Home / ComeDonChisciotte / LA DROGA CHIAMATA PROGRESSO

LA DROGA CHIAMATA PROGRESSO

DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it

Lo psicofarmaco della modernità

La questione del Tav, che ha visto migliaia di persone manifestare in 50 città oltre che in valle, travalica la Val di Susa e il legittimo interesse dei suoi abitanti a non veder sconciato il proprio territorio, l’ambientalismo, l’amianto, le compensazioni, le economie o le diseconomie che, a seconda dei punti di vista, il traforo comporterebbe.

I No-Tav (fatta la tara dei vandali), come ha capito benissimo il ministro Corrado Clini, “sono contrari allo Sviluppo, la loro è una battaglia ideologica”. Ma non meno ideologica è la posizione di chi (fatta anche qui la tara sulle speculazioni e le mazzette) sostiene che il Tav è necessario alla crescita e allo
Sviluppo.
“Il Progresso non ha partorito l’uomo migliore, una società migliore e comincia a essere una minaccia per il genere umano”. Chi l’ha detto? Un valligiano, un “Aska”, un anarco-insurrezionalista? Lo ha detto Papa Ratzinger quando era ancora cardinale. Probabilmente Ratzinger si riferiva soprattutto alla decadenza etica (anche se l’ultima parte della frase adombra la catastrofe ambientale) che a noi qui non interessa perché siamo persuasi che dal punto di vista morale l’uomo non è mai cambiato.

La conoscenza infatti è cumulativa, il senso etico no. Io ne so sicuramente di più di mio
padre e di mio nonno, ma non sono necessariamente migliore, dal punto di vista etico, di mio padre o di mio nonno. Quello che per me conta è il rapporto fra lo Sviluppo e la qualità della vita.

Perché, oltre al traforo della Val di Susa, dobbiamo costruire altre 300 fra grandi e piccole opere?
“Perché la nostra Penisola–come si è espresso Monti –non si distacchi lentamente dall’Europa”. Insomma, per rimanere competitivi. Ma lo stesso devono fare, se vogliono sopravvivere, non solo gli altri Paesi europei ma tutti quelli che sono entrati nel
modello di sviluppo occidentale.

La “Ricchezza delle Nazioni”, inzuppate di infrastrutture, aumenta, ma ciò passa sul massacro delle popolazioni che, oltre a veder sconciato il proprio ambiente, devono lavorare di più, guadagnare di meno e in larghi strati impoverirsi. Facciamo solo un piccolo esempio. Fino a 50 anni
fa, in Italia, in famiglia lavorava uno solo e bastava, ora devono farlo tutti e due e spesso non è sufficiente. Tutte queste geremiadi sulle donne che non hanno lavoro sono in funzione del sistema, non delle donne. Molte che non lo hanno certo lo vorrebbero, ma forse molte di più che preferirebbero farne a meno, per stare accanto ai figli, sono costrette a trovarselo. Per uscire da questa fourchette ci vorrebbe un accordo mondiale per abbassare i livelli della competizione invece di alzarne continuamente l’asticella.
Ma questo le leadership non lo capiscono o fanno finta di non capirlo.

Noi non abbiamo bisogno di andare sempre più veloci, ma di vivere meglio. E su questo piano l’attuale modello di sviluppo, nato con la Rivoluzione industriale, ha fatto degli sfracelli.

Diamo alcuni, semplici, dati. Nel 1650, in Europa, i suicidi erano il 2,6 per 100mila abitanti. Nel
1850, un secolo dopo il “take off” industriale, erano il 6,9 (triplicati), oggi sono il 20 per 100 mila
abitanti (decuplicati). E naturalmente il suicidio è solo la punta dell’iceberg di un disagio esistenziale infinitamente più diffuso e tanto più lo è proprio nei Paesi di maggiore “benessere ”.

L’alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione industriale.
Nevrosi e depressione sono malattie della Modernità, all’inizio colpirono i ceti benestanti, la
borghesia (Freud insegna), oggi riguardano tutte le fasce della popolazione. Negli Stati Uniti, Paese di punta del modello, 566 americani su mille fanno uso abituale di psicofarmaci, cioè un abitante
su due non sta bene nella propria pelle. La costante estensione dell’uso della droga è sotto gli occhi
di tutti.

E cosa vogliono fare le leadership mondiali su di noi, cavalli già abbondantemente dopati e con la schiuma alla bocca?
Drogarci ancora di più, farci andare ancora più veloci, cementificarci ulteriormente, costringerci a lavorare come asini al basto, incrementando la nevrosi e la depressione per poi riempirci
di medicina tecnologica per reggere lo stress ed essere all’altezza della competizione divenuta globale. E tutto questo, quando in buona fede, per inseguire il Mito dello Sviluppo, per non rinunciare alla Fata Morgana delle “sorti meravigliose e progressive” che
appartengono sia alla cultura della destra che della sinistra.

Tutto ciò ha un senso? Un senso umano, dico?

Ma verrà un giorno, vicino, in cui l’ultimo capello farà crollare il cammello. E allora non saranno più quattro valligiani o degli anarchici spelacchiati, ma le folle deluse, frustrate ed esasperate, di ogni mondo, a rovesciare il tavolo, avendo compreso, alla fine, che, per parafrasare Goethe, lo spirito faustiano, lo spirito dell’Occidente, opera eternamente
il Bene ma realizza eternamente il Male.

Massimo Fini
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
6.03.2012

Pubblicato da Davide

  • Tonguessy

    Viviamo tempi drogati. La droga principale è il Progresso, astrazione con la quale ci convincono che tutto ciò è stato fatto “per il nostro bene”.
    Viviamo più a lungo e meglio dei nostri antenati del paleolitico. Balle. Leggetevi i rapporti di paleoanatomopatologia.
    L’altra droga è la Civiltà: siamo stati tratti in salvo dai tempi bui del medioevo o peggio del paleolitico per essere traghettati nel radioso presente zeppo di meraviglie. Tutte inutili, per quanto meravigliose.

    “L’umanita’ non presenta una evoluzione verso qualcosa di migliore o di piu’ forte o di piu’ elevato nel modo in cui oggi questo viene creduto. Il ‘progresso’ è semplicemente un’idea moderna, cioe’ un’idea falsa. L’europeo di oggi resta, nel suo valore, profondamente al di sotto dell’europeo del Rinascimento; la prosecuzione di uno sviluppo non è assolutamente, per una qualsivoglia necessita’, elevazione, potenziamento, consolidamento.”

    Friederich Nietsche, L’Anticristo

  • Marshall

    Condivisibile, ma il punto non è che il potere non lo capisce ma anzi al contrario lo vuole perchè così si può tornare al tempo della schiavitù, alle catene. Una massa informe di persone robotizzate prive di un pensiero proprio in competizione continua l’una con l’altra che pensa solo a produrre cosa e per chi non si sa.

  • Fabbietto

    Concordo con quello che dici, anche se onestamente non sono in grado di fare un paragone tra l’uomo moderno e quello del Paleolitico, anche se ad istinto mi sentirei di valorizzare più una vita vissuta trent’anni in libertà piuttosto che una vissuta settant’anni in cattività. Comunque il tuo discorso mi ricorda la critica ateistica nei confronti della maggior parte delle religioni rivelate, che vedono l’essere umano come apice di un disegno divino. Come fatto giustamente notare da molti studiosi dell’evoluzione (Gould, Dawkins, etc…), non c’è nessuna teleologia e nessun sentiero prestabilito nel mutamento di tutto ciò che è vivente, e secondo me neanche le associazioni umane si sottraggono a questa costante (almeno per il momento). Mi riallaccio al tuo commento solo per far notare che oggi la religione del progresso si sta sostituendo all’immanentismo oscurantista proprio di diverse chiese nel passato come nel presente, e l’idea di sviluppo è sicuramente drogata dalle pulsioni bulimiche dei prepotenti. Riguardo la Val di Susa invece, basterebbe far notare a chi occupa abusivamente le istituzioni che non si può parlare di sviluppo quando si calpestano i diritti di altri esseri umani, al netto delle ragioni economiche, ambientali e legali che anch’esse gridano il crimine di quest’opera. Ciao.

  • Tao

    Per molto tempo la cultura europea ha nutrito una ferma fede nel progresso: essa ha creduto che il cammino della civiltà non avrebbe incontrato ostacoli né subito interruzioni, e che avrebbe accumulato conquiste (non solo scientifiche e tecniche, ma anche morali e politiche) sempre più elevate. Nel Settecento, questa è stata la convinzione di autori come Voltaire, Turgot, Condorcet (il cui Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain è del 1793). Nell’Ottocento l’idea di progresso ha costituito il fulcro delle concezioni di tre giganti del pensiero: Hegel, Comte e Marx.

    Il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831)è stato uno dei grandi teorici del progresso inteso come percorso storico inevitabile dello spirito umano; a lui si ispirò anche la visione di Karl Marx (1818-1883) Potente e suggestivo il disegno tracciato da Hegel. Per lui la storia universale era stata un processo ascendente, nel quale il popolo più evoluto in una data epoca aveva espresso un principio, che comprendeva in sé tutti i principi dei popoli passati, tutte le loro conquiste (nulla andava perduto nella storia), ma in una sintesi nuova e più ricca. Tale processo tendeva a una meta, a un fine ultimo: la piena realizzazione della libertà. E infatti nel mondo orientale uno solo era libero; nel mondo greco-romano solo alcuni erano liberi; nel mondo cristiano-germanico tutti sono liberi.

    Anche Comte elaborò uno schema storico di tipo ascendente (sviluppando temi già presenti in Saint-Simon). Per lui la storia umana aveva percorso tre stadi mentali (teologico, metafisico e scientifico), che avevano dato origine a tre grandi tipi di organizzazione sociale, a tre grandi epoche: l’epoca «teologica e militare», l’epoca «metafisica e giuridica», l’epoca «scientifica e industriale». In quest’ultima il potere era esercitato, razionalmente, dagli scienziati e dagli industriali.

    Uno schema ascendente ha caratterizzato anche la riflessione di Marx, al quale lo sviluppo storico appariva come «una serie coerente di forme di relazioni, la cui connessione consiste in questo, che al posto della forma di relazioni precedente, divenuta un intralcio, viene sostituita una nuova, corrispondente alle forze produttive più sviluppate». Il «motore» dello sviluppo storico era quindi la dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione (o «forme di relazioni»), che sarebbe sfociata in una società superiore materialmente e spiritualmente: la società comunista, la quale era la «soluzione dell’enigma della storia».

    Questo ottimismo storico entra in crisi già negli ultimi decenni dell’Ottocento, come ci ricorda Pietro Rossi nel suo bel libro Il senso della storia. Dal Settecento al Duemila, appena edito da Il Mulino (466 pagine, € 27 ). Un grande umanista come Jacob Burckhardt (reso celebre da un’opera affascinante: La civiltà del Rinascimento in Italia), nelle sue Considerazioni sulla storia universale (1868-1873) svolge motivi assai diversi da quelli fino ad allora prevalenti: per lui la storia, lungi dal poter essere considerata come «un crescente perfezionamento (il cosiddetto progresso)», è piuttosto un processo al quale è essenziale la lotta (come avviene nel regno animale). La storia ci mostra la presenza costante del male, della violenza, della sopraffazione dei più forti sui più deboli, un «quadro spaventoso», fatto «di disperazione e di strazio».

    Nel pubblico che assisteva alle lezioni di Burckhardt a Basilea c’era anche il giovane Nietzsche. Anch’egli ripudierà interamente l’idea di progresso, ma rifacendosi a motivi assai diversi da quelli svolti da Burckhardt, e che definirei antiumanistici (critica del cristianesimo come religione dei deboli, critica della democrazia e del suo egualitarismo, esaltazione degli eroi, dei superuomini, eccetera). Ma il pensatore più emblematico nel processo di dissoluzione dell’idea di progresso è Spengler, col suo famoso libro Il tramonto dell’Occidente (il cui primo volume appare nel 1918, quando l’Europa esce dissanguata dalla guerra, e riscuote un enorme successo in Germania). Spengler afferma che le civiltà sono organismi che, come nascono, crescono e vigoreggiano, così decadono, invecchiano e muoiono. La nostra civiltà europea è sul punto di estinguersi. Essa si trova (come tutte le civiltà che hanno esaurito il loro corso) in una fase di Zivilisation: la religione decade, e ciò determina il tracollo di tutti i valori del passato; all’anima, ormai morta, è subentrato l’intelletto come putrefazione dell’anima; nella democrazia il popolo si è ormai dissolto in una massa amorfa e manipolata; la politica non dirige più l’economia ma è subordinata a essa; il denaro è divenuto la suprema potenza della società.

    Rossi si sofferma anche, e giustamente, su autori come Alfred e Max Weber (come non ricordare la sua tesi che l’organizzazione razionale-burocratica del mondo moderno ha costruito una «gabbia d’acciaio» che isterilisce la spontaneità e la creatività degli uomini?) o come Sorel (il suo Les illusions du progrès è del 1908).
    Io aggiungerei Pareto e Croce. Pareto rifiutava tutte le filosofie della storia, sia idealistiche che materialistiche. L’unica cosa che la storia ci mostra, egli diceva, è il succedersi delle élite , la loro continua trasformazione, la loro decadenza, la loro scomparsa (più o meno rapida, più o meno violenta). Questa successione di élite non è regolata da nessuna legge storica, da nessuna scansione dialettica; in essa si manifesta solo una sorta di «moto ondoso», nel senso che le varie élite si formano e si dissolvono come le onde del mare.

    Era una visione sconsolata, quella di Pareto, ma il suo pessimismo storico si sarebbe manifestato anche in autori che per decenni erano stati sostenitori dell’idea di progresso. È il caso di Croce, che nella sua vecchiaia, dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, scriverà che «talvolta popoli civili si imbarbariscono, si inselvatichiscono, si animalizzano o ridiventano bestie feroci, e tornano nella natura».

    Il fatto è, egli diceva, che c’è in noi un «Anticristo, distruttore del mondo, godente della distruzione». Con queste parole il vecchio filosofo non era molto lontano da un pensatore da lui non amato, Sigmund Freud, che aveva parlato della pulsione di distruzione presente in ognuno di noi, sicché il processo di edificazione della civiltà si configura come una grandiosa e drammatica lotta tra Eros e Thànatos.

    Giuseppe Bedeschi
    Fonte: http://www.corriere.it
    6.03.2012

  • Affus

    il progresso esiste, c’è stato e ci sarà,ma rigurda soltanto l’ambito scientifico. Serve a risolvere i nuovi problemi che nascono con l’aumento della popolazione e per far vivere meglio l’uomo nel suo ambiente . L uomo europeo era il detenitore dei segreti della scienza , colui che dopo il cristianiesimo concepisce la storia come avente un principo e una fine , concetto sconosciuto ai greci e ai pagani . Un’ altra cosa è il progresso morale che molte ideologie e teologie hanno legato al progresso scentifico . Da questa confusione sono nate tutte le guerre,i razzismi e i colonialismi .

  • RicBo

    piuttosto di nominare il capitalismo Fini si taglierebbe le vene

  • RicBo

    un altro che come Fini non menziona il capitalismo neanche per sbaglio

  • rebel69

    Chissà forse perché ha paura di pestare i piedi a chi magari gli da una mano a far quadrare i conti del”Fatto quotidiano”?

  • rosbaol

    Genio!!

  • stonehenge

    Stessa cosa vale anche per il comunismo, eh?
    dopo la rivoluzione industriale l’imperativo è stato, seppur sotto diverse bandiere:Progresso e Sviluppo a tutti i costi…

  • rebel69

    Lo dici ad uno che l’ultima volta che mise piede dentro una cabina elettorale a messo la X su rifondazione comunista.E’ per questo che l’incazzatura peggiore c’è l’ho con i compari del PD ex PCI DS e sinistroidi vari.Io da operaio posso dire che le inculate più grosse c’è l’hanno date proprio quelli che i lavoratori li dovevano tutelare.Altro che quel ruba galline mafiosetto evasore corruttore di Berlusconi.

  • mincuo

    Massimo Fini è simile a Paolo Barnard. Commenti nel suo sito NISBA. Se poi per avventura uno ha occasione di parlarci, cosa di cui è dubbio conservare un ricordo memorabile, si accorge facilmente del valore (e intendo proprio terra terra, niente di sensazionale, cioè quanto a fondo questi conoscono gli argomenti di cui parlano, peraltro trattasi dell’universo mondo, nel caso di Fini, e quanti libri o documenti abbiano letto realmente in vita loro) nonchè della loro onestà e libertà intellettuale, non appena uno faccia una critica non abbastanza consenziente. Il mondo non è davvero un granchè, ma se fosse comandato da questi figuri assomiglierebbe ancora di più a un Inferno. Più ancora di quanto non sia già bene avviato ora ad esserlo.