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LA GUERRA DI ANNA

DI GIULIETTO CHIESA
La Stampa

Ricordo quei tempi andati, di dieci, quindici anni fa, in cui la gente, a Mosca, contava i morti ammazzati nelle strade, non solo in quelle della capitale, nel pieno della lotta furibonda che i futuri oligarchi avevano ingaggiato tra di loro per dividersi le spoglie dello stato socialista appena suicidatosi.

Si pensava – lo pensavano i democratici, che avevano applaudito la caduta – che sarebbe presto venuta la normalizzazione, che i lupi, una volta sfamatisi, si sarebbero calmati.
Si diceva e si scriveva, con pazienza, che dopo il sangue sarebbe venuta la legge, perchè anche i nuovi padroni ne avrebbero avuto bisogno per godere finalmente dei beni acquisiti.

La violenza avrebbe avuto una fine, prima o dopo.

A seguito, Glucksmann: i burattinai sono al Cremlino (Domenico Quirico; La Stampa)
L’assassinio di Anna Politkovskaja dice crudamente che il tempo della legge non è ancora arrivato a Mosca. E’ ancora guerra per bande, sicuramente non del tutto nuove, che tornanao a mandare i sicari negli androni dei palazzi moscoviti – se si tratta dei meno abbienti – o agl’incroci delle grandi vie d’uscita dalla città verso le dacie lussuose immerse nei boschi tutto attorno, vigilate da alte mura di cemento, da telecamere sempre accese, da guardie del corpo numerose e bene armate. E’ toccato a un grande banchiere di stato poche settimane fa prima che alla giornalista Politkovskaja.

Due assassini eccellenti, sicuramente diversi per movente e mandante, ma la logica è una sola.
Le questioni irrisolte si regolano privatamente a colpi di piombo. Per un banchiere servono raffiche di mitra, e non poche. Per Anna sono bastati due colpi di pistola: il secondo a Mosca lo chiamano in gergo tecnico, “kontrolnij”, di controllo per verificare che la vittima sia morta per davvero.
Anna Politkovskaja è finita così ieri, nell’ascensore della Viua Lestnaja, in pieno centro di Mosca.

Lei non aveva partecipato alla divisione del malloppo statale. Lei aveva raccontato come “quelli”, dopo essersi scannati tra di loro, avevano organizzato le guerre in Cecenia, per far credere ai russi che tutelavano i loro interessi, che volevano ripristinare la grandezza perduta del Paese.

Ma dire la verità sulla Cecenia, andare laggiù – come lei fece tante volte – per raccontare come i diritti umani di un popolo venivano schiacciati, era pericoloso. A 48 anni, dopo essere stata cronista della perestrojka, e aver tifato per coloro che la perestrojka tradirono, l’aveva scampata più di una volta.

In Cecenia doveva arrivarci, negli ultimi anni in segreto, per quanto possibile. I militari non gradivano quel tipo di testimoni non “embedded”, che poi scrivono per giornali, come la “Novaja Gazeta”, rimasti come un’ isola di critica in un oceano di silenzio.

I palazzi dei poteri, pubblici e privati, non gradiscono i ficcanaso che rovistano nei loro affari. Nei Paesi “civili”, di regola i giornalisti scomodi li si ferma con l’uso improprio delle leggi. Il vantaggio, per chi ha voglia di dire la verità è che, se anche non ci riesce del tutto, almeno rimane vivo. In Russia, vent’anni dopo Gorbaciov, li si ferma “spegnendoli”. Come avrebbe detto Niccolò Macchaivelli, secondo il vecchio criterio staliniano, che un uomo morto è un problema chiuso.

Aveva “offeso” molti, sicuramente troppi. Ma non è probabile che l’abbiano ammazzata per vendetta. Anna Politkovskaja stava forse inseguendo una traccia delle sue. Il suo libro sulla “Russia di Putin” le ha dato fama in Occidente e un sacco di guai in casa. La Cecenia l’ha raccontata meglio di chiunque altro. Aveva altre cose da dire. L’hanno tolta di mezzo prima che le dicesse.

Giulietto Chiesa
Fonte: http://www.lastampa.it
Link: http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=1743&tp=C
8.10.06

Pubblicato da Davide

  • Tao

    IL FILOSOFO FRANCESCE IN PRIMA LINEA INSIEME ALLA REPORTER RUSSA PER SPEZZARE IL SILENZIO DELL’ OCCIDENTE SUL DRAMMA DELLA CECENIA

    PARIGI. «Oggi è una tragica giornata per la Russia, per noi, per i ceceni e molto probabilmente una buona giornata per Putin; che la Francia ha decorato con la Gran Croce della legion d’onore». E’ commosso André Glucksmann, commosso ma implacabile nell’accusare. Non ha dubbi sui burattinai del delitto di Mosca. Poche ore dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja era già a fianco di studenti e profughi ceceni, a ricordare la giornalista. Con lei ha condiviso le battaglia per spezzare il silenzio dell’occidente. Per lei ha scritto la prefazione al libro-denuncia «Il disonore russo».

    «Era una donna straordinaria. Era stata decine di volte in Cecenia e ogni volta il ritorno non era mai assicurato. Mi ha raccontato che era stata intimidita con una sorta di finta esecuzione, era braccata dall’esercito russo, le davano la caccia. Ma lei si sentiva in missione. Le avevo detto molte volte: fermati, prenditi uno o due anni di riposo, le avevo proposto delle borse di studio in Germania o negli Stati Uniti. Ha sempre rifiutato. Perché sentiva di avere una missione: salvare l’onore della Russia. Quale onore? Non era certo una nazionalista, amava semmai la grande cultura russa, i suoi poeti e scrittori. Per questo rischiava la vita e sapeva che rischiava la vita. Ogni volta che la salutavo le dicevo: arrivederci, forse.

    Quando andava per i suoi reportage era sempre al limite. Eppure non voleva che il giornale mandasse altri, dei giovani reporter, perché diceva non hanno esperienza e rischierebbero ancora di più. Quando ci fu il sequestro degli ostaggi a Beslan voleva andare per proporsi come mediatrice ma non la fecero arrivare. La mediatrice la fece davvero durante l’altro sequestro, al teatro Dubrovka a Mosca. Entrò nel teatro perché aveva la fiducia dei ceceni che sapevano che era onesta e coraggiosa. Ma poi intervennero i soldati russi e gassarono tutti a morte. Aveva la fiducia dei ceceni non perché era partigiana; anzi era critica anche nei loro confronti ma era di una onestà perfetta. E sapeva che i principali criminali erano nell’esercito russo».

    Nei suoi articoli scriveva che in realtà in Cecenia è in gioco il futuro della democrazia russa… «E’ così. Un esercito che si comporta così ferocemente si comporta allo stesso modo quando le reclute smobilitate tornano a casa. Era già successo in Afghanistan. E poi si tratta in realtà di una operazione pedagogica. Ogni volta che la Cecenia è scelta come bersaglio è un esempio che si dà alla popolazione russa: se tu, russo, sei insolente e fiero come i ceceni ecco cosa ti può capitare, devi obbedire.
    E’ una storia antica che c’è già in Tolstoi. Basta leggere le lettere che il generale Ermolov che costruì Grozny scrisse allo zar Nicola I: “Questo è un popolo che dà il cattivo esempio a tutti i sudditi di vostra maestà e quindi bisogna sterminarli”. Quel generale e lo zar hanno inventato la guerra con la deforestazione, bruciavano i boschi per impedire ai ribelli di trovare rifugi. Poi da Nicola si è passati a Stalin che deportò il popolo ceceno e poi all’esercito russo». Eppure le sue denunce erano soffocate nel silenzio. «Una volta a Parigi mi raccontò, erano i tempi di Abu Ghraib, che si era procurata da soldati russi delle cassette in cui i soldati avevano filmato le brutalità ai danni di 300 prigionieri ceceni. Erano guerriglieri che si erano arresi fidando nella promessa di clemenza di Putin che aveva annunciato una tregua. La maggioranza di loro fu uccisa, si vedevano camion con i cadaveri, altri torturati. Scrisse un articolo, pubblicò sul suo giornale le foto, era certa che la cassetta avrebbe sollevato un enorme scandalo come era avvenuto per Abu Ghraib, in Russia e in Occidente. Ebbene solo il suo giornale riportò la notizia».

    Domenico Quirico
    Fonte: http://www.lastampa.it
    8.10.06