La discriminazione come metodo educativo e la retorica dell’inclusione

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di Vincenzo Costa

“Dove ci sono classi di vaccinati si possono togliere le mascherine e si può tornare a sorridere”. Così dice il Ministro Bianchi, non senza una verve punitiva e non senza una vena di cattiveria e di compiacimento per ciò che questo concretamente significa. Perché l’idea è semplice: se in una classe non ci si potrà togliere la mascherina, sarà colpa dei ragazzi che non si sono vaccinati. In questo modo Bianchi crea il nemico, apre le condizioni per la produzione dello stigma e dell’esclusione.

Mi chiedo come si sentirà quel ragazzo che, unico, si troverà in una classe che lo guarderà in cagnesco, lo additerà come colpevole. Ed è chiaro che si tratta di un meccanismo di esclusione, in questo caso senza dubbio di un dispositivo disciplinare, in cui la sorveglianza e la repressione del dissenso viene affidata ai pari.

Ma significa che il metodo per educare a essere buoni cittadini di uno stato liberale consiste nel ricatto, nella possibilità di incorrere nell’esclusione e nell’emarginazione: chi non si adegua diviene colpevole, viene additato al pubblico disprezzo, deve stare solo, in un banco a parte, senza amici, isolato: sorvegliare e punire diviene davvero di drammatica attualità.

Significa la fine dei discorsi che avevano caratterizzato la pedagogia negli ultimi decenni, dove al centro stava la didattica inclusiva, la nozione di inclusione delle differenze come metodo di formazione e di crescita, dove, con Habermas, avevamo imparato a parlare di Politiche dell’inclusione. Tutto questo, per quel che ne so, nel silenzio dei tanti pedagogisti che dell’inclusione hanno fatto una bandiera. Tutto questo diviene mera chiacchiera, superato da un sorriso beffardo di un ministro.

Sempre più la cultura liberal-progressista si dimostra ipocrita, sempre più lontana dagli stessi ideali del liberalismo classico e sempre più un’ideologia totalitaria, senza rispetto per nessuno, nemmeno per i ragazzi, a cui insegniamo che il ricatto paga, che si educa punendo, minacciando l’esclusione. E tutta la sinistra complice di queste pratiche così caratteristiche di tutti i regimi totalitari.

Qui non si tratta di pro-vax e no-vax. Si tratta delle condizioni minime di una vita associata, del rispetto. Come potete parlarmi dei “valori”, dell’infanzia, se poi accettate il ritorno del peggio del peggio, perché, notava Foucault che a questo punto mi tocca riprendere, la punizione più feroce non è punire i corpi, ma punire le anime. Ecco, questa è la cultura liberal-progressista, questa nuova forma di totalitarismo senza pietà e senza riguardo, feroce e intollerante.

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-non_si_tratta_di_provax_e_novax_la_discriminazione_come_metodo_educativo_e_la_retorica_dellinclusione/39602_42946/

Pubblicato il 06.09.2021

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