LA POLITICA ECONOMICA DEL CHE

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DI MANUEL ZANARINI
oppostadirezione.altervista.org

In questi anni, tanto si è detto e scritto sulla vita e le opere di Ernesto “Che” Guevara, fino a trasformarlo in ciò che odiava maggiormente in vita: un feticcio del mondo capitalista. Finora, però, poco si è studiato e analizzato su uno degli aspetti fondamentali, e forse più rivoluzionari, della sua vicenda storica e politica: la sua politica economica. Va ricordato che Guevara non fu solo uno dei più grandi rivoluzionari e guerriglieri della storia, ma fu anche un uomo di governo, seppur per poco tempo; infatti, il 26 novembre 1959 venne nominato direttore del Banco Nacional cubano, e il 23 febbraio 1961 divenne Ministro dell’Industria.

L’aspetto che però vorrei accennare, e per quanto possibile analizzare, è il suo contributo nel campo della politica economica, che presenta aspetti assolutamente originali e di grande stimolo per un lettore contemporaneo. I primi studi economici del Che risalgono ai tempi della guerriglia rivoluzionaria a Cuba, concentrandosi principalmente sull’organizzazione monopolistica delle grandi aziende statunitensi di zucchero che agiscono sull’isola ai tempi di Batista. Questo aspetto iniziale caratterizzerà il pensiero futuro del Comandante; infatti, la sua analisi sarà sempre dettata da un profondo pragmatismo, che si contrapporrà al tipico “manualismo” di stampo sovietico, inoltre, l’impostazione delle aziende monopolistiche sarà presa a modello, seppur riveduta e corretta, per il socialismo da lui pensato.Il sistema ideato dal Che è definito come Sistema Budgetario di Finanziamento, e si differenzia nettamente dal sistema del Calcolo Economico, attuato prima da Lenin, e poi riveduto e corretto da Stalin, in Unione Sovietica.

Una delle differenze fondamentali risiede nel ruolo che viene assegnato alle categorie del capitalismo – legge del valore, denaro, libertà d’impresa, ecc – durante la fase di transizione verso la società comunista. Per i sovietici era necessario attuare una specie di “capitalismo di Stato”, nel quale, seppur all’interno di una pianificazione centrale, le singole imprese godessero di ampia libertà, prevedendo concreti incentivi materiali, per aumentare il loro profitto. Il Che era invece convinto che alla lunga gli strumenti del capitalismo avrebbero finito col corrompere lo spirito rivoluzionario della popolazione; infatti, lungi dall’essere una semplice gestione della distribuzione della ricchezza, il socialismo ha come scopo finale la nascita di un uomo nuovo, l’ hombre nuevo, che viva in perfetta sintonia con gli altri membri della società. Nel sistema guevariano, le imprese non vengono considerate come unità a sé stanti; bensì, come parti del “sistema nazione”, che viene considerata come un unico sistema produttivo; tanto che le singole aziende non possiedono neppure una personalità giuridica autonoma.

Così come accadeva nei monopoli, il centro deve riuscire a pianificare e controllare l’attività di ogni singola unità del sistema; pertanto, Guevara ritiene centrale il ruolo del budget.
Attraverso accurate analisi dei costi, degli inventari e degli strumenti finanziari, l’organismo centrale è in grado di assegnare le giuste risorse alle singole unità produttive, che dovranno utilizzarle per realizzare gli obiettivi prefissati. Il denaro non viene concepito come mezzo di pagamento; poiché le merci vengono scambiate tra un’unità e un’altra, senza diventare beni di consumo, finché non arrivano sul mercato finale. Le singole imprese non hanno fondi finanziari propri, attraverso i quali gestire le risorse economiche in autonomia; bensì, esiste un unico fondo centrale nazionale, che, in base al budget stimato, assegna le risorse necessarie allo svolgimento del lavoro. Uno dei vantaggi previsti da tale sistema è che le aziende in difficoltà, o improduttive, possono ugualmente trovare risorse, attingendo al fondo nazionale, rimpinguato dai guadagni di quelle più fiorenti, cosa impossibile con gli altri sistemi macroeconomici. Al vertice del sistema è posta la Junta Central de Planificacion (JUCEPLAN), la quale stabilisce le direttive generali, sulla cui applicazione veglieranno i livelli intermedi. In quest’ottica, grande importanza viene assegnata alla burocrazia, in particolar modo ai quadri, che, al contrario della dottrina sovietica, non sono figure “asettiche”; anzi, sono fortemente politicizzate e in grado di fare da tramite tra il centro e la popolazione, trasmettendo a quest’ultima le direttive di governo, e riferendo ai vertici i sentimenti del popolo.

Questo sistema fornisce anche uno strumento di riequilibratura tra i poteri ed il controllo popolare dell’intero sistema, attraverso un sentimento solidaristico diffuso e profondamente radicato, che porta a un forte coinvolgimento di massa nelle scelte fondamentali della politica. Come si vede bene, nell’ottica del Che, per costruire una futura società socialista, è fondamentale che nel periodo di transizione dal capitalismo, scompaia ogni relazione mercantile, che spezzerebbe l’intento finale della rivoluzione, la creazione dell’hombre nuevo appunto. Sempre per spingere in questa direzione, Guevara punta l’indice contro quello che individua come un grave difetto della dottrina sovietica. Lenin riteneva che per la situazione russa dell’epoca, che presentava il paese più arretrato d’Europa, fosse decisivo, per far trionfare la rivoluzione, ricucire lo strappo con la borghesia, fortemente contraria al regime bolscevico; quindi, puntò decisamente sugli incentivi materiali, oltre che sull’autogestione aziendale. Al contrario, Guevara, che pur riconosceva l’intuizione di Lenin, che prevedeva diverse vie al socialismo (tesi negata da Stalin e dal manualismo sovietico), considerava fondamentale spezzare la «psicologia individualista» , tipica del capitalismo. Per ottenere tale risultato, vuole promuovere nuovi rapporti sociali, oltre che lo sviluppo economico; quindi, pur non cancellando gli incentivi materiali, pone fortemente l’accento su quelli morali. Per insegnare alla popolazione l’abnegazione verso la nazione e lo spirito di sacrificio, prevede l’istituzione del lavoro volontario, da svolgere di propria spontanea volontà, gratuitamente e fuori dall’orario di ufficio. Come abbiamo visto, il pensiero economico del Che si distanzia molto da quello sovietico, e anche da quello diffuso nei paesi dell’Europa Orientale, finiti sotto il giogo dell’URSS, il secolo scorso. Quello che penso sia rilevante evidenziare, è che non si tratta di qualche piccola divergenza su come gestire la pianificazione centralizzata dell’economia – più leggera, quasi di mercato, per Lenin e i suoi discendenti; molto rigida per Guevara – bensì di una radicale diversità di vedute sull’impostazione della società socialista.

Questo è un aspetto a mio avviso estremamente significativo, anche per capire l’evolversi della biografia del Comandante e delle sorti della rivoluzione cubana. Come lo stesso Guevara affermò, «la rivoluzione russa si appoggiò ai soldati di ritorno dal fronte, e fu socialista fin dalle sue origini; quella cubana lo diventa solo dopo la vittoria e più per cause internazionali, che interne». Va infatti ricordato che a Cuba il Partito Comunista non era assolutamente in grado di portare avanti da solo la lotta rivoluzionaria, e che a capo di essa si mise il Movimiento 26 de Julio, che aveva al suo interno diverse anime. Fu solamente in seguito alla reazione statunitense, concretizzatasi prima nell’embargo e poi nel tentativo di contro-insurrezione alla Baia dei Porci, che Cuba si spinse in orbita sovietica. Questo però ci porta a considerare un altro aspetto particolarmente significativo. Come abbiamo più volte ricordato, il socialismo pensato dal Che era molto lontano da quello in vigore in URSS, cosa che indispettiva non poco il Cremlino, tanto più se si considera che Mosca, il 13 febbraio 1960, aveva aperto una linea di credito per il regime di Fidel Castro, pari a 100 milioni di dollari, che rimase aperta fino al 1965. Che sia stata una scelta dettata dalle pressioni del potente “alleato” o meno, sta di fatto che progressivamente Castro si allontana dalle posizioni del Che, spostandosi sempre più verso le idee sovietiche. E’ anche sospetto che il Comandante decida di abbandonare, in concomitanza di tale tendenza del regime cubano, ogni incarico governativo, ed entrare, il 14 settembre 1965, in clandestinità e decidere il 3 novembre 1966 di andare in Bolivia, per intraprendere una vera e propria missione suicida, e dove poi troverà la morte il 9 ottobre 1967. Tante sono state le voci circa dissidi tra Castro e Guevara, e che in fin dei conti al regime cubano, la morte eroica del Comandante abbia fatto più comodo di una voce polemica e dissidente sull’isola.

Onestamente, non so se ciò sia vero o meno, quello che è storicamente certo è che Guevara decide di lasciare Cuba nel momento in cui il regime decide di abbandonare del tutto la sua “via al socialismo”, e che la Cuba che la storia ci ha consegnato è ben diversa da quella sognata dal Che. In conclusione, vorrei fare una piccola riflessione circa l’ “attualità” di queste idee di Guevara, chiaramente appena accennate, e sulla loro importanza. Ritengo che alcuni spunti siano assolutamente illuminanti e denotino la grande intelligenza del loro autore. In tempi non sospetti, il Che capì che il socialismo imposto dall’alto, tipico del regime sovietico e dei suoi vassalli dell’Europa Orientale del secolo scorso, è destinato al fallimento di per sé. E’ fondamentale concentrarsi sull’ educazione e sul cambiamento dei legami sociali, poi si può pensare di arrivare alla società socialista, una volta creato l’hombre nuevo. Altra previsione assolutamente azzeccata è quella relativa alla possibilità di utilizzare strumenti capitalisti nella fase di transizione al socialismo. Come gli esempi del cosiddetto “socialismo reale”del ‘900 hanno dimostrato, la loro sopravvivenza finisce inevitabilmente col contaminare la rivoluzione, e presto o tardi ne determineranno la rovina- o per implosione interna (la rivolta dei nuovi ceti medi perfettamente analizzata dal Prof. Preve), come accaduto in Europa il secolo scorso, o per trionfo del capitalismo di Stato, accompagnato dalla dittatura borghese, come nella Cina attuale. Un ultimo pensiero vorrei esprimerlo circa la possibilità di attualizzare il pensiero del Che.

Penso che, con la contestualizzazione necessaria, tre siano gli spunti più interessanti a riguardo. Il primo, e più marginale, l’idea di creare un fondo unico nazionale che permetta alle attività in crisi, e come tutti sappiamo oggi non sono poche, di sopravvivere, spezzando la logica di concorrenza spietata da darwinismo sociale, tipica del capitalismo. Il secondo, il ruolo estremamente marginale che il denaro e le banche cosiddette commerciali giocano nel disegno guevariano; infatti, il credito non è più il motore dello sviluppo sociale, ma lo è il lavoro, cosa che lo porta ad affermare che non c’è spazio per i tecnici, quando c’è in gioco il destino dei popoli. Infine, aspetto più importante, è l’idea di comunità organica, che è posta alla base del disegno socialista di Guevara. Anticipando una corrente più recente di analisi marxista, il cui maggior esponente è a mio avviso il Prof. Preve, il sentimento solidale e comunitario tra i singoli è riconosciuto come la base per poter costruire una società nuova e migliore.

Manuel Zanarini
Fonte: http://www.oppostadirezione.altervista.org/ultimon.htm

Opposta Direzione numero 12 (ottobre 2009 -“Che Guevara”) versione .PDF (clicca per leggere e scaricare)

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