DI PAOLO BERGOGNONE
maurizioblondet.it
Vladimir Vladimirovic Putin, presidente della Federazione russa, è attualmente il politico più demonizzato al mondo (dal “circo mediatico” liberale di sinistra). A Putin è infatti riservata la diffamazione a mezzo televisivo e stampa definita, da Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta, nel bel libro Governo globale, «trattamento Milosevic», in riferimento alla campagna di satanizzazione mediatica condotta, nel 1999, dalla pubblicistica liberal e radical-chic ai danni dell’allora presidente jugoslavo (impunemente rinominato “Hitlerosevic” della rivista di “sinistra” L’Espresso). La stessa Federazione russa viene descritta, dai media di cui sopra, come “di Putin”, lasciando maliziosamente intendere che il Paese sia trattato quale “proprietà privata” da una sorta di “autocrate-magnate”. Questi media, naturalmente, tralasciano (in maniera volontaria) il fatto che la Russia non sia in alcun modo “di Putin” o di qualsivoglia altro politico, ma dei russi e delle loro tradizioni storiche.
Se un politico e uomo di Stato come Putin, con il suo patriottismo, riesce a farsi rappresentante e interprete delle summenzionate tradizioni, politiche e spirituali, del popolo russo, ben venga. Infatti, l’unico Stato, se così lo si può definire, al mondo, oggetto privatistico di una casa regnante, è l’Arabia Saudita, autentica proprietà privata dei Saud. Tuttavia, questo i media liberali occidentali non lo scrivono e non lo affermano, essendo l’Arabia Saudita il principale alleato di Usa e Israele in Medioriente, preferendo accanirsi contro uno Stato sovrano e pacifico, la Russia, in quanto recitante, sullo scenario geopolitico globale, il ruolo di contraltare al dominio liberaldemocratico a stelle e strisce. Infatti, secondo Adriano Sofri, il pubblicista passato dalle urla maoiste (W Marx! W Lenin! W Mao Tse Tung!) degli anni di Lotta Continua agli odierni starnazzi e schiamazzi neoliberali (W Clinton! W Blair! W Emma Bonino!),
Putin è un dittatore, guidato solo dal proposito di accrescere e conservare il proprio personale potere. Non è nostalgico del comunismo, ma della potenza russa e della devozione criminale che sapeva instillare negli uomini del suo apparato, ed esemplarmente del Kgb. Il suo sistema di relazioni interne non evoca Machiavelli ma la famiglia mafiosa. La sua politica internazionale si fonda sulla convinzione di poter giocare al rialzo contro avversari, le democrazie liberali, ormai incapaci di immaginare a fondo il male negli altri e la resistenza in sé [Il Foglio, 21 marzo 2016].
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