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LA POLITICA ECONOMICA DEL CHE

DI MANUEL ZANARINI
oppostadirezione.altervista.org

In questi anni, tanto si è detto e scritto sulla vita e le opere di Ernesto “Che” Guevara, fino a trasformarlo in ciò che odiava maggiormente in vita: un feticcio del mondo capitalista. Finora, però, poco si è studiato e analizzato su uno degli aspetti fondamentali, e forse più rivoluzionari, della sua vicenda storica e politica: la sua politica economica. Va ricordato che Guevara non fu solo uno dei più grandi rivoluzionari e guerriglieri della storia, ma fu anche un uomo di governo, seppur per poco tempo; infatti, il 26 novembre 1959 venne nominato direttore del Banco Nacional cubano, e il 23 febbraio 1961 divenne Ministro dell’Industria.

L’aspetto che però vorrei accennare, e per quanto possibile analizzare, è il suo contributo nel campo della politica economica, che presenta aspetti assolutamente originali e di grande stimolo per un lettore contemporaneo. I primi studi economici del Che risalgono ai tempi della guerriglia rivoluzionaria a Cuba, concentrandosi principalmente sull’organizzazione monopolistica delle grandi aziende statunitensi di zucchero che agiscono sull’isola ai tempi di Batista. Questo aspetto iniziale caratterizzerà il pensiero futuro del Comandante; infatti, la sua analisi sarà sempre dettata da un profondo pragmatismo, che si contrapporrà al tipico “manualismo” di stampo sovietico, inoltre, l’impostazione delle aziende monopolistiche sarà presa a modello, seppur riveduta e corretta, per il socialismo da lui pensato.Il sistema ideato dal Che è definito come Sistema Budgetario di Finanziamento, e si differenzia nettamente dal sistema del Calcolo Economico, attuato prima da Lenin, e poi riveduto e corretto da Stalin, in Unione Sovietica.

Una delle differenze fondamentali risiede nel ruolo che viene assegnato alle categorie del capitalismo – legge del valore, denaro, libertà d’impresa, ecc – durante la fase di transizione verso la società comunista. Per i sovietici era necessario attuare una specie di “capitalismo di Stato”, nel quale, seppur all’interno di una pianificazione centrale, le singole imprese godessero di ampia libertà, prevedendo concreti incentivi materiali, per aumentare il loro profitto. Il Che era invece convinto che alla lunga gli strumenti del capitalismo avrebbero finito col corrompere lo spirito rivoluzionario della popolazione; infatti, lungi dall’essere una semplice gestione della distribuzione della ricchezza, il socialismo ha come scopo finale la nascita di un uomo nuovo, l’ hombre nuevo, che viva in perfetta sintonia con gli altri membri della società. Nel sistema guevariano, le imprese non vengono considerate come unità a sé stanti; bensì, come parti del “sistema nazione”, che viene considerata come un unico sistema produttivo; tanto che le singole aziende non possiedono neppure una personalità giuridica autonoma.

Così come accadeva nei monopoli, il centro deve riuscire a pianificare e controllare l’attività di ogni singola unità del sistema; pertanto, Guevara ritiene centrale il ruolo del budget.
Attraverso accurate analisi dei costi, degli inventari e degli strumenti finanziari, l’organismo centrale è in grado di assegnare le giuste risorse alle singole unità produttive, che dovranno utilizzarle per realizzare gli obiettivi prefissati. Il denaro non viene concepito come mezzo di pagamento; poiché le merci vengono scambiate tra un’unità e un’altra, senza diventare beni di consumo, finché non arrivano sul mercato finale. Le singole imprese non hanno fondi finanziari propri, attraverso i quali gestire le risorse economiche in autonomia; bensì, esiste un unico fondo centrale nazionale, che, in base al budget stimato, assegna le risorse necessarie allo svolgimento del lavoro. Uno dei vantaggi previsti da tale sistema è che le aziende in difficoltà, o improduttive, possono ugualmente trovare risorse, attingendo al fondo nazionale, rimpinguato dai guadagni di quelle più fiorenti, cosa impossibile con gli altri sistemi macroeconomici. Al vertice del sistema è posta la Junta Central de Planificacion (JUCEPLAN), la quale stabilisce le direttive generali, sulla cui applicazione veglieranno i livelli intermedi. In quest’ottica, grande importanza viene assegnata alla burocrazia, in particolar modo ai quadri, che, al contrario della dottrina sovietica, non sono figure “asettiche”; anzi, sono fortemente politicizzate e in grado di fare da tramite tra il centro e la popolazione, trasmettendo a quest’ultima le direttive di governo, e riferendo ai vertici i sentimenti del popolo.

Questo sistema fornisce anche uno strumento di riequilibratura tra i poteri ed il controllo popolare dell’intero sistema, attraverso un sentimento solidaristico diffuso e profondamente radicato, che porta a un forte coinvolgimento di massa nelle scelte fondamentali della politica. Come si vede bene, nell’ottica del Che, per costruire una futura società socialista, è fondamentale che nel periodo di transizione dal capitalismo, scompaia ogni relazione mercantile, che spezzerebbe l’intento finale della rivoluzione, la creazione dell’hombre nuevo appunto. Sempre per spingere in questa direzione, Guevara punta l’indice contro quello che individua come un grave difetto della dottrina sovietica. Lenin riteneva che per la situazione russa dell’epoca, che presentava il paese più arretrato d’Europa, fosse decisivo, per far trionfare la rivoluzione, ricucire lo strappo con la borghesia, fortemente contraria al regime bolscevico; quindi, puntò decisamente sugli incentivi materiali, oltre che sull’autogestione aziendale. Al contrario, Guevara, che pur riconosceva l’intuizione di Lenin, che prevedeva diverse vie al socialismo (tesi negata da Stalin e dal manualismo sovietico), considerava fondamentale spezzare la «psicologia individualista» , tipica del capitalismo. Per ottenere tale risultato, vuole promuovere nuovi rapporti sociali, oltre che lo sviluppo economico; quindi, pur non cancellando gli incentivi materiali, pone fortemente l’accento su quelli morali. Per insegnare alla popolazione l’abnegazione verso la nazione e lo spirito di sacrificio, prevede l’istituzione del lavoro volontario, da svolgere di propria spontanea volontà, gratuitamente e fuori dall’orario di ufficio. Come abbiamo visto, il pensiero economico del Che si distanzia molto da quello sovietico, e anche da quello diffuso nei paesi dell’Europa Orientale, finiti sotto il giogo dell’URSS, il secolo scorso. Quello che penso sia rilevante evidenziare, è che non si tratta di qualche piccola divergenza su come gestire la pianificazione centralizzata dell’economia – più leggera, quasi di mercato, per Lenin e i suoi discendenti; molto rigida per Guevara – bensì di una radicale diversità di vedute sull’impostazione della società socialista.

Questo è un aspetto a mio avviso estremamente significativo, anche per capire l’evolversi della biografia del Comandante e delle sorti della rivoluzione cubana. Come lo stesso Guevara affermò, «la rivoluzione russa si appoggiò ai soldati di ritorno dal fronte, e fu socialista fin dalle sue origini; quella cubana lo diventa solo dopo la vittoria e più per cause internazionali, che interne». Va infatti ricordato che a Cuba il Partito Comunista non era assolutamente in grado di portare avanti da solo la lotta rivoluzionaria, e che a capo di essa si mise il Movimiento 26 de Julio, che aveva al suo interno diverse anime. Fu solamente in seguito alla reazione statunitense, concretizzatasi prima nell’embargo e poi nel tentativo di contro-insurrezione alla Baia dei Porci, che Cuba si spinse in orbita sovietica. Questo però ci porta a considerare un altro aspetto particolarmente significativo. Come abbiamo più volte ricordato, il socialismo pensato dal Che era molto lontano da quello in vigore in URSS, cosa che indispettiva non poco il Cremlino, tanto più se si considera che Mosca, il 13 febbraio 1960, aveva aperto una linea di credito per il regime di Fidel Castro, pari a 100 milioni di dollari, che rimase aperta fino al 1965. Che sia stata una scelta dettata dalle pressioni del potente “alleato” o meno, sta di fatto che progressivamente Castro si allontana dalle posizioni del Che, spostandosi sempre più verso le idee sovietiche. E’ anche sospetto che il Comandante decida di abbandonare, in concomitanza di tale tendenza del regime cubano, ogni incarico governativo, ed entrare, il 14 settembre 1965, in clandestinità e decidere il 3 novembre 1966 di andare in Bolivia, per intraprendere una vera e propria missione suicida, e dove poi troverà la morte il 9 ottobre 1967. Tante sono state le voci circa dissidi tra Castro e Guevara, e che in fin dei conti al regime cubano, la morte eroica del Comandante abbia fatto più comodo di una voce polemica e dissidente sull’isola.

Onestamente, non so se ciò sia vero o meno, quello che è storicamente certo è che Guevara decide di lasciare Cuba nel momento in cui il regime decide di abbandonare del tutto la sua “via al socialismo”, e che la Cuba che la storia ci ha consegnato è ben diversa da quella sognata dal Che. In conclusione, vorrei fare una piccola riflessione circa l’ “attualità” di queste idee di Guevara, chiaramente appena accennate, e sulla loro importanza. Ritengo che alcuni spunti siano assolutamente illuminanti e denotino la grande intelligenza del loro autore. In tempi non sospetti, il Che capì che il socialismo imposto dall’alto, tipico del regime sovietico e dei suoi vassalli dell’Europa Orientale del secolo scorso, è destinato al fallimento di per sé. E’ fondamentale concentrarsi sull’ educazione e sul cambiamento dei legami sociali, poi si può pensare di arrivare alla società socialista, una volta creato l’hombre nuevo. Altra previsione assolutamente azzeccata è quella relativa alla possibilità di utilizzare strumenti capitalisti nella fase di transizione al socialismo. Come gli esempi del cosiddetto “socialismo reale”del ‘900 hanno dimostrato, la loro sopravvivenza finisce inevitabilmente col contaminare la rivoluzione, e presto o tardi ne determineranno la rovina- o per implosione interna (la rivolta dei nuovi ceti medi perfettamente analizzata dal Prof. Preve), come accaduto in Europa il secolo scorso, o per trionfo del capitalismo di Stato, accompagnato dalla dittatura borghese, come nella Cina attuale. Un ultimo pensiero vorrei esprimerlo circa la possibilità di attualizzare il pensiero del Che.

Penso che, con la contestualizzazione necessaria, tre siano gli spunti più interessanti a riguardo. Il primo, e più marginale, l’idea di creare un fondo unico nazionale che permetta alle attività in crisi, e come tutti sappiamo oggi non sono poche, di sopravvivere, spezzando la logica di concorrenza spietata da darwinismo sociale, tipica del capitalismo. Il secondo, il ruolo estremamente marginale che il denaro e le banche cosiddette commerciali giocano nel disegno guevariano; infatti, il credito non è più il motore dello sviluppo sociale, ma lo è il lavoro, cosa che lo porta ad affermare che non c’è spazio per i tecnici, quando c’è in gioco il destino dei popoli. Infine, aspetto più importante, è l’idea di comunità organica, che è posta alla base del disegno socialista di Guevara. Anticipando una corrente più recente di analisi marxista, il cui maggior esponente è a mio avviso il Prof. Preve, il sentimento solidale e comunitario tra i singoli è riconosciuto come la base per poter costruire una società nuova e migliore.

Manuel Zanarini
Fonte: http://www.oppostadirezione.altervista.org/ultimon.htm

Opposta Direzione numero 12 (ottobre 2009 -“Che Guevara”) versione .PDF (clicca per leggere e scaricare)

Pubblicato da Davide

  • remox

    Già le premesse di questo “pensiero economico” del Che sono sbagliate. Francamente sono idee piuttosto infantili, da mondo dei sogni. Il budget pianificato per ogni impresa da un’autorità centrale di stato? Ma per favore….ancora non si è imparata la lezione?

  • lucamartinelli

    permettetemi di trovare commoventi le posizioni economiche del Che. è ovvio che ai palati di raffinati economisti sembrino superate o insensate o addirittura ridicole. ma solo a chi conosce la vita e gli ideali di Guevara appaiono nel loro pieno significato. l’economia c’entra poco mentre c’entra molto l’importanza della consapevolezza e dell’evoluzione personale verso l’uomo nuovo. diceva il Che che il socialismo di per se’ è ben poca cosa senza l'”uomo nuovo”. in realta’ questo concetto mi sembra essere un concetto universale, applicabile ad ogni situazione ove si verifichino ingiustizie,sopraffazioni, scarsa o nulla democrazia. solo una forte motivazione puo’ indurre l’essere umano ad abbandonare l’istintivo desiderio di far profitto soprattutto in modo truffaldino, senza cioe’ pagare le tasse e sfuttando il lavoro altrui in mille modi, anche delocalizzando senza porsi nessun problema nemmeno morale sul fatto di avere licanziato dipendenti per andare in Cina a guadagnare di piu’. l’ingordigia è istintiva, la generosita’ e il senso di giustizia invece sono frutto di crescita personale. si potrebbe continuare perche’ moltissimi sono i campi di applicazione di questo “sogno” del Che. saluti a tutti.

  • Tonguessy

    Concordo. Permettimi di aggiungere che il Che cercava di trovare quel meccanismo di feedback senza il quale i popoli perdono sempre più diritto ad una esistenza dignitosa a tutto beneficio delle solite elites, e l’aveva individuato nella Junta Central de Planificacion. Ora questa può sembrare un’idea semplicistica, ma dato che la stratificazione sociale esiste o si torna indietro all’anarchia-comunismo dei cacciatori-raccoglitori oppure le varie specializzazioni devono essere subordinate a valori non già di accumulo e di plusvalore ma di condivisione e di perequazione. Occorre quindi trovare un meccanismo che controlli la circolarità della produzione. Sinceramente ho dei dubbi che tale meccanismo possa durare per più di 1-2 generazioni, perchè le solite logiche di profitto-potere personale alla fine sembra abbiano la meglio, ma è anche vero che io sto giudicando quelle ipotetiche realtà da dentro una blackbox che prevede il capitale abbia la meglio su istruzione, etica, solidarietà e via dicendo. Altre realtà forgiate su princìpi differenti hanno la possibilità teorica di sortire risultati molto diversi, in cui ad es. i quadri non siano dediti al benessere dei quadri stessi ma siano portavoce delle istanze del popolo. Isomma è una questione di educazione sociale e di priorità dei valori sociali.

  • TizianoS

    Concordo in pieno anch’io.

  • anonimomatremendo

    “Al contrario, Guevara, che pur riconosceva l’intuizione di Lenin, che prevedeva diverse vie al socialismo (tesi negata da Stalin e dal manualismo sovietico), considerava fondamentale spezzare la «psicologia individualista» , tipica del capitalismo.”

    Questi poveri e patetici rottami stalinisti ancora non hanno perso il vizieto di ribaltare totalmente la realta´ in perfetto stile “orwelliano”.Questo post-stalinista vuole far passare l´ idea che non fosse di Stalin la geniale trovata del “socialismo in un solo paese”e delle diverse vie nazionali ad esso,a cui quel povero fesso del”Che”credeva piú di ogni altra cosa e che anzi voleva,al contrario degli stalinisti rinnegati ,portare fino in fondo,ma addirittura fosse di Lenin,che viene posto come precursore dello stalinismo.Non solo,ma quast individuo vuol farci credere che il Che volesse spezzare”l individualismo borghese”.Si,con l esaltazione dell eroe guerrigliero lider maximo ,del volontarismo romantico e tutta la patetica lirica intorno all “uomo nuovo” da fabbricare con lo stampino.

    questi poveri “intellettuali” ancora non si rassegnano all evidenza che il loro nazional-comunismo e cloni variegati é rovinosamente fallito.

    fatevi largo!

  • lucamartinelli

    interessante quello che scrivi, soprattutto quando affermi che il meccanismo sociale “nuovo” ha una durata limitata nel tempo, un paio di generazioni. mi chiedo da cosa dipenda questo dato di fatto incontrovertibile. puo’ essere che il trascorrere del tempo affievolisca il tutto, nel senso che i piu’ convinti sono quelli che hanno subito la dittatura e la generazione subito dopo, perche’ si tratta dei figli. Discorso diverso con i nipoti, oltre al fatto che le pulsioni istintive spingono all’individualismo, i ricordi sono lontani. se nel frattempo i soliti “noti”, che conoscono molto bene le dinamiche psicologiche del singolo e delle masse, spingono e manipolano le cose in modo da lusingare e stuzzicare i piu’ giovani, ecco che il processo rallenta o finisce. ricordo che i giovani del partito in Germania orientale in un loro congresso si chiedevano cosa ci fosse di tanto attraente nelle vetrine luccicanti di Berlino ovest. eppure, cessata la presa di coscienza personale, le merci in vendita erano diventate una irresistibile priorita’. questa è solo una mia considerazione, naturalmente. buona serata

  • lucamartinelli

    fa piacere, amico, trovare condivisione nelle idee. soprattutto perche’ Guevara è stato assassinato nel 1967. sono quindi passati molti anni, eppure il suo ricordo e il ricordo dei suoi ideali sono ancora vivi, a quanto pare. saluti

  • victorserge

    ottimo, hai voluto rovesciare un secchio di sterco sul che guevara.
    poco male.
    ma tu, oltre a questa secchiata, sei in grado di esprimere un pensiero critico intorno all’argomento in questione?
    cioè hai una tua idea delle cose, oppure il massimo che il tuo cervello può esprimere è la materia che hai rovesciato sulla figura e sul pensiero, anche opinabile, del comandante che guevara?

  • Tonguessy

    E’ vero quello che dici: la necessità di riscatto è direttamente proporzionale alla vicinanza con il trauma sociale. Il motivo per cui le generazioni successive non portano più quei valori è da ricercare nelle strutture culturali collettive. Chiediti qual’è lo stile di vita che viene oggi ricercato. Calciatori e veline va bene? Imprenditoria sul filo del legale? Finanza creativa? Hanno tutti un comune denominatore: sfoggio di ricchezza e pararsi il culo per tempo. Come siamo arrivati fino a qui? Cosa ne è stato dello spirito con cui i nostri padri (o nonni) scrivevano la Costituzione? Possiamo ancora ritenere ancora sensato il Colosseo o non sarebbe meglio costruire un’autosilos?
    Se metti su due piatti della bilancia chessò Corona e Rigoni Stern, chi pensi solletichi le fantasie della gente comune? Come ha fatto la generazione di Rigoni Stern procreare la generazione dei Corona? Che profonda connivenza deve avere la gente comune con questi crimini culturali e che superficialità di pensiero deve avere la prassi culturale (quindi media ma non solo) per generare così tanta dolorosa indifferenza?

  • anonimomatremendo

    la politica economica del Che centra col socialismo come i cavoli a merenda.infatti non di socialismo si tratta ma di mera nazionalizzazione dell economia nel quadro di una politica ultranazionalista grandepatriottica e quindi visto che il nazionalismo é fino a prova contraria l´ ideologia della borghesia e che oggi viviamo nel pieno della civiltá borghese,che minchia di rivoluzionario ci vedi nell´opera del Che e dei suoi apologeti?Inoltre mi dovete spiegare come fate a conciliare il vostro culto della personalitá con l antiindividualismo borghese quando il vostro soggettivismo fondato sul culto della volontá a prescindere dalle condizioni materiali di possibilitá vi porta verso un romanticismo onirico e delirante che si esprime in posizioni indicibili del tipo”o patria o muerte” quando lo sanno anche i bambini che il proletariato é senza patria.Patria nazionale sul cui altare avete sacrificato generazioni di impavidi proletari e le loro famiglie in azioni di guerriglia puramente suicide e tutto ció per cosa?per degli ideali?ma vaff…

    non c´é niente di piú abominevole delle guerre imperialiste a cui il “Che” gettava benzina sul fuoco alimentando il furore guerrafondaio con proclami isterici e deliranti del tipo:”una cento mille Vietnam”e tan tissimi altri che si possono raccogliere lungo tutto il suo cammino di “comandante”(si,col bastone da maresciallo) e di voi piccolo borghesi avventuristi frustrati delle libertá e del potere che il grande capitale vi toglie ogni gioro di piu´.rassegnatevi,per voi nella storia esiste solo la possibilitá di ricoprire il ruolo di “utili Idioti”.Al Capitale piacete cosí.

    E adesso per concludere dimmi per quale ragione una persona sana di mente dovrebbe avere simpatie per degli irriducibili guerrafondai che si credono rivoluzionari solo perché si gettano a bomba contro l ingiustizia(sempre e solo quella a stelle e striscie poi)trascinando nella loro folle corsa suicida generazioni di validi proletari coraggiosi il cui slancio generoso avrebbe potuto essere tenuto in serbo per cause migliori.e non dirmi che é tutta colpa degli Stati Uniti,come se l unione sovietica e cuba e corea del nord e cina e vietnam ecc ecc cadessero all esterno del capitalismo e come se questo si potesse sconfiggere dibattendosi come matti all interno delle variegate dispute inter-nazionaliste tra faide rivali e gretti interessi di bottega barcamenandosi come mosche cocchiere tra le sue categorie ideologiche e materiali e i suo feticismi invece che agire dall esterno di esse come farebbe una persona sensata che si dichiari anti-capitalista.

    avete fatto di testa vostra?ben,ecco i risultati.adesso peró fate largo!

  • holamotohd

    Sono ancora vivi perchè puri.

    Il Che è morto per quegli ideali.

    Non ci si è arricchito, non ha voluto farlo.

    In un mondo come il nostro, che ha smarrito il senso della vita, dove il denaro la fa da padrone, dove domina l’ingiustizia sociale, le idee del Che sembrano un soffio d’aria pura.

    Saluti.
  • holamotohd

    “E adesso per concludere dimmi per quale ragione una persona sana di mente dovrebbe avere simpatie per degli irriducibili guerrafondai che si credono rivoluzionari solo perché si gettano a bomba contro l ingiustizia”


    Ti ricordo che stai postando su “come-don-chisciotte” il quale, se non erro, faceva proprio quello.
  • Tonguessy

    Questi i fatti: la Randazzo detesta il contradditorio, e predispone tutto affinchè ciò non accada. Quindi obbliga CDC a non permettere i commenti. Ma noi siamo più intelligenti e usiamo l’articolo precedente per scrivere i nostri pensieri (che sono distanti dal pensiero unico della Randazzo). Sarebbe come dire che visto che in Italia è proibito fumare erba noi andiamo in Olanda dove si può, e lo facciamo. Cosa succede? Che arrivano lì nella teahouse i carabba e ci impediscono di farlo. MA CRISTO SANTO NEANCHE LI’ SI PUO’ STARE IN PACE? Capisco ma non condivido la tecnica liberaldoppiogiochista (dialogo sì ma solo se piace a me) fatta nel suo sito, capisco (ma condivido ancora meno) che imponga quella tecnica qui a CDC per quanto riguarda i SUOI articoli, ma qui siamo in pieno processo kafkiano dove nessuna logica nè fatto comunemente accettato può fermare l’antidemocratica censura randazziana.
    Mi chiedo che razza di politica adottino gli amministratori di CDC invece. Non siamo nel suo sito, non siamo nei suoi articoli, stamo solo parlandone pacatamente. Non si può più? CDC è diventata una rassegna stampa senza possibilità di intervento critico? CAMBIASSERO ALMENO LE NOTE INTRODUTTIVE CHE PARLANO DI PLURALITA’ DI OPINIONI E DI DIRITTO AD ESPRIMERLE!!!
    Comprare i suoi libri? Qui bisognerebbe mettere in piedi un movimento tipo boycott israel!
    Anzi mi sa che restare su CDC è un atto di subordinazione alle logiche predatrici della Randazzo

  • anonimomatremendo

    hai ragione,comunque il Don Chisciotte non faceva male a nessuno.ecco tutto.ciao

  • dian

    Hasta Siempre Comandante!

  • Coscienza_di_classe

    L’unica politica economica efficace e’ quella di Stalin:nazionalizzazione
    di ogni comparto economico,abolizione della proprieta’ privata,esproprio
    di tutti i beni dei contadini e delle minoranze,piombo per i nemici del
    popolo reazionari,guerra ai paesi imperialisti e capitalisti.Il Che era
    solo un rivoluzionario velleitario senza alcuno senso dello stato e la sua
    fine da fesso lo dimostra.Hasta siempre Stalin

  • alexandros

    certo, le posizioni economiche del Che sono commoventi e perchè no, anche “utopistiche”: le idee sono pure, ma camminano sulle gambe degli uomini e gli uomini non sono infallibili. Il denaro, il profitto, il plus valore tanto criticato da Marx nel “Capitale”, fanno gola ad ogni uomo. Le idee di Marx, caldeggiate e portate avanti dal dottor Ernesto Guevara, un dottore e non un economista, sono commoventi per il semplice fatto che sono irrealizzabili o, utilizzando paroloni, utopistiche perchè uomini puri, come lo era il Che, possono tramutare ideali in fatti, e sostenere i medesimi. Ma gli uomini puri, gli “uomini nuovi” purtroppo non ci furono in passato, non ci saranno in futuro. Gli “uomini puri” non mutano i loro ideali in base ai soldi, alle alleanze; gli “uomini puri” se credono in un ideale, combattono affinchè esso venga capito e condiviso; gli “uomini puri” partono da un paese in cui hanno attuato la rivoluzione contro l’economia politica (non solo contro la politica o solo contro l’economia, ma contro l’economia derivante dalla politica), dove ormai i soldi e il potere hanno finito per corrompere gli ideali (marxisti) per i quali si fece la rivoluzione, e giungono in un paese arretrato molto simile al paese in cui era stata attuata la rivoluzione, e in punto di morte sosterranno i loro ideali. Ernesto Guevara, il Comandante Che Guevara fu un puro di cuore, non perchè fece al fianco di Castro una grande rivoluzione (come quella successa in Russia nl ’17, come quella espressa da Marx nell’800) che mutò completamente i rapporti interni ed esterni di un paese, ma perchè sostenne i suoi ideali, tra i quali l’eliminazione della proprietà privata, che comporta l’eliminazione dell’alienazione del lavoro; l’eliminazione del senso di “bestialità” nell’uomo (che sostituisce la vera essenza, ovvero quella di lavorare e produrre), l’eliminazione del plus lavoro e il plus valore (ovvero elimina il lavoro in più per produrre ulteriore merce), eliminando così anche il profitto, tipico di una società capitalista.
    Che Guevara, l’uomo nuovo, è morto sostenendo questi ideali, e questi ideali sono morti con lui.