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LA NECESSITA’ DI UNA PRATICA DI LIBERAZIONE STUDENTESCA

DI DENIS G. RANCOURT
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Nelle nostre società occidentali è in atto un assalto alla pubblica istruzione di ogni livello. E’ giusto lottare per mantenere adeguati finanziamenti pubblici a questo settore, ma sarebbe ancora più giusto interrogarsi sulla natura della pubblica istruzione, cosa che nessuno fa; e non solo non si fa questo: in Italia ci sono addirittura facoltà universitarie dove le lotte più “rivoluzionarie” non vanno oltre il chiedere un bidone per la raccolta differenziata nelle aule; una vera pagliacciata. Rauncort ci offre uno spunto al riguardo; egli afferma che l’istruzione ha lo scopo di formare degli schiavi obbedienti che servono l’impero mondiale; non possiamo certo dargli torto, visto la lobotomia, il lavaggio del cervello e le false informazioni che riceviamo nelle aule. Sarebbe necessario quindi contestare l’oppressione che vige all’interno delle scuole e dell’università al fine di arrivare ad una vera liberazione studentesca. Insomma, sarebbe necessario pensare anche a quale tipo di scuola vogliamo, se vogliamo un futuro più libero.

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Le scuole moderne della classe media del Primo Mondo e il sistema universitario sono violentemente repressivi. [1]
Queste istituzioni sono progettare per la replicazione e la formazione dell’obbedienza e derubano gli studenti della loro spinta naturale verso l’inchiesta indipendente, la libera espressione, l’influenza della natura e l’entusiasmo per la vita. [2] Utilizzando il pretesto che la formazione tecnica richiede “disciplina” (leggi stupida ripetizione) e “standardizzazione” (leggi dimostrazione di fedeltà alla dottrina imposta) le istituzioni di “istruzione superiore” impongono un regime di addestramento all’obbedienza seguito dall’indottrinamento di specialità e dottorato. [3] La formazione dell’obbedienza e la neutralizzazione della persona a tutto tondo sono compiute attraverso delle divisioni disciplinari severe e artificiali, una struttura autoritaria di aula, una divisione del tempo imposta e innaturale, ripetuti e irragionevoli ordini di termini di produzione (per compiti, test, relazioni, esami, ecc.) che non lasciano il tempo per pensare, la messa in riga degli studenti per produrre competizione, la continua somministrazione di ricompense e punizioni attraverso il voto e i gradi di accreditamento, l’isolamento dello studente, dove la collaborazione è interpretata come “inganno”, la normalizzazione del comportamento e delle opinioni tramite un giudizio di valore imposto al pensiero di gruppo, la generosa applicazione del bi pensiero e una miriade di altri metodi, tutti costantemente adeguati all’evoluzione culturale e alle condizioni locali. Dopo che lo studente è collassato con l’addestramento all’obbedienza, esso è pronto per l’indottrinamento elevato del dottorato e delle scuole di specializzazione. Ciò si ottiene attraverso il sofisticato processo descritto da Jeff Schmidt [3]. Il professionista deve accettarlo, facendolo suo e programmando l’istruzione della sua professione “scelta”, al fine di partecipare alla gestione del Primo Impero Mondiale.

La repressione dello studente è reale ed è violenta. La scuola e le istituzioni universitarie sono le più grandi forze nella vita dello studente. Il risultato determina lo stato economico e sociale del laureato e questo a sua volta è l’indicatore più rilevante (statisticamente) della speranza di vita e della salute personale. La violenza si vede nei suicidi di studenti e nelle aggressioni, nell’ampio uso della prescrizione di psicofarmaci e del loro commercio, nella diffusa apatia e cinismo, nell’isolazionismo e nell’evasione dalla realtà, nella matrice moderna di comportamenti autodistruttivi e nell’evidente incapacità relativa di creare legami e formare una comunità. La radice della violenza può essere meglio spiegata da Paulo Freire [2]:


“E’ un’oppressione qualunque situazione in cui “A” oggettivamente sfrutta “B” od ostacola esso e la sua ricerca di autoaffermazione come persona responsabile. Tale situazione costituisce di per sé violenza anche quando è addolcita dalla falsa generosità, poiché interferisce con la vocazione ontologica e storica della persona ad essere più pienamente umana. Con l’istituzione di un rapporto di oppressione, la violenza è già iniziata.”
“Se le persone come esseri storici si impegnano necessariamente in un movimento di ricerca non avendo il controllo di tale movimento, questo sarebbe (ed è) una violazione della loro umanità. Qualsiasi situazione in cui alcuni individui impediscono ad altri di impegnarsi nel processo di indagine è una violenza. I mezzi utilizzati non sono importanti; al fine di alienare gli esseri umani dal loro processo auto-decisionale li si trasforma in oggetti.”

Vi è quindi una necessità di liberazione degli studenti. Ma la prima barriera, come spiegato da Freire [2] è che lo schiavo non riconosce di essere uno schiavo. “Abbiamo bisogno del maestro perché lui organizza il lavoro, ci nutre, ci protegge…” (si veda anche [1]). Gli studenti attivisti preferiscono lottare per la riduzione delle tasse al fine di garantire l’accesso all’oppressione e alla sua ricompensa. Lo schiavo non deve pagare con la sua vita futura (debito studentesco) per avere il privilegio di servire il padrone – abbastanza equo. Gli schiavi vogliono essere oppressi in modo equo. Ho conosciuto molti studenti attivisti abbandonare dimostrazioni, azioni e dibattiti per via delle scadenze dei compiti e per ritornare docilmente in un’aula opprimente il Lunedì mattina dopo un fine settimana di “azione solidale”. Cosa può fare lo studente per liberare se stesso? Seguendo Freire sono venuto a credere che la risposta è la prassi, la “prassi” di Freire [2]. Solo tali azioni liberano una persona dalla propria oppressione, conducendola sia ad una profonda comprensione dell’oppressione e sia ad una tonificante liberazione. La vera solidarietà in battaglia nasce quindi dalla fusione di queste rivolte individuali a dalla costruzione della cultura della resistenza indispensabile per qualsiasi liberazione sociale. Al centro di questa prassi vi è la “ribellione autentica”. In quella che è forse l’affermazione più profonda mai fatta circa l’educazione e l’apprendimento in una società gerarchica, Freire si esprime così [2]:


“Se i bambini sono allevati in un clima di insensibilità e oppressione, bambini la cui potenza è stata frustrata, non riusciranno, durante la loro gioventù, a intraprendere il cammino di ribellione autentica; essi saranno o alla deriva nell’indifferenza più totale, oppure alienati dalla realtà da parte delle autorità e dai miti che queste ultime utilizzano per “modellarli”; oppure potranno impegnarsi in forme di azione distruttive.”

Come funziona questo aspetto nella pratica? Com’è che la prassi sia avvia e si sviluppa? Gli studenti resistono già molto. La resistenza è diffusa e assume molte forme. Lo “sciopero bianco” è comune, per la costernazione degli insegnanti frustrati. La maggior parte degli studenti si rifiutano di adottare un interesse artificiale verso la merda di cavallo che viene scaricata su di loro sotto l’apparenza del discorso intellettuale e che esso dovrà essere “per l’esame”. Gli studenti sanno quando si parla piuttosto che impegnarsi. E cosa significa impegnarsi quando l’altro lato ha una pistola puntata nella tua testa? Gli studenti si spengono e rigurgitano a comando per placare l’oppressore. Gli insegnanti vedono il risultato ma devono valutare in modo soddisfacente piuttosto che confrontarsi con il fallimento generalizzato del sistema e la loro parte in esso. In realtà, dobbiamo concludere che questo risultato universale è una caratteristica desiderata e voluta dalla fabbrica scolastica [4]. Esso garantisce l’apatia e l’obbedienza e garantisce la soppressione della partecipazione. D’altronde, gli studenti di nascosto (tra loro) ridicolizzano e criticano il professore, in una sana espressione di sanità mentale che mantiene la resistenza. Solo ai più alti livelli di indottrinamento, quando lo studente emula l’insegnante come modello di ruolo, questo comportamento si placa e viene sostituito con il baciare il culo e l’adulazione. Gli studenti fanno anche eroici tentativi di sabotaggio della costruzione dell’obbedienza contestando le scadenze, i carichi di lavoro, i sistemi di votazione, le condizioni di funzionamento e l’atomizzazione. Essi individualmente e collettivamente negoziano la proroga dei termini, la riduzione della produzione, la mitigazione delle punizioni, ecc. Essi contestano l’isolamento e la competizione imposta, con la formazione di gruppi di lavoro e attraverso la distribuzione dei compiti; essi trovano il modo di cooperare con il rischio di essere cacciati tramite l’assalto finale del sistema della “frode accademica”. Nelle parole di David F. Noble: “Quand’è che la cooperazione diventa barare?” Più spaventosi sono gli studenti che sono in grado di fingere interesse e auto-indottrinarsi e quelli che difendono in modo aggressivo il sistema punendo la dissidenza nei propri colleghi. Questi studenti vogliono che i loro sforzi particolari vengano riconosciuti, premiati e non messi in discussione da comportamenti alternativi. Vogliono “eccellere” e aspirano ad entrare nel club. Tutte le forme di resistenza sono sane e protettive se chi si oppone vede se stesso come oppositore e agisce in spregio degli oppressori, piuttosto che soccombere al parlare male di se e ad avere un’immagine negativa di se in linea con l’ideologia imposta dall’oppressore. La ribellione autentica sta li. Forme più dirette e soddisfacenti di ribellione, che hanno un maggiore potenziale di conferire potere all’oppositore, potrebbero includere le seguenti: parlare in classe per mettere in discussione gli aspetti della disciplina imposta, come per esempio i termini, lo schema di votazione, la pertinenza del materiale, i metodi imposti, le prospettive disciplinari, ecc.

Tali interventi diretti hanno il vantaggio che l’insegnante reagirà e ciò avverte la classe sugli aspetti reali del sistema che sarebbe impossibile imparare altrimenti. I professori mostrano i loro veri volti. Gli studenti li vedranno deviare, fraintendere, reprimere, imporre, negoziare, ecc. un’esperienza molto istruttiva. Partite bassi e vedete se potete spingervi un po’ più lontano. Chiedete al professore di chiarire la risposta. Magari chiedere “Perché no?” Magari affermare che non capite la motivazione. Guardate quali colleghi stanno affianco a voi dopo le lezioni o esprimono domande e opinioni simili durante le lezioni. Costruite su tali supporti, sviluppando rapporti con potenziali sostenitori e co-resistenti. Mai accettare intimidazioni o abusi da parte del professore. Rimanete in piedi in tali tentativi violenti di reprimere il vostro intervento in classe. Spiegate la natura del comportamento inaccettabile e chiedete delle scuse. Fatelo privatamente con un testimone o pubblicamente in aula. Se esiste il potenziale di escalation della repressione, per la vostra protezione considerate l’utilizzo di moderne tecnologie per registrare la voce dell’incontro. Tali registrazioni delle conversazioni che avete deciso possono essere fatte di nascosto e non sono illegali. Nessuno deve sapere e voi avete il vantaggio di sapere che avete la prova fisica, nel caso abbiate bisogno di protezione. Solo voi potete decidere fin dove potete spingervi e a quale rischio. Il punto principale è che la lezione NON deve essere che voi siete impotenti e dovete essere sottomessi. Trovate il modo che la lezione sia quella che voi avete il potere e potete difendervi. Trovate il modo di vincere. La vittoria non è necessariamente un cambiamento di politica, ma è piuttosto la vostra liberazione. Nella ricerca di un modo per vincere considerate che smascherare e rendere pubblico il comportamento in classe delle istituzioni è un potente strumento di influenza e vi protegge da ulteriori rappresaglie. Considerate un blog e parlate ai media studenteschi o distribuite volantini, ecc.

Può essere anche utile una formale denuncia alle autorità gerarchiche, in quanto vi permetterà di premere ulteriormente, per smascherare i meccanismi istituzionali di copertura, e mostrerà che non avete mandato tutto a monte. Tenete la testa alta sapendo di avere ragione, che la violenza contro di voi è illegittima, e che non dovete temere i teppisti che fanno rispettare la schiavitù da cui si cerca la liberazione. Si può sempre tornare all’ovile e il potere sarà sollevato di accogliere il vostro ritorno. Questo può essere un buon modo per riposare, riflettere e raggrupparsi, mentre pianificate la vostra continua liberazione. Infine, è possibile trovare alleati che vi permetteranno di praticare “occupazioni accademiche” di un’intera classe [5]. Ho trovato questa pratica altamente gratificante, cambia addirittura la vita [5].

Se il professore non è un alleato, gruppi di studenti possono considerare il “dirottamento accademico” dei corsi di credito in cui a un professore è detto quello che si farà e che può sia rimanere e partecipare che lasciare. Gli studenti con esperienza di occupazioni e dirottamenti hanno quello che serve per imporre riforme del programma scolastico. E gli studenti liberati saranno pensatori indipendenti che non praticano l’immorale sfruttamento degli altri. Essi continueranno la loro liberazione nel mondo del lavoro. Tale programma di attivismo di liberazione è coerente con il mantra molto ripetuto di Paulo Freire che si può SOLO combattere la propria oppressione. Gli individui che accettano la loro oppressione non sono in grado di aiutare gli altri a liberarsi. Si limitano a replicare, difendere e arrangiare la gerarchia di oppressione che essi abitano. Vi auguro una gioiosa e intensa liberazione piena di scoperta di se e apprendimento. Calciate il culo, non baciatelo.

Referenze:

[1] “The student as nigger – essay” by Jerry Farber.
[2] “Pedagogy of the oppressed – book” by Paulo Freire.
[3] “Disciplined Minds – book” by Jeff Schmidt.
[4] “Canadian education as an impetus towards fascism – essay” by Denis G. Rancourt.
[5] “Academic squatting – essay” by Denis G. Rancourt.

Versione originale:

Denis G. Rancourt
Fonte: http://activistteacher.blogspot.com/
Link: http://activistteacher.blogspot.com/2010/06/need-for-and-practice-of-student.html
3.10.2010

Versione italiana:

Fonte: http://nwo-truthresearch.blogspot.com/
Link: http://nwo-truthresearch.blogspot.com/2010/10/la-necessita-di-una-pratica-di.html
29.10.2010

Pubblicato da Davide

  • caterinazanivan

    L’unica possibile strada da intraprendere per poter avere in un futuro universita’ popolate da studenti liberi, liberi di sviluppare la propria cultura e la propria educazione con la guida di professori come Rancourt e molti altri e’ solo quello di NON mandare piu’ nessun bambino a scuola. La distruzione degli esseri umani non avviene all’universita’. Avviene nei primissiami anni di vita in quella scuola che NON E’ obbligatoria. In quella scuola che ci illudono averci dato per la nostra educazione. In quella scuola che in Canada dove il professor Rancourt insegnava si basa sul modello “Montessori”. Solo facendo crescere i bambini con la liberta’ di educazione e di crescita sara’ possibile avere delle universita’ in cui viva il libero pensiero e il pensiero critico.
    Non esiste possibilta’ di riforma scolastica.

  • caterinazanivan

    Care signore madri, se non vi accorgete di come la scuola sia solo un luogo in cui imprigionare i votri figli allora non state ascoltando il vostro cuore di madri. Se non vedete come quello che sono obbligati a fare sottostando a tempi imposti e a regole inumane non abbia nulla a che vedere con la loro educazione, allora non avete a cuore la loro liberta’. Guardate quei vostri bambini, guardate se si svegliano con gioia la mattina per andare a scuola. No. La maggior parte di loro soffre. E voi non solo lo fate soffrire ma li mandate anche in un luogo dove piano piano ogni giorno viene distrutta la loro identita’. Poi magari voi siete quelle stesse signore che criticano il sistema universitario, che si lamentano di quella mancanza di liberta’ che dovrebbe respirarsi in ogni ateneo. Se vi fermate solo per un momento a pensare potrete forse comprendere come in voi, in quel vostro essere madre, in quella naturale legame con i vostri figli si trovi l’unica semplice soluzione. Solo voi, noi donne possiamo davvero, con forza e coraggio restituire la liberta’ a questo mondo. Perche’ un mondo libero puo’ esistere solo con individui liberi. Iniziate a non mandare i vostri figli a scuola. Occupatevi di loro. Ci sono tanti “professori Rancourt” nel mondo che vi aiutano, ma sta a voi iniziare.

  • Kevin

    “Guardate quei vostri bambini, guardate se si svegliano con gioia la mattina per andare a scuola. No.” Sacrosanto. Ogni mattina per me era di una violenza tremenda dover andare a scuola. Che poi lo è anche il lavoro, solo che da adulto la prendi come se fosse la normalità perchè sei già stato addestrato da bambino. Le classi sono degli uffici in potenza. Il professore, il capo. A scuola si insegna l’obbedienza: per imparare a leggere e a scrivere non c’è bisogno di farsi rinchiudere 30 ore la settimana tra le mura di un edificio. La verità è che la scuola dell’obbligo serve solo per filtrare e irreggimentare lo spirito futuro delle nuove generazioni.