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LA GRANDE TRIBU' DEI PREVEDIBILI

DI UMBERTO GALIMBERTI
La Repubblica

A nessuno è data la possibilità di scegliersi l’epoca in cui vivere, né la possibilità di vivere senza l’epoca in cui è nato, non c’è uomo che non sia figlio del suo tempo e quindi in qualche modo “omologato”. Accade però che, rispetto alle epoche che l’hanno preceduta, la nostra epoca è la prima a chiedere l’omologazione di tutti gli uomini come condizione della loro esistenza. Non dunque un’omologazione come “dato di fatto”, ma un’omologazione “di principio”, le cui ragioni vanno ricercate in quella condizione per cui, nell’età della tecnica e dell’economia globale, “lavorare” significa “collaborare” all’interno di un apparato, dove le azioni di ciascuno sono già anticipatamente descritte e prescritte dall’organigramma per il buon funzionamento dell’apparato stesso.

1. La coscienza omologata.

Un’azione è omologata quando è conforme a una norma che la prescrive, quindi quando non è un’azione, ma una conformazione. E conformazioni sono tutte le azioni che si compiono in un apparato e in funzione dell’apparato, al cui interno il fare da sé cessa dove incomincia ciò che deve essere fatto in perfetto accordo con le altre componenti dell’apparato. Gli scopi che l’apparato si propone non rientrano nelle competenze del singolo individuo e talvolta, stante l’alta sofisticazione tecnica, nelle possibilità della sua competenza. Ciò comporta che la “coscienza” dell’individuo si riduce alla “coscienziosità” nell’esecuzione del suo lavoro, e in questa riduzione è l’atto di nascita della “coscienza conformista”, a cui viene richiesta solo una buona qualità di collaborazione, indipendente dagli scopi che sono di competenza dell’apparato.

2. Il sano realismo.
Sarà per questo che fin da piccoli ci siamo sentiti dire che il successo si consegue più facilmente se ci si adatta alle esigenze degli altri (rinunciando ovviamente a realizzare se stessi), e così abbiamo fatto quando imitavamo i tratti e gli atteggiamenti di tutte le collettività in cui entravamo a far parte. Dal gruppo dei bambini con cui giocavamo, ai compagni di classe, ai gruppi di lavoro, a nostre spese abbiamo imparato che ciò che paga è l’uniformità più rigorosa, dove la capacità di adattarsi all’organizzazione appariva come l’unica condizione per avere una certa influenza su di essa. Alla minima obiezioni c’era sempre chi ci ricordava che questo atteggiamento si chiama “sano realismo”, mentre in noi sorgeva il sospetto che con questa espressione non ci si riferiva tanto a una rappresentazione fedele del reale, ma a quella determinata presa di posizione surreale che è l’accettazione indiscussa dell’esistente. Il cui valore consiste semplicemente nell’essere così come esso è, senza la minima cura della sua qualità morale.

3. L’incoscienza della coscienza omologata.
Affinché l’adattamento non venga avvertito come una coercizione è necessario che il mondo in cui viviamo, che è poi il mondo della tecnica e dell’economia globale, non venga avvertito come uno dei “possibili” mondi, ma come l'”unico” mondo fuori dal quale non si danno migliori possibilità d’esistenza. Allora e solo allora l’ordine e l’obbedienza non saranno più percepiti come fatti coercitivi, allo stesso modo di come i pesci del fondo marino non percepiscono come coercizione la pressione dell’acqua e gli animali di terra la pressione atmosferica. Se il mondo dei beni da produrre e consumare riesce a costituirsi come mondo coeso senza lacune, senza interruzioni, senza alternative, gli obblighi imposti da questo mondo e le obbedienze richieste non saranno più avvertiti come tali, bensì come “condizioni naturali” di essere nel mondo. Ma quando un mondo riesce a farsi passare come l’unico mondo, l’omologazione degli individui raggiunge livelli di perfezione tali che i regimi assoluti o dittatoriali delle epoche che ci hanno preceduto neppure lontanamente avrebbero sospettato di poter realizzare.

4. Il conformismo come condizione d’esistenza.
Senza interruzione, senza lacune, senza sospensione, non ci rendiamo conto da quante catene ci ha reso dipendenti l’età della tecnica e dell’economia globale e, se nel secolo scorso Marx poteva dire che la maggioranza dell’umanità “non aveva niente da perdere tranne le sue catene”, oggi si dovrebbe dire che senza queste catene non avrebbe di che sopravvivere. Questa è la ragione per cui, quando le catene si spezzano (sciopero dei mezzi di trasporto, interruzione dell’energia elettrica, ritardo nei rifornimenti alimentari), da parte di tutti ne viene invocata subito la saldatura. Questa richiesta è l’indice non solo del tasso di dipendenza di ciascun individuo dal mondo della tecnica e dell’economia globale, ma anche del tasso di collaborazione spontanea, quindi di omologazione e di conformismo, affinché questo mondo permanga il più possibile garantito e assicurato senza interruzioni, rischi o possibilità di cedimento, anche se al suo interno non è preclusa, anzi è sollecitata, la possibilità di continuare a ripetere il vocabolario dell’individuo.

5. I mezzi di comunicazione come mezzi di omologazione.
La società conformista, nonostante l’enorme quantità di voci diffuse dai media, o forse proprio per questo, parla nel suo insieme solo con se stessa. Alla base infatti di chi parla e di chi ascolta non c’è, come un tempo, una diversa esperienza del mondo, perché sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così come sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per descriverlo. Il risultato è una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce con l’ascoltare le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque. In un certo senso si può avanzare l’ipotesi che la diffusione dei mezzi di comunicazione che la tecnica ha reso esponenziale tende ad abolire la necessità della comunicazione perché non si dà esigenza di comunicazione là dove è abolita la differenza specifica tra le esperienze del mondo che sono alla base di ogni bisogno comunicativo. Con il loro rincorrersi, infatti, le mille voci che riempiono l’etere aboliscono progressivamente le differenze che ancora sussistono tra gli uomini, e perfezionando la loro omologazione, rendono superfluo, se non impossibile, parlare in prima persona. In questo modo i mezzi di comunicazione cessano di essere dei “mezzi”, perché nel loro insieme compongono quel “mondo” fuori dal quale non è dato avere altra e diversa esperienza. Questa è la ragione per cui in una società omologata come la nostra, “parlare” non significa come ha sempre significato “comunicare”, ma eliminare le differenze che ancora potrebbero sussistere con i nostri simili, in modo che l’anima di ciascuno, già coestensiva al mondo di tutti, diventi coestensiva e al limite sovrapponibile all’anima di chiunque.

6. Cognitivismo e comportamentismo come psicologie del conformismo.
Questo spiega perché nella nostra epoca sono diventate egemoni quelle “psicologie dell’adattamento” il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti all’apparato. Non diversamente si spiega il declino della psicoanalisi come indagine sul proprio profondo, e il successo del cognitivismo e del comportamentismo. Il primo per aggiustare le proprie idee e a ridurre le proprie dissonanze cognitive in modo da armonizzarle all’ordinamento funzionale del mondo; il secondo per adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerati solo se confinati nel privato e coltivati come tratto “originale” della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l'”autenticità”, l'”essere se stesso”, il “conoscere se stesso”, che l’antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell’anima, diventa nelle società conformiste e omologate qualcosa di patologico, come può esserlo l’esser centrati su di sé (selfcentred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaptation) il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest’ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che “essere se stesso” e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia. E in tutto ciò c’è anche del vero, nel senso che sia il cognitivismo sia il comportamentismo, in quanto “psicologia del conformismo” assumono come ideale di salute proprio quell’esser conformi che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia. Dal canto loro i singoli individui, interiorizzando i modelli indicati dal cognitivismo e dal comportamentismo, respingono qualsiasi proces
so individuativo che risulti non funzionale alla società omologata, dove la differenza, la specificità e la peculiarità individuale, oltre a non essere remunerative, destano persino qualche sospetto.

Umberto Galimberti
Fonte: www.repubblica.it
15.08.02

Fonte: http://materialiresistenti.blog.dada.net/
Link: http://materialiresistenti.blog.dada.net/archivi/2008-04-29
29.04.08

Pubblicato da Davide

  • lupomartino

    Giusto Galimberti, infatti il giornale dove scrive, veniva portato sotto braccio da ogni bravo funzionario in ogni ufficio pubblico (Questa è una regionne notoriamemte progressista).
    Aspettiamo di veder portare sotto braccio il “Secolo d’Italia”, per capire dove il vento è cambiato in terra Emiliana- romagnola…

  • edo

    Galimberti con questo articolo esprime la paura della sua generazione ma non se ne rende conto.
    Bene, significa che la sua generazione ha perso.

  • Lif-EuroHolocaust

    1) Conformisti lo si è sempre stati. Nelle società tradizionali più che mai, proprio perchè c’era una forma a cui (quasi) tutti dovevano attenersi.
    2) Il conformismo attuale non nasce da una qualche educazione o dall’imposizione ideologica, ma dal livellamento cognitivo derivante dalla scomparsa etno-culturale.
    3) L’idea di un individualismo totale, capace cioè di sostituirsi totalmente alle culture tradizionali, ha perso di fronte al fatto (assolutamente ovvio e prevedibile, se non fosse stato appoggiato negli ultimi secoli in maniera forsennata) che l’individuo è meno della comunità (intendibile solo in senso tradizionale), e che ogni discorso di libertà (e di individualità) dovrebbe partire sempre dalla data comunità (fatta di radici etniche, storiche, culturali e spirituali).
    4) L’individuo sradicato è individuo “debole”, incapace di creare vero pensiero. Curiosamente, ciò porta anche a svilire l’individualità. Se vale il “cogito ergo sum”, allora l’equazione viene a sfaldarsi proprio per eccesso di individualismo, ossia di debolezza di pensiero strutturato.
    5) In un mondo globalizzato, ossia livellato dal punto di vista delle differenze culturali ed etniche, l’essere umano è “solo” individuo, ossia non è più portatore di valori (condivisibili o meno; criticabili o meno; da combattere o tollerare o appoggiare), ma contenitore vuoto, ad uso di chi porta un qualche pensiero o interesse forte.
    6) Non solo. Un mondo globalizzato e, allo stesso tempo, sempre più tecnologico, con niente più confini tra le nazioni, gli Stati e i popoli, sarebbe nient’altro che un “pianeta-prigione”, aperto solo ai carcerieri (le élites mondiali e mondializzate) e chiuso ai prigionieri (le persone comuni di ogni latitudine). Anche il sogno internazionalista del comunismo non servirebbe, avendo già sperimentatone la realtà angosciante e aliena alla libertà. Si avrebbe solo un differente “pianeta-prigione”.

    La soluzione? La multipolarizzazione etno-culturale del pianeta, tra aree e micro-aree differenti per radici, culture e popoli. Aree ben distinte, da cui si possa anche fuggire, proprio in virtù della loro differenza più o meno marcata.

  • geopardy

    Non credo ci sia un’omologazione tanto uniforme nel mondo (aldilà dell’uso della tecnologia).
    La gente, anche se dà l’impressione di fare (almeno nelle società in cui c’è un certo benessere) le stesse cose, le fa in maniera differente in base alla latitudine, longitudine e alla mentalità.
    L’unica forma di uniformità è quella della vittoria del capitalismo, ma non dappertutto.
    Non esisterà mai un’uniformità conforme, non c’è proprio possibilità materiale perchè ciò avvenga (il limite stesso delle risorse del mondo lo impedirebbe).
    Dovremmo sterminare gran parte dell’umanità, ma è un’impresa utopica destinata al fallimento più totale.
    L’uniformità, secondo me, è più una credenza derivata dall’illusorietà instillata dai mass-media che appartenente alla realtà del mondo.
    Tutto nel pianeta si è formato per differenziazione e ulteriore selezione dalla differenziazione (dai mari all’atmosfera e alla vita), un mondo indifferenziato rimarrebbe sterile in un attimo, quindi significherebbe, per chi lo pretende, volere la fine della specie umana.
    Come le monocolture devastano i terreni agricoli, impoveriscono la nutrizione e rendono alla lunga sterili i terreni, così farebbe una monocultura umana.
    Questo io penso

  • Drachen

    in pratica “via tutte le tradizioni, gli usi e i costumi che danneggiano o sono incompatibili col mercato, ben vengano tutte le altre”.

    che restino differenze tra me e un boliviano mi importa poco. che la mia o la sua cultura vengono affogate e diluite dentro il grande gioco economico, invece, mi disgusta.

  • Drachen

    concordo completamente.

  • geopardy

    Personalmente anch’io amo le tradizioni e rabbrividisco al fatto di una loro riduzione ad un fatto meramente commerciale o turistico (anche se le rende, comunque, in vita).
    Credo, però, che la fase di espansione di questo sistema stia già di fatto cedendo il passo ad una multipolarizzazione, necessaria per la sopravvivenza stessa della specie.
    Lo vedo da me, sempre più giovani, seppur con il cellulare in mano, stanno avendo voglia di un nuovo contatto con l’ambiente, compreso il recupero di antiche forme tradizionali ad esso collegate.
    Il luccichio continuo dei video super stimolanti della televisione sta diventando, ormai, un ambiente artificiale a cui l’essere umano sta abituandosi e non sortisce più l’effetto di un tempo, secondo me.
    Nelle città la cosa è ancor più alienante e non sono pochi quelli che si spostano in provincia, magari esigendo qualche confort para-cittadino (centri commerciali e super market, ma riapprezzando la vita più misurata e naturale.
    Nel resto del mondo mi sembra che la cosiddetta globalizzazione (solo finanziaria e predatoria) stia avendo un’ enorme battuta d’arresto.
    Il pericolo più immediato, secondo me, per quanto riguarda la crisi del linguaggio comunicativo (concordo con Galimberti) è quello del linguaggio da sms e messenger con tutte le sue gutturalità, le quali vanno a ridurre alla forma di grugnito ogni linguaggio.
    Speriamo che tra mezzo secolo, l’uomo non parli così: y, brd,brv,gtd,asv e così via.
    Ciao