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LA GUERRA DEI GRANDI CONTRO I PICCOLI

DI TRUMAN BURBANK
Comedonchisciotte.org

Il teatrino della politica oggi è più surreale che mai. Sembra che i leader dei maggiori partiti si siano scatenati per perdere le elezioni. Veltroni corre da solo, quando la legge elettorale attuale avvantaggia le coalizioni. Berlusconi, che avrebbe solo vantaggi da una tale scelta suicida, sembra voler fare lo stesso, come se volesse assurdamente ricambiare il favore.

La lettura elementare è che nessuno dei due ha come primo interesse quello di vincere le elezioni. La spiegazione è che c’è una guerra in corso ed essa ha priorità.

Vale la pena di citare Paolo Mieli (1):
l’Ulivo non si è mai candidato a governare libero da ipoteche di sinistra. Oggi, per la prima volta dopo centoquarantasette anni, questo accade anche da noi…
Quello che sta accadendo al Partito democratico (…) è qualcosa che va al di là di ciò che si deciderà il 13 e 14 aprile.

Quella che è in corso è la battaglia per eliminare i piccoli partiti. Essa fa parte della guerra per eliminare ogni libertà politica in Italia. Qui preferisco McSilvan (2):

questo sistema politico, a prescindere da quale logica finisca per prevalere, sta preparando la popolazione amministrata di fronte alle nuove ristrutturazioni imposte dal mondo globale
Promettere la Svizzera e realizzare il Perù di Fuijmori. Sembra incredibile ma funziona
La guerra è quella delle elite contro il popolo:
Da tempo in Italia si combatte una guerra contro la sua popolazione. Obiettivo: accaparrarsi le sue risorse.

In quest’ottica i maggiori partiti sono oggettivamente alleati contro i partiti piccoli, per fare in modo che il governo del paese sia completamente indipendente dalla volontà popolare.

La strada pianificata prevedeva l’uso di una nuova legge elettorale che desse la maggioranza assoluta al primo partito. Mastella, con l’aiuto di Dini, ha fatto saltare la pianificazione. Ma il percorso procede, bisogna neutralizzare i piccoli partiti, anche se il dibattito politico precipita nel surreale, anche se politici e commentatori si arrampicano sugli specchi per fornire motivazioni assurde.

E’ opportuno far presente che quando la recita diventa surreale e il popolo comincia a non credere più a nessuno, tornano i sacrifici umani. La paura, il terrore, è l’unico collante residuo in una realtà politica totalmente artificiale. Chi ha paura evita di mettere in ridicolo il surreale, il re nudo.

Ci sono cadaveri nel prossimo futuro.

Truman
Comedonchisciotte.org
8.02.08

Note

(1) Il PD e la scelta di andare solo

(2) C’era una volta la libertà

Pubblicato da Davide

  • alcenero

    Sono pienamente d’accordo, ma bisogna notare che la cosa è più esplicita di quanto sembri ad una prima occhiata: si è parlato e si parla concretamente di una alleanza o di una desistenza tra PD e Forza Italia. Inoltre le reciproche contaminazioni e sovrapposizioni sono enormi, basti pensare a Giuliano Ferrara invitato dal PD a tenere un seminario…

  • lino-rossi

    se la chiave di lettura è che Dini non è dalla parte dei “poteri forti” ho parecchi dubbi.

  • lupomartino

    “Quando il popolo comincia a non credere più a nessuno tornano i sacrifici umani”
    Vorrei tanto che Truman si sbagli, ma ho sempre più la sensazione che possa aver ragione…

  • vraie

    e mastella!

  • Sergio

    In quest’ottica i maggiori partiti sono oggettivamente alleati contro i partiti piccoli, per fare in modo che il governo del paese sia completamente indipendente dalla volontà popolare.

    Dai su, non diciamo sciocchezze. Se il contributo che i piccoli partiti danno alla democrazia è quello che finora hanno fornito i vari Mastella, Dini e Cia., beh credo che pochi piangeranno la fine dei partitini.

    Come spesso accade, una cosa è il principio, altra cosa è la realtà concreta. Spesso, leggi fondate su principi giusti, equi e inattaccabili si sono trasformate in strumenti di ingiustizia e di prevaricazione a vantaggio esclusivo di pochi furbi. È il caso anche del proporzionale. In linea di principio, nessuna legge elettorale è più democratica del proporzionale puro, in quanto esso riflette perfettamente l’opinione dei cittadini e garantisce il pluralismo della società. Di fatto, in Italia questo sistema ha portato all’ingovernabilità e si è trasformato in uno strumento potentissimo nelle mani di piccoli partiti, che rappresentano non la volontà di una parte della popolazione, ancorché minoritaria, bensì semplicemente interessi personali o corporativi di lobby e gruppi di potere che hanno ben poco a che fare con la democrazia e con il principio della rappresentatività. Il proporzionale, anche quando è sopravvissuto come quota minoritaria nell’ultimo decennio, ha di fatto obbligato i governi a cedere regolarmente alle richieste ricattatorie di gruppi parlamentari elettoralmente insignificanti, eppure decisivi per la tenuta o la vittoria di uno schieramento.

    Questa storia dei grandi che vogliono inghiottire i piccoli va dunque guardata con realismo e obiettività. In linea di principio è giusto salvaguardare i piccoli. All’atto pratico, eliminare i partitini significherebbe rimuovere gran parte delle ragioni che hanno portato finora all’instabilità dei governi e alla distribuzione di poltrone secondo i dettami dell’immortale manuale Cencelli. Poi, possiamo anche criticare Veltroni, Berlusconi e i partiti maggiori, magari anche astenendoci dal voto, se uno lo ritiene necessario. Ma attenzione a fare crociate ipocrite in difesa del pluralismo e dei piccoli partiti: questi ultimi (con l’eccezione, forse, degli autonomisti valdaostani) raramente hanno dimostrato negli ultimi sessanti anni di andare in Parlamento per difendere gli interessi di chi la ha votati. Molto più frequentemente hanno dimostrato di voler utilizzare gli spazi democratici per far pesare il proprio appoggio ai governi ottenendo in cambio potere e favoritismi di ogni genere.

    Infine, chi ha detto che il bipartitismo porta necessariamente all’appiattimento? Ron Paul è l’esempio lampante di come la diversità possa sopravvivere anche all’interno di un grande partito. Se oggi negli USA democratici e repubblicani si assomigliano tanto, ciò ha ben poco a che fare con il sistema elettorale bipartitico (la controprova viene da paesi come l’Italia e la Germania, dove la presenza del proporzionale non garantisce di fatto una vera diversità nei programmi di “sinistra” e “destra”). Il problema non è la legge elettorale. Il proporzionale, il maggioritario, il maggioritario corretto sono tutte forme di rappresentanza potenzialmente giuste e legittime. Quello che manca, specie in Italia, sono i contenuti. E, soprattutto, l’idea che i diritti e la “cosa pubblica” non possono essere sfruttati come strumenti per acquisire o consolidare il potere personale.

  • Truman

    Governabilità non significa democrazia
    anche Zar e duci governavano…

    di Raniero La Valle

    Aveva perfettamente ragione Piero Sansonetti l’altra mattina ad “Omnibus”, la trasmissione de “La 7”, nel rivendicare il valore della rappresentanza contro i guasti del maggioritario. Ed avevano torto Parisi e Gavino Angius nel contrapporvi i valori della governabilità. Angius ha detto che dopo la guerra, quando si proveniva dal fascismo, prevalse la preoccupazione della rappresentatività, ma oggi le cose sono cambiate, si è capito che per una democrazia moderna ciò che più conta è la capacità di decidere, e dunque la governabilità. Ciò giustificherebbe l’abbandono del proporzionale e la difesa del maggioritario.

    Il tema è di straordinaria importanza perché non riguarda solo la scelta tra due sistemi elettorali, ma tra due concezioni dello Stato e del potere; e oggi il rischio concreto è che in nome della governabilità si faccia tiepida l’opposizione del centro-sinistra alla nuova Costituzione di Lorenzago, che è appunto la Costituzione della governabilità assoluta da parte di un Primo Ministro. In tal caso la critica al sovvertimento della Costituzione operato dalla destra non sarebbe messa al centro della prossima campagna elettorale, e potrebbe poi essere debole la battaglia referendaria dei partiti dell’Unione, ciò che metterebbe a rischio la stessa vittoria del no nel referendum costituzionale dell’anno prossimo. E lì, se questa battaglia fosse perduta, finirebbe la breve e gloriosa storia della democrazia costituzionale nel nostro Paese, aggredita dalle forze che furono estranee alla sua istituzione, e non difesa a sufficienza dalle forze che concorsero a fondarla. E il fatto che ancora si critichi la riforma solo per la “devolution”, invece che per lo scempio dell’intero ordine costituzionale, ne è un gravissimo indizio.

    Va dunque confutato nel modo più fermo che esista un contrasto, un’alternativa, tra rappresentatività e governabilità. Nel sistema democratico è la rappresentanza che si fa governo, e il governo non può che essere un governo rappresentativo. Avrebbe ragione Prodi quando dice che le elezioni non si tengono per fare la fotografia del Paese, ma per dargli un governo, se la fotografia del Paese fosse fatta solo per mettere una percentuale accanto a ogni partito e a ogni forza in campo. Ma questa è la fotografia che si fa coi sondaggi, non quella che si fa con le elezioni; queste invece rilevano le proporzioni delle forze che diversamente esprimono la volontà e i bisogni del Paese, ne permettono il coagularsi in una maggioranza e concludono nella formazione di un governo rappresentativo. Senza rappresentanza, o con una rappresentanza mutilata e tarpata, o addirittura ricapitolata in un solo “unto” dal popolo, il conflitto ermeneutico (la lettura della realtà) resta nascosto, la mediazione politica è preclusa, e non è più possibile un governo ma solo un potere e un dominio.

    Non contraddice il criterio della rappresentanza il ricorso a qualche correttivo che permetta a una maggioranza espressa dalle urne un sufficiente margine di superiorità in Parlamento; a ciò possono servire, usati con moderazione, premi di maggioranza e sbarramenti, mai però potendosi arrivare all’obbrobrio della legge elettorale oggi all’esame del Senato, che in casi limite di grande frammentazione politica può consegnare la maggioranza assoluta nelle due Camere anche a liste o coalizioni estremamente minoritarie, anche solo del 20 o addirittura dell’8 per cento.

    Se dunque governabilità volesse dire che una maggioranza rappresentativa espressa dal voto deve essere in condizione di governare, nessun problema. Ma la cultura del maggioritario che in tutti i modi si è voluta imporre all’Italia, ha fatto passare un’altra idea della governabilità, la quale consiste nel rendere immune il governo da controlli e critiche, da lacci e laccioli, e nel renderlo irreversibile almeno per lo spazio di una legislatura.

    Accettare questa ideologia vuol dire inevitabilmente neutralizzare il Parlamento, che è per l’appunto il laccio del governo e il responsabile della sua durata. Non a caso la nuova Costituzione di Calderoli, Berlusconi e Fini, ma anche di Casini e Follini (non importa se sdoppiati tra coscienza e voto), si abbatte sul Parlamento, lo mette nelle mani del Primo Ministro, trasforma i parlamentari della maggioranza in scudieri del re e a quelli della minoranza concede solo il “diritto di tribuna”, canne fesse e cembali risuonanti, senza che il loro voto sia nemmeno conteggiato nelle occasioni importanti, come nelle votazioni per la fiducia e nelle mozioni per designare un altro premier.

    In questa impudica versione italiana, il fulcro della governabilità, staccata dalla rappresentanza, non sta in una sufficiente maggioranza parlamentare, ma sta nella messa al bando e nella esecrazione del “ribaltone”, cioè della possibilità di mandare a casa un governo. La democrazia dovrebbe essere appunto il regime dove si possono mandare a casa i governi. Il fatto che i parlamentari non abbiano vincolo di mandato e rappresentino la nazione, significa per l’appunto che, per il bene della nazione, hanno il dovere, se del caso, di mandare a casa il governo e anche il loro governo.

    Il mito della governabilità dice che questo lo potranno fare a suo tempo gli elettori, dopo cinque anni. È per questo che il Parlamento viene cancellato; perché esso lo potrebbe fare prima, prima che in quei cinque anni il governo faccia una guerra mondiale, prima che mandi forze di occupazione oltremare, prima che distrugga l’ordinamento giudiziario, prima che spianti il sistema fiscale, prima che faccia le sue leggi ad personam, prima che dissesti l’economia, prima che faccia una legge elettorale di regime, prima che butti a mare la Costituzione e sottoponga a revisione la stessa “forma repubblicana” dello Stato. Ma quando tutto questo fosse invece avvenuto, l’apologia della governabilità potrebbe dire: sì, però si è governato!

    Anche i principi assoluti, prima della Rivoluzione francese, governavano. Anche gli zar, prima della rivoluzione russa, governavano. Anche i vari duci, prima delle Costituzioni, governavano. Il problema della governabilità in verità era stato risolto nella storia dell’incivilimento umano, molto prima che fosse risolto quello della rappresentanza, del governo democratico e dell’affermazione dei diritti e delle libertà fondamentali degli esseri umani.

    Ma furono i popoli a decidere che non volevano essere governati così. Di questa decisione la sinistra italiana si sente legittima custode ed erede?

    Da LIBERAZIONE del 23 NOVEMBRE 2005

  • Sergio

    Truman,
    solo alcune osservazioni all’articolo che mi hai citato come risposta.

    1. La mia non è una difesa di QUESTA legge elettorale, che considero indecente come la maggior parte degli Italiani. Se mai, propongo un maggioritario puro.

    2. Governabilità non è sinonimo di democrazia, dici. Verissimo. Il fatto è che nemmeno il proporzionale è garanzia di democrazia. Se democrazia è quella cui abbiamo assistito negli ultimi due anni (ma il discorso potrebbe estendersi agli ultimi 15, ricordando la caduta del primo governo Berlusconi e del primo governo Prodi ad opera rispettivamente di Lega e Rifondazione comunista), tollerando ogni volta le bizze dei vari Mastella, Dini e Turigliatto di turno, preferisco un sistema forse meno pluralista, ma che assicuri quanto meno maggiore governabilità. Il mercato delle vacche, scusami, non è democrazia. Ripeto: il principio su cui si basa il proporzionale e che ha ispirato i padri fondatori della nostra Costituzione è sacrosanto. La realtà ha dimostrato però che alla fine gli unici a trarne realmente vantaggio sono i soliti noti.

    3. Trovami un proporzionale che funzioni e garantisca governabilità e io te lo voto all’istante. Come ho già spiegato, a livello puramente teorico non esiste legge elettorale più democratica e pluralista del proporzionale. Vallo a spiegare a Mastella, però. Siamo in Italia, non in Danimarca (qualora te lo fossi scordato).

    4. Se poi vogliamo parlare di guerra dei grandi contro i piccoli, allora cominciamo fin d’ora a discutere su proposte che possano difendere il cittadino (esiste soggetto più “piccolo” del cittadino comune che paga le tasse e non ha santi protettori in politica?) dalla casta politica e finanziaria.
    Su questo terreno sono pronto a seguirti fino alla morte. Ma mi sono stancato di difendere un principio come il proporzionale che, di fatto, non ha portato né a me, né a te, né a milioni di altri Italiani nessun altro vantaggio che quello di avere un governo ogni due anni e consentire a gente di Mastella di ricevere milioni di euro per giornali e propaganda di partito o di acquistare immobili a un quinto del loro valore di mercato. Il tutto, ovviamente, a spese della collettività.

  • lino-rossi

    mi piacerebbe che emergesse finalmente la guerra dei liberisti contro gli antiliberisti.
    grandi, piccoli, destra, sinistra, non mi dicono più nulla.
    quando si comincia a spacciare il liberismo come valore “popolare” vuol dire che la confusione ha raggiunto vette preoccupanti; e quando c’è la confusione ci sono sempre guai seri per i ceti più deboli.

  • Truman

    La governabilità non è un problema. Basta fare un partito unico, come fece Mussolini, e la governabilità è assicurata per una ventina di anni.

    Quello che io vedo come problema è che il popolo non è rappresentato. Nè Berlusconi nè Prodi hanno rispettato il programma che avevano proposto agli elettori. E questo problema non si risolve riducendo il numero dei partiti.

    Noto inoltre che la legge elettorale attuale ha tolto agli elettori la possibilità di votare il singolo candidato. E’ questo per me l’aspetto scandaloso, non la governabilità. Va rimarcato il fatto che la restituzione della preferenza agli elettori non è prevista nè nel referendum, nè nelle proposte di legge in cantiere.

    Io soluzioni pronte non ne ho: sto solo cercando di capire cosa succede. Da lì si potrà poi decidere che fare.

  • castigo

    In quest’ottica i maggiori partiti sono oggettivamente alleati contro i partiti piccoli, per fare in modo che il governo del paese sia completamente indipendente dalla volontà popolare.

    ah, interessante.
    non sapevo che oggi il governo fosse dipendente, in un qualsiasi modo, dalla volontà popolare…..

  • rectotal

    Non condivido l’analisi dell’articolo. I piccoli partiti, in questo sistema di “democrazia” truccata, non esistono più da anni, essendo costretti, se vogliono accedere al potere, a omologarsi alle direttive di quelli maggiori. Spesso fanno di necessità virtù, finendo per diventare perfino più corrotti, clientelisti e strafottenti verso le esigenze della propria base dei loro parenti maggiori. Il vero problema non è la scomparsa dei piccoli partiti. E’ la propaganda e la prepotenza dei media, che fa credere alla gente che si possa (e si debba) continuare a tollerare QUESTI partiti maggiori, anziché abbatterli ed edificarne di nuovi.

  • Grossi

    Siamo stanchi di tutto ormai, questa gente è vuota, sono solo pallidi fantasmi.
    Non crediamo più ne all’uno ne all’altro, siamo pronti per il diluvio.

  • Sergio

    La governabilità non è un problema. Basta fare un partito unico, come fece Mussolini, e la governabilità è assicurata per una ventina di anni.

    Di solito, il ricorso all’iperbole e al caso limite nasconde una mancanza di argomenti. Mi sembra che tu cerchi di eludere il problema: la governabilità non è un valore assoluto e inviolabile, ma certo è un fattore importante. Come la rappresentatività. È perfettamente inutile garantire la rappresentatività agli elettori se poi i rappresentanti eletti non sono nelle condizioni di governare. Ci vuole l’una e l’altra cosa.

    Quello che io vedo come problema è che il popolo non è rappresentato. Nè Berlusconi nè Prodi hanno rispettato il programma che avevano proposto agli elettori. E questo problema non si risolve riducendo il numero dei partiti.

    Perché, durante la cosiddetta prima repubblica, quando vigeva il proporzionale puro, il popolo era forse rappresentato di più o meglio grazie alla presenza di tanti partiti? E i partiti rispettavano forse le promesse fatte in campagna elettorale?

    Noto inoltre che la legge elettorale attuale ha tolto agli elettori la possibilità di votare il singolo candidato. E’ questo per me l’aspetto scandaloso, non la governabilità. Va rimarcato il fatto che la restituzione della preferenza agli elettori non è prevista nè nel referendum, nè nelle proposte di legge in cantiere.

    Sul criticare la legge attuale siamo tutti d’accordo. Mi sembrava di averlo già detto chiaramente.

    Io soluzioni pronte non ne ho: sto solo cercando di capire cosa succede. Da lì si potrà poi decidere che fare.

    Nessuno ha soluzioni pronte. Si cerca solo di fare proposte. Possibilmente, cercando di fare tesoro dell’esperienza e di non commettere gli errori del passato.

  • Truman

    Un commento sensato ma provocatorio. La risposta, secondo me, la dava un personaggio del Caimano di Moretti che diceva più o meno:
    Gli italiani sono specialisti nel mettersi a scavare furiosamente dopo aver toccato il fondo.

    Insomma la volontà popolare ha sempre interessato poco il governo ma al peggio non c’è mai limite.

  • Truman

    Il ricorso al caso limite è doveroso per capire cosa c’è in fondo alla strada. Paradossi e casi estremi danno i punti da indagare. Il rischio opposto è l’autoreferenzialità, il parlare all’interno di un sistema chiuso dove tutti dicono le stesse cose.

    Il caso limite mostra invece che chi parla troppo di governabilità e trascura gli altri valori sta puntando a qualche forma di dittatura.

    Certamente ci sono stati periodi in cui il popolo era rappresentato meglio di adesso. Quando il sistema elettorale era proporzionale con preferenza. Lo spiegava bene McSilvan nel secondo link che ho dato. Basta una macchina del tempo per vedere lo sfacelo che è successo.
    Questo non vuol dire che i partitini stiano difendendo la democrazia o siano al di fuori della casta. Semplicemente è in corso uno sconvolgimento come quello che distrusse la Democrazia Cristiana e fece passare dalla cosiddetta “prima repubblica” alla cosiddetta “seconda repubblica”.

  • Sergio

    Il ricorso al caso limite è doveroso per capire cosa c’è in fondo alla strada. Paradossi e casi estremi danno i punti da indagare. Il rischio opposto è l’autoreferenzialità, il parlare all’interno di un sistema chiuso dove tutti dicono le stesse cose.

    Il caso limite mostra invece che chi parla troppo di governabilità e trascura gli altri valori sta puntando a qualche forma di dittatura.

    Truman, rispetto ovviamente la tua posizione, ma se pensi che difendere la governabilità significhi essere in qualche modo fascista o puntare a una dittatura, beh, temo che il fascista e l’intollerante qui sia proprio tu.

    La verità è che hai preso un granchio con il tuo articolo e cerchi di eludere le inevitabili critiche attribuendo agli altri intenzioni che non hanno. Scusami, ma sono le tue argomentazioni ad essere davvero deboli.