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LA METAMORFOSI DELLA CINA

DI MIKE WHITNEY
informationclearinghouse.info

Da macchina da esportazione a paese credito – dipendente

E’ indubbio che la Cina manipoli la propria valuta per un trarre un ingiusto vantaggio sui concorrenti. Ed è altresì indubbio che il Segretario al Tesoro Timothy Geithner farà qualsiasi cosa in suo potere per evitare un confronto con il presidente cinese Hu Jintao quando arriverà a Washington tra due settimane. Questa è la ragione per la quale Geithner ha deciso di accantonare per il momento il rapporto sulla manipolazione delle valute sotto mandato del Tesoro e spargere la voce di una situazione confusa con Hu. Ma la riluttanza del Segretario al Tesoro a non mettere in imbarazzo il suo ospite ha irritato i membri del Congresso che pensano che l’amministrazione abbia bisogno di prendere una posizione più ferma sulla Cina per proteggere i lavoratori americani e le esportazioni degli Stati Uniti. I senatori Charlers Schumer (democratico dello Stato di New York) e Lindsey Graham (repubblicano del South Carolina) chiedono che la Cina venga etichettata come “manipolatrice di valuta” in modo che possano essere intraprese delle azioni punitive. Questo potrebbe portare ad una vera e propria guerra commerciale con il più importante creditore d’America.

Non c’è alcuna possibilità che Geithner sfidi apertamente Hu o che l’amministrazione intraprenda una qualche azione che possa a mettere a rischio i rapporti. Il presidente cinese riceverà il trattamento da tappeto rosso per tutto il periodo della sua visita e Geithner trascorrerà buona parte del suo tempo nel fare pressioni sul leader cinese per avere quelle concessioni che consentiranno ai suoi amici dei servizi finanziari una maggiore penetrazione nei mercati cinesi. Questa è l’agenda “nascosta” che sia il Congresso che i media non riescono a vedere. Dal punto di vista di Geithner, la chiacchierata non verte in realtà su un “dialogo strategico” su “questioni comuni relative all’economia e alla sicurezza”. E’ solo una cortina fumogena. Geithner è appoggiato da potenti elementi di Wall Street a cui non frega nulla dei tassi di cambio o dei posti di lavoro. Quello che interessa loro sono i mercati e gli utili. E, per quello, hanno bisogno di una maggiore penetrazione.

Nel corso del suo mandato come Segretario al Tesoro Henry Paulson aveva trascorso più tempo a Pechino di quanto avesse passato a Washington. Ma i suoi obiettivi erano gli stessi di Geithner: fare qualsiasi cosa per scardinare il più grande mercato di consumatori del pianeta. Quella politica di base non è cambiata.

Nessuno crede che Geithner lotterà per salvare i posti di lavoro americani. E’ ridicolo. Dal suo punto di vista, questo risvolto monetario è solo il bastone per colpire la Cina quando la sottomissione totale non funziona. Ma ora è troppo presto per usare il bastone. Per il momento la politica è quella della “carota” anche se potrebbe mutare in un istante se Wall Street non ottiene quel che vuole.

Gli Americani hanno una grossa confusione sui rapporti USA/Cina. Né la Cina né gli Stati Uniti si trovano al posto del guidatore. C’è un terzo soggetto coinvolto, ma questo soggetto rimane perlopiù invisibile. Ed è così che piace a loro. Ecco un estratto dal Washington Post che spiega l’intera cosa:

“Se gli Stati Uniti dovessero decidere di imporre dei dazi doganali alla Cina, ha detto Chen, le società americane che operano in Cina, che contano per più del 60 per cento delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti, sarebbero sicuramente quelle più colpite. ‘Alla fine’, ha sostenuto Chen, ‘è l’America quella che deve regolarsi”.
“Mentre alcuni analisti avevano previsto che la Cina avrebbe presto consentito l’apprezzamento dello yuan, l’intervista a Chen ha evidenziato il fatto che in Cina esiste una potente lobby che si oppone alla rivalutazione. Un motivo per il quale una rivalutazione sarebbe pericolosa per la Cina, ha detto Chen, è che i margini sugli utili per gli esportatori cinesi sono bassi – oscillano tra gli 1,7 e i due punti percentuali”.
(“China’s commerce minister: U.S. has the most to lose in a trade war” – Washington Post)

Ripetiamo: “Le società americane … contano per più del 60 per cento delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti”. Ciò significa che sono i capoccia delle più grandi multinazionali a dettar legge. Il cattivo, in questo caso, non è la Cina. Dopotutto stanno ottenendo solamente un misero 1,7 sui loro investimenti. Se anche il renminbi si dovesse minimamente rafforzare, andrebbero in passivo. La Cina si trova con le spalle al muro. Che cosa penseranno di fare? Lavorare gratis e permettere che le voraci multinazionali se la svignino con il 100 per cento degli utili?

La verità è che l’attuale politica monetaria della Cina è stata probabilmente una dei tanti benefit richiesti dalle società straniere prima che delocalizzassero in Cina. Ovviamente gli amministratori delegati volevano essere sicuri di avere un vantaggio nella gara, quindi (probabilmente) avevano convinto Hu a truccare il sistema prima di iniziare a posare la prima pietra. La Cina ha sempre fatto l’impossibile per agevolare gli interessi delle multinazionali. Purtroppo, questo è l’unico modo per invogliarle a delocalizzare.

Ora sembra che la Cina avrà presto un brutto risveglio, che ritocchi o no il tasso di cambio. Il suo incentivo fiscale da 600 miliardi di dollari e gli enormi programmi di prestito hanno gonfiato una bolla del credito che sta per esplodere. Ecco un soffietto tratto dall’ultimo rapporto dell’Independent Strategy intitolato “China’s credit bubble: the missing piece in the jigsaw”:

“Sappiamo ora che buona parte dell’esplosione creditizia nel 2009 che aveva spinto la crescita economica è andata negli enti locali dove è stata sprecata in piani immobiliari e progetti infrastrutturali improduttivi. Questi enti sono perlopiù insolventi e creeranno enormi debiti per le banche poiché quest’anno il credito si è ristretto…
Il debito è ingente quanto basta per essere una potenziale fonte di instabilità macro-economica… questa struttura degli Strumenti di Finanziamento ai Governi Locali (LGFV) non resisterà al restringimento del credito perché è una piramide in stile Ponzi costruita sul prendere a prestito ulteriore denaro per pagare gli interessi sui prestiti esistenti… il problema è economicamente enorme. Gli LGFV non prenderanno a prestito altri soldi, né spenderanno di più. E se gli investimenti infrastrutturali hanno trainato il 90% della crescita del PIL nel 2009 e il 70-80% di questa crescita è da attribuirsi agli LGFV insolventi, da dove arriverà ora la crescita nel credito e nel PIL?”

La combinazione letale di prestiti che non hanno avuto buoni risultati e prezzi immobiliari in discesa è probabile che inneschi una crisi più ampia che potrebbe espandersi al di là dei confini e potrebbe spingere l’economia globale in recessione. Questa è una preoccupazione reale. Ecco un estratto di una dichiarazione del gestore di hedge fund Hugh Hendry che prevede tempi ancor più duri:

“La composizione della crescita della Cina è passata attraverso un mutamento potenzialmente pericoloso: mancando l’espansione di domanda straniera per le sue esportazioni, è arrivata invece a fare affidamento su un enorme impulso al prestito bancario interno per alimentare il suo tasso di crescita. Sicuramente, se misurato in rapporto alla dimensione della sua economia, il balzo del 27 per cento nei prestiti bancari nei confronti del PIL è senza precedenti. Nella storia mai una nazione aveva ottenuto un simile aumento dei prestiti in una banca diretta dallo stato.

Che stravolgimento: da macchina da esportazione a paese credito-dipendente. Chi l’avrebbe mai pensato nel 2001, l’anno in cui tutto è iniziato a funzionare per la Cina? … La Cina è diventata il più grosse creditore mondiale, dopo aver accumulato quasi 2,3 miliardi di dollari di titoli foreign exchange su di noi. Tuttavia, lo spettro di una nazione creditrice che ha dei continui avanzi commerciali porta con sé degli inquietanti presagi storici. Era accaduto solamente due volte in precedenza, con l’economia degli Stati Uniti negli anni Venti e con l’economia giapponese negli anni Ottanta (“China: Hugh Hendry warns investors’ infatuation is misguided” – UK Telegraph)

La Cina si sta cacciando nei guai. La sua economia sta vacillando a causa dei sovrainvestimenti, dei sottoconsumi e dei margini striminziti sugli utili. E’ già un mix problematico nei tempi migliori, e questi non sono i tempi migliori. Quando la bolla inizierà a sgonfiarsi aumenteranno le insolvenze, scenderanno i consumi e l’attività economica rallenterà. Questo obbligherà a dover aumentare il renminbi, che piaccia o no ai capi del Partito.

Il modello commerciale cinese è profondamente inadeguato. Il mercato interno ha bisogno di espandersi affinché ci sia una minor dipendenza dalle esportazioni. Il fulcro sono i consumi personali, il che significa che i salari e il tenore di vita dovranno aumentare. Il governo ha bisogno di un piano di distribuzione della ricchezza in stile New Deal per aumentare la domanda e creare un ceto medio prosperoso. E qui sta il punto, perché la guerra di classe continua ad andare avanti in Cina così come negli Stati Uniti.

Mike Whitney
Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article25151.htm
6.04.2010

Traduzione a cura di JJULES per www.comedonchisciotte.org

Pubblicato da Davide

  • Tonguessy

    “Quello che interessa loro sono i mercati e gli utili. E, per quello, hanno bisogno di una maggiore penetrazione. “
    Senza vaselina, noto.

    L’articolo dice (finalmente!) cose sensate. In sintesi non è lo scontro Cina-USA quello in atto ma un “assestamento” tipico del sistema capitalista. Dovunque vada il capitale crea contraddizioni. Così la Cina si ritrova a dover sostenere il proprio “miracolo” con crescite che ricordano troppo da vicino tutti gli ultimi boom made in USA (dotcom, immobiliare etc…) mentre gli USA si ritrovano ad avere un padrone che pensavano di non conoscere: gli azionisti.

    Questa storia, che la si veda dal versante Cina o dal versante USA, dovrebbe insegnare una semplice cosa: gli Stati non dovrebbero mai sottostare alle leggi di mercato, che andrebbe invece regolamentato seguendo necessità proprie (ah, sì, Rothbard…). Può succedere che ci sia una momentanea coesione di interessi, ma la storia ci dimostra come subito le divergenze diventino enormi e lo Stato abdichi per consentire alle lobbies di incassare le cedole.
    Solo uno Stato capace di contrastare le voracità di mercato sarà in grado di mantenere florido il proprio territorio altrimenti spazzato dai soffocanti venti della speculazione e dello sfruttamento. Voracità che, tradotta in soldoni, significa mantenere o aumentare il divario tra le masse e le elites.

  • AlbertoConti

    Se c’è un paese che oggi potenzialmente può cambiare le regole del gioco questo è la Cina. E come lo è diventato? Primo con una gestione monetaria di Stato, che abbatte drasticamente il parassitismo finanziario privato. Poi ucendo dalla morsa della povertà e del sottosviluppo usando le stesse “armi” del nemico, lasciandosi contaminare dalle sue logiche di profitto. Così ha iniziato a infrastrutturarsi e a sviluppare un apparato produttivo, sia pure in larga misura importato dallo stesso soggetto delle conseguenti esportazioni.
    Ora che quel soggetto si è rivelato per ciò che veramente è, un rapinatore insolvente, la storia si avvia ad una fatale conclusione politica. Cosa faranno le corporations straniere in Cina se non avranno più la loro convenienza? Si porteranno via le infrastrutture, le fabbriche, il know-how? E il governo cinese starebbe a guardare, con in mano il debito americano? Sono o non sono capitan uncino, direi io nei loro panni.