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LA VITA A CREDITO E’ ATTRAENTE COME NESSUNA ALTRA DROGA”

DI SUSANNA MARIETTI
Liberazione

La crisi dei mercati finanziari è una crisi globale e nazionale. E’ una crisi che mette in discussione il sistema capitalistico nel suo complesso e le abitudini più radicate dei singoli cittadini. Che mette in discussione il modo stesso in cui si sono costruite la finanza e l’economia negli ultimi decenni, dal reaganismo in poi. Una finanza e un’economia slegate dalla produttività e dal mondo del lavoro, che tuttavia hanno avuto l’ambizione di guidare i processi politici e di arrivare perfino a valutare i lavori delle amministrazioni statali e locali. La crisi di oggi è stata giudicata paragonabile a quella del 1929. Qualcuno l’ha definita ancora più grave. Ne abbiamo parlato con Zygmunt Bauman sulle colonne de Linkontro.info .

Professor Bauman, lei afferma che la sola autentica soluzione alla situazione attuale consista nell’andare alle radici del problema. Cosa intende dire con ciò? Si riferisce a un cambiamento culturale globale o a misure politiche specifiche?

L’attuale panico del credito offre una straordinaria dimostrazione di cosa in politica dovrebbe significare, ma spesso non significa, andare alle radici. L’odierno credit crunch non è una conseguenza del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del loro incredibile successo, pienamente prevedibile sebbene per molti inaspettato: successo nell’aver trasformato un’enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una razza di debitori. Debitori per sempre, dal momento che la condizione di essere in debito è stata resa auto-perpetuante, e altri debiti vengono indicati come l’unica soluzione realistica ai debiti pregressi. Incorrere in tale condizione debitoria è recentemente diventato facile come non mai nella storia umana, mentre uscirvi non è mai stato così difficile. Chiunque può diventare un debitore, e milioni di altri che non potrebbero e non dovrebbero essere attirati dall’indebitamento sono già stati allettati e sedotti da esso. E così come la scomparsa di gente scalza significa problemi per le industrie di scarpe, allo stesso modo la scomparsa di gente senza debiti significa disastro per l’industria del prestito. La famosa previsione di Rosa Luxemburg si è avverata ancora una volta: comportandosi come un serpente che si morde la coda, il capitalismo si è di nuovo pericolosamente avvicinato al suicidio involontario con il portare a esaurimento le nuove terre vergini da sfruttare.

E come si è reagito a tutto questo?

La reazione fino ad ora – di effetto, e perfino rivoluzionaria, come può sembrare una volta trattata nei titoli dei media e nel parlare sloganistico dei politici – è stata: ne vogliamo ancora. Un tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente meritevoli di credito, così che il business di prestare e prendere in prestito, di indebitarsi e rimanere indebitato, potesse tornare alla normalità. Il welfare state per i ricchi – che diversamente dal suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori uso – è stato riportato negli showroom dalle stanze di servizio dove erano stati temporaneamente relegati i suoi uffici per evitare spiacevoli paragoni (ma non il welfare state per i non-ricchi: per loro continua certo a valere la categorica affermazione di John Mc Cain secondo cui “non è dovere del governo tirar fuori dai guai e ricompensare chi si comporta in maniera irresponsabile”, New York Times, 28 marzo 2008).

Lo Stato ha dovuto gonfiare i muscoli, secondo una sua espressione.

I muscoli statali, a lungo non utilizzati a tal fine, sono stati di nuovo pubblicamente gonfiati, stavolta per continuare quel gioco in cui il gonfiarli è sentito come offensivo eppure – disgustosamente – inevitabile, un gioco che curiosamente non può sopportare che lo Stato gonfi i muscoli ma non può sopravvivere senza che lo faccia. Si noti che il governo americano è entrato in azione solo dopo che i giocatori di serie A di quel gioco che è il libero mercato e la libera circolazione di capitali hanno avuto esperienza diretta della tendenza suicida della rampante globalizzazione e della deregolamentazione su vasta scala dei mercati finanziari globali. Si noti anche che tutte le misure che sono state poi intraprese dalle autorità federali – improvvisamente e in netta contraddizione con tutte le loro precedenti professioni di fede – mirano a salvare ‘l’alto e potente’ dalla catastrofe che esse hanno potuto verificare sul ‘basso e debole’, e mirano a permettergli di ristabilirsi dai presenti e futuri ‘singhiozzi’ e giocare al gioco della globalizzazione con ancor più vigore, determinazione e profitto.

Il welfare state per i ricchi di cui parlava prima. Chi è stato aiutato da queste misure?

Esse sono state introdotte per salvare gli squali, non i pesciolini di cui questi si nutrono. E, una volta rassicurati e rinforzati, gli squali sono le ultime creature che chiedono limiti alla caccia nelle acque globali… Per dirla con la colorita espressione del Financial Times del 20/21 settembre, “i mercati globali hanno ruggito la loro approvazione” della linea d’azione americana, che nella sobria valutazione di questo giornale significa “permettere alle banche di tamponare le proprie perdite, ricapitalizzare e rimettersi in affari”. Non per cambiare i modelli operativi delle banche, bensì per metterle in condizione, una volta di più, di seguirli, sperando ora di poter essere sottratte alle conseguenze della loro avidità, con la quale sarebbe stato auspicabile (e immaginosamente esigibile) che avessero fatto i conti basandosi sui propri (insufficienti, come trapela ora) mezzi e secondo il proprio (sbagliato, come trapela ora) giudizio. Come ha detto Alistair Darling, responsabile della politica finanziaria britannica, a Sky News l’8 ottobre, dopo il mercoledì nero: “noi vogliamo essere sicuri di far ripartire il sistema”.

Un sistema sbagliato nella sua interezza, che produce all’uomo sofferenza?

Quel che è allegramente dimenticato è che le modalità dell’umana sofferenza sono determinate da come gli uomini vivono. Le radici della sofferenza lamentata oggi, come le radici di ogni male sociale, affondano in profondità nel nostro modo di vivere, grazie alla nostra abitudine – attentamente coltivata e ora assai radicata – di ricorrere al credito al consumo ogni qualvolta c’è un problema da affrontare o una difficoltà da superare. La vita a credito è attraente quanto – forse – nessuna altra droga, e di certo dà ancor più assuefazione di molti tranquillanti in vendita. Ma decenni di copiosa fornitura di una qualche droga non possono che condurre a un trauma nel momento in cui essa si interrompe. Ci viene oggi proposta una scappatoia apparentemente facile dallo shock che affligge sia il tossicodipendente che lo spacciatore di droga: riprendere la fornitura di droga, possibilmente in modo regolare.

Susanna Marietti
Fonte: www.liberazione.it
10.10.08

Traduzione a cura di Nunzia Bossa

Pubblicato da Davide

  • Tao


    L’OCCIDENTE ALLA CATASTROFE FORSE E’ UN MALE FORSE E’ UN BENE

    DI FRANCO BERARDI BIFO
    Liberazione

    Il crollo del sistema finanziario internazionale è l’inizio di un processo di trasformazione profonda e catastrofica delle società di tutto il mondo. Gli effetti di questo collasso sono ormai prevedibili. Avendo succhiato tutte le risorse disponibili per salvare le banche, senza peraltro riuscire a salvarle, il potere politico americano ha fatto una scelta: mandare nell’abisso l’economia reale.

    Cosa vuol dire infatti il colossale intervento del Tesoro? Vuol dire ipotecare le risorse di tutti. Ogni americano pagherà duemila dollari per salvare Wall Street, non ci sarà più credito disponibile e non ci saranno soldi per gli investimenti. La disoccupazione in America è aumentata di centosessantamila unità nel mese di settembre. E’ facile immaginare cosa accadrà nei prossimi mesi. La crisi finanziaria, d’altronde, non va vista come un fenomeno isolato. Essa è in stretto collegamento con un’altra catastrofe, quella geopolitica, quella militare.

    Dal 1492 l’Occidente ha potuto disporre delle risorse del pianeta perché disponeva di una forza militare schiacciante. Puntando la pistola alla tempia dell’umanità, gli occidentali hanno potuto appropriarsi delle risorse di tutti gli altri. Ma con la disfatta in Iraq e in Afghanistan, con il ritorno aggressivo della potenza russa, l’egemonia militare è finita. La pistola puntata alla tempia ora appare scarica (anche se purtroppo non lo è). Sta accadendo una cosa nuova: i popoli della terra ora sanno che l’Occidente non ha più nessuna egemonia militare, dunque chiedono di ridistribuire quelle risorse di cui l’Occidente si è appropriato. La restituzione del debito che l’Occidente ha accumulato non solo negli ultimi trenta o quarant’anni, ma negli ultimi cinquecento anni.

    Questa è la posta in gioco, questo è l’orizzonte nel quale ci muoviamo. Il 20% della popolazione terrestre che si appropria dell’80% delle risorse della terra è forse pronto a restituire il maltolto? Purtroppo non è pronto, anzi non vuole nemmeno riconoscere l’entità del problema, almeno fino ad oggi. E questo vorrà dire guerra, razzismo, violenza. E’ bene saperlo.
    Ma questo vorrà dire anche la fine dell’Occidente. Non del capitalismo badate bene, ma la fine dell’Occidente, del mondo come lo conosciamo da Cristoforo Colombo in poi.
    C’è qui un’opportunità per gli eredi del movimento egualitario e libertario, c’è qui un’opportunità per i movimenti di autonomia della società?
    C’è un’opportunità gigantesca, a mio parere, anche se ora è difficile da cogliere.
    Il capitalismo non è una cosa, non è un ammasso di cose. Ce l’ha spiegato Marx. Marx ha detto: il capitale è un rapporto, non una cosa. Io, se me lo permettete, che pure sono piccolo piccolo, vorrei correggere, su questo punto, Marx. Il capitale non è una cosa, ma non è nemmeno un rapporto.

    Il capitalismo è l’introiezione di un rapporto. Solo quando gli uomini e le donne introiettano il rapporto tra lavoro e salario, tra valorizzazione e dominio, tra bisogno e merce, solo quando gli uomini e le donne credono che lo sfruttamento sia naturale, il capitalismo li può dominare.
    Se gli umani capiscono che ci sono altri modi di organizzare la loro attività e il loro scambio, il loro rapporto con la natura e con le risorse, se capiscono che ci sono modi meno faticosi e meno violenti, allora forse vivere senza dominio capitalista diviene possibile.
    Oggi noi attraversiamo una catastrofe. Catastrofe non è una brutta parola, una parola che porta disgrazia. E’ un concetto dal senso preciso. In greco significa spostamento che permette di vedere una prospettiva che non si vedeva prima.

    Kata significa giù, sotto, ma anche oltre, al di là. E strofein significa spostare.
    La catastrofe finanziaria e geopolitica non è di per sé una liberazione. Al contrario, di per sé moltiplica il pericolo, di per sé aumenta la paura.
    Ma se ci sono uomini e donne intelligenti, creativi, coraggiosi e soprattutto liberi dall’eredità del passato, come noi siamo o almeno dovremmo essere, allora vedi che si presenta una enorme (imprevedibile ed imprevista) opportunità. L’opportunità è quella di cavalcare la (inevitabile) disfatta dell’Occidente, che ormai è in corso, che ormai è inarrestabile, in un nuovo atteggiamento mentale, in una nuova concezione vissuta della ricchezza.

    La ricchezza non è la massa di cose di cui disponiamo, la ricchezza è il modo in cui viviamo il tempo, è il rapporto di solidarietà che sappiamo avere tra noi. Come i gigli nei campi e come gli uccelli nel cielo anche noi umani possiamo vivere di poco, di molto poco. Dovremo imparare a vivere del poco indispensabile, perché altrimenti finiremo tutti malissimo. Non sarà facile impararlo e ancor più difficile sarà insegnarlo a tutti gli occidentali. Ma impareranno, con le buone o con le cattive.
    Noi vediamo oggi, grazie alla catastrofe, che il capitalismo non è eterno e non è naturale, che l’economia della crescita non è la migliore organizzazione della vita sociale. Quel che dobbiamo fare è comunicarlo. Senza ansia, senza rabbia, senza arroganza.

    Molte cose scompariranno nei prossimi mesi, molti moriranno di fame e molti di violenza e di guerra. E’ bene saperlo, è bene prepararsi. E’ bene preparare quelli che ci stanno intorno. Ma nulla di ciò che sta sulla terra è eterno, neppure le nostre vite, i nostri giornali, i nostri partiti. La sola cosa che non deve estinguersi è la capacità di capire. Comprendere, comprendere, e trasformare.

    Franco Berardi Bifo
    Fonte: http://www.liberazione.it
    8.10.08

  • sultano96

    Sig. Bifo più volte le ho indicato la lettura dell’antropocrazia, contenitore delle idee, e non solo, da lei esposte nel suo commento. E’ una questione di ricerca, perchè sotto il sole non c’è mai niente di nuovo, alla faccia degli evoluzionisti! L’antropocrazia risale a Socrate quindi 2 millenni prima di Colombo. Le auguro una buona lettura.

  • IVANOE

    Adesso è facile dire o far capire dietro le righe :
    la colpa è della maggior parte della popolazione che si è indebitata troppo per correre dietro il consumismo;

    Ma dove stavano i sindacati, i politici della cosidetta sinistra, quando per quattro denari hanno venduto al miglior offerente ( i potenti di turno) ,
    i giusti e necessari adeguamenti salariali, gli aumenti di stipendio dati in base all’anzianità di servizio, gli scatti periodici dia aumento degli stessi ?
    Ecco a questo bisognerebbe rispondere e qui trovare le responsabilità.
    Il cittadino è stato usato :
    – subito dopo la guerra i governi hanno fatto sfornare milioni e milioni di figli perchè facevano comodo : c’era bisogno di braccia ma anche di voraci consumatori;
    – adesso che la popolazione mondiale l’hanno fatta crescere a dismisura e sono diminuiti gli spazi a queste altre milioni di persone che sono nati dai figli dei figli del dopoguerra gli hanno dato il precariato una società senza morale e senza principi e gli hanno lasciato sopratutto un’abitudine al consumismo senza tregua mescolato al rancore collettivo del : perchè lui può ed io no !! Innescando la voluta corsa al debito.
    E dove erano i sindacati i socilogi di sinistra ad informare e frenare culturalmente questo vero terremoto morale ( altro che crisi delle borse !!! ) ?
    Ve lo dico io nei salotti buoni a parlare con la “r” moscia respirando comodi ambienti nobili e retrogradi.
    Adesso da questi assistiamo alla morale del deibto del popolino che è colpevole dei suoi vizi perchè per comprarli ha fatto debito, perchè è affascinato dalla possibilità di consumare…
    Bravi bell’esempio di coerenza. Ma negli ultimi cinquantanni questi figli sono stati affogati e centrifugati dalla cultura del consumismo becero.
    E’ facile fare i moralisti e sentire la predica di chi negli anni veri ( fine anni 60 e anni 70 ) dovevano indottrinare le masse per metterle in guardia di cosa sarebbe successo.