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LA VERIT SUI DELITTI D’ONORE

DI ROBERT FISK
independent.co.uk

L’anziano pachistano maulawi posò due banconote sul tavolo che ci separava, una di 50 rupie e l’altro di 100. “Ora mi dica” domandò Rahat Gul, “ quale delle due ha più valore?” Pensai ad una trappola – e in un certo senso lo era – ma lui perse la pazienza e prese la banconota da 100. “Ora venga con me”. Si alzò e mi condusse attraverso un corridoio stretto in una piccola stanza. C’era una brandina, una radio militare e, in fondo alla camera, una cassaforte di fabbricazione britannica. Compose la combinazione e aprì la volta. “Ha visto?” mi disse. “ È come una donna. Deve essere protetta e custodita, perché lei è più preziosa di noi”.

Caro lettore, questo è capitato davvero. Questo atto teatrale assolutamente spontaneo è accaduto alcuni anni fa in quella che veniva allora chiamata la Provincia della frontiera nord occidentale. E io posseggo il filmato dell’intero accaduto, dove mi si vede seguire il religioso verso la cassaforte e lo si sente paragonare il valore della banconota a quello della donna.

Nella foto: Attivisti per diritti umani manifestano a Multan, Pakistan, contro i delitti d’onore
Presumibilmente sarei dovuto rimanere impressionato dallo status elevato che lui accordava alle donne. Ciò che ovviamente mi colpì era il valore esclusivamente economico accordato alle donne – donna come un conto corrente – e che questo poteva essere il vero motivo dietro il sistema misogino che ci ha portati alla maledizione del crimine “d’onore”.

Ad Alessandria, un vecchio amico egiziano mi dice: “ Signor Robert, ecco cosa succederà una volta che lei avrà scritto il suo articolo sui delitti d’onore. Anzitutto, diranno che lei sta usando i musulmani come capri espiatori, anche se questo non ha nulla a che fare con l’Islam. Poi lei sarà accusato di denigrare la nazione araba o l’Egitto, la Giordania, il Pakistan o la Turchia”. Beh, vedremo.

Entro nell’ufficio di Ahmed Najdawi, un anziano avvocato giordano, dove le pareti sono decorate con fotografie del suo eroe, Saddam Hussein. C’è anche una foto di Saddam che stringe la mano a un orgoglioso Najdawi. Un uomo laico e un uomo del popolo, perché in verità Saddam rimane un eroe per molti ad Amman. E invece, Ahmed Najdawi spesso difende le famiglie di chi commette delitti d’onore, di chi ha ucciso la propria moglie o le figlie o sorelle.

Lui crede che la questione è stata “sovraesposta” per ragioni politiche, perché i musulmani sono “un bersaglio facile”. Questo capita dappertutto nel mondo, insiste. “Sebbene abbia più a che fare con le culture orientali”. Parla dell’impero ottomano, come le sue regole hanno formulato “leggi primitive che hanno difeso costumi primitivi”, come “i costumi sono più forti delle leggi”.

So cosa mi dirà ora. Ma noi gli occidentali non abbiamo forse trattato le donne allo stesso modo? “In Europa si bruciavano le donne per adulterio”. È vero. E non molto tempo fa le donne britanniche non sposate e incinte venivano rinchiuse nei manicomi. E comunque, il senso dell’onore non importava agli uomini durante il Rinascimento?

Una volta tornato a Beirut ho rispolverato la mia vecchia copia della più sanguinaria opera di Shakespeare, Tito Andronico. La figlia dell’eroe, Lavinia, è stata stuprata e mutilata, e Andronico contempla l’idea del delitto d’onore.

TITO: Fece bene l’impetuoso Virginio

quando uccise la figlia con la propria destra

perch’ella era stata violentata, insozzata e deflorata?

SATURNINO: Fece bene, Andronico….

la fanciulla non doveva sopravvivere alla sua vergogna

e con la sua presenza rinnovare il dolor di lui.

Quindi il destino di Lavinia è segnato.

TITO: Muori, muori, Lavinia, e la tua vergogna muoia con te

e con la tua vergogna il dolore del padre tuo!

Ma la vergogna del padre muore?

“C’è sicuramente rimorso” dice Najdawi. “Loro commettono questi crimini motivati da aspetti culturali. Ma quando il trascorrere del tempo li calma, hanno dei rimpianti. Nessuno uccide una moglie, una sorella o la figlia senza provare in seguito un rimorso”.

Eppure niente è più vicino allo spirito del Tito Andronico delle insistenti, terribili storie di stupri di gruppo fatti dal personale statunitense ad Abu Ghraib. Ad Amman se ne parla ripetutamente e una mia fonte accurata a Washington – un uomo che ha a che fare col personale militare – mi dice che sono storie vere.

Per questo Obama ha cambiato idea sulla diffusione delle foto che George W.Bush si era rifiutato di rendere pubbliche. Le foto che abbiamo visto – l’umiliazione degli uomini – erano già abbastanza oltraggiose. Ma quelle che non abbiamo visto mostrano gli americani stuprare le donne irachene.

Lima Nabil, una giornalista che ora dirige una casa per donne scappate di casa, sorseggia un caffe con me sotto il cocente sole giordano. “Ad Abu Ghraib le donne erano torturate dagli americani molto più degli uomini” mi dice. “Una donna ha affermato di aver testimoniato lo stupro di cinque donne. La maggior parte delle donne incarcerate sono state stuprate e alcune di loro hanno lasciato la prigione incinte. Le famiglie hanno ucciso alcune di queste donne per la vergogna”.

Lima ha scritto molti articoli sui crimini d’onore. Almeno uno è stato censurato. È stata minacciata, e con lei altri giornalisti. “Qua fuori abbiamo comunità chiuse, dove tutti ci conosciamo. Secondo la legge tribale, ai vecchi tempi, lo sceicco ti avrebbe protetto. Ora il governo tenta di prendere il sopravvento.”

Naidawi è d’accordo. “La legge è appena stata emendata – ora dà pari dignità a uomini e donne su temi riguardanti l’onore. Essa afferma che se la donna uccide suo marito va trattata allo stesso modo. Ma ugualmente, se il marito uccide la moglie, questo viene considerato omicidio intenzionale e non può ricevere meno di 10 anni. Nonostante molte circostanze attenuanti l’omicidio è ancora intenzionale. Ed è vero che le corti di Amman hanno comminato sentenze a 14 anni a uomini per crimini d’onore e sono intenzionate a far rispettare la sentenza.

Lima Nabil racconta la storia che ho sentito da altri tre giornalisti e da alcune ONG ad Amman. I particolari sono gli stessi e la storia è vera. Nella città di Madabad, una donna ha lasciato suo marito per un amante ed entrambi sono andati dal capo tribù per evitare l’invocazione del delitto d’onore. “Il capo tribù ha concesso il divorzio al marito e ordinato alla moglie di sposare l’amante” ci dice lei “Poi ha ordinato alla sorella dell’amante di sposare il marito abbandonato. Così se l’amante dovesse vantarsi di aver sottratto la moglie a un altro uomo, il marito potrebbe sempre rispondergli che andava a letto con sua sorella!” Ogni volta che sento questa storia mi faccio la stessa domanda. La “legge” tribale può aver prevenuto la violenza, ma che dire della sorella obbligata a sposare il marito divorziato?

Frazana Bari è tra le donne più forti cui mi sia capitato di parlare. Docente presso l’università Qaid al-Azzam ad Islamabad, appare spesso in televisione e il suo pensiero libero riesce a provocare l’ira di alcuni suoi studenti; il che potrebbe essere pericoloso in Pakistan. Fuori il suo ufficio ho notato che alcuni studenti hanno scarabocchiato il loro dissenso su un volantino di un laboratorio teatrale col quale lei collabora. Bari è quindi una figura necessaria nel suo paese, una voce solitaria fuori dal coro.

“L’onore per gli uomini è collegato al comportamento delle donne perché loro sono viste come parte della proprietà della famiglia e della comunità” ci dice lei. “Non hanno identità indipendenti, non sono esseri umani indipendenti. Gli uomini pensano alle donne come estensioni di se stessi. Quando le donne violano questi standard, il senso d’identità degli uomini subisce un colpo. Ovviamente le donne devono inculcare questi valori ai loro figli. La donna può considerarsi fallita come moglie e come madre se i suoi figli non apprendono questi valori”.

Poco dopo, la parola “feudale” appare nella nostra conversazione. “L’Islam diviene uno strumento di uccisione solo quando esiste un certo sistema feudale. Devi inserire il problema nel contesto sociale. Ci sono più delitti d’onore in Pakistan che in India e in Pakistan non c’è stata la riforma agraria, c’è un pesante sistema di terratenenza, le terre tribali sono fuori dal controllo del governo centrale. È il sistema feudale. Nella storia dell’Europa c’è stata la barbarie e ora alcune parti del Pakistan sono come l’Europa tanti secoli fa. Ma la crudeltà che si verifica ora…” Qui Bari scuote la testa. “Recentemente c’è stata una donna incinta, sospettata di aver avuto una relazione extra coniugale, la sua famiglia l’ha fatta sbranare dai cani e lei è morta. Sono metodi atroci e brutali per uccidere la gente. Intellettualmente per me è complicato spiegarlo”.

Non ho trovato nessuno in grado di capire le origini di questo sadismo; specialmente perché molti delitti d’onore – in particolar modo tra i palestinesi – sembrano essere causati da discussioni su eredità e denaro. Si possono sentire le onde del mediterraneo dal bar di Gaza dove mi incontro con Naima al-Rawagh. Lei supervisiona ciò che chiama il Gruppo di Responsabilizzazione delle Donne, è una donna piccola avvolta in una sciarpa e parla un inglese corretto. “Per esperienza personale posso dire che non si tratta di un problema religioso ma culturale” mi dice. Comincio a stancarmi di sentire la parola “cultura” in questo contesto, così come la parola “tribale”. Perché non stabilire un percorso che colleghi i luoghi dei famosi delitti d’onore? Ma Naima taglia corto.

“Le specifiche condizioni religiose non valgono nei casi di Gaza. In anni recenti abbiamo notato che molte donne sono state uccise per denaro. Un fratello preferisce uccidere sua sorella per prendere la sua eredità e poi dire che lei ha disonorato la famiglia”. Il professor Tariq Rahman, collega di Frazana Bari ad Islamabad e docente di studi sud asiatici, sembra ricorrere allo stesso argomento e – senza saperlo – a quello della cassaforte del maulawi di cui ho parlato – quando scrive che “dal momento che una donna è un tesoro o una cassaforte dove l’onore degli uomini è conservato, lei è proprietà loro. Lei va conservata ovviamente, ma solo come una scatola dove si conserva il tesoro, non per il suo valore ma per quello che contiene.”

Riflettendo su questo punto, Naima al-Rawagh sospira. “Credimi” mi dice con un sorriso triste, “1,400 anni fa era meglio di ora”. Najdawi ha detto qualcosa di simile ad Amman. “La nostra società araba e orientale adora la donna. Il profeta Maometto disse ‘prendi metà della tua religione dalla tua donna’. Da quel momento, le cose sono precipitate nell’epoca abbaside, quando siamo diventati più primitivi. A quel punto è arrivato lo hijab, il niqab…”. Questa spiegazione mi lascia confuso almeno quanto quella sulla tradizione dei delitti d’onore. I giordani mi hanno detto che essa venne dalla Palestina, da uomini che una volta possedevano aziende agricole e ville e che ora vivono in accampamenti fatiscenti, in stanze abitate da 10 persone. Altri hanno detto che l’idea proveniva dall’Egitto, ma due donne egiziane hanno insistito –ovviamente con me – che la tradizione proviene dall’Arabia Saudita.

Naima al-Rawagh afferma di non conoscere casi di uomini palestinesi autori di crimini d’onore, anche se mi ha raccontato una storia raccapricciante di un uomo che voleva risposarsi cinque anni fa. “Sua moglie lavorava e aveva le proprie risorse finanziarie che aveva speso per lui. Lei lo inviò in Egitto ad acquistare dei prodotti ma lui spese i soldi per comprarsi un’altra moglie. Al ritorno, lei non lo uccise. Gli servì un té drogato e poi gli tagliò il pene. Lei finì in galera, lui andò in ospedale e vi morì”. Nonostante ci siano elementi da commedia nera, Naima racconta di vero terrore tra gli uomini di Gaza.

“C’era un’altra ragazza che si innamorò di un suo cugino. Lui fece sesso con lei e lo raccontò a tutti i suoi cugini. Quindi loro andarono da lei e le dissero che se non avesse fatto lo stesso con loro avrebbero raccontato tutto. Così venne violentata da molti dei cugini e rimase incinta. Suo padre era molto malato e lei non voleva fargli venire un infarto. Così lei si concesse in matrimonio a uno dei cugini. Ma il cugino l’avrebbe lasciata una volta finita la gravidanza perché non sapeva se era suo figlio. Un parente della ragazza venne da me per consultarmi. Noi non diamo indicazioni, soltanto apriamo loro gli occhi; devono scegliere di fare la cosa giusta. Non approvai il suo matrimonio, ma la ragazza pensò che così si sarebbe salvata dai terribili pettegolezzi”.

Naima ha un nuovo marito e ha 38 anni. Suo marito, mi dice lei, riconosce che esiste una notevole violenza nei confronti delle donne ma pensa che siano le donne la causa principale “perché non trattano bene la famiglia”. Naima dice che lui le ha consigliato di aprire un centro per i maschi vittime delle violenza. Naima ha una laurea in politica e pianificazione internazionale della salute presa alla Brandeis University. Suo marito è proprietario di una drogheria.

Eppure rimango perplesso. Le ricerche sui crimini d’onore destano inquietanti interrogativi sulla mia reazione al mondo arabo e musulmano nel quale ho vissuto per 34 anni. Ho imparato molte cose di questa società che gettano un velo d’ombra sul nostro occidente “civilizzato”. Non posso non rimanere impressionato dal rispetto e l’attenzione con cui i bambini trattano i loro parenti. Nessun parente anziano è messo in una casa di riposo. Madri e padri sono seguiti nel loro invecchiamento a casa e muoiono nel proprio letto con le loro famiglie intorno. C’è un genuino calore verso gli stranieri – verso quelli dagli occhi azzurri come me – che vengono invitati nelle case a pranzo e cena insieme alle famiglie, che potrebbero avere tutti i buoni motivi per odiare le terre da cui veniamo.

Eppure sono testimone di aspetti molto meno affascinanti in queste società. Negli accampamenti palestinesi, le lunghi notti sono piene di urla e rabbia di genitori e figli – perché questo è il significato di essere un rifugiato, cioè nessuna casa, nessun futuro, famiglie numerose ammassate in due stanze, caldo, zanzare, umiliazione. E molti bambini nei paesi arabi vengono picchiati dai genitori, troppi; ne sento parlare in continuazione, e occasionalmente ne sono triste testimone. Dal momento che questa non è la mia terra, devo accettare, almeno a livello sociale, che questa è una società patriarcale; ed è la risposta che ho dato al lettore che mi ha chiesto perché nell’indice del mio recente tomo sul medioriente le donne appaiono solo 15 volte. C’erano anche riferimenti individuali alle donne, ma ho dovuto spiegare che in medioriente sono gli uomini quelli che decidono.

Di solito rifuggo le domande e le risposte scontate. Perché gli uomini – e le donne – alzano la voce nelle discussioni fino a urlare? Perché questa energia viene usata in modo furioso e allo stesso tempo inutile? Stranamente è proprio Najdawi che cerca di spiegarlo, non richiesto, quando parla dell’onore. “Non difendo i crimini d’onore. Ma è così che funziona la società. E ovviamente siamo gente molto emotiva, così è andata la storia”

Non sono contento di questa osservazione. Tutti possiamo essere emotivi. E sì, in occidente, i mariti e le mogli gelosi uccidono i loro partner, addirittura i loro bambini. Ma questo è un sistema; i delitti d’onore hanno precedenti, vengono stabiliti dalla tradizione. C’è un ragionamento contorto e falsato dietro questi crimini. “Gli uomini religiosi contano molto in questa situazione” dice Najdawi. “Dopo la rivoluzione francese, l’occidente ha fermato l’influenza che i religiosi avevano nella società. Sfortunatamente qui non siamo riusciti a sbarazzarci del potere dei religiosi e l’occidente ha anche rafforzato i nostri religiosi perché siete stati voi occidentali a creare i Talebani in posti come l’Afghanistan”.

Come Naidawi, molte donne coinvolte nella denuncia dei delitti d’onore come crimini contro l’umanità, ricordano agli occidentali che questo non è un fenomeno esclusivamente musulmano, che non dovrebbe essere politicizzato accusando una sola religione. Rana Husseini, che ha scritto abbondantemente di casi individuali sulla stampa ed è autrice di un libro coraggioso e scioccante – Assassinio in nome dell’onore – è tra chi, in Giordania, evidenzia che uccidere le donne “è successo in diversi paesi, tra musulmani, cristiani, yazidi, indù e sikh”. E la maggior parte delle donne alle quali ho parlato attraverso il medioriente ha parlato di tradizioni tribali più che religiose.

Ma la dura verità è che gli occidentali non possono cambiare lo stato delle cose – persuadere gli anziani dei villaggi afgani dei benefici dell’eguaglianza di genere e della fine dei delitti d’onore – più di quanto noi avremmo potuto persuadere Enrico VIII dei benefici della democrazia parlamentare o Cromwell delle convenzioni di guerra. L’assurdità di una tale pretesa è tutta nella recente dichiarazione di Navi Pillay, l’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU, quando ha pontificato che “I violenti attacchi d’onore sono crimini che violano il diritto alla vita, la libertà, l’integrità fisica, la proibizione della tortura o il trattamento degradante, disumano e crudele, la proibizione della schiavitù, il diritto a essere liberi dalla discriminazione basata sul genere e la violenza o lo sfruttamento sessuale, il diritto alla privacy, l’obbligo di denunciare leggi discriminatorie e pratiche di violenza nei confronti delle donne”. Fiuuu, posso immaginare come stanno tremando dalla paura nelle province di Helmand e in Baluchistan.

Mi trovo seduto su una sedia nella sala d’attesa di un ufficio legale ad Amman e una donna con il volto preoccupato, di mezza età, camminando piano, mi supera, testa in giù e sguardo sul pavimento. C’è qualche timore legato all’onore anche in questo posto? Forse sto vedendo un’altra potenziale vittima? Sarà intuito giornalistico, penso. Ma l’ufficio di Asma Khodr è pieno di luce. E proprio affianco alla porta c’è una vecchia macchina da scrivere poggiata su uno scaffale, il nastro rosso e nero dell’inchiostro ancora avvolto alla bobina. Apparteneva a Emily Bicharat, la prima donna avvocato ad Amman, prima presidente del sindacato delle donne giordane, morta 4 anni fa. Asma Khodr è orgogliosa di questo pezzo d’antiquariato e del ruolo della Bicharat nella lotta per le donne in una società dominata dai maschi. Suo padre deve aver pensato la stessa cosa di sua figlia; infatti si vede sul suo desk una lettera incorniciata, scritta ad una giovanissima Khodr riguardo il suo ingresso nella legge, dal padre ora morto, datata 20 dicembre 1972.

Scrive lui, in piccoli caratteri arabici: “Immagina che sarai un avvocato e che difenderai i diritti umani, che capirai le discussioni e ti schiererai dalla parte delle vittime. Io ti vedo difendere la nostra patria con mente aperta e persuadere gli altri ad accettare le loro responsabilità, coi tuoi discorsi pieni di convinzione”. Non male ricevere una lettera così da un padre, le dico, e lei ride. E ovviamente cerco i segni di quella convinzione in una donna che è anche stata ministro nel governo giordano.

“Quella donna che ha visto prima era appena uscita dal mio ufficio” mi dice. “È stata sposata per 20 anni e con tanta violenza domestica e una pessima relazione col marito. E lei non può lasciare o scappare di casa in previsione che lui voglia portarla in giudizio e ucciderla. La legge qui è cambiata perché questo non avvenga più, ma la gente ancora non ci crede”.

Quindi ero nel giusto sulla donna di mezza età. Ma è cambiata così tanto la legge? Quella donna è davvero al sicuro? Non sono convinto della risposta della Khodr. “Non è logico cambiare la legge improvvisamente se la società non ne è all’altezza” continua lei. “Ci deve essere uno sviluppo graduale. Eppure non possiamo ignorare che i cambiamenti vanno avanti.Secondo le nostre nuove leggi, il 95% dei delitti d’onore viene sanzionato con un minimo di 10 anni. La legge araba si basa largamente su quella francese, che è patriarcale. Nel corano non c’è nulla sui delitti d’onore, eccetto le frustate in caso di adulterio. Storicamente, la lapidazione era una pratica ebraica, in seguito adottata dai musulmani conservatori. Ed era una pratica patriarcale, di facile diffusione. Ma in Europa durante il medioevo le donne erano vittime di omicidio per stregoneria, no? La chiesa a quei tempi avevo lo stesso ruolo patriarcale.”.

Parliamo fino al tardo pomeriggio, sui sindacati delle donne, sull’Egitto e la povertà, sulla religione. “Il miglior modo per ‘responsabilizzare’ le donne” – ammetto che non mi è mai piaciuta questa frase – “è quello di incoraggiare opportunità economiche” mi dice. “C’è bisogno di giustizia sociale e di sviluppo per liberarci dal patriarcato. Non ci si può affidare esclusivamente alla legge. Nessun potere istituzionale o statale può fare tutto da solo. Certa gente che crede in questo patriarcato cerca di sfruttare persino dio”.

A questo punto Asma Khodr dice qualcosa di poco consono a un avvocato: “Credo nel principio della purezza degli esseri umani. Il crimine è un prodotto della comunità ed è questo che va cambiato. Le donne e gli uomini sono vittime di questa situazione”. Secondo me è troppo gentile con gli uomini. Sì, sono vittime, ma chiaramente mancano del senso di rimorso o della pena dei quali Najdawi ha parlato così tristemente.

Compro un giornale al lasciare l’ufficio della Khodr. Rimango colpito da un titolo: “Uomo condannato a 10 anni per l’omicidio della sorella”. Inizialmente aveva preso 15 anni per aver ucciso a randellate sua sorella quindicenne con una pietra, dopo averla accoltellata 33 volte, ma la sentenza è stata ridotta quando il padre della vittima – cioè il suo stesso padre – ha limitato le accuse contro suo figlio. La storia, scritta dall’infaticabile Rana Husseini, sembra compendiare tutte le tragedie del libro sui delitti d’onore. Il matrimonio da minorenne, il suo fallimento, la furia del fratello quando la scopre “guardando un uomo” dopo essere uscita di casa una sera, l’accettazione da parte della corte del perdono del padre nei confronti di suo figlio. Ma i tre giudici – Nayef Samarat, Talal Aqrabi e Hani Subeiha, i nomi di questi eroi genuini – hanno rifiutato di considerare questo un omicidio d’onore. E 10 anni sono sempre 10 anni; e valgono più di 100 rupie.

Robert Fisk
Fonte: www.independent.co.uk
Link: http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-the-truth-about-honour-killings-2075317.html
10.09.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI

Pubblicato da Davide

  • Hassan

    “Gli servì un té drogato e poi gli tagliò il pene. Lei finì in galera, lui andò in ospedale e vi morì”. Nonostante ci siano elementi da COMMEDIA NERA…”

    Guarda un pò, io invece trovo elementi da “commedia nera” nelle femmine stuprate ad Abu Grahib e nelle femmine a cui gettano l’acido in faccia ^__^

    Dopo aver accusato gli Hezbollah di essere “antisemiti”, Robert Fisk dimostra ancora una volta quanto è strumentale nella propaganda di guerra contro il mondo arabo/islamico. E come:

    “Le femministe svolgono in sostanza la stessa funzione che allora era propria della chiesa cattolica, forniscono un collante ideologico in funzione del quale l’occidente si mobilita, rendendo accettabile e anzi irrinunciabile la guerra per le opinioni pubbliche.” (cit. da “Santa Sakineh Martire delle Corna”)

    D’altronde proprio su un memorandum segreto pubblicato da Wikileaks la CIA diceva che per accrescere il consenso popolare per le guerre bisognava far leva sulle “sofferenze” delle donne afghane/irackene/(aggiungi paese da attaccare).

    Robert Fisk si riconferma un gatekeeper, uno che si presenta come “contro” le elite, fornendo però proprio quegli argomenti di propaganda che fanno comodo alle elite per continuare le proprie guerre imperiali. Chi non vede questa sottile strategia o è cieco o in malafede.

    Fisk: “Rimango colpito da un titolo: “Uomo condannato a 10 anni per l’omicidio della sorella”.”

    Se dovessi fare la lista di femmine occidentali che ammazzano il marito, e poi ricevono 2 o 3 anni di carcere non finirei più. Proprio qualche mese fa negli USA una tipa che ha ucciso il marito nel sonno, a coltellate, è stata “assolta” nonostante fosse stata riconosciuta colpevole del delitto.

    Insomma, dell’occidentucolo ipocrita che si smuove per Sakineh, fa parte anche il fighetto Robert Fisk, uno che da come si scrive si vede che soffre di una forma grave di “dissonanza cognitiva”.

    http://antifeminist.altervista.org

    http://www.uomini3000.it

    http://fematrix.altervista.org

    http://www.maschiselvatici.it

    http://maschiselvatici.blogsome.com

    http://www.uominibeta.org

    http://violenza-donne.blogspot.com

    http://ilvolodidedalo.blogspot.com

    http://falseaccuse.blogspot.com

  • giovannimarc

    In questo occidentucolo ipocrita dove qualunque misogino può dare libero sfogo al suo livore,dare del fighetto a qualcuno dimostrando rare qualità dialettiche,indignarsi sul suo blog per i ritardi nella costruzione di 60 moschee in spagna tralasciando la più grande moschea d’Europa a Roma(chissà se vorrete ricambiare con una cattedrale in qualche città santa mussulmana).
    Lasci per favore che nel nostro occidentucolo si possa avere un codice penale che non fa distinzioni tra uomini e”femmine”,è così che lei ama chiamarle o sbaglio?Sa a casa mia le chiamiamo donne,ma perchè succubi del femminismo.In questo occidentucolo dove si viene evirati impunemente come lei puntualmente documenta,si è liberi di sputare nel piatto in cui si mangia, apprezzi perlomeno il fatto che il suo corrispettivo umano occidentale sia in condizione di non nuocere altrimenti le risulterebbe probabilmente difficile esporre le sue illuminanti verità.
    Sa non convince nemmeno me l’articolo di Fisk e mi fa incazzare condividere questo con lei Hassan, mi priva del piacere della critica!