LA FUSIONE INTESA-SAN PAOLO-IMI. I FURBETTI DEL QUARTIERONE

DI CARLO GAMBESCIA

Oggi i media italiani celebrano la fusione tra Banca Intesa e San Paolo-Imi. In pratica, Bazoli (Banca Intesa) e Salza (San Paolo-Imi) hanno dato il via alla creazione del primo gruppo bancario italiano che, se l’operazione andrà in porto, varrà sessantamila miliardi e avrà centomila dipendenti e 6200 sportelli, tutti al centro-nord. Sostanzialmente il gruppo Intesa-San Paolo-Imi andrebbe a fronteggiare l’altro “gigante”, l’ Unicredit. Resterebbero fuori Capitalia, Montepaschi e altri minori (inclusa la ormai “tigre di carta” Mediobanca-Generali). I primi due potrebbero dar vita a un terzo gruppo (una specie di polo bancario del centro-sud). A meno che non si giunga in seguito a una superfusione tra Unicredit e Capitalia ( e chissà quali altre “piccole” banche…). E così avremmo un duopolio.
Non si capisce perciò la grande allegria che impazza su giornali notoriamente iperliberisti, come il Corriere della Sera e Repubblica. Certo, è noto, da chi siano pagati stipendi e borderò. Chi scrive ha uso di mondo, come dicevano i nostri nonni… Pratica l’ambiente giornalistico, e non vuole infierire ulteriormente.
Ora, ci sono tre approcci per capire la questione.

A seguito, Il risiko bancario “rosica” l’Italia (Gianfranco La Grassa; Ripensare Marx); Ancora sulla fusione Intesa-San Paolo: Giuseppe Turani come paradigma giornalistico (Carlo Gambescia);

Il primo, come dire, di “cucina interna”. E consiste nel chiedersi a chi gioverà l’operazione sul piano politico ed economico (facendo nomi e cognomi); nell’indagare i nuovi equilibri che si determineranno, eccetera. La riposta è presto data: il centrosinistra moderato e la finanza vicina a Prodi e alla Margherita (è nota la vicinanza a questa parte politica di uomini come Bazoli e Salza). Parlare della banca di Prodi è eccessivo. Ma significa andare abbastanza vicino alla sostanza delle cose. E di Draghi: visto che senza il placet (preventivo, al di là delle regole e regolette ufficiali) del governatore della Banca d’Italia (nella quale non dimentichiamo il nuovo gruppo avrà oltre il quaranta per cento delle azioni) l’operazione non sarebbe neppure iniziata. In certo senso a Draghi viene permesso quel che invece, all’epoca, non fu assolutamente consentito a Fazio: “difendere l’italianità e la competitività delle banche italiane all’estero”. Probabilmente perché Fazio era, e resta, estraneo al centrosinistra degli affari e vicino al centrodestra e al mondo cattolico (che irriconoscente lo “scaricò” subito…).

Il secondo, come dire, di tipo demistificatorio. E consiste nel rimproverare, evidenziandola caso per caso, la contraddizione tra liberismo teorico e antiliberismo pratico che caratterizza il dibattito politico-economico italiano. Valga per tutti l’editoriale su Repubblica di oggi, di Giuseppe Turani, dove si incensa, come segno di modernità questa fusione perché “contribuirà a rendere i giochi più chiari e trasparenti” per i consumatori. Ma quando mai: meno banche ci sono meno possibilità di scelta ha il consumatore. E soprattutto più facile sono gli accordi sottobanco tra gli oligopolisti a danno dei consumatori ( e di sempre più fittizie Authorities…). Ma basti anche pensare alle dichiarazioni favorevoli di Padoa-Schioppa, Montezemolo di solito iperliberisti. In realtà, come sanno gli economisti veri (pochi in verità) il mercato in genere ha struttura oligopolistica (più o meno flessibile, secondo il tipo di beni prodotti), e teme sia l’eccessiva polverizzazione, sia l’eccessiva concentrazione,come appunto sta avvenendo nel mercato bancario italiano. Le palinodie di Turani, Padoa-Schioppa, Montezemolo e altri ancora, sono legate al fatto che il liberismo puro, che celebrano così volentieri (a parole) non esiste di fatto. Di qui certe pessime figure.

Il terzo approccio, è di tipo sociologico. Le macrostrutture (di ogni tipo) “non funzionano”: sono burocratiche, antieconomiche e “autoritarie”. Certo razionalizzano, perché riducono il numero degli attori sociali ( o dei competitori), ma come insegna Max Weber, la razionalizzazione “politicamente” non mai è sinonimo di “buon governo” di un gruppo sociale, dal momento che la razionalità pura finisce per prevalere su ogni altra considerazione di tipo morale e sociale. E attenzione: la “razionalità” che “vince” è sempre quella ideologicamente espressa dal gruppo dirigente. “Razionalità che difficilmente si discosta dal peso di quelli che sono gli interessi materiali ed economici di coloro che sono nella “stanza dei bottoni”. Ad esempio, e a proposito della fusione Intesa-San Paolo, l’integrazione prevede, come su modello tedesco, due consigli (uno di supervisione e l’altro di gestione). Il che significa che ci si è guardati bene, dall’imitare in toto il modello tedesco, che prevede anche la partecipazione decisionale, all’interno dei consigli, di rappresentanti dei lavoratori. Sotto questo aspetto, per i centomila lavoratori del futuro gruppo si preparano giorni difficili.

Un ultimo punto. Si è pure dichiarato che con due “colossi” (Unicredit e Intesa-San Paolo), l’Italia potrà essere più competitiva all’esterno. Per essere competitivi serve una strategia politico-economica, che l’Italia non ha più dai tempi di Enrico Mattei. E poi che senso può avere di fronte all’aggressività delle banche americane e giapponesi nel mondo, un confronto, anche duro tra le banche europee? Nessuno.
Dunque, si tratta di un’operazione, di corto respiro. Rafforza chi è già troppo forte (i Bazoli e i Salza) e presto penalizzerà i deboli: dipendenti e consumatori.

Roba, se ci si passa l’espressione da “furbetti del quartierone”.

Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
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25.08.06

3 Commenti
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Tao
Tao
25 Agosto 2006 15:03

Eccoci ad una grande fusione bancaria, Intesa-S.Paolo, che crea il primo grosso colosso bancario italiano (e settimo in Europa). Presto per trarre tutte le conclusioni, anche perché il sottoscritto non ha certo a disposizione i famosi “uccellini” che fischiano alle orecchie degli “informati” le notizie riservate e più succose. Tuttavia qualcosa si può (cominciare) a dire, andando per gradi; e scusandomi di un certo disordine nell’esposizione, che non può al momento stringere sui soli nodi essenziali, tutt’altro che chiari. Cominciamo dal meno importante. Non sentiremo in nessuna intercettazione telefonica (a parte che quelle sue non le metterebbero sui giornali) Prodi esclamare la ben nota frase “abbiamo una Banca!”, come fece l’“ingenuo” Fassino parlando con Consorte all’epoca del tentativo dell’Unipol di prendersi la BNL (a proposito, che fine ha fatto l’inchiesta sul diessino ex Presidente dell’Unipol che era tanto implicato in “quegli affarucci” quanto Fiorani e Ricucci, invece arrestati?). E non può pronunciarla perché in tal caso è del tutto evidente che il dominus è Bazoli (Intesa), con Salza (S. Paolo) di rincalzo, mentre Prodi è il “loro uomo” nella sfera politica. Mai scordarsi che, nella scuola (economica) di Andreatta, Prodi ricopriva lo stesso ruolo di Buttiglione nella scuola (filosofica) di… Leggi tutto »

sandropascucci
sandropascucci
25 Agosto 2006 17:45

Alla fine ne resterà soltanto uno [di loro..] (di Sandro Pascucci – http://www.signoraggio.com) I padroni, ovviamente privati, di Bankitalia S.p.A. cominciano a dar vita all’Adunanza. In premio l’immortalità del Potere di Battere Moneta sulla schiena del popolo-schiavo! Avete visto il film “Highlander”? A me è piaciuto e ve lo consiglio. Ha anche delle attinenze col mondo bancario, tutto sommato! Nel film alcuni esseri immortali attraversano i secoli combattendo tra loro per la ricompensa finale: la reminiscenza. Ovviamente uno solo tra loro sopravviverà e avrà tale dono. La frase quindi è diventata famosa è proprio quella che ‘sti tizi (ve lo immaginate a pagare 500 anni di I.C.I. ?) ripetono nel momento in cui mozzano lo capo all’avversario (unico modo per accopparlo): “Ne resterà soltanto uno” e zac! un concorrente in meno. Fico, no?! I giovinastri di oggi invece ripeto un più blando e poco macho “sei stato nominato!”. Tempi che cambiano, che ci vuoi fare?! Qualcosa invece vogliono fare i soci (ovviamente privati) della privatissima Bankitalia S.p.A. e tal scopo cominciano a fondersi tra loro (niente decapitazioni sanguinolente – anche se a leggere sui giornali sono sempre presenti suicidi strani, salti da cavalcavia, sparizioni ecc..) per formare un solo unico… Leggi tutto »

Tao
Tao
28 Agosto 2006 5:44

Il lungo articolo di Giuseppe Turani, pubblicato ieri su Repubblica, a proposito della fusione Intesa-San Paolo, è un buon esempio di certo modo di presentare le vicende economiche a un lettore spesso digiuno di nozioni tecniche. Il punto da sottolineare è come il rapporto tra teoria e pratica dell’economia di mercato, in articoli come quelli di Turani, che è uno degli opinionisti economici più noti, venga piegato alle esigenze del momento. Sulle quali però non indagheremo ulteriormente, avendo già dedicato al problema, il “post” di venerdì 25 agosto. Ora, nel suo pezzo, Turani riassume “in quattro sfide” il banco di prova per il nuovo colosso Intesa-San Paolo. La prima consiste nel riuscire a mettere insieme le due diverse culture interne alle banche (per semplificare Milano contro Torino). E qui Turani sembra guardare con maggiore complicità alla prima cultura, quella milanese, più americana e meno legata al capitalismo familiare dell’altra, la torinese. La seconda riguarda le riduzioni del personale (a suo parere già si parla di un esubero di 15.000 dipendenti, su circa centomila…). Per il giornalista di Repubblica la questione andrebbe gestita, “dialogando” con i sindacati, ma senza guardare in faccia a nessuno. Il che significa, se interpretiamo bene il… Leggi tutto »