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LA PALESTINA UNA CAUSA PERSA ?

DI ALAN HART
informationclearinghouse.info

Una versione più lunga ed articolata della domanda del titolo potrebbe essere qualcosa del genere: Dato che nel 46° anno di occupazione israeliana della West Bank, i coloni ebrei continuano a consolidare il loro controllo sui terreni e le risorse idriche, rubandone sempre di più, si dimostra non solo il disprezzo sionista del diritto internazionale, ma anche che l’ unica pace a cui sono interessati i leader israeliani è quella in cui viene richiesta la resa totale palestinese alle volontà sioniste, esiste allora una reale prospettiva, in un qualsiasi futuro, di giustizia per il popolo palestinese?

Probabilmente, nel nome del pragmatismo di Arafat, una maggioranza di palestinesi oppressi potrebbe ancora considerare la creazione di un loro stato in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con Gerusalemme Est capitale, come una sorta di giustizia minima accettabile.

Ovviamente sono consapevoli che in questo scenario il diritto al ritorno per tutti coloro che sono stati espropriati delle loro terre e diritti, prima nel 1948 ed ancora nel 1967, sarebbe limitato solo ai territori palestinesi interni al mini-stato, e questo significherebbe, per mancanza di spazio, che solo un numero relativamente piccolo di espropriati palestinesi, e i loro discendenti, saranno in grado di ritornare. (Arafat e i suoi colleghi calcolarono che inizialmente non più di 100000 sarebbero stati in grado di ritornare). I restanti avrebbero dovuto accontentarsi di un compenso economico.

A parte questo i palestinesi nutrirebbero la speranza di un mini stato, come fece Arafat quando convinse le istituzioni palestinesi a prendere la decisione di accettare la necessità di un impensabile compromesso con Israele (pace in cambio di solo il 22% della loro terra, legittimando così l’ occupazione israeliana dell’ altro 78%), la soluzione dei due stati potrebbe portare nell’ arco di una o due generazioni ad un singolo stato di comune accordo. In quel caso ci sarebbero più possibilità per un maggior numero di palestinesi della diaspora di esercitare il loro diritto al ritorno.

Ma non succederà. Sebbene ancora non sepolta, la soluzione dei due stati è morta da tempo, uccisa dalla colonizzazione israeliana con la complicità delle maggiori potenze e, a tavolino, dai regimi di un impotente Ordine Arabo. Come ho documentato nei dettagli nel mio libro Zionism: The Real Enemy of the Jews, i regimi arabi non hanno avuto nessuna intenzione di combattere Israele per liberare la Palestina o di usare le loro leve per fare pressione sugli Stati Uniti per far imporre ad Israele la fine all’ occupazione delle terre strappate nel 1967.

Come ho detto anche nel mio libro, la dichiarazione più esplicita riguardo il perché la soluzione dei due stati sia da tempo morta mi fu fatta da Shimon Peres nei primi anni ’80. Allora era il leader del Partito Laburista all’ opposizione, sperava di vincere le prossime elezioni israeliane e così negare al primo ministro Begin il secondo mandato. Io ero conduttore di un dialogo segreto e esplorativo fra Peres e Arafat. Ad un certo punto, durante una delle nostre prime conversazioni per questa iniziativa, Peres disse che aveva paura che “fosse ormai troppo tardi”. Gli chiesi perché e lui rispose:

“Ogni giorno che passa vediamo nuove costruzioni nei nuovi insediamenti. Begin sa esattamente quello che fa. Ha creato le condizioni per una guerra civile ebraica. Lui sa che nessun primo ministro d’ Israele passerà alla storia per aver dato l’ ordine all’ esercito israeliano di sparare contro ebrei (per mettere fine all’ occupazione)…” “Io no.”

Domanda scontata. Se nel 1980 era troppo tardi, quando i coloni illegali erano 70000 nella West Bank occupata compresa Gerusalemme Est, quanto può essere tardi ora che i coloni sono oltre i 500000 e continuano ad aumentare giornalmente, in gran parte grazie agli aiuti finanziari americani di fondamentalisti cristiani?

È interessante notare come il Dipartimento di Stato statunitense definisca ora come “terrorismo” le violenze dei coloni israeliani contro i palestinesi.

È chiaro ormai che qualsiasi leader sionista offrirà la pace ai Palestinesi al massimo lo farà in cambio del 35-40% della West Bank (il piano Sharon) formando 2, 3 o 4 Bantustan che i Palestinesi potranno chiamare stato se vorranno. Questo è e sarà sempre inaccettabile per tutti i Palestinesi.

Dato come stanno le cose ora, e come sembrano andare, io credo che il corso sia impostato verso una pulizia etnica dei sionisti nei confronti dei palestinesi.

Voglio dire che mentre i leader d’ Israele concludono che la loro politica di rendere la vita dei palestinesi dei Territori Occupati un inferno sperando di fargli abbandonare la lotta e lasciare la loro terre è fallita, e non potendo spingere i leader fantoccio palestinesi a far accettare le briciole del sionismo, troveranno il pretesto per portare i palestinesi fuori dalla West Bank, in Giordania o altrove. Un possibile pretesto potrebbe scaturire da operazioni di false flag – agenti del Mossad che si fingono terroristi palestinesi e mettono bombe che uccidono ebrei israeliani.

Ed i palestinesi nell’ isolata Striscia di Gaza? Secondo l’ ultimo rapporto delle Nazioni Unite non sarà un “luogo vivibile” fino al 2020 a meno che non si intervenga pel migliorare i servizi basilari sul territorio. La mia idea è che il piano sionista sia quello di far annegare i palestinesi della Striscia di Gaza sempre più nella povertà, nella miseria e nella disperazione; la speranza sionista è che tutto questo causi la fuga di un gran numero di persone in cerca di una nuova vita altrove. Se questo non accade, i leader Israeliani avranno l’ opzione di creare un pretesto per una pulizia etnica nella Striscia di Gaza con mezzi militari.

Dopo mesi di riflessione la mia conclusione è questa: lo stato sionista di Israele è un mostro fuori controllo, e la Palestina è una causa persa, A MENO CHE… Lo scopo principale di questo articolo è quello di aggiungere particolari allo scenario del “A MENO CHE”.

Gli stessi palestinesi hanno due alternative.

La prima è richiedere ed insistere per la dissoluzione della screditata ed impotente PA (Autorità Palestinese) così da rendere Israele completamente responsabile dell’ occupazione.

Senza le forze di sicurezza dell’ Autorità Palestinese, addestrate dagli americani, a tenere i palestinesi dei Territori Occupati (sopratutto i sostenitori di Hamas) sotto controllo per Israele, lasciare la totale responsabilità dell’ occupazione a Israele avrebbe maggiori costi finanziari e in risorse umane (più coscrizioni) per il mantenimento della sicurezza.

Più precisamente, se lo stato sionista (non ebraico) avesse la piena responsabilità dell’ occupazione, richiamandolo e rendendolo responsabile del suo disprezzo per il diritto internazionale e delle sue politiche di occupazione, non sarebbe, in teoria, quello che è ora – una missione impossibile.

Ma se dalla teoria si passasse alla pratica, qualcosa di molto significativo potrebbe succedere.

Solo i governi possono richiamare e considerare il Sionismo responsabile per i suoi crimini, ma non agiranno a meno che non siano costretti da un’ opinione pubblica informata. Il problema, non mi stancherò mai di ribadirlo, è che l’ opinione pubblica, specialmente negli Stati Uniti, è troppo disinformata – troppo condizionata dalla propaganda sionista – per fare abbastanza pressione. Ecco quindi LA domanda: Con i media che non sono disposti a fare i conti con la storia quando si tratta di sostenere il conflitto per la Palestina (che è diventata Israele), come possono i cittadini delle nazioni essere informati e riuscire ad essere abbastanza numerosi per fare pressione?

Ci sono centinaia di gruppi, di qualsiasi fede, in tutto il mondo che chiedono o fanno una campagna per la giustizia per i palestinesi, ma (di solito) fanno tutti le loro piccole cose da soli, il che li rende come piccole mosche scacciate via dalla mano sionista. Alla luce di questo, credo che informare per mobilitare l’ opinione pubblica al fine di fare pressione sui governi possa essere fatto solo se tutti i vari gruppi che richiedono e lottano per la giustizia in Palestina collaborino e riescano a formare una unica lobby (come quella sionista). Internet rende possibile la collaborazione e il coordinamento necessario.

La strategia di una lobby universale per i diritti dei palestinesi dovrebbe essere ferma nel chiedere e rispondere ad una domanda: Perché il sionismo è riuscito sino ad oggi?

La risposta breve è il suo successo nel vendere come verità bugie di propaganda riguardo la nascita e la gestione del conflitto; un incredibile successo, sostenuto dalla carta ricattatrice dell’ oscenità dell’ olocausto nazista.

Ne consegue, o così mi pare, che la principale priorità per una campagna coordinata di pressione universale per la giustizia in Palestina potrebbe essere di presentare in vari forum o piattaforme di qualsiasi tipo la prova documentata delle assurdità della propaganda sionista.

Quattro delle principali verità da comunicare sono:

– tutti, o quasi, gli ebrei che andarono in Palestina in risposta alla chiamata sionista non hanno alcun legame biologico con gli antichi ebrei, e quindi nessun diritto sulla terra;

– Israele è stato creato principalmente dal terrorismo sionista e dalla pulizia etnica;

– l’ esistenza di Israele non è mai stata minacciata da nessuna combinazione di forze arabe – Israele non ha mai vissuto in costante pericolo di essere distrutto, la “cacciata in mare” degli ebrei;

– fu Israele e non gli arabi a chiudere la porta ad una prospettiva di pace duratura.

Presumo (sono colpevole di un’ illusione?) che se i cittadini delle nazioni, sopratutto quelle occidentali e gli americani in particolare, fossero a conoscenza della vera storia della nascita e del proseguo del conflitto, insisterebbero per far sì che i loro governi chiedano spiegazioni al mostro sionista – non solo per il bene della giustizia in Palestina, ma per meglio proteggere gli interessi di tutti, compresi gli ebrei nel mondo. (In una nota di seguito si fa riferimento ad un report riguardante il pensiero dell’ intelligence americana su come dovrebbero essere protetti gli interessi nazionali statunitensi.)

Ora, come seconda iniziativa, i Palestinesi potrebbero, e secondo me dovrebbero, fare la loro parte per evitare che la Palestina diventi una causa persa.

Ovviamente l’ Autorità Palestinese si dissolverà solo se abbastanza palestinesi lo richiederanno. Ma a mio avviso non dovrebbero richiederlo solo i palestinesi oppressi, è il tempo che tutti i palestinesi, ovunque si trovino, si impegnino nella lotta pacifica e democratica per porre fine al sionismo sulla loro terra. In altre parole, se il progetto di colonizzazione sionista deve essere contenuto e sconfitto, l’ incredibile e sovrumana determinazione dei palestinesi oppressi deve essere integrata da una pratica ed effettiva azione da parte dei palestinesi della diaspora. Per quale scopo?

Non solo per dissolvere l’ Autorità Palestinese, ma per rimpiazzarla al più presto da una Consiglio Nazionale Palestinese (PNC) ristrutturato e rinvigorito. Una volta, quello che ora è un parlamento marginale in esilio, rappresentava i palestinesi ovunque nel mondo ed era l’ organo supremo che prendeva le decisioni dalla parte dei Palestinesi. Addirittura Arafat doveva rendergli conto. (E lo fece, di fatto, ci mese 6 anni per convincere la maggioranza dei delegati del PNC ad approvare la sua politica di compromessi con Israele). Accadde verso la fine del 1979. Il PNC votò a favore delle politiche di Arafat – la soluzione dei due stati – per 296 favorevoli e solo 4 contrari. Da allora per i palestinesi si prospettò la pace a condizioni che qualsiasi governo e persona razionale in Israele avrebbe accettato con sollievo. Ma il problema di Arafat era che in Israele non aveva nessun partner per la pace. Forse il primo ministro Rabin, ma venne assassinato da un fanatico sionista. L’ assassino sapeva bene quello che faceva – uccideva il processo di pace di Oslo, iniziato da Arafat e a cui un riluttante Rabin, spinto da Peres, aveva risposto positivamente. Per gli attivisti pro-Palestina in questi giorni va di moda cestinare gli accordi di Oslo, ma io continuo a credere che le questioni sollevate da Arafat fossero corrette. Quando fu ovvio che tutto era destinato a fallire per il completo rifiuto di Israele dopo la morte di Rabin, chiesi ad Arafat se pensasse che la storia avrebbe l’ avrebbe considerato come l’ errore della vita quel credere che ci si potesse fidare della parola dei leader israeliani e sperare che onorassero gli accordi. Mi rispose che se gli Stati Uniti avessero sostenuto il processo di Oslo avrebbe potuto funzionare . Avrebbero potuto raggiungere “qualcosa di concreto” per i palestinesi, sul quale, sperando, costruire qualcosa).

Per riportare in vita un nuovo PNC, ristrutturato e rinvigorito, ci dovrebbero essere elezioni in tutte le comunità della diaspora Palestinese.

Eccola la diaspora Palestinese: paesi e numero di palestinesi residenti:

Giordania – 2900000;

Israele – 1600000;

Siria – 800000;

Cile – 500000;

Libano – 490000;

Arabia Saudita – 280245;

Egitto – 270245;

Stati Uniti – 270000;

Honduras -250000;

Venezuela – 245120;

Emirati Arabi Uniti – 170000;

Germania -159000;

Messico – 158000;

Qatar – 100000;

Kuwait – 70000;

El Salvador – 70000;

Brasile – 59000;

Iraq – 57000;

Yemen – 55000;

Canada – 50975;

Australia – 45000;

Libia – 44000;

Danimarca – 32152;

Regno Unito – 30000;

Svezia – 25500;

Perù – 20000;

Colombia – 20000;

Spagna – 12000;

Pakistan – 10500;

Paesi Bassi – 9000;

Grecia – 7500;

Norvegia – 7000;

Francia – 5000;

Guatemala – 3500;

Austria – 3000;

Svizzera – 2000;

Turchia – 1000;

India – 300.

Il compito primario di un nuovo Consiglio Nazionale Palestinese sarebbe quello di discutere e determinare la politica palestinese e poi rappresentarla, colloquiando con le altre potenze con voce credibile. Questo potrebbe solo aiutare il compito di responsabilizzare i cittadini del mondo con la verità storica.

L’ iniziativa congiunta di una lobby universale per i diritti dei Palestinesi ed un nuovo PNC potrebbe essere un punto di svolta. Provate solo a immaginare cosa accadrebbe se 1 milione di palestinesi della diaspora, altri arabi, e persone di ogni credo marciassero pacificamente verso la Grande Israele da Egitto, Giordania, Siria e Libano.

Riesco ad immaginare solo due modi in cui qualsiasi governo d’ Israele possa reagire. Potrebbe ordinare all’ IDF di sparare per uccidere un numero impressionante di persone – una reazione così potrebbe inorridire il mondo ed i governi, compreso quello di Washington, che non avrebbe scelta se non intraprendere qualsiasi azione necessaria per porre termine all’ impresa coloniale sionista; oppure il governo israeliano, forzato dalla maggioranza della sua popolazione, potrebbe dire qualcosa del genere: “Ora siamo pronti a prendere seriamente in considerazione la pace, anche se il risultato dei negoziati diceva Uno Stato per tutti, a condizione che benessere e sicurezza vengano garantiti a tutti i cittadini, arabi ed ebrei.”

In passato ho suggerito questa marcia. Potrebbe essere organizzata veramente se i gruppi si unissero e agissero insieme.

NOTA

Credo di non essere il solo a chiedersi se ci sia qualcosa di concreto nel recente rapporto del Foreign Policy Journal di Franklin Lamb intitolato L’ America Si Prepara Ad Un Medio-Oriente Post-Israele? (Lamb è Professore di diritto ed ex legale del US House Judiciary committee, ora risiede a Beirut ed è un esperto del Medio-Oriente con molte fonti attendibili).

Il punto cardine dell’ articolo di Lamb è che le 16 agenzie dell’ intelligence statunitense hanno commissionato uno studio che ha prodotto 82 pagine di analisi, apparentemente pronte alla pubblicazione, concludendo che “gli interessi nazionali americani sono fondamentalmente in contrasto con quelli sionisti di Israele”, e che “Israele al momento è la maggiore minaccia agli interessi nazionali degli Stati Uniti perchè la sua natura e le sue azioni impediscono le normali relazioni statunitensi con i paesi arabi e musulmani, e in misura crescente con la comunità internazionale.”

Secondo il resoconto di Lamb, lo studio non è altro che un richiamo per il prossimo presidente di mettere gli interessi americani al primo posto, ritirando il supporto (finanziario ed altro) al mostro sionista.

La mia prima reazione al report di Lamb è stata – se fosse vero, wow!

Se fosse vero, voglio dire, se un abbozzo di analisi esistesse, si potrebbe pensare che chiunque sia il prossimo presidente americano, questo dovrà scegliere se dire “NO” alla sua intelligence e al mettere al primo posto gli interessi del paese, o dire “NO” al sionismo. In tal caso un fattore chiave per la decisione presidenziale potrebbe essere lo stato dell’ opinione pubblica americana. A mio avviso il presidente se volesse dire “NO” al sionismo, avrebbe bisogno che questa sia meglio informata riguardo la verità storica rispetto a quanto lo è ora e così avrebbe maggiori possibilità di restare in pista quando la lobby sionista ed i suoi tirapiedi al Congresso proveranno a farlo fuori.

Alan Hart
Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article32387.htm
8.09.2012

Traduzione a cura di REIO per www.comedonchisciotte.org

Pubblicato da Truman

  • Fabriizio

    articolo cristallino.

  • fengtofu

    mancan dati – solita sciatteria nostrana? – sui Palestinesi esiliati in Italia, spesso professionisti, e pi studenti, lavoratori clandestini e regolari ecc.
    Ne conosco a decine nell’a’bito solamente medico-sanitario….sicuramente sono alcune migliaia, dato piccolo ma non trascurabile!

  • Merio

    Se il prossimo Presidente decidesse davvero di chiudere la porta in faccia ai sionisti, allora dovremmo prepararci a qualcosa di molto grosso perché questi non accettano no come risposta… dipende anche dai burattinai dietro alle Presidenziali… faranno i loro calcoli e decideranno cosa gli renderà di più…

    Pace ai vostri sensi

  • decimalegione

    Un estratto da informazione corretta.
    Informazione Corretta Informazione che informa——————————–
    ————————————————————————————————————-
    Cari amici, ——————————————————
    avete presente la cartina dell’Europa fra il 1919 e il ’36? Forse no, ma potete guardarla qui (http://www.tntvillage.scambioetico.org/?act=showrelease&id=156445), se vi interessa: L’Italia aveva l’Istria e un pezzo di Dalmazia, la Francia la Saar, la Polonia comprendeva un bel pezzo dell’attuale Russia e Ucraina, su cui c’era anche un po’ di Cecoslovacchia. La Germania aveva perso un pezzo di territorio a favore della Francia, ma teneva quella che oggi è Polonia occidentale e addirittura l’enclave che oggi è Russia, intorno a Kaliningrad (allora Koenigsberg)? ————————
    Giusto, sbagliato? Difficile dire, le città istriane erano italiane da sempre, A Koenigsberg erano nati Kant e Hanna Arendt… Fino al ’39, poi Hitler si annesse Austria e l’attuale Cechia (http://www.lager.it/espansione_della_germania_nazista_1936_1939.html). Nel ’45 la carta era del tutto diversa: l’Italia aveva perso l’Istria e provvisoriamente anche Trieste, la Germania tutta la parte a est della linea Oder-Neisse ma anche la Polonia aveva dovuto arretrare di 100 chilometri i suoi confini orientali. (http://www.naturalmentescienza.it/ipertesti/1900/900figure/confini.htm).
    I movimenti di popolazione furono immensi, i rifugiati decine di milioni, mescolati alle vittime della guerra e della Shoàh. Probabilmente i confini del ’29 corrispondevano meglio ai dati storici ed etnici, ma quelli del ’45 garantirono la pace e reggono ancora, a parte le divisioni interne ai paesi successive al crollo del “socialismo reale”.————————————–

    Perché vi dico questo? Per affermare due principi: il primo è che a seconda della data che si sceglie come punto di riferimento i confini cambiano. La seconda è che il modo per produrre una convivenza pacifica fra nazioni che sono state nemiche, è accettare i confini risultanti dalla storia. Questo può non avvenire subito: l’Italia accettò la perdita dei territori orientali solo trent’anni dopo la fine della guerra col trattato di Osimo (10 settembre 1975).———-
    L’importante è che se qualcuno oggi dicesse in Italia che dobbiamo riconquistare Fiume e Zara, per non parlare di Nizza e la Corsica, sarebbe preso per un pazzo pericoloso.———-
    E così per i tedeschi che rivolessero Praga o Breslau, o per gli ungheresi che puntassero a riprendersi la Transilvania. In buona parte le popolazioni interessate si sono trasferite o assimilate. Pochi ricordano la lunga storia italiana di Nizza (che include Garibaldi) o quella di Pola e Spalato.————————–

    A questa regola, c’è un’eccezione, Israele.——————-
    Nell’opinione pubblica internazionale è passata l’idea che ci sia un confine “giusto” che separerebbe Israele e la Palestina e che questo non è quello acquisito nell’ultima guerra (quella del Kippur 1973), che comprendevano l’intero Sinai e bei pezzi dei paesi arabi circostanti, e neppure della penultima, quella del ’67, che ebbe risultati analoghi; e neppure la terzultima, quella del ’56, che portò comunque alla conquista del Sinai; ma quella del ’48-49 (http://it.wikipedia.org/wiki/Conflitti_arabo-israeliani).
    Notate che tutte queste guerre, compresa quest’ultima, si conclusero con accordi armistiziali che escludevano esplicitamente che le linee del cessate il fuoco fossero confini definitivi; ma chissà perché oggi si parla delle linee del ’49 come “confini” del ’67. Notate che dall’altra parte di queste linee non c’era mai uno stato Palestinese, mai esistito da quelle parti (prima del ’48 c’era un mandato britannico finalizzato dalla Società della Nazioni alla costruzione di uno stato nazionale ebraico, prima degli inglesi, da secoli, i turchi), ma solo eserciti di stati arabi invasori (Egitto, Giordania, Siria, perfino l’Iraq…).————————
    E notate anche che tutte le guerre di cui stiamo parlando furono guerre di aggressione e di sterminio, da cui Israele si dovette difendere: di qui l’esigenza di “confini sicuri e riconosciuti” per Israele , che la risoluzione 242 dell’Onu collega al ritiro da alcuni dei territori conquistati in guerra (non necessariamente tutti, il testo inglese della risoluzione, ponderato con cura, dice “from territories” non “from the territories” – cosa che Israele ha fatto lasciando il Sinai e Gaza.—————————-

    Ultima considerazione. I nemici di israele, quelli esterni al mondo ebraico come Sergio Romano (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=2&sez=120&id=44811) e anche quelli interni “pacifisti”, partono dal fatto che i territori al di là della linea verde fossero privi di ebrei al momento della guerra del ’67.
    In effetti lo erano, ma solo perché al momento della conquista giordana del ’49, gli arabi avevano proceduto a una spaventosa pulizia etnica, espellendo tutti gli ebrei non solo da Gerusalemme (“Est”, cioè la città vecchia) e da Hebron, dove stavano ininterrottamente da tremila anni, ma anche dagli insediamenti agricoli che avevano fondato molti decenni prima su zone desertiche e spopolate.
    Per esempio la cintura a SudEst di Gerusalemme, chiamata Gush Etzion, che Romano vede come un’invasione programmata dal governo attuale, risale agli anni Venti del Novecento (http://en.wikipedia.org/wiki/Kfar_Etzion).——————————

    E qui di nuovo bisogna tornare alla nostra cartina dell’Europa.
    Nel 1935 la popolazione ebraica di città come Varsavia e Cracovia era intorno al 20%. Nel ’45 era vicina a zero. Qual è il termine di riferimento per discutere dell’insediamento ebraico orientale? Prima o dopo gli stermini nazisti? Lo stesso vale per Gerusalemme. Se guardate la tabella contenuta in questo sito (http://it.wikipedia.org/wiki/Gerusalemme), vedete che gli ebrei sono sempre stati maggioranza (assoluta o relativa) nella città, che significava fino alla fine dell’Ottocento solo la città vecchia e poi a lungo soprattutto questa.———-
    Nel ’49 però d’improvviso, grazie alla bestiale e programmata violenza della legione araba (l’esercito giordano), non ci fu più un ebreo nella città vecchia e in rioni come Shimon Hatzaddik, o se volete Sheik Jarrah. Chi sopravvisse alla guerra si concentrò a Ovest, costruendo sui campi rimasti a Israele. ————-
    Poi nel ’67 gli ebrei tornarono, e alcuni recuperarono le loro vecchie proprietà grazie a lunghe cause legali, o ricostruirono i villaggi distrutti e li fecero naturalmente crescere. ——————–
    Un’invasione? O piuttosto un ritorno. E infine, a proposito di questa storia: perché nessuno dice che Israele ha mantenuto e fatto sviuluppare la sua popolazione araba e che invece i giordani l’hanno massacrata ed espulsa? E che l’Autorità Palestinese si propone di fare altrettanto, cioè di “espellere tutti gli ebrei” dal territorio “palestinese”? ——————–

    Ugo Volli——————-

    http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

  • GioCo

    Credo che questa storia,
    della Palestina, terminerà con il palesarsi della terza guerra. Guerra che (forse) alcuni storici del futuro (se l’umanità sopravvive) potrebbero far risalire al decennio 1960-70. Il problema infatti di questa terza guerra, è il suo carattere latente: è una guerra che non si vede, ma c’è. Una guerra che ha come obbiettivo non la conquista del pianeta (di minore importanza) ma la conquista del controllo sulla vita. Per operare questo controllo il primo passo è sterminare ogni forma vivente, perché il primo nemico da abbattere è la biodiversità. La biodiversità garantisce l’autonomia della vita, mentre l’ambiente asettico, sterile, garantisce il controllo sulle forme di vita isolate.
    La Palestina è un granello di sabbia nella tempesta in corso e sta subendo più di altre realtà questa drammatica epoca. L’America non può e non si slegherà dalle politiche di Israele, così come non può e non si slegherà dalle politiche dell’Arabia Saudita, apparentemente opposte a quelle di Israele. L’opzione della “guerra visibile” credo sia passata, per ciò un nuovo teatro sta per aprirsi nel grande scacchiere mediorientale e gli effetti sono già visibili in Italia (base operativa) per chi sa vedere.
    Tuttavia credo che questa sarà anche una guerra che ci riserverà sorprese tecnologiche speciali, come lo fu per Hiroshima e Nagasaki. A parte questo è prevedibile sarà anche più asimmetrica, sovranazionale e privata di quelle viste fin’ora. Più vicina a marcare i confini tra il mercato e l’interesse nazionale.
    Una guerra persa in partenza da tutti, come d’altronde tutte le guerre, ma con la novità che sarà condotta per nessuno. Si andrà al macello, in nome del vuoto e in buona sostanza, sorretti da follia appositamente preparata a tavolino per l’occasione. Penso che i preparativi siano in corso già da qualche anno.

  • cardisem

    Alan Hart e’ autore di un’opera in tre volumi sul sionismo, per complessive 1000 pagine. E’ in cerca di un editore italiano, che pero’ non si trova. A giudizio di esperti, questa opera e’ la piu’ completa ed autorevole che esista e certamente meritebbe lo sforzo necessario per una edizione italiana, ma nel piu’ breve tempo possibile. Detto cio’, io penso che il problema dovrebbe essere affrontato con una angolatura diversa, i cui attrezzi vengono forniti da una altro autore: Gilad Atzmon. Secondo la sua impostazione, bisogna smetterla con la visione del sionismo come semplice colonialismo o come ingiusta occupazione di terre palestinesi, ingiusta ma sanabile se si riducesse lo stato ebraico di Israele alla ragione, rispettando un diritto internazionale che ormai non esiste piu’ da nessuna parte e che non puo’ piu’ nemmeno essere resuscitato, come non si possono resuscitare i morti. E allora? Allora bisogna GRIDARE ai quattro venti che il sionismo e’ RAZZISMO, il piu’ grave che sia mai esistito nella storia. Va denunciato per la sua natura e va SMANTELLATO pezzo per pezzo la creazione statuale che e’ stata possibile solo in seguito ad una corruzione capillare di governi e politici, a far data almeno dal 1948 in poi… Io comincerei da prima, ma appunto bisogna ricostruire la storia del sionismo che occorre datare almeno dal 1882… La valigetta con due milioni di dollari consegnati a Truman per la sua campagna elettorale e’ un dato credo noto ed accertato. Non si dovrebbe essere tacciati di complottismo se si cita questo fatto. Ma si tratta di un singolo fatto e di innumerevoli altri fatti non conosciamo e non conosceremo mai nulla… Dunque, la campagna di controinformazione va fatta, come dice Hart, ma per dire che il sionismo e’ RAZZISMO PRIMATISTA e non una faccenda coloniale o una occupazione illegale di terre palestinesi… Insistere sul colonialismo sarebbe un errore di prospettiva che torna utile proprio ad Israele, e vi e’ perfino il sospetto che Israele sia disposto a finanziare campagne di boicottaggio (BDS) ma certamente non posizione politiche basate sul libro di Gilad Atzmon, che [ da leggere insieme a quello di Hart.

  • reio
  • cardisem

    Se vuoi leggere una critica di Ugo Volli, vai sul sito “Antigiornale Antisionista”, dove di questo signore non resta in piedi nulla. II suo ragionamento non regge per vari aspetti, ma uno e’ che nel caso dell’Italia e della Ex Iugoslavia si trattava di due stati confinanti, che con alterne sorti si prendevano un pezzo di territorio martoriando la popolazione residente… stessa cosa per Francia e Germania con l Alsazia e la Lorena e tanti altri casi, piu o meno tristi e tragici, si possono fare. MA MA nel caso dello stato ebraico si tratta di genocidio all’origine, di pulizia etnica programmata ancora prima di insediarsi in un territorio che si voleva espropriare, riducendo in schiavitu la popolazione indigena, meglio ancora liquidandola… Un disegno direi ancora piu’ efferato e criminale di quello fatto dai coloni europei con gli indiani d’America… Questa specificita’, davvero “unica”, del genocidio ebraico/sionista dei palestinesi non puo’ fondare nessun diritto, ma e’ la negazione di ogni diritto come si e’ storicamente formato dal trattato di Westafalia (1643) in poi che sanciva il principio della sovranita’ degli stati… ma direi che cio’ che gli Ebrei (o i Sionisti? Come dobbiamo dire?) hanno fatto in Palestina supera ed annulla ogni principio di umana pieta’…

  • decimalegione

    Come la falsa informazione crea l’opinione———————-
    Ma tutto questo Ashrawi non lo sa….e neanche…alan hart——————-
    settembre 5, 2012———————
    Il 1 settembre 2012 è apparso un articolo del Jerusalem Post intitolato “Il membro dell’Olp Ashrawi: non esiste qualcosa come i rifugiati ebrei”. La signora afferma che “la pretesa che gli ebrei emigrati in Israele … siano” rifugiati … è una forma di inganno e di illusione.” In realtà è la signora Ashrawi che inganna e si illude. “Se Israele è la loro patria, allora non sono rifugiati”.. ma da dove arriva la signora Ashrawi? Non conosce la storia del Medio Oriente e tradisce la sua ignoranza del diritto internazionale.————————
    Nel 1957 e poi nel 1967, l’Alto Commissariato delle Nazioni per i Rifugiati (UNHCR) ha stabilito che gli ebrei in fuga dai paesi arabi erano legalmente rifugiati, rientranti a pieno titolo nel mandato dell’UNHCR. In primo luogo, con riferimento agli ebrei sfollati dall’Egitto, l’Alto Commissario dell’ONU per i rifugiati, Auguste Lindt, nella sua relazione alla quarta sessione del Comitato Esecutivo UNREF (Ginevra, 29 Gennaio – 4 Febbraio, 1957) dichiaro’:——————–
    “Un’altra emergenza sta nascendo: quella dei rifugiati provenienti dall’Egitto. Non c’è dubbio nella mia mente che quei rifugiati che non possono o non vogliono avvalersi della protezione del governo per la perdita della loro nazionalità, ricadono sotto il mandato del mio ufficio. “———————-
    E dalla ricerca condotta presso l’Archivio dell’UNHCR a Ginevra da Stanley A. Urman:———-
    “Ai sensi dell’articolo 3, comma 7 della Legge n emergenza 5333 del 1954, sulla Proclamazione dello stato d’assedio in Egitto, il governatore militare dell’Egitto è stato autorizzato “a ordinare l’arresto e la cattura di sospetti e di coloro che possono pregiudicare l’ordine pubblico e la sicurezza “. Almeno 900 ebrei, senza essersi resi colpevoli di alcun crimine, furono arrestati, imprigionati o altrimenti privati della libertà. Un decreto del 1958 contiene una disposizione simile che, pur non espressamente, esclude le componenti non-musulmane dalla cittadinanza, e illustra ancora più chiaramente la politica etnica dell’Egitto che voleva essere un paese arabo musulmano. Così, al Ministro degli Interni fu consentito dalla legge di concedere la “nazionalità araba” agli stranieri che “hanno contribuito al nazionalismo arabo, o alla patria araba”.——————–
    Queste due leggi hanno reso molto facile per l’Egitto togliere la cittadinanza agli Ebrei egiziani. I decreti del 1956 e del 1958 hanno permesso al governo di togliere la cittadinanza alle persone assenti dal territorio UAR per più di sei mesi consecutivi. Che questa disposizione era rivolta esclusivamente agli ebrei è dimostrato dal fatto che gli elenchi delle persone che persero la cittadinanza, pubblicati di volta in volta dalla Gazzetta ufficiale, contengono solo nomi ebraici, nonostante il fatto che ci siano stati molti non-ebrei egiziani che soggiornarono all’estero per più di sei mesi … Il riferimento agli ebrei provenienti dai paesi arabi come rifugiati è stato accertato il 6 Luglio 1967 nella lettera del Dr. E. Jahn, dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che conferma:————–
    “Mi riferisco alla nostra recente discussione riguardante gli ebrei dal Medio Oriente e dal Nord Africa in conseguenza dei recenti avvenimenti. Sono ora in grado di informarvi che queste persone possono essere considerate prima facie nel quadro del mandato di questo ufficio.” Pertanto, ai sensi del diritto internazionale, gli ebrei sfollati da questi paesi arabi sono in effetti veri rifugiati, fatta salva la tutela completa del Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.—————–
    La signora Ashrawi inganna, sostenendo che “gli ebrei non furono allontanati … L’emigrazione degli ebrei fu un atto volontario …” A titolo di esempio: In data 9 marzo 1950, la Gazzetta Ufficiale della Repubblica irachena Legge n ° 1 del 1950, dal titolo “Integrazione Ordinanza Annullamento di nazionalità irachena”, emanata per privare gli ebrei della loro nazionalità irachena, Sezione 1 prevedeva che “il Consiglio dei ministri può annullare la nazionalità irachena degli Ebrei iracheni che volessero volontariamente lasciare l’Iraq …” .—————————-
    Il Codice sulla Nazionalità, articolo 10, promulgato dall’ Egitto, il 26 maggio 1926, ha stabilito che una persona nata in Egitto da padre ‘straniero’ aveva il diritto di nazionalità egiziana solo se il padre straniero “razzialmente apparteneva alla maggior parte della popolazione di un paese la cui lingua è l’arabo e la cui religione è l’Islam”. Il requisito riguardava gli ebrei in Egitto, una gran numero dei quali non poteva acquisire la cittadinanza egiziana. Più tardi, negli anni Cinquanta, tale disposizione è servita come pretesto ufficiale per l’espulsione di molti ebrei dall’Egitto.—————
    Mentre il governo egiziano prendeva il controllo di settori sempre più ampi dell’economia, la legislazione della nazionalizzazione colpiva gli ebrei in quei settori dell’economia dove erano stati in primo piano, ad esempio banche, assicurazioni, ecc. Oltre al sequestro di vaste proprietà e altri trattamenti discriminatori, la direttiva n ° 189, rilasciata dalle autorità, autorizzava il direttore generale dell’Agenzia sequestrante a dedurre dal patrimonio appartenente alle persone internate, o sotto sorveglianza, il 10% del valore dei beni sequestrati, presumibilmente per coprire i costi di amministrazione.————————–
    Gli ebrei hanno vissuto in Nord Africa, Medio Oriente e regione del Golfo per più di 2500 anni – 1.000 anni prima della nascita dell’Islam. Per secoli, sotto il dominio islamico, dopo la conquista musulmana della regione, gli ebrei sono stati considerati “dhimmi”, o cittadini di seconda classe. Negli ultimi 55 anni il mondo è stato testimone dello spostamento di massa di oltre 850.000 ebrei, residenti da lungo tempo sotto regimi totalitari, le dittature brutali e le monarchie della Siria, Trans-Giordania, Egitto, Libano, Yemen, Iran, Iraq, Algeria , Tunisia e Marocco. La maggior parte degli ebrei dei paesi arabi si rese conto che non c’era futuro a lungo termine per loro e le loro famiglie, nei paesi di nascita. Nel decidere dove andare, molti decisero di reinsediarsi nella patria ebraica, in Israele. Tuttavia, gli ebrei profughi dai paesi arabi reinsediati in Israele o altrove, erano ancora considerati dall’UNHCR, in base al diritto internazionale, con lo status di rifugiato.————————–
    L’ascesa del panarabismo e dei movimenti di indipendenza del 20 ° secolo hanno determinato una campagna, orchestrata e appoggiata da diversi stati arabi, contro il sionismo, in veemente opposizione alla creazione di una patria per il popolo ebraico. Centinaia di migliaia di ebrei residenti nei paesi arabi furono intrappolati in questa lotta. Le restrizioni determinte dalle sanzioni degli Stati, spesso unite alla violenza e alla repressione, determinarono lo spostamento in massa degli ebrei. La vita era diventata insostenibile per loro; furono scacciati da circa 10 paesi in tutto il Medio Oriente e Nord Africa.—————————
    stima della popolazione ebraica nei paesi arabi, sulla base di: censimenti ufficiali di ciascun paese; annuari delle comunità ebraiche: “Il caso ebraico prima dell’invasione anglo-americana, commissione d’inchiesta, 1946″; Hayim Chohen, 1952 e 1973; David Sitton, 1974; André Chouraqui 1952; Joseph B. Shechtman, 1961, David Littman, 1975.———————
    1948 e 1976————-
    Marocco 265,000 / 17,000; Algeria 140,000 / 500; Tunisia 105,000 / 2,000; Libia 38,000 / 20; Egitto 100,000 / 200; Iraq 135,000 / 400; Siria 30,000 / 4,350; Libano 5,000 / 150; Yemen 55,000 / 1,000; Aden 8,000 / 0——————-
    Totale 881,000 / 25,620———————-
    Esempio notevole di esodo di massa fu quello degli ebrei dello Yemen e dell’Iraq, che furono trasportati in massa in Israele tra il 1948 e il 1951. Allo stesso modo, la comunità ebraica della Libia fu quasi interamente trasferita in Israele. Un totale di 586.269 ebrei provenienti dai paesi arabi arrivo’ in Israele con almeno 200.000 emigrati da Francia, Inghilterra e Americhe. Compresi i loro figli, il numero totale di ebrei che furono sfollati dalle loro case nei paesi arabi e che vivono in Israele oggi è 1.136.436, circa il 41% della popolazione totale. Almeno altri 500.000 attualmente risiedono in Francia, Canada, Stati Uniti, America Latina e Australia.—————
    L’elevato afflusso di ebrei dai paesi arabi in Israele, poco dopo la sua costituzione come Stato, ebbe un’influenza significativa sulla composizione demografica della popolazione. Nel 1931, solo 1 ebreo su 4 , in Israele, era arrivato da Asia e Africa. Nel 1948 c’erano ancora solo 70.000 di queste ultimi in Israele, rispetto ai 253.661 nati in Israele e ai 393.013 ebrei provenienti da Europa e America, su una popolazione totale di 716.678 .——————-
    Nei primi anni ’50 il quadro cambio’ drasticamente. Nel 1951, gli ebrei provenienti dai paesi arabi componevano quasi il 30% di tutta la popolazione . Questo cambiamento insolitamente rapido nella composizione demografica della popolazione fu dovuto alle migliaia che fuggivano a causa delle persecuzioni nei paesi arabi. Durante gli anni tra il 1948 e il 1951, quasi il 50% di tutti gli immigrati, per un totale di 387.000 proveniva da Asia e Africa, un numero simile, a quel tempo, a quello degli ebrei provenienti da Europa e America. Durante i due anni dal 1955 al 1957, la percentuale di ebrei dai paesi arabi aumento’ al 69% . Nel 1955 questo gruppo rappresentava il 92% di tutti gli immigrati. Circa 100.000 venuti in quegli anni dal Marocco, Algeria e Tunisia.———————-
    Su un totale di 586.070 arrivati fino ad oggi, quasi 400.000 sono entrati nel paese tra il 1948 e il 1951. Gli effetti di questa immigrazione di massa in un breve periodo di tempo possono essere osservati anche con l’aumento della popolazione totale di quegli anni. Entro il 15 maggio 1948, vi erano poco più di 700.000 ebrei in Israele, nel 1951 la cifra arrivo’ a 1.404.400, cioè la popolazione era raddoppiata. L’immigrazione degli ebrei dai paesi arabi in Israele non era un fenomeno del tutto nuovo nel 1948. Gli ebrei erano arrivati ​​in Israele dai paesi arabi già nel 1881, quando un gruppo di oltre 2.000 ebrei yemeniti riusci’ a completare il lungo viaggio in Palestina, un anno prima che iniziassero gli arrivi dall’Europa dell’Est (Bilu). Nel 1948, più di 45.000 ebrei provenienti dai paesi arabi immigro’ in Terra d’Israele.———————–

  • jorge

    Informazione Corretta, scorrettamente, con lo scopo di sostenere la “narrazione” che vuole gli ebrei sempiterne vittime e lo Stato di Israele permanentemente assediato, ignora, volutamente, le ricerche dello studioso israeliano Benny Morris compiute su documenti degli archivi di Stato nonché il libro del prof Ilan Pappe “La pulizia etnica della Palestina” dove si descrive, documenti alla mano, la cacciata dai loro villaggi di circa 700.000 palestinesi. Per aver smascherato il mito della “ritirata volontaria” dei palestinesi Pappe è stato diffamato, boicottato e, in pratica, espulso.
    In Italia, alla domanda “Come si concretizzò la pulizia etnica e perché tutti tacquero?” Pappe rispose: “Avvenne nell’arco di otto mesi e solo nell’ottobre del 48 i palestinesi cominciarono davvero a difendersi. La risposta dei sionisti furono i massacri nella provincia di Galilea, la confisca delle case, dei conti bancari, della terra. Gli israeliani cancellarono un popolo e la sua cultura. Nessuno denunciò perché era finita da poco la guerra. Le Nazioni Unite non potevano ammettere che una loro risoluzione (la 181 sulla spartizione della Palestina) si concludesse con una pulizia etnica. La Croce Rossa era già stata accusata di non aver riportato con obbiettività quel che succedeva nei campi di concentramento nazisti e i principali media non volevano scontrarsi con gli ebrei”

  • cardisem

    Conosco quell’articolo tradotto dal sito sionista israel.net. Ma mi chiedo quale sia la tua interpretazione. Come nel caso precedente, ne sostieni e condividi le posizioni o hai qualche commento aggiuntivo da fare. Anche qui la cosa e’ tanto semplice quanto banale. A fronte della evidente pulizia etnica della Palestina ad opera dello stato ebraico, si tenta di sostenere che anche gli ebrei sarebbero stati espulsi dagli stati arabi e dunque rientravano di diritto nella loro patria… che sarebbe la Palestina estorta ai palestinesi. In realta’. come nel caso del Marocco, di cui parla Jacob Cohen, vi erano stati accordi per radunare gli ebrei presenti nello stato marocchino direttamente in Israele: se ben ricordo. Ma non dovrebbe essere difficile una ricerche che documenti cone Israele abbia fatto e faccia di tutto per creare un flusso immigratorio di ebrei che faccia da contrappeso demografico ai veri profughi palestinesi. Ma l’argomento messo in piedi dalla propaganda israeliana e’ sofistico e si puo’ facilmente smontare. Se davvero, come sostengono, gli ebrei sono stati espulsi dai paesi arabi, dove risiedevano a giusto titolo, allora si tratta di chiederne il rientro sulla base delle stesse leggi internazionali che devono valere per i palestinesi. Il baratto di carne umana non e’ lontanamente pensabile. Resta pero’ il fatto che l’immigrazione ebraica in Palestina e’ su base razziale ed a spese di terzi assolutamente innocenti. Morto il diritto, non resta altro che l’etica e la morale oltre che il diritto naturale, il quale emette un verdetto assai semplice: lo stato razzista e genocidario deve essere “smantellato”, come dicono e chiedono i giudei religiosi di Neturei Karta. L’articolo del Jerusalem Post e’ pura propaganda di cui i lettori di Come don Chisciotte non credo abbiano bisogno e non capisco il senso nel riportarlo integralmemte senza nessun commento e nessuna valutazione critica…

  • yakoviev

    Il paragone con gli Indiani d’America non è forse calzante al 100%, ma si avvicina di molto. A differenza del colonialismo classico, che prevede il mantenimento della popolazione indigena a fini di manodopera destinata allo sfruttamento intensivo, nel caso di Israele il fine è quello dell’uccisione o della cacciata degli autoctoni per appropriarsi dei loro territori con i propri “coloni”. Così come al tempo degli Indiani fu incoraggiata l’immigrazione dall’Europa all’America per colonizzare la frontiera e il west, in Palestina e poi in Israele è stata incoraggiata nel corso dei decenni l’immigrazione, soprattutto dall’Est-europa ma non solo, con la copertura ideologica del ritorno alla terra promessa, della “patria sicura” etc.. A mio parere poco vale il discorso dei presunti “regolari acquisti” dei territori, del “volontario ritiro” e altre balle: non è forse vero che anche ai pellerossa venivano fatti firmare (!) con l’inganno o con la pistola puntata alla tempia trattati, cessioni di terreni, trasferimenti forzosi in modo da dare una parvenza di “regolarità” alle deportazioni, ai confinamenti, alle espropriazioni e infine agli stermini? E’ vero che gli ebrei in Palestina ci sono sempre stati insieme agli arabi musulmani (e ricordiamocelo, anche cristiani), ma il baco è stato proprio imporre la creazione di uno stato confessionale e basato sui presupposti ideologici citati sopra in un territorio misto. Quello che sarebbe successo poi era già previsto e accettato e probabilmente programmato in partenza.

  • cardisem

    E’ vero: il paragone con gli indiani non e’ calzante al 100 per cento, ma non ne ho trovato un altro che si avvicini di piu. Nel caso degli indiani li si uccideva per toglier loro la terra o potendo li si sfruttava, ma non si prestavano a cio’ come i neri importati dall’Africa. Nel caso della Palestina vi e’ il primatismo razziale di cui parla Atzmon: per i sionisti, ebrei o no, i palestinesi non dovevano e non devono esistere. Quanto ai tuoi dati sulla presenza ebraica vorrei ricordarti i seguenti, tratti da un libro di Ilan PAPPE. NEL 1856 alla vigilia della guerra di Crimea (antica Kazaria) su 500.000 abitanti della Palestina solo 20.000 erano erano ebrei autoctoni e quando nel 1882 incominciarono ad arrivare i primi coloni ebrei sionisti, detti biluim, furono proprio gli ebrei autoctoni ad avvertirne la diversa natura e ad osteggiarli. E nelle carte di archivio si trova che durante la massiccia immigrazione favorita dagli inglesi durante la prima guerra mondiale si trovano uniti insieme musulmani, cristiani ed ebrei autoctoni nel manifestare contro l’immigrazione sionista, che poi cancello’ interamente anche la presenza ebraica autoctona, che serve alla propaganda per vantare una presenza continua sul territorio… Ogni minimo particolare e’ importante per decostruire l’ideologia irrimediabilmente razzista del sionismo, con il quale non e’ possibile nessuna base negoziale. Il cosiddetto processo di pace e’ una vera e propria truffa per portare avanti la pulizia etnica. Non e’ un dettaglio marginale risolvere il quesito se il sionismo e’ razzismo o colonialismo. Movimenti come l’I.S.M. o il BDS finiscono per essere oggettivamente alleati di Israele sostenendone la natura COLONIALE anziche’ RAZZISTA. Nel primo caso vi sono margini per Oslo, Camp David, il processo di pace, il protocollo x, y, e simili truffe cui si prestano traditori come Abu Mazen. Nel secondo caso e’ tutta la comunita’ internazionale, quella vera, presente a Teheran nella conferenza dei non allineati, non quella fasulla che ubbidisce alla Israel lobby, dico nel secondo caso non e’ possibile nessun negoziato e deve essere “smantellata” (parole di Neterei Karta) tutta la costruzione statuale sionista, altrimenti non puo’ funzionare quello che e’ rimasto del diritto internazionale con tutte le retoriche dichiarazioni sui diritto dell’uomo… A Durban I nel 2001, poco prima delle Torri Gemelle, ci erano riusciti ad equiparare sionismo e razzismo, ma poi quella deliberazione fu abolita per intervento degli Usa su ordine di Israele…

  • cardisem

    E’ vero: il paragone con gli indiani non e’ calzante al 100 per cento, ma non ne ho trovato un altro che si avvicini di piu. Nel caso degli indiani li si uccideva per toglier loro la terra o potendo li si sfruttava, ma non si prestavano a cio’ come i neri importati dall’Africa. Nel caso della Palestina vi e’ il primatismo razziale di cui parla Atzmon: per i sionisti, ebrei o no, i palestinesi non dovevano e non devono esistere. Quanto ai tuoi dati sulla presenza ebraica vorrei ricordarti i seguenti, tratti da un libro di Ilan PAPPE. NEL 1856 alla vigilia della guerra di Crimea (antica Kazaria) su 500.000 abitanti della Palestina solo 20.000 erano erano ebrei autoctoni e quando nel 1882 incominciarono ad arrivare i primi coloni ebrei sionisti, detti biluim, furono proprio gli ebrei autoctoni ad avvertirne la diversa natura e ad osteggiarli. E nelle carte di archivio si trova che durante la massiccia immigrazione favorita dagli inglesi durante la prima guerra mondiale si trovano uniti insieme musulmani, cristiani ed ebrei autoctoni nel manifestare contro l’immigrazione sionista, che poi cancello’ interamente anche la presenza ebraica autoctona, che serve alla propaganda per vantare una presenza continua sul territorio… Ogni minimo particolare e’ importante per decostruire l’ideologia irrimediabilmente razzista del sionismo, con il quale non e’ possibile nessuna base negoziale. Il cosiddetto processo di pace e’ una vera e propria truffa per portare avanti la pulizia etnica. Non e’ un dettaglio marginale risolvere il quesito se il sionismo e’ razzismo o colonialismo. Movimenti come l’I.S.M. o il BDS finiscono per essere oggettivamente alleati di Israele sostenendone la natura COLONIALE anziche’ RAZZISTA. Nel primo caso vi sono margini per Oslo, Camp David, il processo di pace, il protocollo x, y, e simili truffe cui si prestano traditori come Abu Mazen. Nel secondo caso e’ tutta la comunita’ internazionale, quella vera, presente a Teheran nella conferenza dei non allineati, non quella fasulla che ubbidisce alla Israel lobby, dico nel secondo caso non e’ possibile nessun negoziato e deve essere “smantellata” (parole di Neterei Karta) tutta la costruzione statuale sionista, altrimenti non puo’ funzionare quello che e’ rimasto del diritto internazionale con tutte le retoriche dichiarazioni sui diritto dell’uomo… A Durban I nel 2001, poco prima delle Torri Gemelle, ci erano riusciti ad equiparare sionismo e razzismo, ma poi quella deliberazione fu abolita per intervento degli Usa su ordine di Israele…

  • yakoviev

    Si, appunto, non mi pare che l’appropriazione sionista della Palestina corrisponda ai canoni del colonialismo storico, avente come obiettivo lo sfruttamento delle risorse umane e materiali di un determinato territorio o nazione da parte di un altro paese più potente, spesso anche lontano, il quale, pur violentando la cultura e i costumi del paese colonizzato ed espropriandolo della sovranità, e pur portandoci a vivere in posizioni di comando e di privilegio un certo numero di persone, ne mantiene comunque la popolazione. Il “colonialismo” sionista prevede, piuttosto, l’annullamento della popolazione preesistente per sostituirla con una nuova, ed in questo è simile alla colonizzazione europea del Nord America. Va da sè che il razzismo è componente essenziale di questa politica.