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LA NUOVA 500 FA SCHIFO

DI WU MING 5
Carmillaonline

L’idea del trasporto individuale su ruote spinto da combustibili fossili è – insieme all’idea che sia giusto impiegare percentuali rilevanti delle risorse agricole del pianeta per allevare animali da carne- uno dei vettori principali che condurrà la presente civiltà all’estinzione, e con questa forse anche la Specie, e con lei molte altre specie attualmente viventi. Entità meccaniche dal design zoomorfo che deiettano veleni; capi di bestiame studiati per produrre tagli da carne che deiettano metano e gas serra. Articolazione semovente del concetto di metropoli, articolazione vivente del processo di desertificazione: il Futuro come deserta Metropoli.

La Nuova Fiat 500 è stata dotata di un volto enigmatico, simile a quello di un’entità biomeccanica, vago androide assemblato in milioni di pezzi. E’ in grado di suscitare neutra simpatia, blanda affettività. I suoi quattro occhi sono tranquillizzanti, sembrano guardare lontano a dispetto del vecchio logo al centro del volto e dell’inanità stilistica complessiva. L’incapacità di produrre stile è il sintomo della non-esistenza della contemporaneità, se non come campo d’azione del Tempo Reale.Il carapace simile a quello di un piccolo animale terragno serve a rassicurare un paese in avanzato stato di decomposizione, a suscitare ricordi culturali, ad avvolgere le dinamiche devastanti del paese in una pellicola anti-temporale, quasi che la presenza sulle strade di simili oggetti potesse avere un effetto scaramantico, la Nuova 500 come un paio di corna capace di destreggiarsi nel traffico urbano, di trovare finalmente parcheggio, fosse pure in seconda o quinta fila. Come Saremo identico a Come Eravamo: e questo, in un paese come questo, è davvero agghiacciante.

Il maestro di cerimonie alla presentazione della vetturetta, Luca di Montezemolo, incarna una delle linee di tendenza della post-politica del liberalismo multiculturale globale; un’asse Montezemolo-Veltroni nella post-Italia marcescente le cui esalazioni salgono fino alla stratosfera nel cielo estivo della fine del decennio, oppure le due facce di una stessa medaglia, Giano a guardiano della porta da cui entra sofferenza ed esce sofferenza e profitto-godimento per alcuni. Intanto alla presentazione della macchinetta il Premier Prodi sorrideva aprendo il volto-salvadanaio in un sorriso compiaciuto, nessuna sfida estetica nella Nuova 500, solo l’aria di famiglia, solo noi italiani che certe cose le facciamo proprio bene.

La Nuova 500 incarna il sogno contemporaneo del Capitalismo senza Capitalismo; l’illusione che qualcosa di fondamentale, di decisivo possa sopravvivere al ciclo delle ristrutturazioni, l’idea vana quant’altre mai che il procedere acefalo del Denaro individui una direzione che salvaguardi in qualche modo valori, aspirazioni e speranze. Ora è bene ricordare che questo sogno è lo stesso del fascismo; che la pretesa del Capitalismo senza Capitalismo serve solo a rendere più luttuoso il campo d’azione del Denaro e più feroce il suo braccio armato; che l’ossessione securitaria e la Terrorcrazia odierna sono inscritte nella stessa logica impossibile.
La Nuova 500 fa schifo.

Wu Ming 5
Fonte: www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2007/07/002306.html
11.07.07

VEDI ANCHE: La nuova 500? E’ solo una “stufa a petrolio”. Ecco perché sarà un flop

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Questa è una delle voci (non l’unica, s’intende!) che avrei voluto sentire durante i servizi fatti da tutti i telegiornali e mass media in generale, a reti unificare, per lanciare il nuovo “prodotto Fiat“. In modo che gli italiani potessero riflettere sul sistema mondiale della mobilità, su cosa ci sia dietro un automobile, e su tutti i temi toccati superbamente da Viale. E’ solo che in Italia i giornalisti (gran parte di loro) sono a libro paga dei potenti di turno. Di giorno in giorno…

    Primo: si chiama «Cinquecento» ma non è una cinquecento, perché di cilindrata fa 1200, 1400 e 1600 centimetri cubi [a seconda dei gusti e delle tasche] e raggiunge i 180 chilometri all’ora; cioè 50 in più di quanto consentito in quasi tutte le autostrade d’Europa: un proiettile vagante per chi la guida e per chi la incrocia.

    Secondo: non è una «macchina» per quelli che ne hanno bisogno e non possono permettersene una più grande, come sono stati per trent’anni e più i cosiddetti «patiti della Cinquecento». E’ invece un’auto per chi ne ha già almeno un’altra o per chi con l’auto nuova vuole togliersi uno sfizio da «amateur», pagando un prezzo che si avvicina a quello di un’auto cosiddetta «d’epoca»: per esempio, una vera Cinquecento.

    Terzo: questo è esattamente il senso della sua presentazione al pubblico nell’orribile «notte bianca» di Torino, indetta in onore della Fiat: una festa che, mentre puntava a riconfermare l’antica identificazione della città con una fabbrica che non c’è più, ripropone in questa veste l’obiettivo del suo sindaco: rilanciare la città facendone una sorta di capitale dell’effimero.

    Quarto: è stata eletta a simbolo della resurrezione della città-fabbrica per antonomasia, ma non viene prodotta nelle fabbriche della città, dove non impiega neppure un operaio; e nemmeno negli altri stabilimenti del paese, perché la Cinquecento è interamente fabbricata nella Polonia dei feroci gemelli Kaczynski e all’incasso di questo nuovo traguardo gli operai di Mirafiori riscuoteranno soltanto il rilancio dell’immagine della loro azienda e del suo dinamico manager: il cavaliere bianco dell’ultima industria rimasta al paese.

    Certo, ribattono i tifosi del rilancio della Fiat; ma questo nuovo management – succeduto a personaggi che erano stati chiamati solo per liquidare l’azienda e permettere alla sconfinata prole del suo fondatore di scappare con i soldi – offre comunque, se non una garanzia, per lo meno una speranza di stabilità ai pochi operai italiani rimasti in forza nell’azienda; e ai molti che ancora lavorano per la Fiat: sia nell’indotto cresciuto nel corso del tempo intorno alla fabbrica madre, sia in quello creato da un giorno all’altro, attraverso tanti moderni e dinamici processi di «esternalizzazione».

    Ma la catena che lega l’avvenire dei lavoratori all’immagine della loro azienda, e questa al futuro dell’industria automobilistica, e l’industria automobilistica mondiale, attanagliata da un eccesso di capacità produttiva, alla rincorsa ai programmi di motorizzazione di paesi [Cina, India e Brasile] che contano metà della popolazione del pianeta, è un sistema senza futuro, che davanti a sé ha solo una più o meno vicina resa dei conti. Perché prima o dopo, senza il retroterra di un progetto di riconversione, quella corsa dovrà arrestarsi. E se a fermarla non sarà il prezzo del petrolio di nuovo in ascesa, ed esposto sempre più al risiko della geopolitica e della guerra e ai problemi di un’offerta che non tiene il passo con la domanda indotta dai nuovi protagonisti dell’economia globale, la fermerà, quella corsa, la necessità di fare i conti con l’effetto serra, a cui la motorizzazione privata contribuisce in misura maggiore di qualsiasi altra fonte. Con l’aggravante di essere diffusa, dispersa su tutto il pianeta tra centinaia di milioni di scappamenti: non tutti «euro cinque» come quelli della Cinquecento, dato che a garantire il rinnovo del parco automobilistico dei paesi ricchi provvede la vendita del loro «usato» nell’Est europeo, in America latina, in Africa e nel Medio oriente.

    In attesa dell’idrogeno, che non sarà a portata di mano, se mai lo sarà, prima di venticinque-trent’anni – a sentirli, gli apologeti dell’auto a emissioni zero, ricordano da vicino gli aedi della fusione nucleare «pulita», che quasi cinquant’anni fa ci era stata promessa per la fine del secolo [scorso] – il pianeta dovrà comunque fare i conti con tutti quegli scappamenti nelle città invase dal traffico: per esempio Pechino, dove, dopo aver cacciato dalle strade le biciclette per far spazio al nuovo ceto rampante dei motorizzati, ora si pensa di vietare alle auto buona parte della città, per consentire alla vista di superare almeno cinque-dieci metri di smog.

    E dovrà fare i conti anche con l’ultimo grido in fatto di «auto ecologica»: cioè i biocarburanti, che hanno già fatto salire alle stelle il prezzo dei cereali e che, sempre in Cina [è qui, infatti, che va studiato il futuro del mondo] stanno provocando la prima crisi alimentare dai tempi della del «grande balzo in avanti»…

    Insomma, se il destino della classe operaia italiana è legato alla resurrezione della produzione automobilistica del paese non c’è da stare allegri: soprattutto in una fase in cui, dallo sfruttamento delle fonti rinnovabili come sole e vento al rinnovo degli impianti e delle attrezzature dei settori civile e industriale, dal trasporto pubblico alla mobilità condivisa, le opportunità di impiegare intelligenza, impianti, macchinari e maestranze dell’industria metalmeccanica in grandi progetti di riconversione produttiva non mancano certo.

    Guido Viale
    Fonte: http://www.marcoboschini.it
    Link: http://www.marcoboschini.it/?p=605
    11.07.07

  • marko

    E’ una “stufa a carbone”, non è “ecologica”, non è un'”utilitaria” nel senso stretto del termine… Tutto vero, ma lo si può dire per migliaia di altre auto. Perché questo accanimento nei confronti della Fiat? Da un punto di vista del marketing, stavolta hanno fatto centro: vendere una “Panda” travestita per 2000 euro in più con i clienti contenti e mazziati, beh, è quello che ci vuole, se lo scopo della Fiat è produrre utili. Forse che il New Beetle e la BMW Mini sono meglio?

    Non prendiamocela con la Fiat, che produce quello che il mercato chiede: la Fiat deve fare soldi, non filosofia.

    Prendiamocela piuttosto con tutti quelli che NON comprano la Toyota Prius, la Honda Civic IMA e la (ormai defunta) VW Lupo 3l. Ah, quello è più difficile… Presente la parabola della trave nell’occhio?