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LA MALATTIA NELL'ETERE

DI JOHN KAMINSKI

Si sa senza dubbio che ogni volta che l’operato di un’organizzazione che raccoglie notizie si trasforma in una campagna diffamatoria degli avversari, è un segnale certo che qualcuno sta deliberatamente producendo della disinformazione, giusto? E invece si vede che virtualmente tutte le organizzazioni di raccolta notizie che si conoscono fanno esattamente così! Esse “bruciano” chiunque non condivida la loro esatta visione delle cose. E allora cosa si può fare se non fregarsi la testa e chiedersi cosa stia realmente accadendo?
Ho una regola riguardo a queste “gare di sputi” alla quale provo scrupolosamente ad attenermi. Reagire ad una diffamazione ingiusta, è ammettere che il tentativo di disinformazione ha avuto successo. Certamente ad una critica giustificata si deve reagire in modo diretto. E’ così che si cresce.
Ma di recente su eminenti sedi informatiche sono stato accusato di far parte dell’Intelligence della Marina (apparentemente perché una volta ho fatto, cosa davvero infausta, l’impiegato su una nave della Marina), di essere anti-semita (perché non accetto le assurde bugie dei media soltanto perché sono state codificate in leggi inique che proibiscono la libertà di parola), e, in particolare, di essere “razzista e xenofobo” da un superficiale intrattenitore radiofonico europeo che mi ha adulato per mesi prima di rivoltarsi contro di me ed ora si crede il leader mondiale del movimento degli scettici sull’11 settembre.

Questo tizio era proprio fatto a modo suo. Dopo avergli procurato numerose fonti, ospiti per il suo show, e dopo aver passato io personalmente delle ore nel suo show a ripetere la mia “solita solfa” (l’11 settembre fu un inganno colossale orchestrato dai più alti livelli del Governo USA ed è la chiave di tutte le altre fandonie assassine che ne sono seguite), improvvisamente si rivolge a me e mi dà del “razzista e xenofobo” per il mio continuo puntare il dito su Israele e la comunità ebraica come prima ragione del sistematico sradicamento della libertà autentica in America e nel mondo.

Volevo menzionare questo alla Cinque su WHCR, The Voice of Harlem domenica scorsa. Sono un ospite regolare lì, e pure su Digital Underground, un altro programma radio per neri che ha sede a New York City. La consapevolezza politica dei neri è talmente avanti rispetto alla consapevolezza politica dei bianchi in America, forse perché gli afro-americani hanno avuto due secoli per analizzare l’ipocrisia e l’oppressione che l’America vomita in termini reali su quanti non partecipino alla “strada privilegiata” per una vita agiata.

Per quanto riguarda l’essere xenofobo, [il tizio] avrebbe anche potuto cogliere il mio messaggio di fondo – che ho ripetuto così tante volte durante il suo show – su Sahar TV a Teheran, due volte di recente. Sia ad Harlem che in Iran ho urlato lo stesso costante messaggio mentre entrambi i reporter provavano a trascinarmi nei meandri della politica del Congresso USA e dei suoi infiniti scandali contorti.

Non importa chi viene eletto Presidente o al Congresso, gli ho detto. Chiunque fosse, la politica estera e interna dell’America non cambierà di una virgola. Non la smetteremo di tirar fuori guerre dal nulla, perché questo è ciò che abbiamo sempre fatto.

La politica in America è diventata una fogna di valuta inconvertibile che alimenta estorsione e corruzione, ed è così che va il mondo, ed è sempre stato così – ma ormai è fuori controllo, e minaccia qualsiasi cosa esistente.

Nel nostro desiderio di vita agiata, ci siamo giocati del tutto il nostro diritto a qualsiasi vita. E questo, per lo scaltro atteggiamento tenuto di recente dal millantato faro della libertà, il popolo americano.

Non si recupererà neanche una parte di quello che si pensava di avere senza una rivoluzione seria. Eppure un silenzio terrificante continua a stringere l’America. Persino mentre i loro leader patologici a Washington, Tel Aviv e Londra regolano le loro testate nucleari verso chiunque non cederà sotto le loro minacce prepotenti, gli americani si dirigono a tutta velocità verso il loro appuntamento di auto-illusione, tentando di ignorare la distruzione completa del pianeta.

Il che è proprio quello che mi è capitato da questo ospite radiofonico Europeo: mi ha minacciato. Ha detto: “Devi smetterla con Rense (il popolare programma radio e sito) O TI ROVINO! Dobbiamo LIBERARCI di questi UFO svitati dal MIO movimento 11 settembre!”.

Io reagisco alle minacce con silenzio permanente.

Diversi altri arrivisti della radio hanno fatto in sostanza la stessa cosa con me. Ciò mi fa proprio dubitare di tutti loro.

Ma restando fedele alla mia regola sulle “gare di sputi”, io lascio che tutte queste bizzarrie mi passino oltre, perché se si prova a dargli terreno, si va a finire in una divagazione infinita, e non si conclude niente (come ho imparato in passato sia dal movimento pacifista sia dal movimento nessun-aereo l’11 settembre). E io credo nel rimanere fedele alle cose più importanti. Preferisco questioni concrete a personalità inconsistenti.

E numero uno in tutto questo, in questo sbarramento dell’etere fatto di echi di complotto, è il vedere il divaricamento tra la gente e la realtà. I fatti ci sono – perché il pubblico non reagisce?

Il ricercatore reduce dell’11 settembre Jake Stansbury ha proposto una teoria riguardo al problema. La sua attività di masterizzare video dell’11 settembre e distribuirli ai suoi amici ebbe come risultato che la gente gli diceva di non credere alle sue informazioni perché non le avevano viste confermate alla televisione. Jake ha scritto:

Questo fenomeno pare riflettere una realtà fastidiosa per cui la maggior parte della gente rifiuta di credere a qualunque cosa non sia comunicata “ufficialmente”! La “negazione” di per sé non sembra abbastanza potente da aver causato questo, anche perché che una certa quantità di fatti che sono in apparenza chiari smentisce le versioni ufficiali.

Frustrato e un po’ arrabbiato, mi sono ricordato di un termine che sembra spiegare questo fenomeno suicida. Mi sono anche ricordato del tuo saggio, “A Night At The Opera”, in cui dici “Siamo persi nella musica, e non riusciamo a sentire le parole”.

Il nostro più grande nemico a questo punto, nel tempo e nella storia, sembra essere un fenomeno psicologico conosciuto come “dissonanza cognitiva”. Riconoscendolo mi sforzo di vedere qualche maniera per sopraffarlo, con grande frustrazione e senza risposte effettive. Sebbene io sia certo che voi ne abbiate familiarità vi offro qualche informazione su questa malattia qui sotto.

Il link che Jake mi ha inviato spiegava:

La dissonanza cognitiva è un fenomeno psicologico che si riferisce al disagio avvertito dalla discrepanza tra quello che effettivamente si conosce o si crede, e la nuova conoscenza o interpretazione. Avviene dunque quando c’è una necessità di adattarsi a delle nuove idee, e potrebbe per questo essere necessario che si sviluppi cosicché si diviene “aperti” [alle nuove idee]. Neighbour (1992) pone una generazione di dissonanze appropriate all’interno di un più importante tratto distintivo di insegnamento per l’apprendimento (e d’altro tipo): mostra come indirizzare questa sorta di cuneo intellettuale tra i pensieri che l’allievo ha e la “realtà”.

Al di là di questo benevolo seppur spiacevole aspetto, tuttavia, la dissonanza può funzionare “al suo meglio”, portando a due interessanti effetti collaterali per l’apprendimento:

1. Se si pretende da qualcuno che impari qualcosa che contraddica ciò che già pensa di sapere, soprattutto se lo si impegna su quella conoscenza precedente, è probabile che resista al nuovo apprendimento. Anche Carl Rogers lo ha riconosciuto. L’Adattamento è più difficile dell’Assimilazione, usando le parole di Piaget.

2. Contro-intuitivamente, se imparare qualcosa è stato difficile, spiacevole, oppure addirittura abbastanza mortificante, la gente ammette meno facilmente che il contenuto di quanto si è appreso sia inutile, superfluo o senza valore. Farlo significherebbe ammettere che si è stati “usati”, oppure “ingannati”.

http://www.learningandteaching.info/learning/dissonance.htm

Per questo c’è una ragione per la quale gli americani non vedranno quello che gli sta innanzi. Sono semplicemente troppo stupidi per ammettere di essere stati abbindolati, sebbene la loro sopravvivenza dipenda da questo.

Mi è stato ricordato il costo reale – e il pericolo reale – di questa malattia nel corso di conversazioni avute di recente con due dei migliori reporter dell’Internet ancora libero: Kurt Nimmo e Greg Szymanski.

Entrambi mi hanno manifestato una profonda frustrazione che si sia impiegata tanta valida conoscenza nella pubblica arena, e ancora non si sia fatto un passo avanti verso la giustizia nelle principali sfere politiche.

Ognuno di loro (cercate su Google) ha parlato di minacce che hanno ricevuto da voci anonime durante la notte, e di tentativi coercitivi di spaventarli per ottenerne il silenzio.

Come ha sottolineato David Ray Griffin la scorsa estate riguardo l’11 settembre, “La demolizione controllata può essere provata oltre ogni ragionevole dubbio”.

Le menzogne che ne sono seguite – antrace, Afghanistan, Iraq, ricevimenti ufficiali – si basano tutte sulla verità sull’11 settembre riferita dal Governo, che non è la verità, così tutte le altre spiegazioni sono anch’esse necessariamente delle bugie.

Eppure l’opinione pubblica americana, rossa di vergogna per il suo morboso appoggio a crimini colossali contro l’umanità, resta silenziosamente attaccata ad onde radio avvelenate che offrono solo un turbolento solletico che copre il suono che cerchiamo tutti di ignorare – il suono della gente che muore per le bugie che non riusciamo a mettere in dubbio.

Ed è questa la vera malattia nell’etere.

John Kaminski è uno scrittore che vive sulla costa del Golfo in Florida e i cui saggi su internet compaiono in centinaia di siti nel mondo. La sua nuova raccolta di saggi, “Recipe for Extinction – Ricetta per l’Estinzione”, sarà in vendita a fine febbraio.

18 gennaio 2006

E-mail all’autore: [email protected]
Sito dell’autore: http://www.johnkaminski.com/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ORIENTE

Pubblicato da Truman