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LA MORTE DI ANNA POLITKOVSKAJA E I MEDIA OCCIDENTALI

Introduzione di Mirumir:

Bene, è giunto il momento di prendere in considerazione altri punti di vista. Quello di John Laughland è anche una riflessione sulla presunta pluralità e indipendenza dei mezzi di informazione occidentali. Può essere un buon modo per ampliare il discorso partendo sempre dalla morte di Anna Politkovskaja.
— Mirumir

CHI HA UCCISO ANNA POLITKOVSKAJA ?

DI JOHN LAUGHLAND
Lew Rockwell

Nel romanzo distopico di C. S. Lewis Quell’orribile forza, l’organizzazione che controlla lo stato fa sì che i suoi agenti scrivano su giornali appartenenti a tutte le fazioni dello spettro politico per mascherare il potere dietro un falso pluralismo. Oggi in Occidente è caduta perfino quell’apparenza di pluralismo.

L’omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja, il 7 ottobre scorso, è stato accolto con l’unanimità monolitica che è diventata il segno distintivo della cosiddetta stampa libera occidentale. Il quotidiano di destra Daily Telegraph ha dedicato il 9 gennaio un fondo all’omicidio, che cominciava con la frase:”‘Talvolta le persone pagano con la propria vita per dire ad alta voce quello che pensano,’ disse lo scorso anno Anna Politkovskaja a proposito della Russia di Putin”.

A seguito, Parlandone da viva (Maurizio Blondet , Effedieffe);

Quello stesso giorno anche il quotidiano di sinistra Guardian ha pubblicato un fondo sull’omicidio, che cominciava così:

“‘Talvolta le persone pagano con la propria vita per dire ad alta voce quello che pensano,’ disse Anna Politkovskaja a una conferenza sulla libertà di stampa lo scorso dicembre.

Tutta la stampa britannica, americana e dell’Europa occidentale ha esaltato la Politkovskaja come “uno dei giornalisti russi più coraggiosi e brillanti” (The Guardian), “una delle poche voci che osavano contraddire la linea del partito” (The Daily Telegraph), “una forza incendiaria che lottava per la libertà” (The Independent), “la più famosa giornalista investigativa russa” (The Times), “una delle più coraggiose giornaliste russe” (The New York Times); “una vittima di raro coraggio” (The Washington Post). Tutte queste citazioni provengono dagli articoli di fondo che ciascuno di questi giornali ha ritenuto di dover dedicare alla sua morte. In realtà, Anna Politkovskaja era praticamente sconosciuta in Russia. La reazione esemplare di un ricco uomo d’affari russo durante una cena a Buxelles la sera dell’omicidio è stata:

“Politkovskaja? Mai sentita nominare”.

Sotto questo aspetto la Politkovskaja ricorda un altro giornalista che aveva rapporti con il Caucaso, Georgij Gongadze, il cittadino ucraino dal cognome georgiano il cui omicidio nel 2000 fu strumentalizzato dagli Stati Uniti nel tentativo di compromettere l’allora presidente ucraino, Leonid Kučma. La Politkovskaja non era sconosciuta come Gongadze, che si limitava ad avere un semplice sito web (anche se a Washington DC fu ricevuto dal Segretario di Stato Madeleine Albright), mentre il giornale per il quale lavorava la giornalista russa ha una diffusione di 250.000 copie. Non è comunque moltissimo in un paese di quasi 150 milioni di abitanti e certamente non abbastanza per meritarle gli elogi esagerati che le sono stati rovesciati addosso dopo la morte.

[Georgij Gongadze nella foto con la moglie e i due figli]

I media britannici e americani hanno anche fatto a gara nell’indicare come colpevole il presidente Putin. Il Financial Times ha scritto che:

“In senso ampio, il signor Putin ha la responsabilità di aver creato, attraverso l’attacco del Cremlino ai media indipendenti, un’atmosfera in cui possono aver luogo omicidi di questo tipo”.

Il Washington Post ha affermato pomposamente che:

“È possibile, senza svolgere alcun lavoro di indagine, indicare ciò che è in definitiva la causa di queste morti: il clima di brutalità che ha prosperato sotto il governo di Putin”.

Tutti i giornali insinuavano che la Politkovskaja fosse stata uccisa da alleati del presidente russo per aver raccontato la verità sulla guerra in Cecenia. Secondo loro la Russia è quasi una dittatura in cui il governo non è disposto a tollerare alcuna forma di dissenso, e hanno illustrato questa teoria facendo riferimento – anche se in termini stranamente vaghi – al numero dei giornalisti che sono stati vittima di omicidi su commissione simili a questo.

È qui che possiamo chiamarli bugiardi. Alcuni di questi articoli contenevano sbrigativi riferimenti all’ultimo giornalista ucciso a Mosca prima della Politkovskaja, il direttore americano di Forbes magazine, Paul Klebnikov, senza aggiungere che nessuno aveva mai suggerito che fosse stato il governo russo a far uccidere Klebnikov. Al contrario: mentre la Politkovskaja era un’oppositrice di Putin, Klebnikov si opponeva agli oligarchi. Scrisse un brillante libro su Boris Berezovskij – uno dei libri più informativi sulla transizione russa negli anni Novanta, in cui accusava Berezovskij di omicidio e di collusione con la malavita e i trafficanti di droga ceceni – e pubblicò una serie di interviste con uno dei capi separatisti ceceni, intitolate poco diplomaticamente “conversazioni con un barbaro”. Per il suo lavoro fu premiato con un proiettile in testa. Quando morì, sulla stampa occidentale non fu celebrato il suo coraggio, anche se era americano, perché Klebnikov per tutta la vita aveva affermato che la politica occidentale in Russia è basata su un’alleanza con criminali, e che gli “uomini d’affari” che l’occidente esalta come combattenti per la libertà – Berezovskij ha asilo politico in Gran Bretagna – sono di fatto un mucchio di spietati assassini.

All’opposto di Klebnikov e della Politkovskaja, l’unico giornalista russo ucciso che tutti i russi conoscevano – e il cui nome è praticamente sconosciuto in Occidente – era Vlad List’ev.
Quando cadde sotto i proiettili del suo assassino, la notte del 1° marzo 1995, List’ev era il più popolare conduttore russo di talk show e una delle persone più ascoltate del paese, una vera stella della televisione. Era appena diventato direttore del canale principale, ORT (ora Primo Canale). Nonostante la sua immensa fama, i media occidentali non hanno mai citato il suo omicidio come un esempio dell’illegalità o dell’intolleranza incoraggiate dall’allora presidente Boris El’cin (che è quello che stanno facendo adesso con Putin). Questo è certamente dovuto al fatto che – per usare i leggiadri eufemismi di Wikipedia – “Quando List’ev tagliò fuori l’intermediazione delle agenzie pubblicitarie privò molti uomini d’affari corrotti di una fonte di enormi profitti”. In parole povere, significa che secondo la maggior parte dei russi List’ev fu assassinato o da Boris Berezovskij – che assunse il controllo di ORT immediatamente dopo l’omicidio, e ampiamente a causa di esso – o da Vladimir Gusinskij, un magnate televisivo rivale che, come Berezovsky, è un oligarca dell’era El’cin ora in esilio. L’unico giornalista occidentale che discusse apertamente della possibilità che il mandante dell’omicidio List’ev fosse Berezovsky, Gusinskij o un alleato di Berezovskij, e cioè il magnate della pubblicità Sergej Lisovskij, fu, stranamente, Paul Klebnikov.

Tra i colleghi della Politkovskaja alla Novaya Gazeta ci sono celebri commentatori filoamericani come l’analista della difesa Pavel Felgenhauer, che lavora anche come articolista per la Jamestown Foundation: il direttore di quell’organizzazione, Glen Howard, è direttore esecutivo del Comitato americano per la pace in Cecenia, un gruppo neocon che appoggia un “compromesso politico” con i terroristi della provincia del Caucaso Settentrionale della Federazione Russa. Questo può spiegare perché si riesca a trovare una sola, monolitica opinione sulla Politkovskaja in tutti i media occidentali.

Allo stesso tempo, però, nella stessa presunta dittatura russa c’è una grande varietà di ipotesi sul suo omicidio. Le teorie che ora circolano a Mosca sull’assassinio comprendono (oltre a quella che indica come responsabili il governo russo o le autorità cecene):

– la vendetta di poliziotti corrotti ricercati o incarcerati in seguito ai suoi articoli sensazionalistici;
– una cospirazione degli oppositori del presidente russo e del primo ministro ceceno, Ramzan Kadyrov, per screditarli;
– la vendetta di ex-militanti ceceni;
– un omicidio voluto dai nazionalisti russi che si oppongono a Putin (il suo nome era sulle liste di morte di vari gruppi neonazisti);
– la provocazione politica per screditare le autorità cecene o innescare reazioni in quella provincia;
– una cospirazione di oppositori dell’ex repubblica sovietica della Georgia, con la quale Mosca è attualmente impegnata in un acceso scontro diplomatico.

Scegliete l’ipotesi che vi sembra più plausibile, ma soprattutto notate che la varietà stessa di punti di vista smentisce l’affermazione che la Politkovskaja si trovasse a combattere contro una macchina mediatica monolitica controllata dal governo.

Tra i molti punti di vista espressi, pochi sono più efficaci come questo, scritto da un commentatore di Lentacom.ru:

“L’omicidio Politkovskaja produce inequivocabili benefici per l’Occidente. Nell’ultimo mese c’è stato un ufficioso giro di vite nei confronti della Russia. I tentativi di far entrare l’Ucraina nella NATO. L’intenso dialogo dell’alleanza con la Georgia. Il comportamento di Saakašvili (il presidente georgiano), molto umiliante per la Russia e certamente concordato precedentemente con le potenze occidentali. Teoricamente, l’omicidio Politkovskaja distoglie l’attenzione dalla Georgia e fa sì che crescano le pressioni occidentali sulla Russia: da questo, oggi, la Georgia può trarre solo vantaggi.
Credo tuttavia che coloro che hanno commissionato il crimine siano più globali. Non ci sono prove dirette del fatto che qualcuno a Ovest possa aver fornito istruzioni. Non c’è dubbio, però, che l’Occidente ne sia un beneficiario diretto”.

Non dobbiamo credere a questa o ad altre teorie del complotto. Ma in Russia il lettore ha un gran numero di diversi punti di vista da prendere in considerazione, tutti facilmente accessibili all’uomo comune che compri un giornale o che navighi su internet. A Ovest, invece, anche il più assiduo e incallito teorico della cospirazione troverà molto difficile trovare qualcosa di diverso dall’ipotesi che indica Putin come colpevole.

Che cosa vi dice tutto questo sul pluralismo politico e mediatico in Occidente?

John Laughland è membro del British Helsinki Human Rights Group e socio di Sanders Research.

Versione originale

John Laughland
Fonte: http://www.lewrockwell
Link: http://www.lewrockwell.com/orig6/laughland2.html
19.10.06

Versione italiana

Fonte: http://mirumir.blogspot.com/
Link: http://mirumir.blogspot.com/2006/10/la-morte-di-anna-politkovskaja-e-i.html

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Dobbiamo riparlare di Anna Politkovskaya, la giornalista di Mosca, fiera critica di Putin, e uccisa a Mosca, probabilmente da criminali ceceni.
    Dalla Russia, una preziosa amica ci manda una preziosa lista dei premi che l’eroica giornalista, pianta da tutto l’Occidente liberale e democratico, aveva ricevuto da organizzazioni occidentali tra il 2001 e il 2005.

    Premio Walter Hamnius (Berlino), motivazione: «Per il coraggio civile», 30.000 euro;
    Premio annuale OCSE «Per il giornalismo e la democrazia», motivazione: «Per le pubblicazioni sullo stato dei diritti umani in Cecenia», 20.000 dollari USA;
    Premio A. Sakharov (fondato da Peter Vinsom) «Il giornalismo come azione», 5000 dollari USA;
    Premio «Global Award for Human Rights Journalism» (Amnesty International, Londra), 12.000 sterline inglesi;
    Premio Artiom Borovik (fondato dalla compagnia televisiva CBS, si consegna a New York), 10.000 dollari USA;
    Premio «Lettres Internationales» (Francia), motivazione: «Per il libro reportage», pubblicato in lingua francese, dal titolo «Cecenia – vergogna della Russia», 50 000 еurо;
    Premio «Libertà di stampa» («Reporters sans frontières», si consegna a Parigi), 7. 600 еurо;
    Premio Wolph Palme (Stoccolma), motivazione: «Per i risultati ottenuti nella lotta per la pace», 50.000 dollari USA;
    Premio «Per la libertà e il futuro della stampa» (Leipzig), 30.000 еurо;
    Premio «Eroe dell’Europa» (giornale Time), motivazione: «Per il coraggio», compenso ignoto;
    Premio «Per il coraggio nel giornalismo» (Fondo internazionale femminile per la stampa), motivazione: «Per i reportages sulla guerra in Cecenia», compenso ignoto (intorno ai 15.000 еurо).
    La lista può essere incompleta: contempla solo i premi di cui si è avuta notizia certa dai media russi. (1)

    Nell’insieme, da queste fondazioni occidentali, la giornalista ha ricevuto 117 mila euro, più 85 mila dollari, più 15 mila sterline (pari a 21.500 euro).
    In Russia farebbero 7 milioni di rubli: una bella somma, in un Paese dove la paga minima è di 1.100 rubli mensili (32 euro), un insegnante guadagna tra i 50 e i 140 dollari al mese, e un chirurgo 400 dollari.
    In provincia, con 3 milioni di rubli si compra un appartamento di tre-quattro locali.
    Che dire?
    Sicuramente la Politkovskaya avrebbe criticato Putin e la repressione in Cecenia anche gratis.
    Resta il fatto che l’eroica giornalista (parlandone da viva, come si dice) è stata sistematicamente promossa, esaltata e ben finanziata da «fondazioni» e gruppi privati occidentali di un certo tipo: significativo il premio «Artiom Borovik», che si finge russo ma è invece promosso dalla rete televisiva americana CBS.
    Siamo sicuri che la giornalista era in perfetta buona fede, non un omologo dell’agente Betulla.
    Ma l’elenco dimostra che essa era manipolata, e spiega ancor meglio il giro di vite che Putin ha stretto contro le cosiddette «organizzazioni non governative» che in Russia operano per «la democrazia», «i diritti umani» e il «libero mercato».
    Queste ONG sono, molto semplicemente, agenzie straniere d’influenza e di sovversione.
    Già nel 2004 la Komsomolskaya Pravda, in una sua inchiesta, aveva identificato una quarantina di associazioni russe non-profit, di volontariato, nate «spontaneamente» dalla cosiddetta società civile, che altrettanto «spontaneamente» erano finanziate dal National Endowment for Democracy (NED): questa istituzione americana, che si proclama «indipendente» e proclama di agire per «rafforzare le strutture democratiche in tutto il mondo attraverso azioni non governative», è in realtà un braccio del potere americano.

    Il suo presidente, Carl Gershman, è stato consigliere nella rappresentanza USA presso l’ONU, ed è un frequente opinionista sulle pagine della rivista ebraica Commentary e, naturalmente, del Wall Street Journal, New York Times e Washington Post.
    Fra i suoi direttori figurano una quantità di ex ambasciatori, fra cui l’ambasciatore Morton Abramowitz; Michael Novak che è membro dell’American Enterprise (il noto centro neocon), il celebre Francis Fukuyama, Moises Naim (Carnegie Endowment for International Peace), e così via.
    Questo istituto così indipendente sovvenziona in Russia organizzazioni «spontanee» come il Gruppo Helsinki (guidato da Ludmila Alekseeva), il «Fondo per la difesa della Glasnost», (A.K. Simonov), il fondo «Glasnost» (S. I. Gregorianz), il «Consiglio indipendente per la valutazione giuridica» (M. A. Poliakova), il «Movimento per i diritti umani» (L. A. Ponomarev), un’organizzazione con la sigla SIRPP che fa capo a «La Stampa», una «Agenzia di Informazione sociale», e un «Centro Panorama»…

    Quest’ultimo è particolarmente interessante.
    Diretto da un tale A. M. Verkhvkij, tale gruppo di volontario dispone di un «Centro studi e informazione Panorama» particolarmente sostenuto dalla NED: che gli ha sborsato 40 mila dollari per la costruzione di un sito web e per la pubblicazione di articoli che mettessero in luce «le minacce alla democrazia in Russia».
    Parte del denaro, secondo la Komsomolskaja Pravda, è andato a pagare la consulenza di esperti che scrivessero «sui tentativi dello Stato di controllare la società civile, sulle crescenti limitazioni alla libertà di parola e sul ruolo dei valori democratici».
    Il Centro Panorama si è specializzato nella denuncia di fenomeni xenofobi e di antisemitismo in Russia.
    Il NED provvede a corsi di formazione per la gestione di organizzazioni non-profit (traduzione: sulle tecniche di agitazione e propaganda); per questi, nonché per l’attività di stampa e propaganda nel mondo, spende circa 1,2 milioni di dollari l’anno.
    Si sa, la «democrazia» Made in USA non ha prezzo.
    In ogni caso, questa informazione è utile a mettere in prospettiva l’attacco che i giornali italiani hanno sferrato a Putin per le sue recenti esternazioni al vertice europeo in Finlandia.
    Gli europei là riuniti hanno obbedito ad ordini – impartiti da settimane dalle pagine del Financial Times e dal Wall street Journal – di rimproverare per l’ennesima volta a Putin «l’assenza di democrazia» e di «diritti umani», la «corruzione», la «criminalità», eccetera.

    Queste punzecchiature anti-diplomatiche non sono ovviamente nell’interesse dei cittadini della UE, che hanno bisogno del gas russo più di quanto la Russia abbia bisogno di noi; dunque sono la prova che gli eurocrati obbediscono ad altri padroni, e sono disposti al suicidio politico per servire i poteri forti che sappiamo.
    La reazione di Putin, abrasiva come è il suo stile, è stata: non accetto lezioni di democrazia da Paesi come la Spagna, in cui molti sindaci sono sotto inchiesta per corruzione; o dall’Italia, dove è nata una parola come mafia.
    Avrebbe potuto aggiungere che Paesi della NATO, complici con gli USA in Iraq di una catastrofe umanitaria senza precedenti ormai vicina al genocidio (650 mila morti ammazzati, quasi 2 milioni di profughi) non hanno titolo per dare lezioni sui «diritti umani» a chicchessia.
    Vladimir Putin si è comportato da uomo di Stato, che all’estero non accetta critiche alla sua patria. Fateci caso: l’esatto contrario di Romano Prodi.
    Che, in visita a Madrid, intervistato da El Pais, anziché dedicare l’intervista ai rapporti italo-spagnoli, ha sputato veleno contro i media italia
    ni, ha denunciato un complotto della Confindustria contro di lui, ha accusato l’intero popolo italiano di evasione fiscale e di corruzione.
    E’ questo che non si fa all’estero, da parte di un uomo di Stato.

    Putin dunque ha fatto bene, sapendo che l’attacco è concentrico e obliquo: per lo più, ogni sua parola viene deliberatamente travisata dai media occidentali, esattamente come fanno quando Ahmadinejad parla di Israele.
    Tenete presente questo, e poi andate pure a leggere Il Corriere.
    Titoli: «Putin attacca l’Italia, è culla della mafia».
    Da segnalare soprattutto il pezzo: «Incalzate Putin», firmato da Bernard Henry Lévy, come volevasi dimostrare.
    Questo philosophe che sostiene uno Stato genocida e razzista, vuole, anzi ordina, che noi europei incalziamo Putin perché la democrazia russa non è impeccabile; e perché c’è là una corruzione e una criminalità, in gran parte suscitate dalle manovre occidentali che ai tempi di Eltsin prescrissero ai russi il «passaggio istantaneo al capitalismo».
    Lèvy ordina, e i nostri governanti obbediscono.
    Stupidamente, a una cena diplomatica, e inutilmente.
    E contro i nostri concreti ed evidenti interessi.
    Suicidi per Giuda.

    Maurizio Blondet
    Fonte: http://www.effedieffe.com
    Link:http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1516&parametro=esteri
    23.10.06

    Note
    1) Fonte: http://vokruginfo.ru/news/news15655.html