La Speranza di Ieri

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Di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org

PREMESSA

Questo scritto, forse ancora attuale, è una riedizione di mie considerazioni di alcuni anni fa. Ripercorre le sensazioni del dopoguerra e parla della speranza che scienza e tecnologia siano in grado di migliorare l’umanità, annientando “le barbarie delle guerre tra popoli”, aumentando “la forza conciliatrice della tolleranza e del senso comune di umanità” per la pace, la sicurezza, il bene per tutti. Speranza vana, ma dura a morire.

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Chi è nato nel decennio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale non ha visto gli orrori, non ha provato le paure, non ha visto i milioni di morti e la sofferenza, perché quando era nato, era già tutto diventato racconto. Era come una favola dell’irreale, che formava la mente di bimbi, senza i dettagli della tragedia, ma con la gran suggestione degli eventi fantastici, con le storie di bombe che cadono, a grappoli, degli scoppi, delle macerie, delle navi che affondavano, ma non dei morti: tutto narrato in modo discreto per non impressionare le piccole menti. Ma si capiva la valenza del male e dell’enorme sollievo di quando tutto finisce. Si capiva la fame, la paura, le fughe dentro i rifugi, il buio, la disperazione, il dolore, la sofferenza che, tutto a un tratto, diventava speranza.

Quando giocavano con dei rudimentali giocattoli, o correvano nei prati, avevano la sensazione che quello era un privilegio che i bambini che li avevano preceduto non avevano avuto e che erano stati, molto, molto più sfortunati di loro, e che la grande speranza di un futuro migliore era l’immensa fortuna che era loro toccata. Il disastro era finito e dovevano solo ricostruire. E i grandi si erano messi a ricostruire: pian, piano, le macerie venivano rimosse, e la gente si trasferiva dalla casa col cesso in comune, alla turca, e andavano in una casa col cesso a tazza, fuori, nel ballatoio ma solo per loro, e i bimbi avevano anche una cameretta da condividere con il fratello o la sorella e non, come era successo all’inizio, con un solo letto per due in un angolo della cucina. Poi, mentre custodivano la speranza, per le nuove generazioni la speranza è diventata certezza e poi è diventata un diritto. C’è una gran differenza tra speranza e diritto: la speranza richiede fatica, impegno, energia. Per il diritto non serve che ti affatichi, ti deve essere consegnato senza troppe storie, è roba di proprietà, non è la paziente conquista, ma un qualcosa che si deve pretendere e, se non viene subito data, si è autorizzato a fare violenza. La differenza tra speranza e diritto, la si vide nel sessantotto, quando dei giovani, senza passato di povertà, pretesero di rivoltare il cammino, e dicevano che bisognava accelerare verso i diritti: della cultura, dell’uguaglianza, della partecipazione a tutte le decisioni. Per questo, anche traviati da falsi maestri, si assegnavano, senza fatica, gli stemmi della cultura e della conoscenza, e sfasciavano tutto.

La speranza di un tempo era assistita dall’angosciato ricordo della visione di mostre di foto dell’Olocausto. I fili spinati con aggrappati degli uomini dalla magrezza incredibile, con mani e teste da scheletro e dei bambini senza sorriso con lo sguardo sperduto nella disperazione, e dei vestiti a strisce con corpi che ci ballavano dentro, e le stelle gialle, e le lunghe sfilate di denti strappati da tante bocche svanite, e le immagini di lugubri forni, e un sottofondo irreale, senza sole, grigio e senza futuro. Con un’insegna sorniona: il lavoro vi renderà liberi. Ma tutto quello era diventato di carta! Era il monito che quello che era passato, era passato e non poteva essere più. E allora, la speranza, pian piano, a piccole dosi, si trasformava in quasi certezza. I giovani di quel tempo vedevano il progresso che avanza, inesorabile, la scienza e la tecnologia che facevano, ogni giorno, miracoli. La gente ora sapeva non solo leggere e scrivere, ma governare sistemi di grandissima complessità; le case erano sempre più confortevoli, con il frigorifero, la lavatrice e il riscaldamento centrale. Non si doveva più andare a prender la legna da bruciare, con parsimonia, nella stufa di ghisa. Non si sentiva più il tanfo del sudore dovuto al lavoro o, più semplicemente, alla sporcizia e non si poteva più canzonare il compagno di scuola a cui puzzavano i piedi. L’igiene e la salute sono una nuova certezza, con creme miracolose che rendono belle le brutte e danno l’illusione dell’eterna giovinezza. C’è il telefono, la comunicazione sempre più veloce, la televisione, il calcolatore, internet, i sensori che ti proteggono, i robot, le macchine intelligenti e servizievoli …

Si era abbagliati della speranza di ieri, dall’ineluttabile opportunità di costruire un mondo migliore sostenuto dalla tecnologia, che avrebbe reso solido e incrollabile il diaframma che ci difende dagli scoppi di bestialità collettiva e dagli impulsi distruttivi che minano i diritti, la libertà, la sicurezza. Si era accecati dall’illusione che il progresso della scienza avrebbe immancabilmente prodotto un equivalente miglioramento morale. E si sbagliava. La scienza e la tecnologia sono solo degli strumenti che, con grande sgomento, sono stati carpiti da torme d’incapaci e di approfittatori, che usano i prodotti della tecnologia e della scienza per far da stampella alla loro ignoranza e alla loro immonda bestialità.

Il ricordo degli orrori passati, pian piano, s’è sbiadito; anche se nuovi orrori sono apparsi all’orizzonte, la cortina fumogena creata dalla tecnologia li ha fatti sembrare storie fantastiche. Con i buoni che sbaragliano i cattivi, usando defoglianti per scovare i malvagi nascosti nella foresta, aiutati da armi sempre più precise e letali, casomai, caricate con uranio impoverito dato che è più economico ma altrettanto efficace del tungsteno a perforare le corazze dei cingolati. Poi, con l’uso dei droni, i buoni scovano e annientano i veri cattivi, eventualmente contornati dai loro bambini, nelle zone più remote del mondo. I cattivi, … quelli che minacciano il nostro benessere! Quelli che vogliono sostituirci nell’egemonia, e che non vogliono più costruire per noi le cose che rendono la nostra vita piacevole. Lo sappiamo bene! Le notizie della loro cattiveria arrivavano in tempo reale. E allora, fan bene quelli che ci governano! Raccontano solo quelle cose, dicendo forse bugie, che sostengono la nostra acrimonia. Hanno pietà solo per i nostri che cadono. Gli altri, giustamente, non contano nulla. Censurano, e lo fanno per il nostro bene, le notizie che i cattivi vorrebbero diffondere per la loro causa malvagia. E tutto questo, anche se, e non lo dicono, il nostro benessere viene corroso dalla loro insipienza, pur mantenendo i cattivi nello stesso stato di poveri.

Per chi è nato nel decennio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale la speranza è dura a morire, anche se si tenta di soffocarla, specie se è nata ieri, quando la speranza aveva una grande ragione di essere, quando nasceva nella giovinezza, con dietro alle spalle un grande disastro e davanti un futuro che deve annientare le barbarie delle guerre tra popoli, con streghe e fantasmi che sono spariti, sostenuta dalla solida fede che la forza conciliatrice della tolleranza e del senso comune di umanità concederà la pace, la sicurezza, il bene per tutti. La speranza diventa anche certezza che il progresso tecnologico sarà in grado di generare un nuovo illuminismo, che darà nuova sicurezza e una solida stabilità e che diventerà presto anche il diritto a un progresso inarrestabile, sia sociale che morale ed etico. La speranza è dura a morire, anche se ogni giorno si sentono notizie sempre più sconsolanti, malgrado tu stesso, e, forse, molti fratelli, vediate ogni giorno, direttamente portate nella tua casa da beffardi prodotti della tecnologia, immagini di ingiustizie, di persone che vengono incarcerare senza ragione, di bombe che uccidono senza riguardo grandi e piccini, di ladri che pensano solo alla loro supremazia e di quella dei loro sodali, di stupidi uomini che ridono senza ritegno, che si beffano dei tuoi diritti scritti su inutili pezzi di carta col titolo: Costituzione.

La speranza non riesce a morire. Anche in un paese che sembra senza futuro, circondato da altri che non sono migliori, se alzi lo sguardo, vedi la stella dei sogni della tua giovinezza, che illumina il miraggio del mondo che vuoi, e speri che il presente declino sia solo un apostrofo scuro del lungo e inarrestabile cammino del progredire.

Di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org
30.12.2022

Franco Maloberti Professore Emerito presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica, Informatica e Biomedica dell’Università di Pavia; è Professore Onorario all’Università di Macao, Cina.

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