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LA MADRE DEL SOLDATO

DI TERI WILLIS ALLISON

Tutta l’ansia della guerra in una lettera scritta col cuore

Non sono una pacifista. Sono una madre. Per natura, queste due figure sono inconciliabili: anche un tenero coniglio lotterebbe per proteggere i suoi cuccioli. Talvolta la difesa richiede azioni violente per proteggere la propria famiglia o la propria casa (e questa definizione di casa può facilmente essere estesa alla comunità e anche oltre); ma la violenza, non importa come viene giustificata richiede sempre un pedaggio pesante. E la violenza portata alla sua estrema conseguenza, la guerra, impone i costi più elevati. Può esserci forse una guerra giusta, ma certo non esiste una guerra buona. E le sofferenze provocate da una guerra ingiusta sono insopportabili.

Io ne so qualcosa dei costi di una guerra ingiusta: mio figlio, Nick, soldato di fanteria nell’esercito degli Stati Uniti, sta combattendo in Iraq. Non parlo a suo nome. Non potrei anche se lo volessi, perché tutto quello che ho potuto sentire attraverso il “filtro parentale” è: “Sto bene, mamma, non ti preoccupare, sto bene, va tutto bene, bene, bene, stiamo tutti bene, proprio bene”. Ma io so in cosa consistono alcuni dei costi della guerra e posso sentirli dentro di me.

Innanzi tutto, l’aspetto minore: il mio costante senso di panico e disperazione; una rabbia totale che si alterna a una paura che ti pietrifica; I torrenti di lacrime che si accompagnano a un senso esasperante di impotenza e vulnerabilità. Mio figlio è in una situazione di pericolo mortale in cui non avrebbe mai dovuto trovarsi. Mi sento come una leonessa in gabbia, il mio cucciolo è in pericolo e tutto quello che posso fare è lanciarmi furiosamente contro le sbarre…senza riuscire a proteggerlo. La mia capacità di tolleranza per le stronzate è pari a zero e ho risposto male a più persone negli ultimi mesi di quanto non avessi fatto nel corso di tutti i 48 anni precedenti.

Per la prima volta nella mia vita, con mio grande stupore e sofferenza, provo un sentimento che posso descrivere solo come odio. Ci ho messo molto tempo ad ammetterlo, ma è proprio così. Detesto l’arroganza, l’insensibilità e le menzogne di quella parte dell’amministrazione Bush che ci ha portato a questa guerra. Per dire la verità, detesto anche coloro che, ingenui e molto umani, si sono nutriti di quelle menzogne. Non provo nessuna soddisfazione nell’ammettere ciò, solo tristezza e consapevolezza. E la speranza che, col tempo, saprò fare di meglio. Non ho mai desiderato odiare nessuno. Lo Xanax aiuta un po’. Almeno tiene lontani in qualche modo quei debilitanti attacchi di panico, in modo che io possa far passare un altro giorno. Un’amica nella stessa situazione trova aiuto ogni notte in una confezione da sei birre; un’altra si è sprofondata in un suo mondo che nega la realtà. Bello.

Poi c’è il dissenso che si è venuto a creare tra me e parte della mia grande famiglia. Loro non vedono le bugie alla base di questa guerra. Sono come fedeli che credono ciecamente in una falsa verità, bevendosi le paure sbandierate da Bush, la sua andatura e gli atteggiamenti da falchetto e apprezzando il suo”bring ’em on” (la frase che Bush disse riferendosi agli attacchi degli insorti in Iraq: vuol dire “fatevi sotto”, NdT) come segno di forza e risolutezza. Forse in questo modo la vita è più semplice. Queste stesse persone conoscono mio figlio fin da quando era un bambino, l’hanno tenuto in braccio, l’hanno amato e hanno giocato con lui, gli hanno comprato dei regali per il compleanno e l’hanno portato a pescare. Io non riconosco più loro.

Ma basta con i miei lamenti. Mio figlio è vivo e tutto di un pezzo, a differenza dei 1.102 soldati americani morti e dei 7.782 feriti gravemente; che insieme fanno un totale di 8.884 uniformi sporche di sangue, senza contare i 20.000 soldati circa, di cui il dipartimento della Difesa non parla pubblicamente, ricoverati fuori dall’Iraq per “ferite non imputabili ai combattimenti.” Ogni morte, ogni ferimento mi brucia come un coltello nello stomaco, per tutti questi figli e queste figlie dell’America. E so che anch’io non sono esente dal rischio che un giorno qualcuno bussi alla mia porta.

E cosa vogliamo dire del popolo iracheno? Quante perdite hanno dovuto subire? Quante decine di migliaia di morti e feriti? Quante madri irachene hanno pianto e stanno piangendo per i loro figli perduti? Temo che non lo sapremo mai, perché anche se il Pentagono ha iniziato, in maniera molto blanda, a contare le morti irachene, vi sono poche probabilità di effettuare una verifica accurata delle morti tra i civili. Si sa, sono “danni collaterali.”

Sì, mio figlio è vivo e, per quanto ne so, sta bene. Vorrei poter dire lo stesso di alcuni suoi amici.

Un giovane coinvolto in pesanti combattimenti nel corso dell’invasione oggi è così debilitato dal disordine da stress post-traumatico da avere continuamente flashback in cui sente l’odore della carne bruciata; non può chiudere gli occhi senza vedere teste umane schiacciate come rane in mezzo alla strada o donne e bambini morti o morenti , bruciati, insanguinati e smembrati. A volte sente il rumore della battaglia attorno a sé ed è già stato ricoverato due volte per tendenze suicide. L’ultima volta che è stato a casa in licenza, questo uomo di 27 anni strisciava fino alla stanza della madre, la notte, e piangeva per ore tra le sue braccia. Invece di ricevere le cure per lo stress, è stato congedato “con disonore” dall’Esercito. Il resto della sua unità tornerà in Iraq a febbraio.

Un altro amico di Nick è stato ferito in modo così orribile quando il suo Humvee si è fermato sopra uno IED (artefatto esplosivo improvvisato, NdT). Non ha neppure avuto il tempo di sollevare istintivamente le braccia e proteggersi la faccia. I frammenti si sono conficcati nell’occhio destro, riducendolo in poltiglia, e sono penetrati nel suo cervello. È in coma da marzo. Sua madre passa ogni giorno con lui in ospedale; sua moglie è distrutta e la loro bambina di un anno e mezzo non conosce neppure il padre. Ma l’amico di mio figlio è un combattente e sta facendo progressi costanti verso il ritorno alla coscienza. Ha una lunga battaglia davanti a sé, una battaglia che non avrebbe mai dovuto affrontare, e la sua famiglia ha dovuto lottare per ottenere i trattamenti che gli servono. Grazie tante per il sostegno all’esercito. Vado a fargli visita ogni settimana e mi si spezza il cuore nel vedere quei volti ustionati, gli arti mancanti, quelli che zoppicano, gli sguardi assenti che uno incontra in un reparto militare di cure intensive. Di fronte all’ospedale c’è un cannone e ogni pomeriggio lo fanno sparare. Dovreste vedere come quei poveri ragazzi si buttano a terra. Anche se sono state avanzate numerose richieste di far cessare questa pratica per il bene dei reduci feriti, il generale in carica si rifiuta. Buum.

Poi c’è l’amico curdo di Nick, di 24 anni; figlio di insegnanti, diplomato, poliglotta e molto intelligente. Lavora come interprete per l’esercito degli Stati Uniti per 600 dollari al mese e vive alla base, dov’è relativamente al sicuro. (Gli interpreti per i committenti privati prendono 7.200 dollari al mese). Vuole viaggiare negli States per migliorare la propria educazione, ma ora non vengono rilasciati visti agli iracheni. Una volta che l’esercito non avrà più bisogno di lui, lo rispediranno semplicemente per la strada. Un potenziale morto che cammina per aver lavorato con gli americani? Mio figlio dà un grande valore alla lealtà nei confronti della famiglia e degli amici, ed è abituato a mettere in pratica quello che dice. Questa può essere una lezione dura e amara sulla mancanza di principi del resto del mondo. Il mio cuore soffre per il suo amico iracheno come per lui.

Un anno fa, a gennaio, quando Nick è partito per l’Iraq, io ho concesso a me stessa il permesso di impazzire per la durata della sua permanenza al fronte. Per Dio, ci sono riuscita proprio bene, senza scuse o giustificazioni. E oso affermare che ci sono almeno altre 139.999 madri che hanno fatto lo stesso, anche se, tenendo in considerazione la rotazione dei militari per mantenere là nella sabbia la magica cifra di 140.000 militari, il numero delle madri impazzite potrebbe salire a 300.000, o forse più. Proprio ora, forse, dovreste stare bene attenti a non tagliare la strada a una signora di mezza età.

So che ci sono madri di soldati che vedono la guerra in Iraq attraverso lenti ideologiche diverse dalle mie. A volte le invidio. Dio, come deve essere più semplice credere che il proprio figlio o la propria figlia stiano lottando per una causa nobile e giusta! Ma per quanto io cerchi di analizzare l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, tutto quello che vedo sono menzogne, corruzione e cupidigia alimentata da un deciso aumento del petrolio. Soldati reali vengono ridotti a brandelli nelle loro Hummer in modo che gli abitanti delle periferie motorizzate d’America possano giocare nelle loro.

Per me e la mia famiglia, i costi di questa guerra sono reali, non astratti. Ogni giorno, io combatto i miei demoni che parlano di tremende possibilità, li ricaccio nell’ombra, negli oscuri recessi della mia mente. Ogni notte, loro sibilano e mi sussurrano di un vile destino di buio e disperazione. Ordino a queste voci di tacere, ma troppo spesso loro ridono e si prendono gioco della mia volontà.

Mi chiedo se George Bush ha mai sentito queste voci.

E mi chiedo anche… quanto siamo disposti a pagare per un gallone di benzina?

Teri Wills Allison
Fonte:www.peacereporter.net
28.10.04

red

Teri Wills Allison, fisioterapista e membro di Military Families Speak Out, vive vicino a Austin, in Texas, con il marito. Ha due figli ormai grandi, il maggiore dei quali è un soldato di stanza in Iraq.

Pubblicato da Davide