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LA LUNGA MARCIA DEL PARTITO DEMOCRATICO DA LONDRA A PARIGI

FONTE: MOVISOL.ORG

Con l’annuncio di François Bayrou il 25 aprile, che darà presto vita ad un Partito Democratico in Francia, prende corpo la nascita del partito trasversale della globalizzazione “di sinistra” discusso tra Toni Blair e Francesco Rutelli a Downing Street il 30 gennaio 2001, quando l’ex Cicciobello radicale e sindaco di Roma uscente era in lizza per sfidare Berlusconi alle elezioni politiche. Blair e Rutelli decisero che il futuro “partito democratico europeo” avrebbe avuto in Tony Blair “il motore numero uno, e in Rutelli, se in Italia vince la battaglia (…) il secondo propulsore”, come scrisse a suo tempo La Repubblica. Poi, come tutti sanno, Rutelli perse le elezioni e il progetto del partito democratico fu temporaneamente accantonato per ripartire in grande stile nel luglio 2005, quando il finanziere Carlo De Benedetti mandò il solito Rutelli a Washington, a capo di una delegazione della Margherita, per incontrare i “new democrats” (quelli di Al Gore e Felix Rohatyn).

Il culmine della visita, come riferì candidamente un comunicato della Margherita, fu l’incontro di circa due ore con lo speculatore George Soros (antico partner di scorribande di De Benedetti nel Quantum Fund), in cui sicuramente si parlò di finanziamenti ma anche di comuni filosofie. Nel dicembre dello stesso anno, infine, ci fu la famosa conferenza organizzativa dove De Benedetti la fece da padrone, dispensando interviste a destra e manca in cui diceva che non c’erano alternative a Prodi, e che se avesse fallito, “non ci rimane che un Cardinale o un generale”, ma dettava le condizioni: ci vuole un mercato del lavoro più flessibile e bisogna intervenire sugli ammortizzatori sociali.
In verità, De Benedetti aveva già spiegato ampiamente la visione di una società futura a modellare la quale stava per nascere il partito concepito da Blair e Rutelli a Downing Street. In una lunga intervista a Raisat il 15 giugno 2005, il possessore della tessera n. 1 del partito democratico esprime i seguenti concetti: 1. L’Italia come nazione manifatturiera non ha futuro; 2. Dobbiamo abituarci a pensare come consumatori e non più come produttori.

Parlando di Enrico Berlinguer, De Benedetti si rammarica che l’allora segretario del PCI “era ancora convinto che esistesse la classe operaia, e io gli dicevo: guardi, segretario, che la classe operaia non c’è più”. “L’operaio oggi è un consumatore, un percettore di salario e un pagatore di imposte. Se voi pensate di proteggerlo solo dal punto di vista di percettore di salario quello lo fregate sui consumi e lo fregate sulle imposte”.

In risposta alla domanda “Lei ritiene che un Paese con una democrazia industriale avanzata, o almeno ex industriale avanzata, possa comunque vivere essenzialmente di servizi?”, De Benedetti risponde: “Ci credo in maniera assoluta”. E subito dopo prosegue: “La missione d’Italia oggi non è di rivolgersi verso il suo passato strappandosi le vesti, ma è guardare al futuro basandosi su quelli che gli americani chiamerebbero competitive advantages, cioè i vantaggi competitivi rispetto ad altri. E noi ne abbiamo di formidabili, che secondo me vanno sotto la grande etichetta di ‘estetica’. Estetica vuol dire mangiar bene, vestirsi bene, arte, cultura, paesaggio, saper vivere. Lei vive in America [si rivolge al giornalista], ma è invidiato, perché la gente le dice: ah! Ma tu sei un italiano, ah! Da voi si sta bene. E’ così o no? E’ così” (naturalmente, nel mondo debenedettiano, delle barche a vela e dei campi da golf, “si sta bene”. Nel mondo vero, quello del precariato, del doppio lavoro e della povertà in crescita, si sta meno bene).

“Noi – prosegue il finanziere di Ivrea – abbiamo una massa crescente di persone, in questa geografia economica che si è allargata, che vorrà fruire di qualità, di eccellenza, di specificità. L’Italia ha un’occasione più favorevole di questa? Dove la troviamo? Finalmente la gente scoprirà le cose che sono in qualche modo irripetibili. Le statue che ci stanno intorno qui in questo museo hanno caratteristiche di irripetibilità. Ce le portiamo dentro. Lei mi dice: ma un Paese può vivere su questo? Hai voglia! Tanto, guardi, la manifattura è chiusa, ma non è chiusa per l’Italia, è chiusa per l’Europa. Diamoci dieci anni di tempo, in Europa saranno rimaste le teste, io spero, i centri di ricerca, i centri di comando di grandi imprese che non avranno più nazionalità. La nazionalità delle imprese scompare”.

Non è difficile capire l’interesse del suddito di Sua Maestà britannica Tony Blair nel fungere da “motore” di un partito con un programma del genere, che “cambi il panorama politico europeo”, come ha commentato Rutelli all’indomani dell’affermazione elettorale del collega trans-democratico Bayrou. Ed anche perchè George Soros fornisca premurosamente la benzina per il “motore”. Dietro l’utopia di un’Europa transnazionale, deindustrializzata e dedita alle attività immateriali dopo aver trasferito le produzioni nel terzo mondo, si nasconde il disegno del nuovo impero della globalizzazione, un impero non più guidato da una nazione ma da interessi finanziari privati di cui la City di Londra è oggi il centro decisionale.

Diventa chiaro, per chi non si lascia abbindolare dalle utopie debenedettiane, che il nuovo partito democratico transnazionale, più che costruire, distruggerà – a cominciare dai consensi, che per il partito democratico italiano sono già al di sotto della somma dei suoi componenti.

Per onestà di cronaca va detto che non tutti nel nascente PD italiano condividano i sogni umidi del proprietario di Repubblica e L’Espresso, e che i congressi di DS e Margherita sono stati vinti dalle correnti anti- o non-debenedettiane. Ma da machiavelli all’amatriciana, lungi dallo sfidare in campo aperto il gruppo transnazionale, queste forze si adattano all’agenda dettata dall’avversario. Se il disegno del nuovo colonialismo transnazionale verrà sventato, ciò sarà solo grazie alla leadership del movimento internazionale di LaRouche, che è già intervenuto – e continuerà a intervenire – per mettere all’ordine del giorno la riforma rooseveltiana, e per realizzare la svolta negli USA. A quel punto, ci sarà un inevitabile riadattamento nel resto del mondo.

Movisol
Fonte: www.movisol.org
Link: http://www.movisol.org/07news072.htm
01.05.2007

Pubblicato da Davide