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LA FUSIONE INTESA-SAN PAOLO-IMI. I FURBETTI DEL QUARTIERONE

DI CARLO GAMBESCIA

Oggi i media italiani celebrano la fusione tra Banca Intesa e San Paolo-Imi. In pratica, Bazoli (Banca Intesa) e Salza (San Paolo-Imi) hanno dato il via alla creazione del primo gruppo bancario italiano che, se l’operazione andrà in porto, varrà sessantamila miliardi e avrà centomila dipendenti e 6200 sportelli, tutti al centro-nord. Sostanzialmente il gruppo Intesa-San Paolo-Imi andrebbe a fronteggiare l’altro “gigante”, l’ Unicredit. Resterebbero fuori Capitalia, Montepaschi e altri minori (inclusa la ormai “tigre di carta” Mediobanca-Generali). I primi due potrebbero dar vita a un terzo gruppo (una specie di polo bancario del centro-sud). A meno che non si giunga in seguito a una superfusione tra Unicredit e Capitalia ( e chissà quali altre “piccole” banche…). E così avremmo un duopolio.
Non si capisce perciò la grande allegria che impazza su giornali notoriamente iperliberisti, come il Corriere della Sera e Repubblica. Certo, è noto, da chi siano pagati stipendi e borderò. Chi scrive ha uso di mondo, come dicevano i nostri nonni… Pratica l’ambiente giornalistico, e non vuole infierire ulteriormente.
Ora, ci sono tre approcci per capire la questione.

A seguito, Il risiko bancario “rosica” l’Italia (Gianfranco La Grassa; Ripensare Marx); Ancora sulla fusione Intesa-San Paolo: Giuseppe Turani come paradigma giornalistico (Carlo Gambescia);

Il primo, come dire, di “cucina interna”. E consiste nel chiedersi a chi gioverà l’operazione sul piano politico ed economico (facendo nomi e cognomi); nell’indagare i nuovi equilibri che si determineranno, eccetera. La riposta è presto data: il centrosinistra moderato e la finanza vicina a Prodi e alla Margherita (è nota la vicinanza a questa parte politica di uomini come Bazoli e Salza). Parlare della banca di Prodi è eccessivo. Ma significa andare abbastanza vicino alla sostanza delle cose. E di Draghi: visto che senza il placet (preventivo, al di là delle regole e regolette ufficiali) del governatore della Banca d’Italia (nella quale non dimentichiamo il nuovo gruppo avrà oltre il quaranta per cento delle azioni) l’operazione non sarebbe neppure iniziata. In certo senso a Draghi viene permesso quel che invece, all’epoca, non fu assolutamente consentito a Fazio: “difendere l’italianità e la competitività delle banche italiane all’estero”. Probabilmente perché Fazio era, e resta, estraneo al centrosinistra degli affari e vicino al centrodestra e al mondo cattolico (che irriconoscente lo “scaricò” subito…).

Il secondo, come dire, di tipo demistificatorio. E consiste nel rimproverare, evidenziandola caso per caso, la contraddizione tra liberismo teorico e antiliberismo pratico che caratterizza il dibattito politico-economico italiano. Valga per tutti l’editoriale su Repubblica di oggi, di Giuseppe Turani, dove si incensa, come segno di modernità questa fusione perché “contribuirà a rendere i giochi più chiari e trasparenti” per i consumatori. Ma quando mai: meno banche ci sono meno possibilità di scelta ha il consumatore. E soprattutto più facile sono gli accordi sottobanco tra gli oligopolisti a danno dei consumatori ( e di sempre più fittizie Authorities…). Ma basti anche pensare alle dichiarazioni favorevoli di Padoa-Schioppa, Montezemolo di solito iperliberisti. In realtà, come sanno gli economisti veri (pochi in verità) il mercato in genere ha struttura oligopolistica (più o meno flessibile, secondo il tipo di beni prodotti), e teme sia l’eccessiva polverizzazione, sia l’eccessiva concentrazione,come appunto sta avvenendo nel mercato bancario italiano. Le palinodie di Turani, Padoa-Schioppa, Montezemolo e altri ancora, sono legate al fatto che il liberismo puro, che celebrano così volentieri (a parole) non esiste di fatto. Di qui certe pessime figure.

Il terzo approccio, è di tipo sociologico. Le macrostrutture (di ogni tipo) “non funzionano”: sono burocratiche, antieconomiche e “autoritarie”. Certo razionalizzano, perché riducono il numero degli attori sociali ( o dei competitori), ma come insegna Max Weber, la razionalizzazione “politicamente” non mai è sinonimo di “buon governo” di un gruppo sociale, dal momento che la razionalità pura finisce per prevalere su ogni altra considerazione di tipo morale e sociale. E attenzione: la “razionalità” che “vince” è sempre quella ideologicamente espressa dal gruppo dirigente. “Razionalità che difficilmente si discosta dal peso di quelli che sono gli interessi materiali ed economici di coloro che sono nella “stanza dei bottoni”. Ad esempio, e a proposito della fusione Intesa-San Paolo, l’integrazione prevede, come su modello tedesco, due consigli (uno di supervisione e l’altro di gestione). Il che significa che ci si è guardati bene, dall’imitare in toto il modello tedesco, che prevede anche la partecipazione decisionale, all’interno dei consigli, di rappresentanti dei lavoratori. Sotto questo aspetto, per i centomila lavoratori del futuro gruppo si preparano giorni difficili.

Un ultimo punto. Si è pure dichiarato che con due “colossi” (Unicredit e Intesa-San Paolo), l’Italia potrà essere più competitiva all’esterno. Per essere competitivi serve una strategia politico-economica, che l’Italia non ha più dai tempi di Enrico Mattei. E poi che senso può avere di fronte all’aggressività delle banche americane e giapponesi nel mondo, un confronto, anche duro tra le banche europee? Nessuno.
Dunque, si tratta di un’operazione, di corto respiro. Rafforza chi è già troppo forte (i Bazoli e i Salza) e presto penalizzerà i deboli: dipendenti e consumatori.

Roba, se ci si passa l’espressione da “furbetti del quartierone”.

Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
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25.08.06

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Eccoci ad una grande fusione bancaria, Intesa-S.Paolo, che crea il primo grosso colosso bancario italiano (e settimo in Europa). Presto per trarre tutte le conclusioni, anche perché il sottoscritto non ha certo a disposizione i famosi “uccellini” che fischiano alle orecchie degli “informati” le notizie riservate e più succose. Tuttavia qualcosa si può (cominciare) a dire, andando per gradi; e scusandomi di un certo disordine nell’esposizione, che non può al momento stringere sui soli nodi essenziali, tutt’altro che chiari.

    Cominciamo dal meno importante. Non sentiremo in nessuna intercettazione telefonica (a parte che quelle sue non le metterebbero sui giornali) Prodi esclamare la ben nota frase “abbiamo una Banca!”, come fece l’“ingenuo” Fassino parlando con Consorte all’epoca del tentativo dell’Unipol di prendersi la BNL (a proposito, che fine ha fatto l’inchiesta sul diessino ex Presidente dell’Unipol che era tanto implicato in “quegli affarucci” quanto Fiorani e Ricucci, invece arrestati?). E non può pronunciarla perché in tal caso è del tutto evidente che il dominus è Bazoli (Intesa), con Salza (S. Paolo) di rincalzo, mentre Prodi è il “loro uomo” nella sfera politica. Mai scordarsi che, nella scuola (economica) di Andreatta, Prodi ricopriva lo stesso ruolo di Buttiglione nella scuola (filosofica) di Del Noce; il ruolo dell’un po’ testone, del classico “secchione”, ma proprio per questo uno di quegli uomini di cui, cum grano salis, ti puoi fidare e puoi far avanzare in carriera quale tua pedina nel gioco di potere (questo vale soprattutto per gli economisti, non tanto per i filosofi, è meglio chiarirlo per non confondere il cattolico Del Noce con il cattolico e politico Andreatta).
    Per quanto importante sia la fusione di cui si sta parlando, non scordiamoci che Bazoli puntava alla Capitalia (Geronzi) in quanto questa possiede un congruo pacchetto d’azioni della Mediobanca che, con il il suo 14% azionario, è una buona chiave di accesso alle Generali. Quest’ultima operazione avrebbe creato un potere “insostenibile” in Italia, una vera dittatura finanziaria. Intesa-S. Paolo potrebbe essere una via, meno rettilinea e più lunga, per conseguire lo stesso risultato, ma al momento ci sono ancora “spazi liberi”; nel puro senso che non si è chiuso lo scontro all’interno dei poteri forti italiani (lo dico subito: nettamente succubi di quelli finanziari USA, di cui Draghi, Governatore della Banca d’Italia, e Tononi, uno dei viceministri economici, sono uomini di preciso riferimento, in quanto alti dirigenti, fino all’ultimo, della Goldman Sachs).

    Sul piano della finanza, negli ultimi tempi c’era stato uno scontro tra Bazoli (con Salza sempre di rincalzo) e Profumo (Unicredit). I primi due avevano imposto il loro uomo (Faissola) all’ABI (associazione delle banche) mentre il secondo, con l’aiuto di Tronchetti-Montezemolo-Della Valle, aveva fatto fuori il “bazoliano” alla presidenza dell’RCS (quella che edita il Corriere). Adesso, però, questa fusione di così gran peso sembra avere riflessi di rilievo anche dentro il patto di sindacato dell’RCS, tanto che si vocifera che Mieli, uomo del trio appena sopra nominato, possa essere sostituito da Dario di Vico, bazoliano e che quindi assicurerebbe a Prodi il pieno controllo politico della linea di quel giornale. Del resto il recente scontro sul Corriere tra Giavazzi (critico del Governo) e Padoa-Schioppa (entusiasta della nuova fusione, che lo vede quindi schierato con i bazoliani) potrebbe essere letto anche alla luce di questi spostamenti degli equilibri interni a quel giornale, quale riflesso dell’attuale cambiamento di equilibri economici (finanziari) e, di conseguenza, politici. Si tenga ancora presente che Profumo (Unicredit) è anche lui uomo di sinistra (uno precipitatosi alle “primarie” a favore di Prodi); e tuttavia sembra appartenere al coté laico del centrosinistra, antipatizzante del cattolico di ferro Bazoli (salvo il solito appeasement tra vincitori e sconfitti di cui pagano il conto i citrulli come noi); in ogni caso, ricordo che Profumo fu uno dei principali promotori della riunione (a porte chiuse) della Margherita nel maggio 2005 (mi sembra a Fiuggi e comunque patrocinata da Rutelli in campo politico), che fu l’inizio dell’attacco a Fazio, ai “furbetti del quartierino”, ecc., con il risultato ben noto.

    Notiamo intanto un fatto “curioso”. Nella fusione appena fatta sembrano aver avuto pochissima voce in capitolo Iozzo (nientepopodimeno che amministratore delegato del S. Paolo) e il direttore generale di tale banca, Modiano, che era addirittura in vacanza a Capri, dove è stato “sorpreso” dall’improvvisa convocazione dei consigli di amministrazione delle due banche in vista della fusione. Iozzo e Modiano sono il coté diessino del S. Paolo e sono considerati assai vicini a D’Alema, che i tam-tam giornalistici danno per furioso, pur se lo nasconderà e si dichiarerà pubblicamente favorevole alla nascita del colosso finanziario. La soddisfazione espressa da Fassino sulla fusione potrebbe dunque essere di facciata, a meno che il segretario non goda malignamente dell’indebolimento (da parte della sfera economico-finanziaria) di un politico forse per lui un po’ ingombrante, dato il suo attivismo in politica estera. Faccio notare al lettore che tutti gli scontri, le manovre e contromanovre, di cui sto parlando, sono puramente interni al centrosinistra. Ed infatti è in questo schieramento che si sono levate le voci di massima letizia alla notizia. Tuttavia, notiamo che almeno due voci di approvazione non diplomatica si sono alzate anche dal centrodestra: il sen. Luigi Grillo, fan di Fazio fino all’ultimo (e ancor oggi non pentito), e soprattutto Tremonti, di cui sono ben noti i fitti colloqui con Enrico Letta (che, come lui, è uno dei Reviglio’s boys), e che insiste tuttora sul progetto di “grande coalizione”, quindi di un forte centrismo, in cui cattolici e laici dovrebbero trovare un accordo di ferro.

    In ogni caso, come all’epoca del Governo D’Alema (che patrocinò la conquista della Telecom da parte dei “capitani coraggiosi” alla Gnutti-Colaninno), Palazzo Chigi è nuovamente divenuto una merchant bank; con il cambio dalla “rude razza padana” degli industriali bresciani alla più pura finanza dell’asse Milano (Intesa)-Torino (S. Paolo). L’asse “industriale” (sia pure in crisi come quello costituito da Montezemolo-Tronchetti-Della Valle) sembra aver preso una brutta botta, malgrado il presidente confindustriale abbia emesso una dichiarazione favorevole alla fusione; ma questa, si, è sicuramente diplomatica. Si tenga presenta che Salza (S. Paolo) sembra sia da tempo in frizione con la famiglia Agnelli (non solo con Montezemolo); e tuttavia John Elkann, di cui si sa che aspira alla Presidenza della “sua” impresa (magari relegando l’attuale presidente alla IFIL, quella che fu di Umberto Agnelli), potrebbe essere tentato di riavvicinarsi, in alleanza con Marchionne (il “borghese buono” di Bertinotti), al duo Bazoli-Salza. Per il momento, sono illazioni; vedremo il seguito.

    La conclusione che si impone è che, come del resto era già chiaro da tempo, il predominio finanziario (sulle grandi imprese industriali in netta crisi o in ogni caso prive di vere strategie di lunga lena) è divenuto ancora più netto, pur se non siamo a quella dittatura finanziaria di cui ho sopra parlato (ma solo perché un’altra parte del capitale finanziario, Capitalia-Mediobanca-Generali, non è ancora stata sottomessa alla potestà di Bazoli). Sempre di finanza (dominante) si sta comunque parlando. Ma il predominio crescente di quest’ultima in un paese come il nostro indica la sua ormai sempre più netta dipendenza da quella USA, una finanza che, in quel paese (il dominante centrale), è al servizio degli interessi nazionali strategici globali; e non certo solo finanziari, ma di egemonia industriale, scientifico-tecnica, politico-militare.

    Chi non sa vedere oltre il palcoscenico della politica spicciola (televisiva), non capisce che l’amerikano Berlusconi non garantiva la subordinazione dell’Italia così bene come può fare il capitale finanziario che, in questo momento, tenta di blindare il Governo Prodi per devastare meglio il paese al servizio degli USA, prendendosi congrue cointeressenze; destinando però il paese ad essere sfruttato fino all’osso nel più breve tempo possibile (tanto la finanza è veramente internazionalista; altro che il “proletariato”). Draghi (ex vicepresidente della Goldman Sachs, una delle punte d’attacco della finanza americana) è il garante degli USA, in Italia, di questa operazione. Ancora una volta, il superficiale osservatore della politica – la famosa “ggente”, di cui il ceto medio-intellettualoide diessino (con certi “comunisti” di riporto) è il paradigmatico rappresentante – può essere ingannato dal fatto che il Governatore della Banca d’Italia sia soddisfatto di un’operazione apparentemente nazionalistica, che crea un colosso italiano difficilmente scalabile. Ma non c’è bisogno di scalarlo; esso è funzionale, nella sua opera di “sfruttamento” delle risorse finanziarie italiane, ai disegni strategici degli USA che mirano a fare dell’Italia la vera testa di ponte (perfino più fedele dell’Inghilterra) per annettere l’Europa a loro carro nella competizione globale che comincia a “mordere” il loro predominio con l’ascesa di altre potenze ad est. L’impedimento alla scalata per il nuovo colosso finanziario vale semmai per altri settori della finanza a cui saltasse in testa il grillo di fare concorrenza ai dominanti USA.

    Un’altra “piccola” notizia, molto meno importante, ma significativa come indizio. La nuova merchant bank governativa ha convinto (con opportune telefonate, ovviamente non intercettate o comunque non pubblicate) la Carlyle (americana) e la nostra Finmeccanica (pubblica) a cedere i motori della Avio a fondi “amici” rappresentati dalla Cinven (fondo europeo di private equity). Riporto, per curiosità, il comunicato asettico dell’accordo:
    “In data odierna (7 agosto), The Carlyle Group ha sottoscritto insieme a Finmeccanica un contratto per la vendita di Avio S.p.A., azienda italiana tra i leader mondiali nel campo della propulsione aerospaziale e navale, a fondi gestiti da Cinven Ltd. The Carlyle Group e Finmeccanica hanno ceduto le rispettive quote del 70% e del 30% in un’operazione il cui valore complessivo è pari a € 2,57mld. Finmeccanica, inoltre, si è impegnata a reinvestire in Avio S.p.A. fino ad una quota pari al 30%. Nell’ambito della transazione, Mediobanca ha svolto il ruolo di co-advisor di The Carlyle Group e Finmeccanica”.

    La Mediobanca si è in ogni caso limitata al ruolo di mediatrice, mentre il ruolo propulsivo l’ha svolto il Governo, in accordo con la Cinven; il tutto fa quindi parte delle varie trame che stanno eseguendo i governanti attuali (veri sinistri nel cupo significato di questo termine), in quanto mano politica di precisi gruppi di potere economico, sia italiani che europei, ormai costretti al gioco dei dominanti centrali.

    Del resto Cossiga – che, lo ribadisco, non è pazzo per nulla – in visita a Tel Aviv per portare solidarietà al Governo israeliano, ad esponenti di quest’ultimo ha riferito, in presenza di giornalisti che hanno pubblicato (senza alcuna smentita) le sue frasi, di aver parlato con amici del Governo americano, che gli hanno detto di non preoccuparsi minimamente per le posizioni pubblicamente espresse da D’Alema, poiché quest’ultimo li ha avvertiti che le deve dire per rabbonire i “radicali” che ci sono nella maggioranza. Ed io affermo con convinzione: credo a Cossiga ed anzi ero convinto di quello che lui ha riferito già da un bel po’ di tempo; è come se avessi sentito di persona le telefonate dell’infido “baffetto” ai suoi colleghi americani. Non ha cambiato affatto atteggiamento rispetto al 1999, quando andò in guerra al servizio di Clinton. I veri pericolosi filoamericani (e filosionisti) – pericolosi perché più coperti, mentitori, “striscianti lungo i muri”, come ci si deve attendere da chi rinnega il suo passato un minuto dopo il crollo del “socialismo” nel 1989 – sono gli attuali governanti e in particolare, appunto, i rinnegati del PCI-PDS-DS.

    Per ultimo, il patetico atteggiamento dei sindacati di fronte alla fusione bancaria di cui sopra. Essi hanno espresso vivo apprezzamento, solo avvertendo che non ci debbono essere riduzioni di personale. Questa è la più bella dimostrazione di che cosa è diventata la tanto amata (solo dai “comunisti” un po’ “andanti”) la contraddizione capitale/lavoro, ormai gestita – e non riesce da decenni ad essere gestita diversamente – da apparati di Stato quali sono i sindacati attuali nei paesi a capitalismo avanzato, nei paesi non più a capitalismo borghese. Le presunte organizzazioni dei lavoratori (solo quelli salariati, e per di più dei lavori prevalentemente esecutivi, come se tutti gli altri non lavorassero affatto) sono associazioni corporative che difendono i loro iscritti affinché non perdano posizioni nella distribuzione del reddito e nelle condizioni di vita; nulla più che questo. E’ ovvio che se non attuano questa difesa, perdono gli adepti e i dirigenti sindacali restano senza truppe, quindi senza potere. Per il resto, simili associazioni – ai fini di strategie veramente vantaggiose per un intero paese, tali da renderlo indipendente e non invece subordinato agli interessi di gruppi dominanti stranieri (soprattutto statunitensi, appunto), ecc. – non servono assolutamente a nulla; sono anzi ormai deleterie e fonte di uno sbriciolamento sociale, con possibile scontro e avversione tra i vari spezzoni che compongono una società capitalistica avanzata, in grado di favorire i disegni di tali gruppi dominanti. E i loro rappresentati sono fra gli strati popolari più incolti, quelli che al 99% seguono gli orrendi talk show televisivi e gli spettacoli più degradanti dell’odierna demenza massmediatica. Altro che “innata” coscienza di classe, del tutto immaginaria sia in sé che per sé.

    In ogni caso, per fortuna, non si è ancora saldata una dittatura finanziaria compatta. Permangono varie contraddizioni, anche all’interno del cosiddetto piccolo establishment – quello del patto di sindacato della RCS, quello dominante e che sembrava aver messo a segno colpi unitari durante la crisi legata ai crac Cirio e Parmalat, al risiko bancario (pro e contro Fazio, “furbetti del quartierino”, ecc.). Oggi siamo ai contrasti interni, non però ancora della massima virulenza. Teniamo inoltre presente che, quanto più dura un Governo come quello di Prodi, la situazione marcirà fino al punto di non ritorno, fino alla totale subordinazione agli USA, quella più pericolosa, vile e infame, mascherata da “europeismo” (cioè favorevole alla subordinazione dell’intera Europa). Non c’è più affatto molto tempo; e certamente non mi auguro per nulla che tornino “gli altri”; più smaccati e, a loro modo, sinceri, ma altrettanto favorevoli al servaggio d’Italia e dell’Europa. Una situazione difficile, complicatissima, ma anche perché i “comunisti” hanno fatto una fine indegna: rinnegati o stupidi, incapaci di analisi, tutti presi dall’avanspettacolo odierno, senza vedere i registi, gli scenografi, e tutto il personale che trama silenziosamente dietro le quinte.

    Gianfranco La Grassa
    Fonte: http://ripensaremarx.splinder.com/

    25 agosto

    PS Allego la telefonata (cordiale) tra Bush e Prodi

    Dal sito http://www.governo.it

    giovedì 24 agosto 2006
    M.O.: colloquio telefonico Prodi – Bush

    Il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha avuto oggi un’amichevole conversazione telefonica con il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. Al centro del lungo colloquio vi è stato il dispiegamento della Forza di pace dell’ONU e più in generale la situazione nella regione. Il Presidente Bush ha ripetuto il suo vivo apprezzamento per la forte leadership espressa dall’Italia in queste settimane, che, tra l’altro, ha reso possibile la convocazione della riunione straordinaria dei Ministri degli Esteri europei fissata domani a Bruxelles con la partecipazione del Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan. Il Presidente del Consiglio ha riconfermato la disponibilità italiana ad assumere il comando dell’UNIFIL qualora richiesto dall’ONU e dalla comunità internazionale. Al riguardo il Presidente Bush ha riferito dei suoi contatti con il Segretario Generale dell’ONU nel corso dei quali disponibilità e leadership italiana sono state commentate molto positivamente. Sia il Presidente Prodi che il Presidente Bush hanno confermato la loro determinazione a continuare a lavorare insieme per il successo della missione UNIFIL. Il Presidente degli Stati Uniti ha, tra l’altro, assicurato la continuazione dell’impegno statunitense per acquisire ulteriori contributi di truppe alla missione UNIFIL. I due leader hanno anche discusso dei più ampi temi regionali soffermandosi in particolare sulla Siria, evidenziando la necessità di un ruolo costruttivo di Damasco che favorisca la stabilità regionale. Essi hanno anche convenuto sulla necessità di affrontare il problema palestinese che resta centrale per pervenire a una pacificazione complessiva dell’area. Infine i due leader hanno scambiato alcune valutazione sul dossier nucleare iraniano e concordato di tenersi in stretto contatto sui futuri seguiti.

  • sandropascucci

    Alla fine ne resterà soltanto uno [di loro..]
    (di Sandro Pascucci – http://www.signoraggio.com)

    I padroni, ovviamente privati, di Bankitalia S.p.A. cominciano a dar vita all’Adunanza. In premio l’immortalità del Potere di Battere Moneta sulla schiena del popolo-schiavo!

    Avete visto il film “Highlander”? A me è piaciuto e ve lo consiglio. Ha anche delle attinenze col mondo bancario, tutto sommato! Nel film alcuni esseri immortali attraversano i secoli combattendo tra loro per la ricompensa finale: la reminiscenza. Ovviamente uno solo tra loro sopravviverà e avrà tale dono. La frase quindi è diventata famosa è proprio quella che ‘sti tizi (ve lo immaginate a pagare 500 anni di I.C.I. ?) ripetono nel momento in cui mozzano lo capo all’avversario (unico modo per accopparlo): “Ne resterà soltanto uno” e zac! un concorrente in meno. Fico, no?! I giovinastri di oggi invece ripeto un più blando e poco macho “sei stato nominato!”. Tempi che cambiano, che ci vuoi fare?!

    Qualcosa invece vogliono fare i soci (ovviamente privati) della privatissima Bankitalia S.p.A. e tal scopo cominciano a fondersi tra loro (niente decapitazioni sanguinolente – anche se a leggere sui giornali sono sempre presenti suicidi strani, salti da cavalcavia, sparizioni ecc..) per formare un solo unico ed intoccabile BANCO.

    E’ uscito oggi sul giornale la notizia che il gruppo San Paolo si fonderà col gruppo Intesa. Per il popolo è una notizia come un altra, un pò perché è stordito da un svariato numero di notizie-farsa e un pò perché non ha conoscenza di cosa sia la MONETA, come e da chi essa viene creata.

    Se andiamo sul sito della privata Banca d’Italia (che d’Italia quindi non è) possiamo vedere chi detiene le 300.000 quote del capitale sociale (valore di una quota: 1.000 lire ossia 0,52 euro, totale 300milioni di lire, come una pizzeria di media grandezza). Ricordo che queste informazioni [sui nomi dei soci di Bankitalia S.p.A.] sono state svelate solo DOPO il 23 settembre 2005, dall’epoca della fondazione (10 agosto 1893). Perché? Non è dato saperlo, ma andiamo avanti. Vediamo le prime:
    [continua su http://www.signoraggio.com/signoraggio_neresterasolouno.html%5D

  • Tao

    Il lungo articolo di Giuseppe Turani, pubblicato ieri su Repubblica, a proposito della fusione Intesa-San Paolo, è un buon esempio di certo modo di presentare le vicende economiche a un lettore spesso digiuno di nozioni tecniche.
    Il punto da sottolineare è come il rapporto tra teoria e pratica dell’economia di mercato, in articoli come quelli di Turani, che è uno degli opinionisti economici più noti, venga piegato alle esigenze del momento. Sulle quali però non indagheremo ulteriormente, avendo già dedicato al problema, il “post” di venerdì 25 agosto.
    Ora, nel suo pezzo, Turani riassume “in quattro sfide” il banco di prova per il nuovo colosso Intesa-San Paolo.

    La prima consiste nel riuscire a mettere insieme le due diverse culture interne alle banche (per semplificare Milano contro Torino). E qui Turani sembra guardare con maggiore complicità alla prima cultura, quella milanese, più americana e meno legata al capitalismo familiare dell’altra, la torinese.

    La seconda riguarda le riduzioni del personale (a suo parere già si parla di un esubero di 15.000 dipendenti, su circa centomila…). Per il giornalista di Repubblica la questione andrebbe gestita, “dialogando” con i sindacati, ma senza guardare in faccia a nessuno. Il che significa, se interpretiamo bene il suo pensiero, licenziamenti facili. Anche perché, così fa notare, la concorrenza straniera, potrebbe non perdonare… Auspice, ovviamente, Draghi, apprezzato da Turani.
    Le ultime due sfide (la terza e la quarta) sono quelle con i consumatori e le imprese. Per vincerle il “nuovo colosso” dovrebbe, trasformarsi in “gigante buono” e favorire credito e servizi a buon mercato e non stock options (speculative…). E qui cade l’asino… (se ci si passa l’espressione). Ma cerchiamo di capire perché.

    Le due prime sfide non riguardano strettamente l’economia di mercato ma le sue precondizioni in termini di sociologia della cultura imprenditoriale e delle relazioni industriali (con i sindacati in particolare, non particolarmente stimati da Turani…). Qui di importanza secondaria ai fini del nostro discorso. Mentre le ultime due riguardano da vicino l’economia e le sue presunte leggi. E così si scopre una contraddizioni fondamentale: Turani, come del resto altri commentatori economici, per un verso “deve celebrare” la libera concorrenza” , e per l’altro “deve far digerire” allo spesso ignaro lettore di Repubblica, un’operazione di tipo oligopolistico, che “profana” le inesorabili leggi dell’economia di mercato. Violazione, che di regola danneggia il consumatore. E dunque per salvare capra e cavoli Turani deve far appello al “gigante buono”: il costituendo gruppo Intesa-San Paolo. Che di “motu proprio” dovrebbe favorire i consumatori, proprio come certi re ottocenteschi, “per volontà di Dio e della Nazione”, che favorivano i “sudditi” concedendo magnanimamente la Costituzione…

    Ora, delle due l’una: o l’economia di mercato si fonda sulle leggi della libera concorrenza fra una pluralità di attori, e perciò l’unica politica da seguire è quella di porre tutti i “protagonisti” sullo stesso piano (dalle imprese ai consumatori), combattendo gli oligopoli, oppure non si fonda sulle leggi della concorrenza e allora tutto è ammesso. Anche di celebrare, sperando nella generosità del “gigante buono”, ambigue operazioni oligopolistiche, come il progetto di fusione tra Intesa e San Paolo.
    Come appunto fa Turani.

    Carlo Gambescia
    Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
    28.09.06