DI MARCIN KROL
wprost.pl
Quando la classe media e i giovani sono sistematicamente esclusi dai vertici economici e sociali l’unica via di sbocco è la sovversione del sistema. I leader europei non dovrebbero dare per scontata la stabilità.
Al contrario di quello che si pensa, in occidente non sono i poveri e i più sfortunati a fare le rivoluzioni, ma le classi medie. È quello che è successo in tutte le rivoluzioni a cominciare dalla rivoluzione francese e con la sola eccezione della rivoluzione d'ottobre, che fu un colpo di stato compiuto in una situazione di estremo disordine politico.
Ma quand’è che la classe media decide di lanciarsi in una rivoluzione? In primo luogo non si tratta della classe media nel suo insieme né di un gruppo organizzato né tanto meno di una comunità, ma dei leader della classe media, quegli stessi che oggi vincono le elezioni in Europa e che sono definiti irresponsabili (perché non appartengono alla geriatrica classe politica tradizionale), e che all'improvviso si rivelano non solo molto popolari, ma anche incredibilmente efficaci.
Nel classico caso della rivoluzione francese il ruolo di avanguardia rivoluzionaria è stato svolto da avvocati, imprenditori, funzionari della pubblica amministrazione dell'epoca e da una parte degli ufficiali dell'esercito. Il fattore economico era importante, ma non essenziale. Gli elementi scatenanti del movimento rivoluzionario sono stati prima di tutto l'assenza di apertura nella vita pubblica e l'impossibilità di promozione sociale. Di fatto l'aristocrazia, nel cercare di limitare a ogni costo l'influenza degli avvocati e degli uomini d'affari, ha favorito la rivoluzione. In tutta Europa – a eccezione della saggia Inghilterra – la nuova classe media non era in grado di decidere il suo destino.
Qual è oggi la discriminazione? E’ simile e diversa al tempo stesso. Senza dubbio l'aristocrazia non monopolizza più il processo decisionale, ma i banchieri, gli speculatori di borsa e i manager che guadagnano centinaia di milioni di euro estromettono da questo processo la classe media, che ne subisce le drammatiche conseguenze. Cipro ne è l'ultimo e più significativo esempio.
Ma di esempi ce ne sono molti altri. Prendiamo i professori universitari, che non solo in Polonia ma in tutta Europa tremano per il loro posto di lavoro, soprattutto se hanno la sfortuna di insegnare materie dichiarate poco utili dall'Unione europea, dagli stati membri e dalle multinazionali che definiscono il mercato del lavoro.
In Slovacchia, per esempio, le scienze umane sono state quasi cancellate, mettendo in grave difficoltà gli esperti di materie come la storia, la grammatica, l'etnografia o la logica. Fra non molto altre categorie professionali seguiranno la stessa sorte, come i funzionari della pubblica amministrazione, il cui numero è letteralmente esploso in passato. È colpa loro? No di certo. E che cosa può fare un funzionario licenziato con 15 anni di anzianità alle spalle e che ha sempre conosciuto la sicurezza del posto di lavoro? Probabilmente non molto. E lo stesso discorso vale per tutti quei giovani laureati che il mercato del lavoro ha lasciato sul bordo della strada, e per gli artisti, i giornalisti e gli altri lavoratori diventati precari a causa dell'avvento dell'era digitale.
Dominio dei vecchi
Le rivoluzioni emergono attraverso l’esclusione professionale e decisionale e il deficit democratico. Si battono anche contro la barriera generazionale o semplicemente contro il dominio dei vecchi. Non è un caso se i capi della rivoluzione francese avevano circa 30 anni, mentre l'età media dei partecipanti al congresso di Vienna (1815) che ristabilì l'ordine conservatore in Europa era di oltre 60. Gli attuali dirigenti europei hanno per lo più fra i 50 e i 60 anni, ma tenuto conto dei progressi della medicina, è molto probabile che tra 20 anni Merkel, Cameron, Tusk e Hollande saranno ancora al loro posto. A meno che non vengano spazzati via da una rivoluzione.
Tutte le vie di ascesa dell'attuale classe media, per lo più giovane, sono bloccate da miliardari, da vecchi o da gente che sembra tale a un ragazzo di 25 anni. Questa situazione è esplosiva. È sbagliato credere che dei giovani arrabbiati contro il sistema, ma privi del linguaggio abituale dei partiti politici e dei movimenti politici organizzati, non siano capaci di portare a termine una rivolta organizzata. La rivoluzione non si è mai fatta in nome di una misura particolare, per esempio un maggiore controllo bancario, ma perché non è più possibile vivere in queste condizioni. Una rivoluzione, in opposizione totale con i metodi dei partiti politici, non utilizza un linguaggio politico. La rivoluzione grida, urla, il suono di una rivoluzione è caotico ma perfettamente udibile.
Ma vogliamo veramente una rivoluzione? Non penso, perché la rivoluzione vuol dire la distruzione totale prima della costruzione di un ordine nuovo. Tuttavia i nostri leader politici continuano a non rendersi conto di essere seduti su un barile di polvere da sparo. Non lo capiscono, troppo preoccupati dalla sola idea che li ossessiona: tornare alla stabilità entro 10-30 anni. Non sanno che nella storia non si torna indietro e che le loro intenzioni ricordano la frase di Karl Marx secondo cui la storia si ripete, ma come una farsa.
Marcin Król (1944) è un filosofo, scrittore e giornalista polacco. Nel 2012 ha pubblicato Europa w obliczu konca ("L'Europa di fronte alla fine").
Versione originale:
Fonte: http://www.wprost.pl/
Fonte: www.presseurop.eu
Link: http://www.presseurop.eu/it/content/article/3656171-la-rivoluzione-e-possibile
10.04.2013
Traduzione a cura di ANDREA DE RITIS
gm 13 aprile 2013
“Al contrario di quello che si pensa, in occidente non sono i poveri e i più sfortunati a fare le rivoluzioni, ma le classi medie. È quello che è successo in tutte le rivoluzioni a cominciare dalla rivoluzione francese.”
Può darsi che il filosofo e giornalista polacco abbia ragione con riferimento ai sommovimenti della fine del XVIII sec.
Ma si trattava di rivoluzioni “borghesi” e quelli che lui chiama “ceti medi” di allora avevano ben poco a che spartire con quelli che chiamiamo “ceti medi” oggi.
Cosa hanno mai in comune “avvocati, imprenditori, funzionari della pubblica amministrazione dell'epoca” rivoluzionaria francese con quelli attuali? Poco o niente!
Quelli erano tutti alta, media e piccola borghesia e definirli “ceti medi” - solo perché stavano tra l’oligarchia monarchica e la “plebaglia” - per apparentarli ai “ceti medi” attuali - che stanno tra i ceti capitalistici dominanti e (ancora) la “plebaglia”- mi suona quanto meno fuorviante.
Per quelli , inoltre, si poneva in effetti un problema di “promozione sociale” che l’aristocrazia gli negava … e non c’è niente di peggio del sentirsi espropriati di uno “status” al quale si ambisce, specie se hai ricchezza e consapevolezza della tua intelligenza e forza innovativa.
Di sicuro, però, quei ceti medi non soffrivano di una posizione di classe “ambigua”, non erano metà pesce e metà carne ma erano ben inseriti nel loro “terzo stato” ed erano integralmente fatti di carne palpitante … per di più spesso con la borsa ber rifornita.
Per molti e crescenti “ceti medi ex o mancati” del XXI sec., invece, si pone spesso un problema più brutale di disoccupazione o inoccupazione o precarietà che , se per un verso li costringe in una condizione molto peggiore anche di frange degli stessi ceti “popolari” (o proletari se si preferisce) per altri versi li lascia imbambolati e oniricamente aggrappati alla loro posizione di “ceti medi” sia per il loro bagaglio “professionale” e “culturale” che sostanzialmente rimane integro – compresi i condizionamenti ideologici e valoriali - sia anche per la loro “tradizione familiare” di origine.
Perciò, quando cadono in disgrazia oppure non riescono a “sfondare” per accedere a quello “status” che gli spetterebbe, la loro caratteristica diventa quella di appartenere, quasi avessero uno sdoppiamento schizofrenico di personalità, a due ceti sociali diversi : ai ceti sociali più bassi per la condizione economica in cui sono stati cacciati o abbandonati, ma anche al ceto sociale più elevato del quale non possono non sentirsi parte .
Ed è questa loro “ambiguità” a renderli molto diversi dai “ceti medi” che fecero le rivoluzioni borghesi di un tempo e non può non renderli “oscillanti” cosicché , se per un verso possono diventare anche più “incazzati” dei “ceti medi” di un tempo e degli stessi “proletari” attuali, per un altro, restano talmente aggrappati a quel loro mondo perduto o inutilmente desiderato da rimanere come rinchiusi in un limbo comunque impregnato di “cultura e di valori borghesi” che mette freno alla loro radicalizzazione.
Riguarda poi ad altri ceti medi (insegnanti, professionisti vari, dipendenti pubblici o privati di un certo livello), per quanto tartassati da tasse e tagli, il loro impoverimento è ancora del tutto relativo e tale, credo, da renderli – almeno allo stato attuale - più sensibili ai richiami di una destra di tipo berlusconiana che non a quelli di una qualunque “sinistra” rivoluzionaria paragonabile a quella della rivoluzione in francia
… sebbene credo anche che, tra queste figure di ceti medi, non manchino segmenti che hanno sviluppato una certa maggiore avversione per un sistema che li costringe magari a dover “mantenere” figli 40enni disoccupati o quasi, oppure che li costringe a una insopportabile contraddizione con la loro sensibilità rispetto, ad es., a valori ambientali, ecologici, pacifisti e anche “morali” disconosciuti e disprezzati nei fatti dall’attuale sistema capitalistico.
Probabilmente , a giudicare anche dal loro attivismo nella vicenda Tav, solo tra questi ultimi segmenti di “ceti medi” – ma non tra tutti loro – può prendere piede una forte aspirazione al cambiamento assimilabile a quella dei “ceti medi” della rivoluzione industriale borghese almeno perché, come quelli, si sentono carne viva!
Fratture significative ci sono poi anche tra i ceti medi composti di piccoli imprenditori industriali e commerciali cosicché, mentre alcuni non sono intaccati sensibilmente dalla crisi, altri si ingegnano per resistere e sopravvivere, altri ancora sono buttati nella disperazione e indotti al suicidio oppure chiudono silenziosi e impotenti i loro cancelli oppure, nel migliore dei casi, si spingono a cercare nuovi referenti politici che diano maggior peso alla loro rabbiosa frustrazione. Comunque, a parte episodi anche significativi ma isolati di proteste, cercare di scovare in questi “ceti medi” qualcosa che assomigli allo spirito rivoluzionario di altri tempi mi sembra impresa alquanto difficile.
Rimane la miriade di titolari di partite Iva che vanno dai piccoli negozianti agli artigiani dai mille mestieri.
Anche tra questi strati ci sono di quelli che ancora reggono la situazione e, quindi, hanno ben poco di rivoluzionario mentre molti altri non reggono più il sistema predatorio statale né l’accanimento fiscale nei loro confronti.
Spesso sono persone che provengono proprio da strati popolari e quindi “culturalmente” e “psicologicamente” sono più vicini a questi - piuttosto che ai classici “ceti medi professionali” espulsi dal sistema o mai accolti o parzialmente accolti (i precari) nel sistema - e la condizione di progressivo immiserimento di molti di essi li mette probabilmente in una condizione psicologica di rivolta simile a quella di altri strati popolari, sebbene con qualche nostalgia e ambiguità in più rispetto ad essi tale da renderli vicini anche ai ceti medi ex-professionali, o professionali solo sulla carta, di cui ho fatto cenno all’inizio.
In conclusione, non mi azzarderei a parlare di “ceti medi” in modo indistinto e come “soggetti rivoluzionari” per eccellenza con analogie con i loro predecessori francesi che, credo, fossero molto meno divisi di quelli attuali e molto più “rivoluzionari” di fasce significative degli attuali ceti medi.
In realtà il sistema capitalistico taglia tutti i vari ceti sociali (piccola borghesia, ceti medi e gli stessi ceti proletari) per linee verticali più che orizzontalmente (per gli stessi “proletari” si può ragionevolmente pensare che siano obiettivamente disponibili per il cambiamento tutti quelli fra di essi che o non vivono la minaccia della disoccupazione oppure sono terrorizzati e ricattati proprio da questa minaccia?)
Questo significa che è del tutto fuorviante - come fa questo filosofo e giornalista per i “ceti medi” o altri per i “ceti popolari” - una specifica “classe sociale” depositaria di futuri orientamenti rivoluzionari (tanto più se, per i ceti popolari e operai, dovessimo abbandonare le classiche formulazioni marxiste sullo “sfruttamento!”).
Perciò, solo un amalgama di diversi strati sociali o , meglio, di segmenti di strati (o classi) sociali diversi, potrà innestare un cambiamento autenticamente rivoluzionario.
Il m5* sembra candidarsi a essere meglio di altri il referente politico di questo amalgama di ceti diversi. (nota 1)
Purtroppo, a giudicare dalla conclamata assenza di ideologia (che invece sicuramente non mancava ai ceti medi francesi), dagli intenti dei suoi maggiori esponenti e da taluni comportamenti di altri, sembra esserci il concreto pericolo che al suo interno tenderanno a prevalere le forze meno radicali e che quello a cui probabilmente assisteremo in futuro non sarà neppure una qualche riedizione di ben note e manipolate “rivoluzioni colorate” che portino comunque alla ribalta nuovi ceti borghesi e ceti medi, ma solo a una farsesca scimmiottatura inconcludente di quelle e al conseguente caos generale … preludio di ben altri “sbocchi” ben poco democratici.
Se, invece, prevarranno queste ultime (le forze più radicali) il m5* potrà probabilmente svolgere una funzione, se non decisamente rivoluzionaria e alla francese, almeno di “rottura” delle mura della cittadella del potere.
Staremo a vedere.
Nota 1: naturalmente i ceti dominanti, compresi i vari bersani &c., ricorreranno a mille espedienti per impedire che quest’amalgama si formi e un esempio fresco di giornata sta anche in quello che i viscidi dominanti del Pd intendono fare, ad es., con quel loro progetto di “salario minimo temporaneamente garantito ai disoccupati”.
Rubano un’idea buona agli altri ma poi la metabolizzano a loro piacimento e, col pretesto che non ci sarebbero le risorse sufficienti, introducono nel loro progetto limiti e paletti vari che finiscono solo col dividere e portare alla “guerra fra poveri”.
Queste manovre dovrebbero essere denunciate e contrastate nel modo più fermo e deciso!