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LA PIU' GRANDE DEMOCRAZIA DEL MONDO

DI ALEX

Molto spesso sentiamo dire: “Ah gli Stati Uniti, la più grande democrazia del mondo!”.
Ritengo molto ridicole e superflue queste affermazioni, che purtroppo non sono pronunciate soltanto da assidui frequentatori del bar Sport, ma molto spesso anche da stimati (o presunti tali) storici, giornalisti e politici.
Si va dagli Schifani ai Ferrara, da Fallaci a Feltri, dai Fede ai Belpietro, quest’ultimo addirittura affermò, in un’intervista a ballarò, che i comunisti avevano influenzato l’assemblea costituente del 47 e molte leggi della costituzione italiana di conseguenza sono di matrice comunista.
Come possono tali persone possedere un così consistente amore e protettorato per l’egemonia americana nel mondo?
Quest’amore spasmodico che sale fin dal profondo delle viscere nell’intento di glorificare le ardue imprese dell’amministrazione Bush e della storia americana, che con l’obiettivo di esportare la “democrazia”, può essere anche artefice di massacri come quello di Fallujah.

Come si può anche soltanto provare ad associare gli Stati Uniti al concetto di democrazia?

Potremo provare a chiedere alla popolazione dell’America Latina se gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del mondo.
Possiamo iniziare con i cileni, che democraticamente avevano permesso a Salvador Allende di diventare il loro presidente, e che si sono visti nell’arco di tre anni subire un colpo di stato, diretto e finanziato dall’amministrazione americana, volta a far insediare il generale Pinochet e a far tornare a prosperare l’economia delle multinazionali americane che avevano visto perdere le loro ricchezze, dato che Allende le aveva fatte finire nelle tasche dei cittadini cileni.
In fondo in quel periodo Henry Kissinger, allora consigliere del presidente per la sicurezza nazionale (dell’economia), aveva affermato: “Non possiamo permettere che un marxista vada al potere (Allende) soltanto perché il suo popolo è incosciente”.
In fondo l’11 settembre 1973 in Cile ci furono soltanto più di 3.000 giustiziati, migliaia torturati o spariti, e tutto questo avvenne in pochi giorni.
Avvenimenti molto simili sono accaduti in Nicaragua dove gli USA sono responsabili di aver fatto 57.000 vittime.
In quanto avevano creato, armato e finanziato, i contras.
Guerriglieri che avevano il compito di rovesciare un altro governo, quello sandinista.
Sono responsabili di aver creato e fornito alla Colombia i paramilitari delle AUC (Autodifese Unite della Colombia) addestrati nella SOA (School Of Americas), volti a sedare i guerriglieri comunisti che volevano rovesciare il governo colombiano.
I paramilitari colombiani sono responsabili fino ad ora di almeno 300.000 morti.
Della stessa colpa però sono perseguibili anche i guerriglieri.
E questi esempi sono soltanto alcuni, pochi, che riguardano l’America Latina.
Poi andiamo in Indonesia dove gli Stati Uniti, insieme all’Inghilterra, nel 1965, sono stati colpevoli di aver finanziato il colpo di stato del generale Suharto che non fece cadere il PKI (Partito Comunista Indonesiano), ma lo cancellò del tutto, esso e i suoi sostenitori.
Cioè il popolo che simpatizzava molto per il PKI.
Le stime vanno dai 500.000 al milione di morti.
Il massacro fu chiamato dal New York Times “uno dei più selvaggi assassini di massa della storia politica moderna”.
Un paese che negli anni 90, in Iraq, come scrive William Blum: “Ha scagliato 177 milioni di libbre di bombe: il più concentrato assalto aereo nella storia del mondo; armi all’uranio impoverito che inceneriscono persone, causando cancro; avvelenamento dell’atmosfera ad un livello tale forse mai raggiunto altrove; seppellimento di soldati vivi, deliberatamente; infrastruttura distrutta con un effetto terribile sulla salute; sanzioni che continuano fino ad oggi moltiplicando i problemi di salute; forse un milione di bambini morti fino ad oggi a causa di tutte queste cose.”

Quindi tornando al nodo centrale dell’articolo, cosa spinge le persone citate in precedenza a lodare le ammirevoli conquiste e ad invogliare le persone ad amare l’America?
Forse sono stupide, ignoranti o corrotte?
O forse un po’ un tutt’uno.

Come si può, dopo l’avvenimento dell’attentato terroristico dell’11 settembre, che ha portato morte e disperazione a migliaia di persone, essere assetati di vendetta e giustificare un intervento bellico che farà migliaia di vittime, e la maggior parte di loro saranno civili.
E questo è successo in Afghanistan.
Dove poi gli USA hanno instaurato un presidente, Hamid Karzai, ex pilastro della compagnia UNOCAL, che appena conquistato il potere, altro che Taliban, la preoccupazione principale è stata quella di costruire il famoso gasdotto UNOCAL che parte dal Mar Caspio, attraversa la Turkmenistan e adesso l’Afghanistan.
Come si può adesso aver anche potuto giustificare l’intervento americano in Iraq, in completa violazione del diritto internazionale e fregarsene totalmente della stima di The Lancet di 100.000 morti.

Ma la democrazia americana è la migliore al mondo!

Quale grande democrazia ha mai torturato prigionieri, come gli Stati Uniti stanno facendo adesso a Guantanamo ed hanno fatto ad Abu Grahib?
Quale democrazia ha creato manuali, come quello fatto dalla CIA nel 1980, “Psycological Operations in Guerrilla” che intimava ai contras: “E’ possibile neutralizzare obiettivi come giudici, poliziotti e membri della sicurezza”? (Questo comparì anche sul New York Times del 17 ottobre 1984.)
Quale nazione insita di valori democratici ha usato bombe al napalm sulle città senza la preoccupazione di uccidere donne e bambini?
Possono essere gli USA ritenuti degni esportatori di valori e nello stesso tempo violare i principi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite?

Forse queste persone non sanno che la loro amata America è stata condannata il 27 giugno 1986 dal massimo organo di giustizia dell’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, per “uso illegale della forza” nei confronti dello stato del Nicaragua, che in termini giuridico internazionali equivale a “terrorismo”.

Non si sono accorti di amare un paese che nel 2000 è stato caratterizzato da un colpo di stato ed ha portato al governo una persona che non era stata scelta dal popolo, un impostore, George W Bush,
che è stato eletto perché la Corte Suprema degli USA ha interrotto la conta dei voti mentre Al Gore stava vincendo.

Davvero una grande democrazia!

Pubblicato da Davide

  • agatoniluca

    sono perfettamente d’accordo…certo non basterebbero 10000 pagine web a contenere tutte le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani perpetrate dai campioni della democrazia; cosa voglia dire poi oggi democrazia è tutto da scoprire: solo libere elezioni?o la possibilità di poter scegliere tra il telefonino A o quello B?o forse poter vedere un programma televisivo rispetto ad un altro?non credo…democrazia significa anche garanzia dei propri diritti e, di conseguenza, punizione secondo le norme vigenti (che dovrebbero essere democratiche, appunto, e quindi applicabili a tutti, nessuno escluso) di coloro che si rendono responsabili dei tali violazioni.
    sono d’accordo anche sulla cecità, negligenza e ignoranza (nel senso di chi volutamente ignora o fa finta di ignorare) di certi giornalisti, storici, pensatori e uomini politici in generale che ancora, dopo 60 anni di palesi dimostrazioni, si ostinano a ritenere gli USA la più grande democrazia del mondo.
    di più: queste stesse persone sono anche portatrici dell’idea che Israele, nel bel mezzo del “barbaro mondo arabo”, sia un paese democratico e per questo sia da sostenere nelle sue quotidiane violazioni del diritto internazionale e dei diritti dei palestinesi.
    in questo modo (ma non scopro certamente niente di nuovo) si va verso lo scontro di civiltà.
    per dimostrare allora come certe persone influenti tentino di monopolizzare il pensiero dell’opinione pubblica e di utilizzarlo per legittimare una certa visione del mondo (che a noi non piace e contro la quale non smetteremo mai di scrivere – prima o poi i “cechi” dovranno tornare a “vedere”) pochi giorni fa ho spedito un articolo a “come don chisciotte” (inizialmente pubblicato, ma ora non riesco a trovarlo più) contenente una critica ad un articolo apparso sul Corriere della Sera.
    mi permetto di riproporlo in questo commento perché la gente deve sapere…

    Sono assolutamente indignato, in quanto profondo amante della verità, per un articolo apparso a pag. 10 del Corriere della sera l’11 gennaio a firma di Niall Ferguson il quale, nonostante il posto di grande prestigio che occupa (insegnante di storia alla Harvard University), dimostra di avere una concezione dei fatti decisamente di parte e di ignorare molte cose.
    O, perlomeno, di volerle deliberatamente ignorare.
    Fantasioso paragone tra rivoluzioni enormemente diverse a parte, nell’articolo si afferma che “l’Iran è oggi sul punto di diventare la maggior minaccia per la democrazia nel mondo” e che “dato che sono tra i maggiori produttori di petrolio al mondo, questa corsa all’energia nucleare” (a scopi civili) “è un po’ sospetta” perché “certamente non è dettata dal desiderio di combattere l’effetto serra”.
    Ciò che il sig. Ferguson dimentica (o forse evita accuratamente di dire) è che oggi, per la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale, la più grande minaccia per la pace e la democrazia sono proprio gli Stati Uniti e la sua amministrazione, che per il petrolio mediorientale si è andati a sconvolgere una zona del mondo già di per sé travagliata e che i primi a non considerare il protocollo di Kyoto sono proprio gli americani (manco a farlo apposta i più grandi inquinatori del globo).
    In secondo luogo, si parla di “Piano B” per indicare che, dopo i falliti tentativi della diplomazia europea (il “Piano A” o “carota”, come si definiscono tali tentativi), il passo successivo è rappresentato dal ricorso all’ONU (o “flaccido bastone”), destinato anch’esso a fallire perché necessita della richiesta dei 35 paesi dell’ AIEA e dell’approvazione successiva dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.
    Anche qui, però, non si accenna minimamente al fatto che l’ONU è divenuto un “flaccido bastone” proprio perché coloro che maggiormente avrebbero potuto dotarlo di una solida rilevanza internazionale hanno sempre, nei momenti a loro convenienti, fatto di tutto per renderlo ciò che esso, ad oggi, si ritrova ad essere.
    Per fare un esempio relativamente recente, Colin Powell, in occasione della risoluzione 1441 sull’Iraq, si trovò a commentare che “Washington potrà consultare altri membri del Consiglio, ma non avverte la necessità di ottenere la loro approvazione” (citato da Julia Preston in New York Times del 18 ottobre 2002): a quanto pare tutte le difficoltà riscontrate dal sig. Ferguson sono da definire secondo un’ottica ben diversa…
    Non a caso, gli Stati Uniti hanno sempre disatteso norme internazionali e sono nettamente in testa alla classifica dei veti posti alle risoluzioni ONU, primato ancor più significativo se si tiene conto che nelle occasioni in cui non hanno fatto ricorso a questa prassi sono comunque riusciti a svuotarle del loro significato principale: basterebbe citare quelle che avrebbero dovuto prevedere pesanti sanzioni per Israele (molte delle quali per violazione del “cuore” della Carta dell’ONU, il paragrafo VII) finite poi in un nulla di fatto.
    E come giudicare, tanto per fare due esempi, la mancata esecuzione della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 1986 sul Nicaragua (a cui seguì il rifiuto americano di accettare la giurisdizione della Corte stessa) e il mancato riconoscimento, assieme a Israele, Nigeria, Cina e Sudan, della Corte Penale Internazionale?
    Per rendersene conto è sufficiente leggere un qualsiasi libro di Noam Chomsky (lui si che dimostra di occupare il suo posto con pieno merito) o gli articoli che di tanto in tanto appaiono su alcuni giornali americani, di cui oggi si può facilmente disporre grazie a quel fantastico strumento rappresentato da Internet.
    Infine, si arriva a sostenere che americani ed europei avrebbero creduto che “la minaccia iraniana non li riguardasse” e che, anzi, avrebbero “inavvertitamente” rafforzato quel regime islamico, citando una frase di Kissinger – “Peccato non possano perdere entrambi” – datata 1980 quando Saddam scatenò la guerra contro l’Iran (guarda caso dopo la Rivoluzione del 1979).
    Saddam fu aiutato in quell’occasione, salvo poi vedersi recapitare il conto, proprio perché, al contrario di quanto si sostiene nell’articolo, l’Iran e il suo neo-nato regime islamico rappresentavano già una minaccia da non poter ignorare; e non si trattava, né si tratta, di una minaccia nucleare.
    Il regime dello Scià (il padre del commensale del sig. Ferguson, citato nell’ articolo) fu insediato da Stati Uniti e Gran Bretagna proprio per controllare tale minaccia; peccato che la Rivoluzione abbia scombussolato i loro piani!
    Di più: ci si è mai chiesti perché negli ultimi anni l’ amministrazione americana si sia concentrata su paesi come l’ Afghanistan, il Pakistan e l’Iraq?
    La risposta è semplice: stringere in una sorta di morsa l’ Iran.
    Non è allora Ahmadi-Nejad ad aspettare “una guerra per indossare i panni sanguinari di Stalin”, bensì i falchi di Washington che sperano di arrivare laddove dal 1979 non sono più potuti arrivare.
    Consiglierei al sig. Ferguson, pertanto, di leggere il paragrafo a pagg. 99-100 del numero 5/2005 di Limes (interamente dedicato proprio all’Iran) intitolato Teheran ha davvero bisogno del nucleare?, scritto da Maurizio Martellini (professore di fisica e consigliere scientifico della rivista stessa) e Riccardo Redaelli (professore di storia dell’Iran e dell’Asia centrale, oltre che esperto di Medio oriente) .
    In esso, dopo aver riportato una serie di cifre, si giunge alla conclusione che, producendo energia nucleare ad uso civile, si risparmierebbe una quantità di petrolio il cui valore sarebbe sei volte maggiore di quello impiegato per installare i reattori nucleari necessari a tale scopo.
    C’è da aggiungere che l’Iran ha registrato negli ultimi anni un forte aumento della propria popolazione e, conseguentemente, un aumento del fabbisogno interno di energia; se si considera che l’economia iraniana è pressoché dipendente dalle esportazioni di greggio, che l’accresciuta domanda interna si è attestata al 40% della produzione totale e che le eccedenze di greggio potrebbero essere immesse sul mercato per sopperire in parte alla forte richiesta cinese, non stupisce che esso voglia dotarsi di impianti per la produzione di energia nucleare.
    Tanto più che il TNP non vieta – anzi espressamente permette, art.4 – attività di questo tipo.
    Ahmadi-Nejad è sicuramente un pazzo, ma non è così che lo si può tenere a freno; la sua stessa inaspettata elezione è sintomo palese del fatto che il popolo iraniano preferisce essere governato da un fanatico piuttosto che da riformatori (quali Khatami e Rafsanjani) amici e conniventi di coloro che cercano in ogni modo di ostacolare lo sviluppo democratico naturale di un paese geopoliticamente molto importante.

    Agatoni Luca
    [email protected]