LA RIVOLTA DEL SAGGIO SELVAGGIO

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DI MIGUEL MARTINEZ
Kelebek

Leggo delle sommosse in corso nel Tibet.

Il Tibet l’ho conosciuto, per primo, attraverso le affascinanti relazioni di due missionari francesi di metà Ottocento, Évariste Régis Huc e Joseph Gabet, per nulla ossesionati dall’ortodossia (mi sembra di ricordare che ebbero anche problemi con il Vaticano), ma esenti da ogni fantasticheria orientalista sul Saggio Selvaggio.

Un buon vaccino per le letture che avrei poi fatto, ai tempi del mio coinvolgimento teosoficoGiuseppe Tucci, Francis Younghusband, Alexandra David-Néel.

Personaggi tutti straordinari, per le vite avventurose che hanno vissuto.

A seguito, “Il Tibet, il petrolio, il dollaro. Fino a quando potrà durare il grande inganno ?” (Carlo Gambescia);

Tucci è stato un grande esploratore; Younghusband, il primo occidentale a conquistare militarmente il Tibet, per poi convertirsi al buddhismo, è stato uno dei più notevoli ufficiali dell’impero britannico; come notevole è stata Alexandra David-Néel, teosofa e anarchica, fuggita di casa nel 1886 per girare l’Europa da sola in bicicletta, e vissuta per due anni in una grotta del Sikkim.

Sia Younghusband che Alexandra David-Néel erano seri nelle loro ricerche, eppure sempre ai confini di un allucinato Tibet che rifletteva le bizzarre stravaganze dell’occultismo occidentale.

Appena un po’ in là di loro, c’era infatti il Maestro Tibetano Djwal Khul, un’entità onirica che faceva brillanti scherzi a Madame Blavatsky, e si dedicava a lunghi sproloqui con la ben più piatta Alice Bailey,  la signora che contestò l’eredita della geniale matta russa al paravescovo pedofilo Charles W. Leadbeater e alla moralista progressista Annie Besant.[1]

Ma ancora più in là, ci fu Lobsang Rampa, guru tibetano di milioni di lettori occidentali incantati, che dichiarava di essersi aperto il Terzo Occhio ficcandosi un cuneo di legno in fronte a martellate.

Un giornalista scoprì che Lobsang Rampa era in realtà un idraulico inglese di nome Cyril Henry Hoskin.[2]

Lobsang Rampa fu anche l’autore materiale di Living with the Lama, l’autobiografia dettatagli telepaticamente dal suo gatto siamese, Fifi Greywhiskers

Rampa_greywhiskers

La cosa meravigliosa è che ancora oggi, Lobsang Rampa ha i suoi seguaci.

Devo ringraziare la dea Ral-gcig-ma,  oltre a un minimo di buon gusto, per avermi sempre protetto da ogni simile tentazione.

A questo punto, già sento un coro che dice, “ah, eccolo, l’amico dei Taliban che invece quando si tratta di tibetani oppressi dai comunisti prende in giro!”

Non è affatto così.

Sto con i monaci tibetani come sto con i Taliban, e per motivi più o meno simili. Credo infatti che tutti i popoli abbiano il diritto di cacciare i propri oppressori, con o senza le armi; che gli oppressori siano americani, israeliani, russi o cinesi.

E non mi interessa il fatto che i ceceni o i tibetani facciano “oggettivamente il gioco del nemico”, come sostiene qualche amico più o meno stalinista: come Osama bin Laden ai tempi della guerra di liberazione dell’Afghanistan dai russi, i tibetani fanno benissimo a sfruttare tutti gli appoggi che riescono a ottenere. A kalashnikov (o Richard Gere) donato, non si guarda in bocca.

Solo che tutti i Lobsang Rampa dell’ultimo secolo e mezzo hanno generato una vasta riserva di simpatia occidentale per i tibetani, negata ad afghani, ceceni o palestinesi. Che, va detto, hanno anche avuto la fortuna di trovare nel Dalai Lama un venditore della propria causa secondo solo a Walter Veltroni.

Tutto questo, ripeto, è un bene e non un male.

Michael Parenti ha scritto un’interessante critica ai luoghi comuni sul Tibet: ricordando il durissimo sistema feudale su cui si reggeva il Tibet dei Lama, la schiavitù (e ancora peggio, la servitù che esentava i signori da ogni responsabilità) che si manteneva con torture e mutilazioni (nonché con la colpevolizzazione religiosa), lo sfruttamento sessuale delle contadine da parte dei monaci, i conflitti interni spesso violenti…

Quella di Parenti è una visione di parte, e scritta evidentemente da una persona estranea agli studi religiosi. Però aiuta ad avere una visione più ampia.

E proprio questo ci deve ricordare una cosa importante: che possiamo sostenere una lotta di liberazione anche a prescindere dai nostri gusti e dalle nostre proiezioni personali.

Note:

[1] Qui potete vedere  Djwal Khul e altri due Maestri Ascesi, travestiti da dignitari vittoriani, che fantasmeggiano attorno al trono della Divina Panzanofora.

Di Djwal Khul esiste anche una raffigurazione molto più informale, un bel viso da metalmeccanico di Casablanca, con maglietta di lana e accappatoio.

[2] A essere pignoli, l’idraulico era il padre di Hoskin, che il figlio aiutava saltuariamente. Per il resto, pare che il Lama non avesse la passione del lavoro. Comunque, bisogna dire che il Saggio Hoskin scriveva bene.

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebek.splinder.com/
17.03.08

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