LA NAVE DEI FOLLI

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DI CARLO BERTANI

Devo ammettere che premo assai di rado il tasto del telecomando, e quasi sempre lo faccio – la Domenica – per leggere i risultati delle partite di calcio. Mi rifiuto di fare abbonamenti vari per guardare le partite, ed i talk show serali del pallone mi disgustano: forse perché figlio di un calciatore, sono abituato ad osservare più il gioco, che gli “acuti” di qualche miliardario che corre dietro al pallone. Perciò, mi reco ogni tanto a vedere una partita vera: quelle delle giovanili di provincia, dove ancora il pallone è qualcosa che suscita sogni estetici per un assist o per uno stop eseguito a perfezione.

Appena compaiono le prime immagini, però, mi rendo conto che l’argomento “calcio” inizia da una stazione, nella quale sciami di giovani corrono all’impazzata intonando canti e slogan belluini. Poi prendono d’assalto un treno, menano quattro agenti e le Ferrovie “consigliano” ai viaggiatori “comuni” di scendere: l’assalto alla diligenza è compiuto.
Giunti a destinazione, non contenti, ripetono l’identico copione, fino a sera.
L’estatica giornalista del TG definisce gli incidenti “non gravi”, perché c’è “solo” stato un ferito lieve per una coltellata. Forse, la “scaletta” è questa: una dozzina di teste fracassate al Pronto Soccorso porta il livello ad incidenti “seri”, mentre per quelli “gravi” ci deve scappare il morto. Altrimenti, la notizia scivola via fra un servizio e l’altro.
Cosa volete che siano poche ore di guerriglia urbana, qualche macchina fracassata, un treno devastato…in fondo sono “bravi ragazzi”…sì…solo un po’ “tifosi”…

La notte porta consiglio, e dimentico presto la solita gazzarra domenicale nella quale – in pieno stile panem et circenses – tutto deve essere tollerato: addirittura che, chi ha acquistato regolarmente un biglietto ferroviario per recarsi a Roma – per futili motivi, ovvio, mica per una partita di calcio – sia obbligato a scendere poiché il treno è stato assaltato.

La politica? Chi era costui – ripetono centinaia d’insignificanti don Abbondio – cosa c’entra il calcio con la politica? Basta che non scassino i maroni a noi: se se la prendono con un treno, o sfasciano tutto allo stadio, non passerà mai loro per la mente di venire a Montecitorio!

La mattina seguente c’è il solito rito d’inizio anno scolastico…il primo collegio docenti, le assegnazioni alle classi e compagnia varia…nel quale, l’unico aspetto interessante è incontrare qualche collega con il quale si hanno rapporti d’amicizia e di stima.
Come sempre, il Preside (oggi Dirigente Scolastico) non può glissare totalmente sugli sfasci che la classe politica sta realizzando nella scuola. I “risparmi” del D.M. 112 (divenuto, nel frattempo, legge n. 133), che qualcuno s’ostina a definire tali, sono in realtà il requiem per la scuola pubblica: tanto è vero che solo il 30% dei “risparmi” sarà reinvestito nella scuola, mentre il restante 70% “saranno resi disponibili in gestione con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze[1].
Quindi, il piano che taglierà circa il 10% fra docenti e personale ATA (addirittura il 17% fra gli ATA!) e che condurrà ad un “risparmio” di quasi 8 miliardi di euro, servirà a finanziare la contabilità generale dello Stato, non altro. Magari, per iniziare a pagare – da Gennaio – la salatissima “multa” europea per la permanenza di Rete4 in chiaro e non confinarla sul satellite, laddove la giurisprudenza europea aveva definito che dovesse migrare.

Ad una diretta domanda dello scrivente – ovvero se la retribuzione professionale docenti facesse parte del salario accessorio – il preside non ha potuto glissare: sì – quindi – per ogni giorno di malattia, un docente lascerà nelle casse dello Stato circa 10 euro.
Siccome la media delle assenze per malattia nella scuola è di 9,66 giorni/anno[2], lo Stato farà una “cresta” di un centinaio di euro a lavoratore: beninteso, su chi si ammala, che deve anche – visto che la Sanità pubblica è oramai una bubbola – provvedere di tasca propria per medicine e ticket.
Tutto questo fa parte di una campagna mediatica ben congegnata, che partì con la pubblicazione su il “Sole 24 ore” – giornale di Confindustria – di dati palesemente e sfacciatamente falsi sulle assenze nel pubblico impiego.

Della stessa campagna, fanno parte gli attuali provvedimenti sulla scuola: tutti tesi a fornire un’immagine d’efficienza e di sereno amore materno nei confronti dei nostri piccini. Una pura e semplice vicenda d’immagine.
Vogliamo re-introdurre il grembiulino per la scuola elementare? Benissimo, almeno non si sporcheranno con i colori, ma il ricco continuerà a sfoggiare scarpe da 100 euro, il povero dovrà acquistare, in più, il grembiulino.

La gran parte degli italiani gradisce che si torni a valutare la condotta nel computo del profitto complessivo, credendo – con questa bella trovata – di liberarsi degli scomodi video che compaiono su Youtube, vera ossessione del precedente Ministro.
Qualcuno, però, riflette su chi sono i ragazzi che compiono queste pessime azioni?
Appartengono ai ceti meno abbienti, tanto è vero che il comportamento è un problema gravissimo soprattutto negli istituti Professionali, poi nei Tecnici, mentre decresce nei Licei. Inoltre, decresce dalla grande città al piccolo centro. Qualcuno si è chiesto il perché?
Questi giovani – probabilmente gli stessi che prendono d’assalto i treni – sono le nostre banlieue, le periferie disastrate dove ragazzi che sanno di non avere un futuro – che non parteciperanno mai alla distribuzione della ricchezza[3] – inviano un segnale. Violento, disgustoso, ma non irricevibile, poiché non “riceverlo” sarebbe come nascondere la testa sotto la sabbia.

Se Maria Stella Gelmini ha preferito l’icona della “Maestrina della Penna Rossa”, di deamicisiana memoria – una scelta ovviamente dettata dai creatori d’immagine della politica/spettacolo/spazzatura – potremmo ricordare che la nostra società non assomiglia molto al libro “Cuore”. Si legga, piuttosto, “L’elogio di Franti” di Umberto Eco[4], laddove il “monello” – decretato archetipo di tutte le nefandezze giovanili – si rivela per quel che è: un giovane dell’epoca che non approva l’ideologia militaristica e nazionalistica espressa da De Amicis.
Se, i termini della non accettazione della scuola e delle sue regole, derivano da un precedente e più radicato sentimento di rivalsa per l’ingiustizia sociale, se questi giovani – assaltando un treno – urlano in realtà la loro rabbia d’esclusi, pensiamo veramente che un 5 in condotta li spaventerà? Oppure radicherà ancor più la loro percezione d’esclusi?

Infine, la “chicca” tanto agognata, preannunciata da un noto pedagogista (!) – Vittorio Feltri, direttore di “Libero” – in un’intervista televisiva: il ritorno al “maestro unico” nella scuola elementare. Rammento che quella sera, in TV, c’erano almeno un altro paio di noti ed “esperti” pedagogisti: se ben ricordo, Tremonti e Fini.
Nessuno può affermare che la scuola elementare non possa funzionare come 50 anni fa, con il maestro unico dalla prima alla quinta: tanti sono “sopravvissuti” a quell’impostazione, me compreso, senza mostrare evidenti danni cerebrali.
C’è, però, in tutta la querelle, un dato curioso: s’interviene più pesantemente nel “segmento” scolastico che meglio funziona – le periodiche rilevazioni internazionali lo confermano, la nostra Scuola Elementare è fra le migliori in Europa – mentre si tace sul resto, ovvero su una Scuola Media che ha smarrito il suo senso d’esistere ed una Superiore che mostra ogni giorno che passa il peso degli anni.
Ricordiamo che l’attuale struttura della nostra Scuola Superiore è ancora quella di Gentile del 1923 (che riformò la precedente “Casati” del 1859) il quale, pur essendo egli stesso filosofo e pedagogista, ritenne di chiedere aiuto e consiglio a Giuseppe Lombardo Radice, insigne pedagogista dell’epoca.
Siamo quindi passati dai Gentile, Lombardo Radice – ma anche dai Tullio De Mauro, stimato linguista e pedagogista – alla “nouvelle pédagogie” della Gelmini, dei Pizza, Tremonti, Feltri e Bossi. Andèm bèn, per dirla in padano.

Purtroppo, molti lettori di quotidiani e di Internet conoscono poco i problemi della scuola e ne sottovalutano l’importanza: chi ci è già passato pensa “l’ho scampata”, chi la frequenta legge poco e s’interessa (giustamente, per l’età) ad altro, chi ci vive è oramai annichilito dall’insipienza delle recenti riforme e controriforme, le quali – altro non sono – che un pasticciato pour parler sul nulla. Un esempio?
Si giubila sul ritorno al voto numerico: qualcuno potrebbe spiegarmi la differenza che c’è fra un “più che sufficiente” ed un 6 più? Oppure fra un “ampiamente sufficiente” ed un sei e mezzo? Ancora: un “quasi buono” ed un 7 meno?
Eppure, la valutazione – ne sanno qualcosa gli studenti che in questi giorni affrontano i rinnovati esami di riparazione – è un problema spinoso: non per la scala di valori che si usa per valutare – numeri, giudizi od altro – ma per i parametri di valutazione, che sono il vero problema.
Si deve valutare per conoscenze o per competenze? Come armonizzare l’omogeneità del giudizio con le inevitabili differenze – culturali, caratteriali, professionali – dei docenti? Quale finalità assegnare alla scuola, la preparazione “operativa” destinata al lavoro o quella più “generalista”, di stampo educativo? Entrambe? E in quale misura? E come valutare le due componenti?
Scommett
o mezzo cosiddetto che, se interpellassimo questi signori che blaterano proposte pedagogiche, non saprebbero nemmeno identificare di cosa si sta parlando. Non la risposta: almeno capire la domanda.

Tutto ciò avviene – scuola o treni sfasciati, poco importa – poiché non solo la politica (questo l’abbiamo capito da tempo), bensì l’approccio culturale e metodologico ai problemi – sociali, economici, culturali, ecc – nel Bel Paese è profondamente malato. E, quando non si riesce più ad interpretare la realtà, le uniche vie d’uscita sono la disinformazione (prassi oramai comune in TV), la “Reductio ad Hitlerum[5] per chi propone soluzioni rivoluzionarie, oppure la pura e semplice repressione, modello Genova o voto in condotta.
La situazione italiana è quindi – metaforicamente – quella di una barca in mediocri condizioni che naviga su un mare di m…e, pur sapendo che dovrà prima o dopo fare i conti con il “liquido”, se ne astiene, tira a campare e finge che la m…sia acqua di rose.

Ogni settore della vita pubblica lo dimostra: l’assurdo approccio al problema energetico – centrali nucleari quando nessuno o quasi dei paesi industrializzati ne costruisce – l’istruzione carente e, quindi – visto che è “carente” – meglio l’eutanasia. Il lavoro che non c’è, perché manca la ricerca e la classe imprenditoriale non muove foglia se non sa d’avere a disposizione le prebende dello Stato? De-rubrichiamo il lavoro ad occupazione saltuaria, diamo loro ogni tanto quattro soldi, finché dura. Le risorse mancano? Portiamo l’età della pensione a 70 anni.
Gli esempi si moltiplicano e quasi s’accavallano. Mandano l’Esercito nelle città: nel frattempo, avvengono (proprio nelle città!) eventi drammatici, gravi violenze a danno di turisti stranieri. Risultato? Mandiamo ancor più soldati nelle strade! Scopriamo che la corruzione è ancor più diffusa rispetto ai tempi di Mani Pulite? Prendiamo la Forleo e De Magistris e li cacciamo.

Tutto è semplice, parola di Vittorio Feltri, Renato Brunetta e Giulio Tremonti: gli altri, son lì per figura. Fin quando non s’aprirà una falla e la pompa di sentina andrà in tilt: chissà se, in quel momento, con il “liquido” che arriverà oramai alla falchetta, qualcuno inizierà a distinguere la m…dall’acqua di rose?

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/09/la-nave-dei-folli.html
2.09.08

[1] Fonte: Altalex, D.M. n. 112, art. 64, comma 9.
[2] Fonte: CGIA di Mestre, su dati ufficiali forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato.
[3] Parecchie fonti di dati statistici (ISTAT; EURISPES, ecc) indicano che il 10% circa della popolazione italiana possiede il 45% circa della ricchezza nazionale. Questi dati sono spesso confermati dagli indici dei consumi sui beni di lusso, sulla spesa per le vacanze, ecc.
[4] Umberto Eco – Diario Minimo – Fabbri Editore, 1963.
[5] La “Reductio ad Hitlerum” è una perversa e fallace pratica usata nella lotta politica, creata e sostanziata da Leo Strass negli anni ’50. Compiendo un errato sillogismo fra un aspetto (anche secondario) del dittatore tedesco e la persona in questione – ed utilizzando a dovere il potere mediatico – si giunge a confutare tutte le posizioni politiche della persona presa di mira senza doverle, in definitiva, discutere ed affrontare.

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