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L'ATTACCO SOCIALE DELL'AUSTERIT ECONOMICA NELLA GRECIA RURALE

DI CHRIS JONES
Global Research


Ambelos è solo uno dei tanti villaggi di montagna dell’isola di Samo. E’ qui che ho vissuto negli ultimi cinque anni. Gli ultimi due censimenti hanno fatto registrare una popolazione di oltre 300 persone, il che è una grave esagerazione se si pensa che la popolazione residente tutto l’anno ammonta a poco più di 120 unità. Questa cifra è stata appositamente inventata da coloro che hanno delle proprietà nel villaggio, ma che risiedono altrove e scelgono Ambelos solo in occasione delle elezioni o del censimento. Nonostante siano pochissime le risorse stanziate direttamente nel paese, sia dal governo centrale che da quello regionale, l’ammontare della popolazione ha una certa portata nella determinazione delle assegnazioni, incluse quelle relative alla rappresentanza politica. Con meno di 300 abitanti, ad esempio, il paese non può avere un sindaco.

Non c’è motivo di credere che il caso di Ambelos sia eccezionale in Grecia. Ma se è vero che tutti i paesini sono intenzionati come Ambelos a far figurare che la popolazione non scende sotto i 300 abitanti, allora è assai improbabile che i dati emersi dal censimento – come del resto quelli ricavati dalla maggior parte delle statistiche in Grecia – siano attendibili.

Ma nessun tentativo di falsificazione può nascondere la realtà che villaggi come Ambelos sono intrappolati in un lungo processo di decadenza che si trascina da decenni. La combinazione tra il fatto di dipendere da un’economia su scala ridotta, un’agricoltura essenzialmente contadina ed un turismo prettamente estivo non è mai stata sufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione. L’emigrazione per periodi sia lunghi che brevi è storicamente conclamata da quando gli isolani hanno cominciato ad andarsene alla ricerca di lavoro, stipendi più alti e condizioni migliori di quelle che avrebbero potuto trovare a Samo.

Di ritorno alla terra?

Il processo di decadenza che si era manifestato in maniera sporadica e graduale sta ora accelerando, man mano che l’austerità aumenta.

Per un certo periodo io ed altri ci siamo chiesti se l’aumento dell’austerità avrebbe giovato a villaggi agonizzanti come Ambelos. Due anni fa sia i media greci che quelli internazionali hanno parlato molto del fenomeno dell’emigrazione, in particolare da Atene, dove la situazione era diventata disumana. Hanno detto che migliaia di persone stavano facendo ritorno ai villaggi rurali della Grecia, dove i genitori o i nonni avevano terre e proprietà. A quanto pareva, la mancanza di lavoro, di guadagno e di prospettive, unita al conseguente deterioramento delle relazioni sociali nella città di Atene, avevano reso appetibile l’idea di ritornare in campagna.
Sicuramente sono molte le storie che possono servire come fonte d’ispirazione per un ritorno alla terra ma, dal punto di vista di Ambelos e di altri villaggi simili nell’isola di Samo, non c’è nessuna prova significativa di questo fenomeno. E ciò nonostante il fatto che molte delle case sparse in paese appartengano a famiglie che vivono ad Atene. A quanto ne so, nell’ultimo anno ad Ambelos si è trasferita una sola famiglia proveniente da una cittadina del nord della Grecia devastata dalla recessione. La loro intenzione è di mettere insieme un gregge di capre e di dedicarsi alla produzione di formaggio e yogurt.

Ma rappresentano un’eccezione. Durante l’estate ho chiesto a Georgios se ha mai considerato l’idea di lasciare Atene per tornare in paese. Ha circa vent’anni e la prospettiva di tornare nel villaggio dov’è cresciuto e dove ha frequentato le elementari gli piacerebbe. “Non se ne parla nemmeno”. Impossibile, mi ha detto, per il semplice fatto che non c’è lavoro per un libraio specializzato, né in paese né in tutta Samo. Per lui l’idea di restare arenato, senza reddito e senza lavoro, in un villaggio senza un’autolinea, senza una scuola, divenuto oramai un posto dove non è possibile nemmeno farsi una famiglia, è uno scenario da incubo. Vassilis, che ha passato l’estate ad Atene, mi ha di recente raccontato le esperienze di alcuni dei suoi amici che hanno lasciato la città per tornare nei loro paesi natii. Esperienze tristemente segnate dallo sconforto e dalla profonda delusione di ritrovarsi isolati, più poveri ed in luoghi semplicemente consumati dalla recessione e dall’austerità. Stando a quanto dice Vassilis, alcuni dei suoi amici sono rimasti sconvolti nel constatare che ciò che a loro era parso come un passo avanti verso una nuova vita, più ricca e soddisfacente, si fosse rivelato così disastroso.

Trasferirsi in città

Ad Ambelos non c’è nessun nuovo afflusso di gente intenzionata a stabilirsi permanentemente, cosa che servirebbe moltissimo per il rinnovamento del villaggio, specie si trattasse di famiglie giovani, che con la loro presenza darebbero una chance alla riapertura della scuola elementare, chiusa tre anni fa. Ma finché non si creano posti di lavoro è difficile che ciò accada. Questa settimana ho parlato con Vangelis, che a circa trent’anni è una delle poche persone che sono riuscite a creare un piccolo business di successo e ad aprire una bottega nel centro del paese. Si è sorpreso del mio stupore quando ho saputo che per prendere una simile iniziativa non era previsto nessun incentivo da parte dello Stato. Vangelis è certo che lo Stato non ha alcun interesse a sostenere i piccoli villaggi come Ambelos e che anzi sarebbe ben felice di abbandonarli alla loro deriva o di trasformarli in insediamenti di case-vacanza. E’ ed è sempre stata, dice lui, la politica dei governi che si sono succeduti quella di incoraggiare l’immigrazione dalla campagna alle principali aree urbane, come in effetti è accaduto ad Atene.

Ora di andare?

Nel frattempo accelera il processo di decadenza. La maggior parte dei residenti stabili ha più di 70 anni. Il piccolo cimitero del villaggio ora è pieno e a partire dagli ultimi due anni la possibilità di conservare la tomba gratuitamente per un periodo di 4/5 anni non può più essere rinnovata. Così le tombe vengono regolarmente svuotate e le ossa trasferite negli ossari in modo da fare spazio. Ma va anche segnalato che, man mano che lo stato sociale si sgretola, le entrate delle famiglie calano, le pensioni diminuiscono e gli spostamenti ridotti per la mancanza di bus e per il prezzo del carburante, si assiste ad un aumento del numero di persone single anziane che lasciano il paese per l’intero anno o solo per l’inverno per andare a stare con le loro famiglie ad Atene o nelle città di Samo e Karlovassi. Per le persone sole, di qualsiasi età esse siano, sta diventando impossibile sopravvivere: da qui il diffondersi di nuclei famigliari dalla fisionomia sempre più mutevole. Persino in paese le famiglie stanno re-inglobando quelli che per mancanza di fondi non hanno potuto terminare i loro studi e quindi ritornano dalle università. So di famiglie in cui l’esigua pensione del parente più anziano rappresenta l’unica fonte regolare di reddito. Kostas, metallurgista specializzato mai assunto, che vive in città a Samo con la sua famiglia, mi ha raccontato che oggi il suo nucleo famigliare comprende 5 adulti in età da lavoro e che l’unica entrata proviene da suo padre. Questa è la norma oramai.
Tutte le persone più giovani sotto i 35 anni di età che si sono laureate hanno già lasciato sia il paese che l’isola, tranne una che lavora in un’attività finanziaria famigliare. Per i giovani rimasti (circa 10) quest’ultimo anno è stato incredibilmente difficile, in quanto il mercato dell’edilizia e quello del lavoro da barista si è esaurito. Persino i 3 nel villaggio che erano stati presi per un progetto occupazionale finanziato dall’Unione Europea hanno vissuto un periodo tremendo. Già duramente sotto pressione, le centinaia di lavoratori coinvolti in questo progetto non hanno nemmeno ricevuto la paga settimanale. I gestori hanno mentito e li hanno trattati in una maniera vergognosa.

Durante l’estate era normale vedere gruppi in grado di includere fino a 15 categorie di lavoratori dedicarsi alla pulizia delle strade, allo sfoltimento della vegetazione e allo smaltimento dei rifiuti.
Dal momento che lavoravano sulla strada tutti quanti indossavano gilet arancioni fosforescenti, il che li faceva sembrare una colonia di carcerati in una sorta di punizione socialmente utile. Tutto ciò per 500 euro mensili e senza essere regolarizzati. E’ uno scandalo.

Senza quasi eccezioni, la voce tra i giovani del villaggio è quella di lasciare Samo e la Grecia e senza dubbio molti partiranno non appena possibile. All’orizzonte non si vede uno spiraglio di luce che faccia pensare che le cose possano volgere al meglio. La maggior parte dei discorsi in paese riguardano le difficoltà che aumentano man mano che la povertà si aggrava. Le famiglie che fino a 2 anni fa credevano di poter sostenere le spese universitarie dei propri figli, ora sono sul punto di richiamarli a casa; la stazione di servizio che un’altra famiglia ha preso in gestione 4 anni fa è sull’orlo della chiusura in seguito alla morte del padre. Queste sono le storie di tutti i giorni. Non c’è da stupirsi che i giovani siano ansiosi di avere notizie sulle opportunità di lavoro e sul destino di quelli che sono partiti. Questa settimana la notizia è che Miko, il costruttore che si è trasferito dal villaggio a Karlovassi con la moglie e i due bambini quando la scuola del paese ha chiuso, è in partenza per andare a lavorare a delle strutture turistiche da qualche parte nell’Africa Occidentale. E quando mi soffermo un attimo a pensare mi sembra incredibile che al di fuori della mia piccola cerchia di amici e conoscenti 2 siano tornati dalle loro famiglie in Nord Africa, uno ce l’abbia fatta a Londra, un altro stia andando a piedi dalla Grecia all’Italia e al momento si trova accampato in Romania, un altro dovrebbe partire per Parigi tra 3 settimane, un altro ancora parte questa settimana per Monaco, altri 2 contano di essere in Polonia per Natale. E tutto ciò negli ultimi sei mesi. Siamo testimoni di un esodo di disperati che se ne vanno con la tristezza nel cuore, perché sanno che la loro partenza renderà le loro famiglie ancor più fragili. È certo che Ambelos non può più permettersi di perdere altri giovani.

Un paese bi-stagionale

Al momento Ambelos è 2 villaggi: il villaggio estivo, dove il posto è vivo, le case abitate, la “platia” centrale piena di rumori per via dei bambini che giocano mentre i loro genitori stanno seduti con gli amici alle 2 “tavernas” del villaggio, che rimangono aperte fino a tardi. Da giugno a settembre ci sono circa 5 eventi di musica e ballo che durano l’intera nottata. È persino difficile trovare parcheggio! Poi c’è il villaggio invernale. La popolazione si riduce a circa 120 persone. Ci sono intere porzioni del villaggio dove mancano residenti fissi e che quindi durante l’inverno rimangono deserte, senza vita. Le “tavernas” tirano avanti con i pochi affezionati, ma vendono pochissimo cibo e, inevitabilmente, finiscono per chiudere presto. A differenza di quanto accade in estate, d’inverno il paese è silenzioso. Il parcheggio non è più un problema. È un posto completamente diverso.

C’è un forte impegno da parte dei greci che durante l’estate vanno a trovare coloro che sono nati e cresciuti nel villaggio. Spendono soldi nella manutenzione delle case, pubblicano e distribuiscono a tutti gli abitanti un giornale di 6 pagine che riporta notizie relative sia agli emigrati che ai paesani, organizzano una festa danzante e finanziano diversi progetti, come quello di restaurare i punti di maggiore attrazione e di installare delle panchine vicino ai belvedere. Ironia della sorte, nonostante rivestano una grande importanza per il paese, essi rappresentano allo stesso tempo una delle manifestazioni più evidenti di quello che oramai è diventato un villaggio bi-stagionale.

Questo modello diventerà probabilmente uno standard per una serie di luoghi simili a Samo. Manolates, un villaggio montuoso nelle vicinanze, è molto più sviluppato turisticamente di quanto non lo sia Ambelos, con i suoi numerosi residenti d’estate ed anche visitatori giornalieri. D’inverno il contrasto non potrebbe essere più evidente, viste le strade deserte e le botteghe artigiane, le gioiellerie e le case dei vacanzieri sprangate. I residenti sono pochissimi e sproporzionatamente anziani. Il paese estivo e quello invernale si differenziano in maniera scioccante.

Come i villaggi diventano bi-stagionali, così accade a diversi aspetti importanti dell’isola nel complesso. I collegamenti via aerea e via mare sono ridotti e i voli charter sospesi tra la metà di ottobre e l’inizio di maggio. Molte di quelle che sono considerate le “zone calde” dell’isola durante l’estate, come ad esempio Kokari, in inverno assumono l’aspetto di centri abbandonati, con intere vie di negozi turistici, bar e locali con le saracinesche abbassate. Questa non è una novità per Samo, ma l’austerità ha in qualche modo accentuato il senso di isolamento e di fragilità. Il mio sospetto è che ciò sia dovuto alla riduzione della stagione turistica, che prima durava da aprile a ottobre ed ora va dalla metà di maggio alla fine di agosto.

Villaggi invernali

Non c’è un piano territoriale che tenga conto dei possedimenti ad Ambelos. Coloro che stanno cercando di vendere piccoli lotti di terreno all’interno del villaggio e nelle sue vicinanze sperano di poter attirare molti acquirenti dal Nord Europa disposti a spendere una cifra dignitosa. I bisogni dei residenti e tutto ciò che si richiede in termini di piani collettivi per il lavoro e le opportunità non vengono tenuti in considerazione. Le poche case vendute di recente sono andate tutte a persone che intendono utilizzarle solo come residenze estive. Ciò evidentemente non contribuisce a sanare il divario tra la stagione invernale e quella estiva: la dura realtà è che per molti Ambelos può continuare ad essere un posto solitario ed isolato durante i mesi invernali.
Non ho mai visto raccogliere così tanta legna come quest’autunno. Ora accade spesso di vedere mucchi di ceppi accatastati fuori dalle case, alcuni sono stati comprati, altri raccolti nelle foreste dell’isola o nei terreni privati. Che io ricordi l’ unico nuovo negozio che abbia aperto di recente – questa settimana – a Karlovassi vende stufe. Al contrario di quanto accade in Inghilterra, dove i negozi di stufe sono “trendy” e frequentati prevalentemente dal ceto sociale medio-alto, qui non si tratta di dare un tocco chic alla propria casa, bensì di avere di che scaldarsi, dato che la gente non può più permettersi il petrolio per il riscaldamento. Qui avere una stufa non fa “fashion”, è una strategia per sopravvivere.

Tutto ciò, insieme ad altre cose – come ad esempio la decisione presa quest’inverno di aggiungere alle imposte già esistenti una tassa di 50 centesimi per ogni litro di olio ricavato dalla spremitura al frantoio – sembra una cospirazione ai danni del villaggio. Ora ci sono addirittura voci che il governo imporrà una sorta di imposta fondiaria sia sugli oliveti che sui vigneti. Se questo provvedimento verrà reso effettivo sarà un brutto colpo. Molti abitanti semplicemente non hanno di che pagare queste tasse addizionali.

Non ci vuole molto a capire che l’austerità e la recessione stanno accentuando il divario tra il paese estivo e quello invernale. Non ci sono più 2 aspetti equivalenti di Ambelos. Il villaggio invernale diventa sempre più piccolo e sempre meno sostenibile, come un bambino a cui vengono fatti indossare abiti troppo larghi. Non passerà molto tempo prima che la Grecia si riduca a migliaia di villaggi rurali abitati d’inverno da uno sparuto gruppo di residenti, e d’estate stracolmi di turisti e visitatori.

E poi?

Ovviamente esistono delle alternative che possono consentire ad Ambelos e a tutti gli altri villaggi rurali greci di diventare posti meravigliosi, dove le persone si possono insediare e prosperare. Ma esse sembrano così remote, raramente prese in considerazione. C’è talmente tanta confusione attorno a quello che sta accadendo e a ciò che deve ancora avvenire; la gente sembra ancora così scioccata e turbata dai danni al suo benessere che non riesce a fare altro che arrancare, giorno dopo giorno. Ma chi sa cosa succederà? L’insieme di tutti questi fattori sta diventando sempre più deleterio di mese in mese, e la gente continua a sentirsi dire che le cose possono solo peggiorare. Ma è ancora difficile prevedere cosa accadrà. E’ probabile, ma non certo, che prima o poi si assista ad una rivolta sociale di qualsiasi matrice. Le misure restrittive hanno già superato la linea rossa che secondo alcuni commentatori avrebbe dovuto portare ad eventi simili, ma in realtà essi non si sono mai verificati, o almeno non con la portata e con le conseguenze pronosticate. Detesto l’idea che l’unico interesse che qualcuno ha nei confronti della Grecia sia quello di vedere fino a che punto una società ed i suoi abitanti possono reggere alle pressioni prima che qualcosa accada. Come tutti dovremmo sapere, un eccesso di pressione causa delle esplosioni.

Forse dovremmo prestare maggiore attenzione a ciò che dicono e fanno coloro che sono fuggiti da realtà dilaniate dalle lotte e che ora vivono in Grecia. Alcuni dei miei amici che provengono da questi posti sono già partiti o stanno progettando di farlo non appena possibile. La profonda ostilità dimostrata dallo Stato ed il correlato rinforzamento del partito fascista di Alba Dorata li hanno resi sempre più timorosi ed insicuri. Notano come le buone relazioni fra cittadini si stiano sgretolando, deteriorando man mano che l’austerità, diventando sempre più dura, rende la società greca simile a quelle violente e in preda al disordine da cui sono fuggiti. Ciò che vedono accadere oggi in Grecia – e che pensano accadrà anche in futuro – , ovvero il passaggio dall’ordine al caos, la nascita di focolai di resistenza e di protesta, è ciò che li spaventa maggiormente. Molti dei rifugiati, come mi ha raccontato Tariq, sono sopravvissuti grazie alla solidarietà ed all’aiuto dei greci, ma non mi nasconde che, come peraltro confermano con decisione i suoi amici, ciò che lui ha visto e vissuto è stata una generale mancanza di solidarietà tra la gente, come ben dimostrano le gelosie meschine ed il parlarsi alle spalle tra le persone che incontravano nei caffè e nelle “tavernas”. I politici di sinistra non sono meglio, dicono, sempre in balia di divisioni ed ostilità. Mi hanno parlato di quanto poco i greci si fidino, e di come questa mancanza di fiducia si trascini da anni segnati da rivalità e contrasti mai risolti. Dal punto di vista dei rifugiati questo è il problema più grave. Com’è possibile infatti opporre una resistenza costruttiva senza un minimo di fiducia reciproca?

Chris Jones
Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/the-social-onslaught-of-economic-austerity-on-rural-greece/5310349
01.11. 2012

Traduzione per Comedonchisciotte.org a cura di DONAC78

Pubblicato da Truman

  • Tonguessy

    Com’è possibile infatti opporre una resistenza costruttiva senza un minimo di fiducia reciproca?

    Articolo angosciante. Il piano è ben congegnato: usare la forza centripeta della crisi per accentrare tutto nelle mani di pochissimi. Aumentare la pressione verso quei lidi di democrazia dove il numero esiguo permetterebbe una decisione comune condivisa, per incrementare la concentrazione di abitanti delle megalopoli, dove la decisione condivisa è impossibile e l’unica risorsa politica è l’imposizione. Questo a livello europeo, non solo greco. Le periferie sempre maggiormente in balia di sè stesse e sempre meno assistite dallo Stato. E la Grecia è la periferia di Bruxelles. Ambelos è la periferia della periferia. Nessuna speranza. Che fiducia dovrebbero avere gli abitanti? Lo scopo dell’operazione demografica/ centripeta è proprio quello di minare alle basi il senso di fiducia nello Stato e nelle relazioni. Una volta minato quel senso di solidarietà (ovvero la possibile scelta collettiva), ciò che resta è la scelta individuale. Tutto tristemente noto. Come le incursioni di Alba Dorata contro i diversi. Omologazione forzata, i diversi non sono ammessi.

  • Fabriizio

    interessante!

  • Affus

    bisogna che si trasformi il tipo di economia e da economia nazionale o internazionale con grossi gruppi e lobby che fanno business ,diventi economia locale promuovendo l ‘agroalimentare locale e l’artigianato e immettendo direttamente sul mercato i prodotti, l’emila romagna docet in italia . oggi c’è la tecologia per fare questo, bisogna solo rimboccarsi le manche . ecco il modello è questo :

    “”” A quanto ne so, nell’ultimo anno ad Ambelos si è trasferita una sola famiglia proveniente da una cittadina del nord della Grecia devastata dalla recessione. La loro intenzione è di mettere insieme un gregge di capre e di dedicarsi alla produzione di formaggio e yogurt. “”

  • Primadellesabbie

    La Yugoslavia aveva provato ad installare, in paesini di montagna o molto isolati, piccole fabbriche a bassa tecnologia e che non comportassero massicci spostamenti di materiali, produzione di tappi, scope, e via discorrendo. Funziona se i prodotti non sono sottoposti alla concorrenza spietata dei colossi che vogliono tutto. Chi accetta di vivere in posti sperduti di solito non si fa di alta tecnologia, che richiede la presenza nei centri urbani per non farsi mancare le ultime novità.

    Internet potrebbe rappresentare un’opportunità, ma bisognerebbe adattare molte leggi e far funzionare alcuni servizi, la qual cosa non é alla portata dei politici in servizio al presente.

  • Mondart

    PUO’ ESISTERE UN GLOBALISMO “BUONO”, RISPETTOSO DELL’ AMBIENTE, DELLA POPOLAZIONE E DI UN SANO SVILUPPO ??

    A mio avviso SI’, ma tutto dipenderà da cosa hanno veramente in testa gli architetti del sociale: la direzione VERA perseguita ( non le millantate cazzate ) può portare all’ Eden come all’ inferno in terra; ad uno sviluppo condiviso e sostenibile come al solito ciclo esplosivo di pochi anni ( Belle Epoque, Ruggenti Anni 20 ) voluto preludio dei precedenti conflitti mondiali

    Mi rifaccio a quanto già detto nel precedente post sull’ MMT ( CHI davvero stabilisce i “numeri, limitatori e bilanceri” dello sviluppo ?) e come contraltare il modello di autonomia del Trentino Alto Adige ( dove tali limitatori stanno appunto nella “volontà politica”, bilateralmente rispettata, di una autonomia interna pur nel rispetto della superiore normativa italiana. Di fatto il Trentino sta all’ Italia come un qualsiasi “stato-nazione” potrebbe stare al superiore globalismo. Non solo “MONETA”, quindi, ma anche PRECISA VOLONTA’ DIREZIONALE.

    In fondo la moneta non è che un regolatore dell’ effettiva capacità interna di produzione e sviluppo -anche sociale, non solo “economicistico”- i cui veri parametri stanno in popolazione, materie prime e tecnologia di trasformazione. Regolatore che può essere frenato o liberato in vari modi: in Trentino A.A. per esempio ciò viene fatto con il ritorno sul territorio dell’ intera tassazione, il che lo pone a tutti gli effetti come una “terra franca” dall’ aspiratore monetario. Tale benefit è OBBLIGATO a trasfornarsi in effettivo sviluppo in quanto concesso sotto forma di “incentivi e agevolazioni” dello stesso.

    L’ aspetto monetario ( “comburente” per l’ energia interna ) dunque può essere regolato in vari modi, NESSUNO DEI QUALI basterebbe però da solo a portare un “buono” sviluppo sociale oltre che quello puramente “economicistico”.

    E’ INFATTI LA TUTELA “POLITICA” a fare in modo che in Trentino la ricchezza venga realmente distribuita sul territorio e nella base ( poi certo, ci sono favoritismi e mangerie amministrative che ora esulano dal discorso ), a fare in modo che si crei ricchezza interna che si traduce in effettivo benessere economico E SOCIALE, che crea le infrastrutture, le strade, l’ assistenza, i servizi, ecc … NON BASTA LA MONETA, occorre una PRECISA DIREZIONALITA’. ( Che non impedisce tuttavia al TrentinoA.A di rientrare perfettamente nella superiore struttura “italiana”, senza farne per questo una “regione canaglia” ).

    Non potrebbe infatti MANTENERE ALL’ INTERNO TALE RICCHEZZA se i suoi prodotti locali non fossero “dop” ( ossia appunto, tutelati ALL’ ORIGINE dal meccanismo di sfruttamento accentratore ): è QUESTO E SOLO QUESTO che permette non solo di poter essere “venduti” ( e non prostituiti ai soliti “mercati” ), ma di lasciar accumulare ALLA BASE quella ricchezza che si porrà sia come LIMITATORE ALLO STRAPOTERE MULTINAZIONALE, sia come volano al sorgere dei servizi collaterali e terziari. La “Mela Melinda”, o la “Cantina Mezzocorona” sono sì strutturate “esternamente” come multinazionali, ma sono gli stessi produttori, associati in consorzi di piccoli proprietari agricoli, a portare il prodotto sugli scaffali Americano o Cinesi. E’ un “prodotto tutelato” che si fa “multinazionale” solo come sistema di vendita, e non come la ben nota catena di sfruttamento che conosciamo.

    E’ QUESTO ASPETTO che manca nell’ esposizione di Barnard, esposizione che darebbe sì un impulso straordinario alla “mera produzione e circolazione” … ma CHI ne stabilisce le regole e i limiti, e DOVE si accumula concretamente la ricchezza finale ?? … Il dubbio forte infatti è che non si faccia che spalancare la porta ai soliti “Mercati” che ora si pretende di cacciare dalla finestra SOLTANTO ABOLENDO quegli aspiratori virtuali ( moneta e finanza ) che il sistema stesso dovrà “spegnere” per necessità intrinseca alla sua stessa sopravvivenza … il che è MOLTO DIVERSO DAL CAMBIARE EFFETTIVAMENTE LA DIREZIONE DELLE COSE.

    Anzi, a dirla tutta, la sua sembra proprio l’ edizione riveduta a corretta di uno sviluppo economico esplosivo ( ma “economicistico” e accentratore ) tipico dei periodi che hanno poi portato dritti dritti al conflitto mondiale.

    Senza precisi regolatori “politici” infatti succederebbe semplicemente che tutta la produzione e ricchezza sprigionata da stati a cui torni a “far scorrere l’ acqua” obbligandoli contestualmente ad essere “puro laboratorio di trasformazione” ( con l’ obbligo di pareggiare import ed export ) nel giro di pochi anni si accentrerebbe naturalmente a livello di paesi potenti, gangli sovranazionali, grandi corporation e multinazionali, che pian piano assorbirebbero anche le industrie locali che, dopo lo sviluppo iniziale, comincerebbero a fallire … Tra 10 anni ci troveremmo compiuta, a tutti gli effetti, quella “spaccatura in due” oggi iniziata dell’ Europa … con rinnovate tensioni naturali e una quanto mai probabile nuova crisi indotta … ( ossia la solita spaccatura preventiva dell’ Eurozona, il solito bilanciamento di forze preventivo atto a fare in modo di “dividere e pareggiare” le forze in campo per un potenziale prossimo conflitto )

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    Ecco: “ora e solo ora” può darsi inizio alla Terza Guerra Mondiale: i PIGS con L’ Usa, il Nord-Europa con Cina e Russia.

    ARCHITETTI !!!!!!!!!!!!! … L’ ho detto io, che avete una gran voglia di mandarci in guerra … ma non subito, tra un po’.

  • Affus

    ho cercato di spiegare in un mio articolo piu volte qui sopra il perchè l’agroindustriale al sud non decolla come è avvenuto per il nord ,parlando delle multinazionali alimentari coop,ipercooo,carrefour ,Lidl tedesche,DEspar ,Discount etc,etc.ma mi è stato sempre immediatamente censurato,in pratica fecevo il tuo discorso .
    se vuoi ti posto il link.

  • Affus

    ho cercato di spiegare in un mio articolo piu volte qui sopra il perchè l’agroindustriale al sud non decolla come è avvenuto per il nord ,parlando delle multinazionali alimentari coop,ipercooo,carrefour ,Lidl tedesche,DEspar ,Discount etc,etc.ma mi è stato sempre immediatamente censurato,in pratica fecevo il tuo discorso .
    se vuoi ti posto il link.

  • Mondart

    ATTENZIONE però: io vedo una FORTISSIMA differenza tra le Coop Emiliane e i Consorzi del Trentino: le coop emiliane sono multinazionali nel metodo ( in una parola: sfruttano ); i consorzi trentini sono multinazionali solo per l’ aspetto distributivo, ma riportano e diffondono ricchezza alla base ( o almeno verticalizzano MOLTO meno ).

    Comunque un “SANO” globalismo puà solo avere la direzione di un’ autonomia nazionale LIMITATA MA RISPETTATA inserita in una superiore struttura NON TROPPO INVASIVA … non vedo altra via di due contenitori che si limitanoa vicenda … Sennò si continua a ripetere il solito giochino di boom e crisi, favorito dai soliti noti per favorire solo i soliti noti ( e meno noti ).

  • Matt-e-Tatty

    Tutto bello ma funzionerebbe senza globalizzazione. Con la gllobalizzazione le scope e i tappi li si produce dove costa meno e vanno sul mercato allametà del prezzo che può proporre lo scopificio e il tappificio semiartigianale. la stassa cosa vale per il prodotto agroalimentare che funziona come prodotto di nicchia ma che non trova sbocco su di un mercato più vasto perchè vengono venduti prodotti a cifre inferiori.
    basti pensare a paesi come la Norvegia, per evitare disoccupazione in quel paese previlegiano il prodotto interno tassando quello estero, il risultato è che la scopa cinese non arriva sul mercato a prezzo inferiore rispetto alla scopa prodotta nello scopificio norvegese. Il risultato è che lo scopificio norvegese da lo stipendio a n norvegesi mentre lo scopificio greco va a fallire nel giro di due mesi dall’apertura.

  • Mondart

    APPUNTO: servono dei LIMITATORI, non basta rimettere a posto la moneta. In un’ ottica di “autonomia interna rispettata”, inserita in un’ involucro sovranazionale esterno, il tutto potrebbe funzionare egregiamente, basterebbe volerlo.

    Sotto riporto l’ esempio dell’ “Autonomia Trentina”: di fatto il Trentino sta all’ Italia come un qualsiasi “stato-nazione” potrebbe stare al superiore globalismo.

  • Affus

    sono d’accordo non sono tutte uguali,ma si può imporre a tutte che nelle loro catene distributive usino almeno il 60% dei prodotti locali dell agro alimentare, dove ci sono. Solo cosi si sviluppa sul territorio l’economia locale .

  • Matt-e-Tatty

    E quale sarebbe quell’involucro sovranazionale che rispetta l’autonomia interna? promosso e attuato da che tipo di uomini?
    Mi riallaccio ad un discorso in corso con Tonguessy in altra area con un esempio: Ho 1000€ o $ o sesterzi al mese, quel denaro va a mantenere la mia famiglia, compro il gas o la legna per scaldare la mia casa, poi vado al mercato e mi trovo di fronte a due scaffali di mandarini, uno è prezzato 1€ o 1$ o 1 sesterzio al Kg mentre nell’altro scaffale c’è il mandarino dal marocco a 0,3 cent. Quale compro? Compro quello da 0,30 perchè con il restante o,70 compro il telefonino cinese nuovo o altro… fino a quando non perdo il mio lavoro perchè per vivere coltivavo mandarini e quanda caso sono quelli da 1€. Non posso più comprare la legna e così si trova nei guai anche il boscaiolo che però pure lui comprava il mandarino marocchino e ha contribuito alla mia rovina. Il contadino marocchino ci ha guadagnato? NO, è un poveretto a 300€ al mese che lavora per una multinazionale uguale a quella dove andavo a comprare io e il boscaiolo. Io a quel punto mi vedrò confiscare il terreno in cui coltivavo il mandarino, e così il boscaiolo si vedrà confiscare il bosco, ci ritroveremmo entrambi nelle condizioni del contadino marocchino. L’organo che sovraintendo chi è? chi dirige l’involucro sovranazionale come pure lo stato nazione? Uomini che sono foraggiati dal proprietario del mandarino in marocco e dell’ex mio mandarino, che non aveva interesse a che i miei mandarini venissero comprati ad un € ma che un giorno venderà a me il mandarino a 1€ quando io percepirò 300€ come il mio omologo marocchino.
    Non interesserà nemmeno a quel politico che doveva tutelarmi perchè lui percepisce non 1000, non 300 ma 20000 dal nuovo proprietario del mio mandarino, e dal nuovo proprietario dell’ex bosco del mio amico/fornitore di legna, e continuerà a farlo perchè io e il boscaiolo se protestiamo ci troviamo di fronte il celerino che ci corca di legnate. se solo fossimo stati lungimiranti… se avessi comprato il madarino a 1€… ma non avrei poturo prendere il telefonino cinese… già…

  • Primadellesabbie

    É vero. Infatti la Yugoslavia é stata sopportata, addirittura blandita, finché c’era la guerra fredda e poi prudenzialmente demolita. I norvegesi, i mediterranei della Scandinavia, sono abbastanza ostinati, fieri e uniti da poter fare qualche strappo.

    Sulla concorrenza dei prodotti cinesi o assimilati credo si dovrebbe fare un lungo discorso che accenno. Il lavoro di quei popoli, sfruttato non solo economicamente da aziende occidentali, produce i beni che conosciamo (es. Apple) che costano cari e la differenza é lucrata dal marchio. Quindi si tratterebbe di delocalizzazione (problematica connessa alla lotta di classe che, in questo blog, é trattata da un apposito specialista). I prodotti che vengono direttamente da quei Paesi non funzionano correttamente, si rompono con estrema facilità in dettagli o componenti pensati in maniera del tutto insolita, e spesso ed in modo evidente, il loro funzionamento é basato su concezioni che per noi sono bizzarre. Non possono fare paura, salvo ovviamente, eccezioni (per quanto sembri paradossale, le cave si fanno spedire dalla Cina le lastre di marmo pronte da posare). In sostanza, secondo me, dietro la copertura della “concorrenza Cinese” si nasconde qualcosa di più complesso e diverso .

  • Mondart

    MA QUESTO E’ UN ALTRO DISCORSO, NON TECNICO: sta di fatto che l’ Italia col Trentino lo sta facendo ( e anch’ io continuo a domandarmi come mai, ma questo non c’ entra con la sua “fattibilità” ) … IN SINTESI L’ ITALIA infatti non ci guadagna niente, se non appunto in infrastrutture costruite … Il che potrebbe bastare ad un “governo globale” che NON DEVE GUADAGNARCI ( fine che NESSUN governo dovrebbe infatti avere ), APPUNTO, MA SOLO EVENTUALMENTE DIRIGERE E ARMONIZZARE

    Ovvio che si parla in teoria, ovvio che nessuno sa cosa sta davvero nella testa di chi guida … ovvio che OGGI la direzione seguita è OPPOSTA, ( hai scoperto l’ acqua calda ? ) … Ovvio che solo Galbani vuol dire fiducia, ma anche questa direzione attuale può essere guardata con altra logica, e spinta appunto in altra direzione, pur in ottica “globalista”

    Tanto io sarò comunque crepato, quindi cosa vuoi che ne freghi, in fin dei conti ??

  • Mondart

    La logica e il buon senso vogliono inoltre che sia la base a poter in buona percentuale usufruire della ricchezza prodotta: e non si tratta solo di “prodotti” ma anche di “lavoro e servizi”, quale appunto sarà l’ economia nostrana, non avendo prodotti “dop” sufficienti a fornire piena occupazione

    Bene quindi Barnard, ma SOLO se inteso in un contesto di “protezione” del lavoro locale, altrimenti è sempre la solita fola: produci, produci, che ci pensa Mammona a mangiare.

  • mincuo

    Non c’entra coi concetti ma il Trentino Alto Adige è una Regione come trasferimenti fiscali molto privilegiata da 60 anni. E anche come servizi prodotti e infrastrutture. (Oltre al fatto che sono bravi per conto loro). Buttarono anche un pò di bombe all’epoca, e volevano andarsene, se non ricordo male. E ottennero appunto qualche privilegio.

  • Matt-e-Tatty

    Il Trentino è regione a statuto speciale perchè era economicamente depressa. Succedeva che avevano molti disoccupati non ancora in età da pensione, e trovarono una soluzione: mandarono i disoccupati a curare fossi, staccionate, strade etc. per impiegarli fino a pensione.
    E’ applicabile in tutta italia? Non ho ancora compreso questo oggetto misterioso che è il denaro, ma mi par di capire che con il nostro € sarebbe difficile impiegare per pubblica utilità i disoccupati, forse con la Lira inflazionando un pochino… non voglio scrivere cavolate e il rischio è quello quando si parla di ciò che non si conosce.

    Non ti volevo sfottere, solo sottolineare che “nella testa di chi guida” non c’è il bene pubblico ma il profitto privato… sarà la scoperta dell’acqua calda ma è la realtà delle cose, e pensare ad un controllo politico globale orchestrato da sta gente quà, mi fa rizzare tutto il pelo della schiena come ai gatti. La classe dirigente attuale non saprei come spingerla in altra direzione che non sia quella di un pozzo o foiba o calanco… questo per chiarire quanta stima e fiducia io abbia in loro. Il tuo è bellissimo quadro, quello di persone disinteressate che liberino dalla schiavitù il pianeta, ma non lo fai con l’attuale società, ne nel mondo ne in uno stato, oramai nemmeno in una regione… prioma dovrebbe cambiar testa la gente… aspetta e spera…

  • Mondart

    Questi qui ( gli attuali conduttori ai vari livelli di entità e identità ) vanno ATTACCATI PER LE PALLE … ovvio che su questo concordiamo tutti. Meno ovvio il fatto se esista una via di “rivolta” percorribile, e con quali potenziali alleati. Meno ovvio ancora il fatto che non si crei UNA SOLA opposizione ( vera, non fasulla ) a questo andazzo.

    Quindi ( con un bello sforzo di volontà, immaginazione e tanto tanto Galbani ) cerco di capire se il “parassita” possa essere portato a morire ( o molto limitarsi ) proprio dalla sua stessa voracità, e tramite l’ evoluzione della stessa struttura che sta implementando … il che vorrebbe dire anche che la volontà alla guida forse non è del tutto univoca ed unilaterale. Vedremo i segni futuri …

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  • Primadellesabbie

    Un mio conoscente, commercialista altoatesino, ereditò dal padre la segheria di famiglia. Non potendo seguirne la gestione la mise in vendita. Il prezzo era X se il compratore fosse stato uno dell’etnia locale e il doppio se si fosse presentato qualche altro. Mi informai e mi spiegarono che era praticamente la prassi.

  • Matt-e-Tatty

    Si può parlare di Cina come di qualunque paese compreso il nostro, la sostanza non cambia. Non è vero che fanno solo roba scadente, oramai vige la regola dell’obsolescenza programmata nelle industrie di tutto il mondo e la ragione è sempre il profitto.
    http://www.youtube.com/watch?v=N2cDFoZvA2Q
    Non non ti fanno paura per scarsa qualità? la raggiungeranno dove ancora non l’han raggiunta, oramai anche nel prodotto detto “di qualità” c’è del made in China, ma il punto non è nemmeno quello.
    I progressi tecnologici del 900 sono imponenti, nel giro di un secolo si è passati dal cavallo all’auto, dal manuale all’automazione. Con un sistema capitalistico come il nostro ciò che non serve alla produzione di denaro è ritenuto inutile e il concetto di benessere per chi tira i fili è quello del benessere individuale e non collettivo.
    Se negli anni 60 produrre un frigorifero richiedeva un lavoro di (ipotizzo) 80 ore, ora con l’automazione lo stesso frigorifero può essere prodotto in 8, per questa ragione un frigorifero degli anni 60 che non sia stato buttato via oggi va ancora mentre il mio che è 2006 è da sostituire. Durerebbe fino al 2050 il mio frigorifero se quei operai degli anni 60 oggi lavorassero 1/10 del tempo e per il restante facessero sport o leggessero libri o comunque impiegassero il loro tempo per vivere, ma siccome in questo mondo la regola è il profitto gli operai che servono vanno a lavorare per meno causa “concorrenza” e quelli che restano fuori sono come i malati di SLA, con la sola differenza che non sono debilitati fisicamente e vanno in piazza a litigare con i celerini.
    Ho come la sensazione che ci saranno molti “malati di SLA” nel prossimo futuro. Non so se mi sono spiegato.

  • Matt-e-Tatty

    Ad una rivolta percorribile penso tutti i giorni che si alza il sole, ma non la trovo.
    Ci sono stati momenti che ho pensato di mandar tutto a escort e ritirarmi su un monte a far l’eremita nutrendomi di bacche radici e funghi pur di non fare lo schiavo, di non usare la loro benzina e comprare nei loro supermercati con il loro denaro… c’ero quasi sai… poi è arrivato Monti e mi sono immaginato il giorno in cui mi sarei visto arrivare un ufficiale giudiziario a sequestrarmi il monte per non aver pagato l’IMU!
    Conosci Marius Jacob?
    Era un personaggio molto interessante, per vivere faceva il ladro e il personaggio di Arsenio Lupin è ispirato alla sua storia. Al processo nel 1905 fece un discorso che merita di esser riletto: « Signori,
    adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l’aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Ma prima di separarci, lasciatemi dire l’ultima parola…
    Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiede un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. “Il diritto a vivere non si mendica, si prende”.

    Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile. E che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all’angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato “bandito cinico” ma “onesto operaio”. Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.

    Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.

    Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.

    Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro miglior gendarme. Conoscendo l’impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo.

    Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un “piede di porco” assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece di ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione… i lavori forzati, la prigione… non sono prospettive troppo paurose di fronte ad un’intera vita di abbruttimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all’altro vittima di un’esplosione di grisou. Il lavoratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza, ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell’esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s’avvelenano, s’uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, trovano spesso la morte nella lotta ai vostri nemici.

    Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, Signori credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.

    Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che
    mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.

    Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del frutto dell’altrui lavoro. Ma è proprio per questo che ho fatto la guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri. Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto fosse impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale. O Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché “tutto” appartiene solamente a “qualcuno”. La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti.

    Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, L’anarchia verrà! »

  • Primadellesabbie

    Ho capito, sono al corrente di quanto così ben illustrato ed é vero che in oriente si fa anche roba di qualità, ma questa al momento, per essere distribuita da noi, passa attraverso un processo che la rende costosa abbastanza da non dover impaurire, più di tanto, i produttori di casa nostra. Dovevo spiegarmi meglio. Il loro modo di impostare i problemi e di ragionare é diverso dal nostro e, per quanto duttili e dotati di volontà notevole, ci metteranno del tempo a cambiare se decidessero, e non é scontato, di farlo. Ha presente il coltello affilato solo da una parte, che imprime una direzione al taglio? La pompa delle bicicletta con lo stantuffo spinto da un perno dello stesso diametro? I motori elettrici con un componente cruciale, di costo irrilevante, in un metallo che non resiste alle vibrazioni? Posso continuare quanto vuole. Un viaggiatore attento dell’inizio del secolo scorso si accorse che i sarti giapponesi tenevano il filo fermo in una mano e con l’altra dirigevano la cruna dell’ago in modo da infilare il filo, l’esatto contrario di quello che facciamo noi che spingiamo il filo nella cruna. Non rida, non sono differenze da sottostimare, rivelano un modo di affrontare le cose che ci é sconosciuto.