, le autorità continuino a brancolare nel buio. Non è che non abbiano fatto proprio niente, anzi. Quando la storia è cominciata a circolare al di fuori dei ristretti confini cittadini – per merito appunto delle associazioni familiari – la polizia si è mossa con mano pesante. Nel 1995 viene arrestato un chimico di origine egiziana, Abdel Latif Sharif Sharif, che è stato torturato e condannato a trent’anni dopo un processo sommario. Il tentativo di riabilitare Sharif, visto che, dopo il suo arresto, gli omicidi continuavano, è servito solo a esporre la sua avvocatessa, Irene Blanco, a minacce e attentati, segno che alla base degli omicidi c’è un’organizzazione potente e ben ramificata.

Per il criminologo Oscar Máynez, almeno 60 omicidi commessi tra il 1993 e il 1999 sono stati concepiti «secondo uno stesso modello». Nel 1998, il celebre super-detective americano Robert K. Ressler, asso dell’Fbi, indagò sui delitti e ipotizzò l’esistenza di due serial killer. Anche Candice Skrapec, una delle massime esperte mondiali di criminologia, confermò che circa 90 degli assassinii erano verosimilmente stati commessi da uno o due serial killer. Una spiegazione plausibile che non rende però conto del numero impressionante di vittime e della protezione di cui godono gli assassini. Si fa largo l’ipotesi che si tratti di qualche affare estremamente redditizio, come il traffico d’organi o, peggio, la produzione su larga scala di “snuff movies”, come vengono chiamati quei film basati sulle riprese dal vero di torture, supplizi e uccisioni. Un mercato ovviamente illegale ed estremamente redditizio.

Certo gli assassini sono più che protetti. In undici anni nemmeno un corpo è stato scoperto dalla polizia. I cadaveri sono stati rinvenuti casualmente da privati cittadini oppure dai volontari, squadre di parenti e amici che, armati di pale, sono andati a scavare nel deserto. Diverse testimonianze indicano che gli assassini sarebbero stati protetti in un primo tempo dai poliziotti di Chihuahua e successivamente avrebbero beneficiato di appoggi negli ambienti legati al traffico di droga. Alla fine del 1999 vennero trovati alcuni cadaveri di donne e bambine vicino ai ranch di proprietà di trafficanti di cocaina, una coincidenza che sembrava stabilire un legame tra gli omicidi e la mafia del narcotraffico, a sua volta legata alla polizia e ai militari. Le autorità si rifiutarono di seguire questa pista.

Tra i sospetti torna spesso un nome, quello di Alejandro Máynez, che avrebbe fatto parte di una banda di criminali, ricettatori, trafficanti di droga e di gioielli, anch’egli esponente di una ricca famiglia proprietaria di night club.
Máynez, come altri sospetti, tra il 1992 e il 1998 godeva della protezione del governatore dello stato di Chihuahua, Francisco Barrio Terrazas, del “Partido Acción Nacional” (Pan). Durante il suo mandato, gli omicidi si sono moltiplicati, aggiungendosi agli abituali crimini che rendono questo stato il più violento del Messico. All’epoca, Barrio Terrazas rilasciava dichiarazioni sul presunto comportamento equivoco delle vittime, che le avrebbe esposte all’assalto di qualche isolato maniaco. Malgrado i sospetti, il presidente Vicente Fox, eletto nel dicembre del 2000 con l’appoggio del Pan, ha assegnato a Barrio Terrazas il ministero della Funzione pubblica e del controllo dei conti, con il compito di «combattere la corruzione e rendere trasparente la gestione dell’amministrazione pubblica».

Sabina Morandi 
Fonte:www.liberazione.it
6.12.04

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Pubblicato da Davide