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LA ROTTURA COME VIA DI USCITA

DI ERIC TOUSSAINT

Prefazione al libro “Banco mundial: El golpe de Estado permanente” [Banca Mondiale: Colpo di stato permanente].

L’elenco dei governi nati da colpi di Stato militari, appoggiati dalla Banca Mondiale, è impressionante.

Tra gli esempi più noti, citiamo la dittatura dello scià in Iran, instaurata nel 1953 dopo il rovesciamento del primo ministro Mossadeq; la dittatura militare in Guatemala imposta dagli Stati Uniti nel 1954 dopo aver deposto il presidente democratico Jacobo Arbenz; quella di Duvalier ad Haiti nel 1957; quella del generale Park Chung Hee nella Corea del Sud nel 1961; quella dei generali brasiliani nel 1964, quella di Mobutu nel Congo e di Duharto in Indonesia nel 1965; quella dei militari in Thailandia nel 1966, quella di Idi Amin Dada in Uganda e quella del generale Hugo Panzer in Bolivia nel 1971; quella di Ferdinand Marcos nelle Filippine nel 1972; quella di Augusto Pinochet in Cile, quella dei generali uruguaiani e di Habyarimana in Ruanda nel 1973, quella della giunta militare argentina nel 1976; il regime di Arap Moi in Kenya nel 1978; la dittatura in Pakistan dal 1978, il colpo di stato di Saddam Hussein nel 1979 e la dittatura militare turca nel 1980.
Tra le altre dittature appoggiate dalla Banca Mondiale, citiamo ancora: quella dei Somoza in Nicaragua e quella di Ceaucescu in Romania. Alcune durano ancora: il regime dittatoriale cinese, la dittatura di Deby nel Ciad, quella di Ben Alì in Tunisia, quella di Musharaf in Pakistan e molte altre. Non dimentichiamo l’appoggio dato anche alle dittature europee: quella del generale Franco in Spagna e quella di Salazar in Portogallo[1].

E’ evidente che la Banca Mondiale ha appoggiato sistematicamente regimi dispotici, instaurati con o senza la forza, che hanno applicato politiche antisociali e che, in passato, hanno commesso crimini contro l’umanità. La Banca ha dimostrato una totale mancanza di rispetto verso le norme costituzionali di alcuni dei suoi paesi membri. Non ha mai esitato ad appoggiare militari golpisti e criminali, economicamente docili di fronte a governi democratici. E non senza ragione: la Banca ritiene che il rispetto dei diritti umani (espressione che preferiamo a “i diritti dell’Uomo”) non faccia parte dei suoi obiettivi.

Non dobbiamo dimenticare l’appoggio che la Banca Mondiale fornì al regime dell’apartheid in Sudafrica,dal 1951 al 1968. La Banca si rifiutò esplicitamente di applicare una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, adottata nel 1964, in cui si ordinava a tutte le agenzie dell’ONU di cessare il loro appoggio finanziario al Sudafrica perché il Paese violava la Carta delle Nazioni Unite. Questo appoggio e la conseguente violazione del diritto internazionale non devono rimanere impuniti.

In conclusione, come rivela questo libro, la Banca Mondiale, nel corso degli anni 50 e 60, ha concesso sistematicamente prestiti alle potenze coloniali e alle loro colonie per progetti che permettessero di aumentare la sfruttamento delle risorse naturali e dei popoli a vantaggio delle classi dirigenti delle metropoli. La Banca, in questo contesto, si rifiutò di applicare una risoluzione delle Nazioni Unite che imponeva la cessazione dell’appoggio finanziario e tecnico al Portogallo finché questi non avesse rinunciato alla sua politica coloniale.

I debiti delle colonie del Belgio, Regno Unito e Francia verso la Banca Mondiale, contratti per decisione del potere coloniale, vennero trasferiti ai nuovi Paesi quando questi raggiunsero l’indipendenza.

L’appoggio della Banca Mondiale ai regimi dittatoriali si è manifestato con la concessione di sostegni finanziari, assistenza tecnica ed economica, che hanno aiutato le dittature a restare al potere e perpetrare i loro crimini. Allo stesso modo, la Banca Mondiale ha contribuito a non lasciare questi Paesi in isolamento internazionale, perché l’appoggio e l’assistenza hanno sempre facilitato le relazioni con le banche private e le imprese multinazionali. Il modello neoliberista si è progressivamente imposto nel mondo a partire dalle dittature di Augusto Pinochet in Cile, nel 1973, e di Ferdinand Marcos nelle Filippine, nel 1972. Entrambi i regimi vennero appoggiati attivamente dalla Banca Mondiale.

Quando tali regimi finivano, la Banca Mondiale esigeva sistematicamente dai governi democratici che gli succedevano l’assunzione dei debiti contratti dai loro predecessori. In sintesi, il complice aiuto finanziario della Banca alle dittature diventava un peso per i popoli. Questi, adesso, si ritrovano a dover pagare le armi che i dittatori hanno comprato per opprimerli.

Negli anni 80 e 90, un buon numero di dittature sono cadute, alcune sotto gli attacchi decisivi di potenti movimenti democratici. I regimi che gli sono succeduti, in generale, hanno accettato le politiche raccomandate o imposte dalla Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha continuato a esigere il rimborso di un debito odioso. Il modello neoliberista, dopo essere stato imposto con l’aiuto delle dittature, si è mantenuto grazie al giogo del debito e dell’adeguamento strutturale permanente. In effetti, dopo il rovesciamento o la caduta delle dittature, i governi democratici hanno continuato ad applicare delle politiche che andavano contro il tentativo di costruire un modello di sviluppo parzialmente autonomo. La nuova fase della mondializzazione cominciata negli anni 80, in coincidenza con l’esplosione della crisi del debito, implica, in generale, una subordinazione crescente dei Paesi in via di sviluppo (Paesi della Periferia) verso i Paesi più industrializzati (Paesi del Centro).

L’agenda segreta del Consenso di Washington

Dopo l’inizio delle attività della Banca Mondiale e del FMI, un meccanismo, di facile comprensione ma di complessa instaurazione, ha permesso di sottomettere le principali decisioni di questi organismi agli orientamenti del governo degli Stati Uniti. A volte, certi governi europei (in particolare Regno Unito, Francia e Germania) e del Giappone hanno avuto voce e voto, ma i casi sono rari. A volte ci sono disaccordi tra la Casa Bianca e la direzione della Banca Mondiale e del FMI, ma un’analisi rigorosa della storia, dalla fine della seconda guerra mondiale sino ad oggi, dimostra che, finora, è stato sempre il governo degli Stati Uniti ad avere l’ultima parola in materie che lo riguardavano direttamente.

Fondamentalmente l’agenda segreta del Consenso di Washington è una politica che tende a garantire il mantenimento della leadership degli Stati Uniti su scala mondiale e contemporaneamente liberare il capitalismo dai limiti che gli erano stati imposti nel dopoguerra. Questi limiti erano il risultato combinato di potenti mobilizzazioni sociali – sia nel Nord che nel Sud -, di un inizio di emancipazione di alcuni popoli colonizzati e di certi tentativi di abbandonare il capitalismo. Il Consenso di Washington è anche l’intensificazione del modello produttivo.

Nel corso degli ultimi decenni, nell’ambito del Consenso di Washington, la Banca Mondiale e il FMI hanno rafforzato i loro strumenti di pressione su un gran numero di Stati, approfittando della situazione creatasi con la crisi del debito. La Banca Mondiale ha incrementato le sue filiali – Società Finanziaria Internazionale (SFI), Agenzia Multilaterale di Garanzia degli Investimenti (AMGI), Centro Internazionale per la Risoluzione delle Differenze Relative agli Investimenti (CIRDI) – tessendo una rete le cui maglie sono diventate sempre più fitte.

Per esempio, la Banca Mondiale concede un prestito a condizione che il sistema di distribuzione e di bonifica dell’acqua si privatizzi. Di conseguenza, l’impresa pubblica si vende a un consorzio privato in cui troviamo, guarda caso, la SFI, filiale della Banca. Quando la popolazione colpita dalla privatizzazione si ribella contro l’aumento abusivo delle tariffe e il calo della qualità dei servizi e l’autorità pubblica si scontra con l’impresa nazionale predatrice, la gestione della controversia si affida al CIRDI, giudice e contemporaneamente parte in causa. Si arriva così a una situazione per cui il Gruppo Banca Mondiale è presente a tutti i livelli: 1) imposizione e finanziamento della privatizzazione (Banca Mondiale); 2) investimenti nell’impresa privatizzata (SFI); 3) garanzia dell’impresa (AMGI); 4) giudizio in caso di controversia (CIRDI). Questo è esattamente quello che è accaduto ad El Alto, in Bolivia, nel 2004-2005.

La collaborazione tra la Banca Mondiale e il FMI è fondamentale anche per esercitare la massima pressione sui poteri pubblici. Per completare il tutoraggio della sfera pubblica e delle autorità, per procedere nella generalizzazione del modello, la collaborazione del binomio Banca Mondiale/FMI si estende all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) dalla sua nascita, nel 1995. Questa collaborazione, sempre più stretta, fra i tre organismi fa parte dell’agenda del Consenso di Washington.

Una differenza fondamentale separa tale agenda dalla sua versione segreta. L’agenda ufficiale tende a ridurre la povertà attraverso la crescita, il libero gioco delle forze del mercato, il libero commercio e il minor intervento possibile dei poteri pubblici. L’agenda segreta, quella che si applica nella realtà, tende a sottomettere la sfera pubblica e quella privata di tutta la società umana alla logica della ricerca del massimo profitto nell’ambito del capitalismo. La messa in pratica di questa agenda implica la riproduzione della povertà (non la sua riduzione) e l’aumento delle disuguaglianze. Implica una stagnazione, quando non una degradazione, delle condizioni di vita di una gran maggioranza della popolazione mondiale, combinata con una concentrazione sempre maggiore della ricchezza. Implica anche una prosecuzione della degradazione degli equilibri ecologici, che mette in pericolo il futuro dell’umanità.

Uno dei tanti paradossi dell’agenda segreta è che, in nome della fine della dittatura dello Stato e della liberazione delle forze del mercato, i governi alleati alle multinazionali utilizzano l’azione coercitiva delle istituzioni pubbliche multilaterali (Banca Mondiale, FMI,WTO) per imporre il loro modello ai popoli.

La rottura come uscita

Questi sono i motivi per cui bisogna rompere completamente con il Consenso di Washington, con il modello applicato dalla Banca Mondiale. Non dobbiamo intendere il Consenso come un meccanismo di potere e un progetto che si limitano al governo statunitense fiancheggiato dal suo trio infernale. La Commissione Europea, la maggior parte dei governi europei e il governo giapponese aderiscono al Consenso di Washington e lo traducono nella propria lingua, nei loro progetti costituzionali e nei loro programmi politici.

La rottura con il Consenso di Washington, se si limita a porre fine alla leadership degli Stati Uniti, appoggiata dal trio Banca Mondiale-FMI-WTO, non costituisce un’alternativa, poiché le altre grandi potenze sono pronte al cambio di guardia per proseguire degli obiettivi molto simili. Immaginiamo per un momento che l’Unione Europea soppianti gli Usa nella leadership mondiale. Questo non migliorerà sostanzialmente la situazione dei popoli del pianeta, perché si tratta semplicemente della sostituzione di un blocco capitalista del Nord (uno dei poli della Triade) con un altro. Ipotizziamo invece che la formazione del blocco Cina-Brasile-India-Sudafrica-Russia soppianti i Paesi della Triade. Se questo blocco si regge sulla logica attuale dei suoi governi e sul sistema economico che li sostiene, non si avrebbe comunque alcun miglioramento.

E’ necessario sostituire il Consenso di Washington con un consenso dei popoli fondato sul rifiuto al capitalismo. Bisogna analizzare a fondo il concetto di sviluppo strettamente legato al modello ‘produttivista’. Modello che esclude la salvaguardia delle culture e delle loro diversità; che esaurisce le risorse naturali e degrada l’ambiente in modo irreparabile; che considera la promozione dei diritti umani , nel migliore dei casi, un obiettivo a lungo termine (a lungo termine saremo tutti morti); che, in realtà, concepisce questa promozione come un ostacolo per la crescita, che ritiene l’uguaglianza un impedimento, se non un pericolo.

Rompere la spirale infernale dell’indebitamento

Pensare di migliorare le condizioni di vita dei popoli attraverso l’indebitamento pubblico è un fallimento. La Banca Mondiale esige che i Paesi in via di sviluppo [2], per progredire, ricorrano all’indebitamento estero e attraggano gli investimenti stranieri. Questo indebitamento serve principalmente per comprare attrezzature e beni di consumo dai Paesi più industrializzati. I fatti dimostrano, giorno dopo giorno, da decenni, che questo non conduce allo sviluppo.

Secondo la teoria economica dominante, lo sviluppo del Sud è arretrato a causa dell’insufficienza dei capitali nazionali (insufficienza del risparmio locale). Sempre secondo questa teoria, i Paesi che vogliano iniziare o accelerare lo sviluppo devono ricorrere ai capitali esteri attraverso tre vie: la prima, indebitamento estero; la seconda, attrarre gli investitori stranieri; la terza, aumentare le esportazioni per ottenere le valute necessarie per l’acquisto di beni stranieri che permettano di andare avanti con la crescita. Nel frattempo i più poveri devono, oltretutto, cercare di attrarre donazioni comportandosi come dei bravi alunni dei Paesi sviluppati.

La realtà smentisce questa teoria: sono i Paesi in via di sviluppo che forniscono i capitali ai Paesi più industrializzati, in special modo, all’economia degli Usa. La Banca Mondiale non sostiene il contrario: «I Paesi in via di sviluppo, messi insieme, sono prestatori netti di denaro rispetto ai Paesi sviluppati.»[3] Nel 2004-2005 la combinazione di tassi d’interesse abbastanza bassi, di premi di rischio al ribasso e di prezzi delle materie prime al rialzo, ha prodotto un forte aumento delle riserve di valute dei Paesi in via di sviluppo (PVS). Queste sono salite, alla fine del 2005, a più di 2 miliardi di dollari [4] . Una somma mai raggiunta fino a quel momento. Una somma superiore al totale del debito estero pubblico dell’insieme dei PVS! Se a questa cifra sommiamo i capitali liquidi che i capitalisti dei PVS hanno depositato nelle banche dei Paesi più industrializzati, che arrivano a più di 1,5 miliardi di dollari, possiamo affermare, senza giri di parole, che i PVS non sono i debitori ma, al contrario, sono i veri creditori.

Se i PVS fondassero la loro banca di sviluppo e il loro fondo monetario internazionale, si troverebbero nelle perfette condizioni di prescindere dalla Banca Mondiale, dal FMI e dalle istituzioni finanziarie private dei Paesi più industrializzati.

Non è vero che i PVS debbano ricorrere all’indebitamento estero per finanziare il loro sviluppo. Attualmente, il ricorso al prestito pubblico serve essenzialmente per assicurare la continuità del rimborso. Nonostante l’esistenza di importanti riserve di valute, i governi e le classi dominanti locali del Sud non aumentano gli investimenti e i consumi sociali. Un’eccezione nel mondo capitalista: il governo del Venezuela, che segue una politica di ridistribuzione delle entrate del petrolio a vantaggio dei più sfruttati, cosa che gli vale l’opposizione radicale della classe dominante locale e degli Stati Uniti. Per quanto tempo?

Mai prima d’ora la situazione è stata così favorevole ai Paesi periferici da un punto di vista finanziario. Nonostante ciò, nessuno parla di un cambiamento delle regole del gioco. I governi di Cina, Russia e dei principali PVS (India, Brasile, Nigeria, Indonesia, Tailandia, Corea del Sud, Messico, Algeria,Sudafrica, ecc.) non dimostrano alcuna intenzione di modificare nella pratica la situazione mondiale a vantaggio dei loro popoli.

Tuttavia, sul piano politico, se volessero, i governi dei principali PVS potrebbero costituire un potente movimento capace di imporre riforme fondamentali in tutto il sistema multilaterale: ripudiare il debito e applicare delle politiche che rompano con il neoliberismo. L’ambito internazionale è favorevole, visto che la principale potenza mondiale si trova impantanata nella guerra in Iraq, nell’occupazione dell’Afganistan e in America latina si trova ad affrontare forti resistenze che terminano in fallimenti vergognosi (Venezuela, Cuba, Ecuador, Bolivia, …) o in un vicolo cieco (Colombia).

Sono convinto che uno scenario radicale come questo non si materializzerà a breve termine. La maggioranza schiacciante degli attuali dirigenti dei PVS sono completamente invischiati nel modello neoliberista. Nella maggior parte dei casi sono totalmente legati agli interessi delle classi dominanti locali, che non hanno la minima prospettiva di allontanamento reale (senza nemmeno parlare di un rottura) dalle politiche seguite dalle potenze industriali. I capitalisti del Sud si limitano a un comportamento da redditieri e, quando non è così, cercano, quando è tanto, di guadagnare quote di mercato. E’ il caso dei capitalisti brasiliani, sudcoreani, cinesi, russi, sudafricani, indiani, ecc., che chiedono ai loro governi di ottenere dai Paesi più industrializzati questa o quella concessione nell’ambito di negoziati bilaterali o multilaterali. Inoltre, la concorrenza e i conflitti tra i governi dei PVS, tra i capitalisti del Sud, sono veri e potrebbero esacerbarsi. L’aggressività commerciale dei capitalisti di Cina, Russia e Brasile di fronte ai concorrenti del Sud provoca forti divisioni. Generalmente, si mettono d’accordo (tra di loro e tra il Sud e il Nord) per imporre ai lavoratori dei loro Paesi un peggioramento delle condizioni di lavoro con il pretesto di aumentare al massimo la loro competitività.

Ma prima o poi, i popoli si libereranno dalla schiavitù del debito e dall’oppressione esercitata dalle classi dominanti nel Nord e nel Sud. Otterranno con la lotta l’applicazione di politiche che ridistribuiscano la ricchezza e che mettano fine al modello produttivista che distrugge la natura. I poteri pubblici si vedranno a quel punto obbligati a dare priorità assoluta al soddisfacimento dei diritti umani fondamentali.

Perché questo avvenga bisogna fare un passo verso un’altra direzione: uscire dal ciclo infernale dell’indebitamento senza cadere in una politica di carità che tenda a perpetuare un sistema mondiale interamente dominato dal capitale e da alcune grandi potenze e società multinazionali. Si tratta di mettere in pratica un sistema internazionale di ridistribuzione delle entrate e della ricchezza al fine di rimediare al saccheggio multisecolare a cui sono ancora sottomessi i popoli dominati della periferia. Questi rimedi sotto forma di donazioni non danno nessun diritto di ingerenza ai Paesi più industrializzati negli affari dei popoli aiutati. Nel Sud, si tratta di inventare meccanismi decisionali sul destino dei fondi e del controllo del loro utilizzo nelle mani dei popoli coinvolti. Questo apre un vasto campo di riflessione e di sperimentazione.

Per il resto, bisogna eliminare la Banca Mondiale e il FMI e sostituirli con altre istituzioni mondiali caratterizzate da un funzionamento democratico. La nuova Banca Mondiale e il nuovo Fondo Monetario Internazionale, qualunque sia il loro nuovo nome, devono assumere delle missioni completamente diverse da quelle dei loro predecessori, devono garantire l’adempimento dei trattati internazionali sui diritti umani (politici, civili, sociali, economici e culturali) nell’ambito del credito e delle relazioni monetarie internazionali. Queste nuove istituzioni mondiali devono far parte di un sistema istituzionale mondiale patrocinato da una Organizzazione delle Nazioni Unite del tutto riformata. E’ essenziale e prioritario che i Paesi in via di sviluppo si mettano insieme per costituire quanto prima delle entità locali dotate di una Banca e di un Fondo Monetario comuni. In occasione della crisi del Sud-est asiatico e della Corea nel 1997-1998, i Paesi coinvolti avevano considerato la possibilità di costituire un Fondo Monetario asiatico, ma la discussione fallì a causa dell’intervento di Washington. La mancanza di volontà dei governi fece il resto. In America Latina e nei Caraibi, il dibattito sulla possibilità di creare una Banca del Sud è cominciato, sotto l’impulso delle autorità venezuelane, nel 2005-2006. Un tema da seguire.

Una cosa deve essere chiara: se si cerca l’emancipazione dei popoli e il pieno soddisfacimento dei diritti umani, le nuove istituzioni finanziarie e monetarie, sia locali che mondiali, devono restare al servizio di un progetto di società in rottura con il capitalismo e il neoliberismo.

[1] La Banca Mondiale concesse prestiti al Portogallo fino al 1967.

[2] Il termine per designare i Paesi ai quali la Banca Mondiale destina i suoi prestiti di sviluppo è cambiato nel tempo: all’inizio si usava il termine «Paesi arretrati», dopo si passò a Paesi sottosviluppati e più tardi a «Paesi in via di sviluppo» e per alcuni di questi si utilizza il termine «Paesi emergenti»

[3] “Developping countries, in aggregate, were net lenders to developed countries”, World Bank. Global Development Finance 2003, p. 13. Nell’edizione del 2005 del Global Development Finance, p. 56, la Banca scrive: «I Paesi in via di sviluppo ora sono esportatori netti di capitali verso il resto del mondo.» World Bank, GDF 2005, p. 56

[4] Fonte: World Bank. Global Development Finance 2006

Eric Toussaint
Copyright: Eric Toussaint 2006 (tradotto da Raul Quiroz)
Link: http://www.cadtm.org/article.php3?id_article=1975 e http://www.rebelion.org/noticia.php?id=34915

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANTONELLA MACCHIA

Pubblicato da Truman