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L'AFFONDO DEL DOLLARO

DI IMMANUEL WALLERSTEIN
ilmanifesto.it

Il premier cinese Wen Jiabao, quando nel marzo 2009 si è detto «un po’ preoccupato» per lo stato del dollaro Usa, ha espresso lo stato d’animo di stati, imprese e persone di tutto il mondo. Egli ha chiesto agli Stati uniti di «mantenere il credito, onorare le promesse e garantire la sicurezza degli asset cinesi».
Soltanto cinque anni fa, questa richiesta sarebbe sembrata molto arrogante. Ora appare «comprensibile» anche a Janet Yellen, presidente della Federal Reserve Bank di San Francisco, sebbene Yellen consideri le proposte della Cina sulla valuta di riserva mondiale «lungi dall’essere un’alternativa pratica».

Ci sono solo due modi di custodire la ricchezza: in vere e proprie strutture fisiche, e in una qualche forma di denaro (valuta, obbligazioni, oro). Entrambi i modi comportano dei rischi per il possessore. Le strutture fisiche si deteriorano se non vengono usate, e usarle implica dei costi. Utilizzare tali strutture per ottenere guadagni e dunque profitti dipende dal «mercato» – ossia, dalla disponibilità di acquirenti disposti a comprare ciò che le strutture fisiche possono produrre.Le strutture fisiche sono almeno tangibili. Il denaro (che è denominato in cifre nominali) è semplicemente una potenziale pretesa su strutture fisiche. Il suo valore dipende dal rapporto di cambio che intrattiene con le strutture fisiche. E questa relazione può variare – e varia – costantemente. Se varia di poco, nessuno quasi se ne accorge. Ma se varia considerevolmente e frequentemente, i suoi possessori guadagnano o perdono molta ricchezza, spesso rapidamente.
In termini economici, una valuta di riserva non è altro che la forma più affidabile di denaro, quella che varia di meno. Perciò è il posto più sicuro per custodire qualunque ricchezza si possegga, che non sia sotto forma di strutture fisiche. Dal 1945 almeno, la valuta di riserva mondiale è il dollaro Usa. Lo è ancora.

Il paese che emette la valuta di riserva ha un particolare vantaggio rispetto a tutti gli altri paesi. È l’unico paese che può legalmente stampare valuta, quando ritiene che sia suo interesse farlo. Le valute hanno tutte tassi di cambio con altre valute. Da quando, nel 1973, gli Usa hanno abbandonato il loro tasso fisso di cambio con l’oro, il dollaro ha fluttuato nei confronti di altre valute, salendo e scendendo. Quando scendeva rispetto a un’altra valuta, ciò favoriva le esportazioni perché l’acquirente della merce esportata aveva bisogno di meno valuta propria. Ma le importazioni diventavano più costose, perché servivano più dollari per pagare il bene importato.

Nel breve periodo una valuta indebolita può far aumentare l’occupazione nel paese. Ma, nel migliore dei casi, questo è un vantaggio di breve periodo. Nel medio termine è più vantaggioso avere una valuta cosiddetta forte: il possessore di questa valuta ha un maggiore controllo sulla ricchezza mondiale, misurata in strutture e prodotti fisici. Nel medio periodo le valute di riserva sono valute forti e vogliono restare forti. La forza di una valuta di riserva deriva non solo dal suo controllo sulla ricchezza mondiale, ma anche dal potere politico che offre nel sistema-mondo. Ecco perché la valuta di riserva mondiale tende a essere la valuta del potere egemonico mondiale, anche se è un potere egemonico in declino. Ecco perché il dollaro Usa è la valuta di riserva mondiale.

Perché dunque il premier Wen è «un po’ preoccupato»? Chiaramente, perché negli ultimi decenni il tasso di cambio del dollaro Usa ha fluttuato molto ma, nell’insieme, è andato lentamente declinando. Uno dei principali fattori è l’incredibile aumento del debito globale del governo americano. Sostanzialmente, gli Stati uniti riescono a compensare le spese in due modi. Stampano valuta e vendono i buoni del tesoro Usa, soprattutto ad altri governi (i cosiddetti fondi sovrani).
Non è un segreto che negli ultimi anni il principale acquirente dei buoni del tesoro americani è stata la Cina. La Cina non è l’unico acquirente. Il Giappone, la Corea del Sud, l’Arabia Saudita e Abu Dhabi, l’India e la Norvegia, hanno tutti comprato buoni del tesoro Usa. Ma oggi la Cina è il maggiore acquirente e, data l’attuale contrazione del credito, probabilmente è uno dei pochi acquirenti nell’immediato futuro.

Il dilemma per la Cina, come per gli altri paesi che hanno investito in buoni del tesoro Usa, è che se il dollaro scendesse ulteriormente, o se si verificasse un’inflazione significativa legata alla stampa di valuta da parte degli Stati uniti, l’investimento in buoni del tesoro potrebbe tradursi in una perdita. D’altro canto, quale alternativa hanno la Cina e gli altri stati?
La conclusione cui stanno giungendo la Cina e gli altri acquirenti è una politica di disinvestimento discreto, ma costante: non così rapida da scatenare una «corsa agli sportelli», ma nemmeno così lenta da farli restare col cerino in mano «prima del fuggifuggi» («before the stampede»), come W. Joseph Stroupe ha intitolato il suo articolo su Asia Times.

La Cina sta riducendo la quantità di buoni del tesoro americano che acquista, e ora preferisce comprare quelli a breve termine, piuttosto che quelli a lungo termine. Inoltre sta entrando nei «currency swaps» con altri paesi, come l’Argentina; in questo modo non devono usare i dollari per le loro transazioni. E la Cina sta chiedendo la creazione di una valuta di riserva alternativa basata sui «diritti speciali di prelievo» («special drawing rights» – Sdr) creati dal Fondo monetario internazionale, che si basano su un paniere di valute. La Russia ha sottoscritto la proposta.

Gli Stati uniti non sanno bene come rispondere. Quando il segretario al tesoro Timothy Geithner ha dichiarato che il governo americano è «aperto» alla proposta della Cina di aumentare l’uso dei diritti speciali di prelievo, il dollaro è immediatamente sceso nel mercato valutario. Così Geithner ha «chiarito». Il dollaro è rimasto la «valuta di riserva dominante» e questo «probabilmente continuerà ancora a lungo». «Faremo ciò che è necessario – ha dichiarato Geithner – per dimostrare che sosteniamo la fiducia nei nostri mercati finanziari, nella capacità produttiva di questo paese e nei nostri fondamentali a lungo termine».
Geithner sta solo ostentando sicurezza? Cosa più importante: chi crede nella plausibilità delle sue parole? La chiave della forza di una valuta non sono i cosiddetti fondamentali, ma è la «fede» nella loro realtà.

Tutti gli attori principali sperano possa esserci un atterraggio morbido, una transizione ordinata per prendere le distanze dal dollaro Usa. Nessuno vuole precipitare in caduta libera, perché nessuno è sicuro di guadagnarci se ciò dovesse succedere. Ma se lo stimolo degli Usa si rivelasse alla fine l’ultima bolla, il dollaro potrebbe subire una deflazione improvvisa, in modo estremamente caotico. I francesi rendono «stampede» con «sauve-qui-peut» cioè, alla lettera, «si salvi chi può».

Immanuel Wallerstein
Fonte: www.ilmanifesto.it
Link:
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090521/pagina/01/pezzo/250333/
21.05.2009

Pubblicato da Davide