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LA DEMENZA GENERALIZZATA DEL POPOLO ITALIANO

DI COSTANZO PREVE

Un enigma storico da decifrare

1. Nell’editoriale della rivista Italicum, dicembre 2011, Luigi Tedeschi fa un primo completo bilancio dei provvedimenti della giunta Monti, e ne rintraccia anche correttamente la genesi economica, storica e politica. Alla fine di queste analisi Tedeschi osserva che tutti i partiti, di destra e di sinistra, “volevano che Monti attuasse quelle manovre impopolari che essi non erano in grado di condurre in porto per motivi elettorali”. Mi sembra evidente. E ancora: “Potrebbero un domani tentare di svincolarsi dalle loro responsabilità addossando a Monti la colpa per misure impopolari approvate, contando sulla demenza generalizzata del popolo italiano, che darebbe loro nuovo consenso, non essendoci alternative”. A livello di filosofia politica, ci si potrebbe chiedere se il popolo in quanto tale è demente (spiegazione nicciana e delle teorie delle élites) oppure se lo è soltanto quando è ridotto a corpo elettorale (spiegazione che risale a Rousseau e ai teorici della democrazia diretta, fra cui anche Lenin).

2. Quindici anni fa scrissi un manifesto filosofico insieme a Massimo Bontempelli, mancato in questo stesso anno 2011 (cfr. Bontempelli-Preve, Nichilismo Verità Storia, CRT, Pistoia 1997). In un capitolo sulla menzogna del linguaggio economico (pp. 23-24), Bontempelli faceva risalire alla generalizzazione della forma di merce la scomparsa della verità delle relazioni sociali. Diagnosi a mio avviso esattissima. E poi elencava una serie incredibile di menzogne del linguaggio economico. Fra di esse si notava che “alcuni decenni orsono, quando la tecnologia e la produzione di merci erano meno sviluppate di oggi, non c’erano difficoltà a finanziare le pensioni e l’assistenza sanitaria dei lavoratori, mentre oggi, dopo tanto sviluppo, gli economisti ci dicono che il sistema economico non può sopportare questo finanziamento”.

Sembrano righe scritte nel dicembre 2011, e invece risalgono ai primi mesi del 1997. Partiamo quindi da questo rilievo.

3. Come tutti gli studiosi di storia e di filosofia, sono attirato dai due estremi complementari della coscienza sociale, la genialità e l’idiozia. E tuttavia l’idiozia è sempre più interessante, anche perché è più divertente. I mezzi di comunicazione di massa ci offrono ogni giorno quantità industriali di idiozia, e con l’arrivo della televisione e dei giornali non c’è neppure bisogno di mescolarsi agli idioti, perché l’idiozia ci viene portata a domicilio in modo semigratuito.

Mi ha colpito una manifestazione di “donne” (una delle maggiori idiozie del nostro tempo è la separazione femminista di donne e di uomini, dopo che c’è voluta tanta fatica per promuoverne la giusta e sacrosanta eguaglianza), in cui una nota regista concionava sostenendo che il nuovo governo Monti almeno “rispettava le donne”, mentre il precedente puttaniere evidentemente non lo faceva. Ora, il precedente puttaniere non era riuscito ad aumentare in un colpo solo l’età pensionabile, mentre Monti, l’uomo che rispetta le donne, lo ha fatto.

Siamo quindi di fronte ad un esempio quasi da manuale di demenza generalizzata. La sua genesi deve essere ancora indagata. A un livello superficiale, per sua natura insoddisfacente, ci si può riferire alla necessità del PD di babbionizzare il suo elettorato, oppure alle conseguenze di vent’anni di antiberlusconismo di “Repubblica”, rinforzato da dosi massicce di Floris e Gad Lerner. E’ senz’altro così. Nello stesso tempo, fermarsi a questo livello è assolutamente insoddisfacente.

4. Partiamo da un dato apparentemente secondario. Scrive il giornalista Stefano Lepri (cfr. “La Stampa”, 14 dicembre 2011): “Colpisce nel Paese, almeno a giudicare dai sondaggi, il contrasto fra gli elevati consensi di cui gode il governo Monti e il diffuso rigetto della sua manovra di austerità. Non sembra esistere nessuna forza capace di convincere i cittadini che quello che gli viene richiesto è uno sforzo solidale”.

Partiamo da questa apparente schizofrenia. Elogi a Monti e al suo burattinaio politico Napolitano, ex comunista riciclato in uomo della NATO e degli USA in Italia, e considerato dalla massa babbiona PD il grande garante e difensore della Costituzione. E nello stesso tempo brontolio contro la manovra sul fatto che “pagano sempre i soliti noti”, “la casta non è abbastanza colpita”, eccetera. Spiegare questa schizofrenia è relativamente facile, ma richiede ugualmente uno sforzo culturale. Facciamolo, tenendo conto che mi limiterò all’Italia, e solo all’Italia, perché altrove i dati culturali egemonici possono essere e sono diversi.

5. Quando al tempo di Pio XII la chiesa cattolica “scomunicò i comunisti” siamo stati in presenza di un episodio, forse l’ultimo, di una strategia controriformistica. La chiesa non aveva mai avuto paura di quella forma di paganesimo estetizzante che era stato un certo Rinascimento, ma aveva avuto veramente paura di una possibile riforma protestante in Italia. La riforma protestante, infatti, non parlava soltanto ai dotti e agli intellettuali del tempo, ma al popolo. Nello stesso modo la chiesa cattolica, pur avendo messo debitamente all’indice le opere filosofiche di Croce e di Gentile, nonostante il loro continuo proclamarsi di “non potersi non dirsi cristiani”, non aveva mai avuto molta paura né della variante liberale del laicismo, né di quella azionista. Sia il liberalismo che l’azionismo erano infatti palesemente fenomeni ristretti di certi intellettuali. Ma con l’arrivo del “comunismo” in Italia (arrivo non precedente la guerra civile 1943-45, almeno nella sua dimensione di massa) le cose cambiavano. Il comunismo italiano, nella versione togliattiano-gramsciana, sfidava invece la chiesa cattolica sul suo stesso terreno, che era l’egemonia culturale sulle classi popolari.

Il segretario di sezione comunista iniziava sempre la sua relazione dalla cosiddetta “situazione internazionale”. Si trattava spesso di una raffigurazione assolutamente mitico-fantasmatica della realtà sociale, basata sulla metafisica storicistica del progresso, su di una immagine antropomorfica del capitalismo come società dei privilegi di mangioni e “forchettoni”, sull’elaborazione dell’invidia sociale dei subalterni, sul presupposto della supposta incapacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive, e su altre sciocchezze positivistiche di questo tipo fatte indebitamente risalire a Marx, eccetera. Sarebbe estremamente facile correggere con una matita rossa e blu le ingenuità populistiche di questo messaggio. Sta di fatto che questo messaggio dava pur sempre della realtà un’immagine razionale e coerente, in grado di spiegare con un certo grado di semplificata approssimazione la storia contemporanea, anzi “il presente come storia” per usare una bella espressione di Paul Sweezy.

6. Tutto questo venne progressivamente meno in Italia nel ventennio 1968-1988. Non intendo scendere in una periodizzazione più precisa e analitica perché mi interessa connotare un processo nella sua interezza temporale evolutiva. In questo ventennio le classi popolari italiane restarono semplicemente senza gruppi intellettuali nel senso egemonico gramsciano del termine, e restarono così politicamente mute. Le facili accuse di populismo, leghismo, razzismo, eccetera, con cui vengono ingiuriate da circa un ventennio, nascondono un maestoso processo di spossessamento e di deprivazione culturale complessiva.

In termini sintetici, il comunismo italiano fra il 1968 e il 1988 si è trasformato culturalmente in una sorta di “azionismo di massa”, ma trasformandosi in azionismo di massa non poteva che cambiare radicalmente codice comunicativo ed egemonico. L’azionismo di massa, combinato con il sessantottismo dei costumi di cui il femminismo è certamente stato una componente particolarmente degenerativa in senso sociale, ha infine preparato il clima dell’ultimo ventennio, un occidentalismo di massa esplicito (antiberlusconismo moralistico ed estetico, diritti umani a bombardamento imperialistico legittimato, eccetera). Una tragedia, e soprattutto una tragedia rimasta in larga parte incomprensibile alle sue stesse vittime, oggetto di una babbionizzazione pianificata dall’alto cui era praticamente impossibile resistere.

7. Possiamo sommariamente connotare la cultura popolare promossa dal PCI, e subordinatamente anche dal PSI, fra il 1948 e il 1968 come una forma di populismo di massa. Del resto, questo era chiaro a tutti gli studiosi del tempo, basti pensare all’Asor Rosa di Scrittori e Popolo. Soltanto negli ultimi vent’anni il “populismo” è diventato un insulto applicato non solo a Berlusconi, ma anche a Chavez. Ma non si tratta che di un mascheramento linguistico del ceto intellettuale integrato e politicamente corretto, e anzi integrato perché politicamente corretto, o se si vuole politicamente corretto perché integrato.

Al ventennio del populismo di massa 1948-1968, seguì il ventennio dell’azionismo di massa 1968-1988. Non a caso, Norberto Bobbio diventò il principale autore di riferimento dell’ex PCI spodestando completamente Gramsci, diventato autore di cult per i cultural studies delle università anglosassoni. Per comprendere il passaggio dal populismo di massa all’azionismo di massa è utile “rinfrescare” la nostra conoscenza delle fasi di sviluppo del capitalismo.

8. Il principale errore della metafisica di “sinistra” consiste nell’identificazione del capitalismo con la borghesia. In termini spinoziani, questo dà luogo a una antropomorfizzazione del capitalismo, cui sono attribuite di volta in volta caratteristiche antropomorfiche, come la conservazione o il progressismo. In termini hegeliani, questo dà luogo a una esaltazione di tipo weberiano del razionalismo astratto, per cui la razionalizzazione progressiva delle sfere sociali e il loro adattamento al consumo delle merci viene chiamato “modernizzazione”. In termini marxiani, questo significa scambiare la falsa coscienza necessaria dei gruppi intellettuali “modernizzatori” per il fronte scientifico avanzato della coscienza sociale, cui sottomettere con l’educazione i plebei invidiosi rimasti invischiati nel razzismo, nel populismo e nel leghismo.

Secondo la corretta analisi dei sociologi francesi Boltanski e Chiapello, la “sinistra” che conosciamo si è costituita in un ben preciso periodo e in una ormai sorpassata fase dello sviluppo capitalistico. Si è costituita fra il 1870 e il 1968 circa, sulla base di un’alleanza fra la critica sociale alle ingiustizie distributive del capitalismo di cui erano titolari le classi popolari, operaie, salariate e proletarie, e una critica artistico-culturale all’ipocrisia conservatrice della borghesia di cui erano titolari i cosiddetti “intellettuali d’avanguardia”. Questo schema corrisponde abbastanza bene, per quanto concerne l’Italia, al ventennio 1948-1968 e trova ad esempio in Pier Paolo Pasolini un rappresentante significativo.

Con il Sessantotto, una delle date più controrivoluzionarie della storia mondiale comparata, questa alleanza viene meno perché è il capitalismo stesso a liberalizzare i costumi sociali e sessuali in direzione non solo post-borghese , ma addirittura anti-borghese (e ancora una volta il femminismo dei ceti ricchi è solo la punta dell’iceberg).

L’azionismo di massa del ventennio 1968-1988 progressivamente dominante in Italia non è altro che la versione italiana di un fenomeno europeo e mondiale, ma soprattutto europeo, perché Cina, India, Brasile, eccetera, continuano a essere Stati sovrani e non occupati da basi militari USA dotate di armamenti atomici.

Un popolo privato di ogni profilo culturale autonomo è quindi preda di un processo che si può definire sommariamente come “sindrome di demenza generalizzata”. Mi spiace che possa sembrare sprezzante ed offensivo, ma non riesco a trovare altro termine per connotare la perdita totale di un “centro di gravità permanente”, per rifarci all’espressione di un noto compositore.

9. La sindrome di demenza generalizzata insorge quando vengono meno tutti gli schemi dialettici di interpretazione sociale e riguarda tutti, ma assolutamente tutti gli ambiti sociali, in alto e in basso, a destra e a sinistra, anche se ovviamente in forme diverse.

A “destra” la sindrome di demenza generalizzata assume le consuete forme paranoiche. La paranoia è infatti una malattia soprattutto di “destra”, mentre la schizofrenia è invece una malattia soprattutto di “sinistra”. Prestiamo attenzione a fenomeni degenerativi come il pogrom di gruppi di plebei torinesi delle Vallette (non uso infatti mai la nobile parola di “popolo” per plebi decerebrate e imbarbarite) contro un insediamento di nomadi, o addirittura l’uccisione a freddo di due senegalesi a Firenze da parte di un allucinato paranoico. E’ assolutamente evidente che fatti come questi non devono essere giustificati in alcun modo con contorti argomenti sociologici da bar. E tuttavia essi sono soltanto la punte dell’iceberg di una perdita totale di comprensione del mondo, cui si supplisce con la scorciatoia della paranoia. Naturalmente il concerto politicamente corretto non è in grado di spiegare questi fenomeni di alienazione paranoica, perché si culla con i rassicuranti stereotipi del fascismo, nazismo, populismo, leghismo, revisionismo, negazionismo, eccetera. Ma la cura di queste sindromi di demenza generalizzata non può consistere in geremiadi moralistiche.

Ho già notato come la sindrome di demenza assuma a “sinistra” aspetti più simpatici e politicamente corretti perché solo schizofrenici e non paranoici (Monti è buono, ma la manovra è cattiva; Monti è buono perché rispetta le donne a differenza del laido puttaniere, eccetera). Certo, le scemenze non violente sono pur sempre meglio delle scemenze violente, ma scemenze restano e resta il problema della opacità sociale, cioè di un sistema di cui si è completamente perduta la chiave d’interpretazione. Ma non c’è nessuna chiave, dicono gli intellettuali pagliacci di regime alla Umberto Eco, e bisogna abituarsi a vivere gaiamente senza più nessuna chiave. Ma le grandi masse popolari, appunto, non possono vivere a lungo senza alcuna chiave interpretativa della riproduzione sociale, pena la caduta in sindromi di demenza generalizzata. E di questa bisogna quindi parlare.

10. Vi è un interessante passo, credo di John Reed, che può aiutarci a impostare la questione della demenza sociale generalizzata. Reed parla con un “soldato rosso” dopo il 1917 che gli dice: “I bolscevichi sono buoni perché ci hanno dato la terra. Sono invece i cattivi comunisti che ce la vogliono togliere”. Ora, è inutile assumere la spocchia della persona colta che sa che bolscevichi e comunisti sono in realtà le stesse persone. Ciò che invece conta è il modo in cui erano percepite da chi aveva tutto il diritto di non conoscere le teorie di Marx e del conflitto fra tattica bolscevica e strategia comunista.

Monti piace, mentre le sue manovre no, perché si pensa che esse colpiscano sempre i “soliti noti”. Errore. Colpiscono anche le libere professioni “borghesi” consolidate e organizzate da almerno due secoli di civiltà borghese. Naturalmente, Berlusconi si era fatto votare per “fare la rivoluzione liberale”, ma questa rivoluzione liberale, oggi come oggi, colpisce il 95% delle persone e ne salva invece solo il 5%. I vari Giavazzi e Alesina non sono affatto “liberali”, come opinano i lettori ingenui del Corrierone, ma sono solo “maschere di carattere” (le marxiane charaktermasken) di un processo anonimo e impersonale di globalizzazione liberista. Questo processo non può presentarsi apertamente nella sua concreta natura che chiamare “nazista” è dire poco. Si tratta di una società del lavoro flessibile, precario e temporaneo generalizzato, della fine di ogni democrazia e di ogni sovranità nazionale, di un interventismo imperiale continuo fatto in nome di generici “diritti umani” ad arbitrio assoluto, e della stessa fine dell’Europa come centro autonomo di civiltà non ancora del tutto “occidentalizzato”.

In un simile quadro la demenza sociale riflette l’opacità della riproduzione sociale, e assume toni schizofrenici a sinistra e paranoici a destra, anche se di diverso grado di pericolosità criminale. A sinistra, un antifascismo paranoico in totale assenza di fascismo. A destra, l’ennesima stucchevole tendenza a prendersela con i soliti capri espiatori, i nomadi, i negri, gli immigrati, eccetera. Questa demenza non verrà meno fino a che una nuova credibile interpretazione della natura degli avvenimenti in corso, e cioè del “presente come storia”, sostituirà gli spettacoli schizofrenici e paranoici in corso. I pazzi di Oslo e di Firenze non possono essere previsti. Il casuale in quanto tale è necessario, scrisse Hegel. Ma la reintroduzione della razionalità storica nella politica, questa sì, sarebbe possibile.

Costanzo Preve
Torino, 17 dicembre 2011

Pubblicato da Davide

  • ottavino

    Preve è bravo, bravo, bravo. Io la vedrei così: la plebe tende naturalmente all’idiozia, perchè studiare, applicarsi, interrogarsi costa sforzo e impegno, cose non comuni. In più c’è un fattore peggiorativo, che è la scomparsa della politica. Cioè la scomparsa di riferimenti politici che “spieghino” il mondo, perchè il mondo va spiegato, va interpretato. Quindi in questa totale assenza di punti di riferimento, la gente è abbandonata a se stessa. E gli italiani abbandonati a se stessi cosa fanno?. Mangiano e cagano come maialini nel porcile.

  • borat

    articolo senza nè capo nè coda, con farciture varie di concetti obsoleti e autocitazioni: non mi stupirei se mi fossi perso un qualche riferimento al ” plusvalore” o alla “mercificazione del lavoro”: comunque pessimo.

  • tamerlano

    Articolo con capo e coda, uno dei pochi a fare una analisi lucida della situazione attuale e che consenta di capire perché siamo così nella m….

  • wewantdefault

    quoto e stra quoto in pieno. Finalmente un articolo contestualizzato a dovere a livello socio culturale filosofico che ripercorre con relazione causa effetto gli ultimi 250 anni di storia culturale occidentale. Siamo arrivati al 2012 in queste condizioni e qui c’è spiegato il perchè. Non tutti possono permettersi il lusso di scrivere un articolo con tanta compiutezza. Ma soprattutto nemmeno tutti possono permettersi di leggerne uno e capirci qualcosa.

  • wewantdefault

    snif snif snif…sento puzza di debunker più sopra…

  • Hamelin

    Buon articolo anche se non ho scorto questa grande contestualizzazione del panorama Italico che mi aspettavo dal titolo.
    Preve a mio parere fa un panoramica (ottima) ma troppo ampia , in cui alla fine si perde il filo del discorso Italico.

    Bisognerebbe anche chiedergli di fare due riflessioni su :

    -Quali sarebbero le aspettative che egli nutre nei confronti del popolo Italico

    -In che modo il nostro giudizio di un epoca storica viene influenzato dalle aspettative che abbiamo riposto o riponiamo in essa

    -Le variabili umane e la desocializzazione della nostra epoca possono ancora rendere onore a caterogie di pensiero di “massa”, o sono ormai obsolete e sorpassate a causa del triupudio dell’ego Post Capitalista

  • menici60d15

    Sul tema segnalo il commento “Paranoia e ebefrenia”:

    http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/24/paranoia-e-ebefrenia/

  • Simulacres

    Il legame più grande che accomuna il “solito italiota” di destra e di sinistra è, appunto, l’idiozia che li induce ad essere così friabili, manleabili, turlupinabili.

    Sono in perfetta coscienza. Essenzialmente creduli e immaginativi, al punto da credere, l’uno – come schizofrenico – a tutte le stronzate propinate sulle torrentate di ismi nei quali prontamente vi si tuffa senza pudore nè diffidenza e l’altro – come paranoico – alle proprie ossessioni buttandosi in tutte le fiamme con la stessa temerarietà di uno scimpanzé.

  • tamerlano

    L’essenza del capitalismo è trasformare TUTTO in merce, anche ciò che non dovrebbe mai esserlo (sentimenti rapporti umani ecc…).

    È consunstanziale ad esso chiunque accetti questa logica, di destra o di sinistra che si sia. E un po’ in questa logica ci siamo dentro tutti, chi più, chi meno.

    Per questo l’analisi di Preve è importante, perché si può credere di essere antisistema come lo credevano i sessantottini, ma senza rendersene conto erano in sincrono con le (nuove) tendenze ed evoluzioni del sistema.
    Pronti per essere fagocitati dal nuovo capitalismo, non più solo espressione della classe borghese, ma diventato assoluto e interiorizzato anche dalle classi sfruttate…
  • ottavino

    Ben detto. E quindi qual’è l’unico atteggiamento davvero “antagonista”? Secondo me quello che si oppone a ogni “progressismo”, a ogni crescita, dato che ormai a “le masse” è stata inculcata la necessità della “crescita”. Ma ogni crescita avvantaggia solo chi tira le fila….come dimostrano gli ultimi anni.

  • luca

    Preve & LaGrassa
    …gli ultimi Pensatori.
    C H A P E A U !!!

  • nuvolenelcielo

    molto bravo Preve. credo alla fine che il punto cruciale è che l’Italia è ancora un paese occupato che ha perso la guerra, da qui la “marionettizzazione” degli italiani e l’impossibilità di una razionalità storica che non sia illusionismo.

  • Santos-Dumont

    Analisi interessante, a tratti divertente come nel caso della (azzeccata) definizione di Eco.

  • tersite

    Analisi illuminante
    ma affermare che l’attentatore di oslo è un pazzo casuale è semplicemente assurdo.

  • Giancarlo54

    Sempre ottimo Preve, un po’ lunghino l’articolo, ma ottimo come sempre

  • bstrnt

    Non credo che gli italiani siano più di tanto dementi, di sicuro sono, in maggioranza, opportunisti , senza dignità e tutto sommato parecchio tonti!
    Non credo sia un mistero per nessuno che l’Italia sia a tutti gli effetti una colonia USA, svenduta, illo tempore, dal quisling Alcide De Gasperi, quindi da tutti i burattini che si sono succeduti con il Washinghton consensum.
    Nessuna delle cariche istituzionali principali dal ’45 ad oggi si è insediata senza il consenso USA, quando ci poteva essere il dubbio che le elezioni potessero consegnare il potere politico a persone non gradite ai nostri padroni a stelle e strisce era sempre pronto il colpo di stato (vedi Gladio e quant’altro) pronto a riportare tutto nei desiderata del colonizzatore.

    Va da se che l’occupante si è ben premurato di mettere il pratica la massima: “se vuoi sottomettere un popolo, educane i figli”.

    Detto questo, non mi sembra che l’Europa sia conciata molto meglio; con la scusa dell’implosione dell’URSS, gli USA sono straripati in tutta Europa usando i vari paesi come vassalli sottomessi ai desiderata dei fondamentalisti puritani.

    Non contenti si sono dati da fare per esportare le dottrine psicopatiche di quella setta di criminali chiamati Chicago boys e Mafia di Berkeley, non senza aver prima infarcito i governi dei vari paesi dei loro quisling.

    Ora cosa pretendiamo, che i quisling posti da loro al potere si ravvedano e facciano i nostri interessi?

    Hanno ben presente la fine di Mattei e di Moro e gli attentati subiti da De Gaulle e non credo possiedano minimamente né le qualità morali, né le palle per accettare una sfida così pericolosa.

    Tuttavia una cosa è certa, per poter sperare di mantenere lo statu quo hanno necessità di sempre maggiori risorse.
    Finora le hanno rapinate, prima all’Iraq, quindi alla Libia ora dedicano la loro attenzione all’Iran e alla Siria, ma qui non si ritrovano solo di fronte al veto incrociato di Cina e Russia, ma anche alla minaccia che le due potenze non rimarranno a guardare se, puta caso, qualche idiota si sognerà di accendere la miccia.

    Un’altra considerazione rimane da fare, questa Europa, voluta e credo pianificata dagli USA come loro vassallo, sembra tutto meno che una unione o confederazione di stati, anzi dirò di più, sembra una bolgia infernale dove ogni stato si impegna a sodomizzare gli altri, ma tutti vengono sodomizzati dal demonio a stelle e strisce!

    Tutto questo nel nome della shock doctrine propugnata dal nano malefico Milton Friedman e sdoganata dai vari sacerdoti (che lo stesso Nixon soleva definire: piccoli bastardi senza scrupoli) come Perle, Rumsfeld , Bremen, Wolfowitz, Agresto, Cheney … nel nostro piccolo Antonio Martino & C …..

  • nuvolenelcielo

    già è vero. ma creso che sia un limite insormontabile per i filosofi quello di riferirsi solo alla letteratura e alla cronaca ufficiale e colta (per quanto minoritaria o di nicchia sia).

  • tamerlano

    Concordo, Preve ha un preconcetto ideologico nei confronti dei complotti in genere. Anche quando si tratti di quello ultrasmascherato dell’11 settembre.

    Ora, è vero, vedere complotti ovunque è da paranoici e non fa “analisi seria”, ma d’altra parte purtroppo l’attività dei servizi segreti cos’altro è se non complottare? Soprattutto quando si parla di quelli dell’asse anglousraeliano…
  • nuvolenelcielo

    esatto, il mestiere dei servizi segreti PER DEFINIZIONE E COSTITUZIONE è quello di organizzare complotti. questa è la loro natura, ed è una cosa alla quale – magari non un giornalista -, ma un filosofo dovrebbe arrivare.

  • ottavino

    Non ci siamo per niente, ma proprio per niente. Ma allora fate parte della categoria citata nell’articolo. Uno come Preve scrive un articolo del genere e qui cosa si fa? Uno si mette a parlare degli americani che vogliono attaccare la siria e l’iran, un altro si mette a parlare di complotti….Tutte cose vere, per carità, ma dovresti restare in tema, perchè il tema proposto da Preve èessenziale. Preve ti sta mostrando la QUALITA’ di chi subisce i complotti, ti sta dicendo che tutto il “progresso” che ti hanno venduto dal dopoguerra a oggi era una bufala e milioni di allocchi ci sono cascati….dunque, se ti interessa liberartene….

  • nuvolenelcielo

    e guarda caso alcuni di quelli che hanno esplicitamente e più volte apprezzato Preve e la sua analisi, si sono sentiti liberi di aggiungere a margine un commento sui complotti…(vedi Oslo) – e se ti dà fastidio il cosidetto “complottista” fraudolento sei tu…

  • Tonguessy

    Articolo interessante, ma con diversi punti oscuri. Ad esempio
    Il principale errore della metafisica di “sinistra” consiste nell’identificazione del capitalismo con la borghesia
    E quale gruppo sociale starebbe quindi controllando i capitali? Il proletariato? Ma se poi sono necessarie “parole d’ordine” del tipo “situazione internazionale” del punto 5, perchè prendersela poi con chi sa identificare un nemico preciso contro cui allearsi?

    Sulla schizofrenia/paranoia: analisi troppo superficiale per essere considerata. Preve fa l’esatto identico errore di chi subisce/propaga la demenza sociale, che si manifesta attraverso l’uso di false categorie (immigrati/autoctoni quindi razzismo mentre in realtà siamo un’unica razza, come i genetisti ormai sanno). Giusto per dare l’esempio, seguite i discorsi di Frattini, e ditemi se è un tipico caso di paranoia di destra o di schizofrenia di sinistra. O di tutt’e due le cose, senza distinzione di appartenenza politica.
    Frattini: “Mai ne’ direttamente ne’ indirettamente il presidente del Consiglio si e’ occupato di politica energetica per motivi estranei all’esclusivo interesse, all’indipendenza energetica dell’Italia”. [4]
    “I rapporti che l’Italia ha con Gheddafi non li ha nessun altro Paese. Leggendo i giornali inglesi si vede quanto sia il disappunto perché l’Italia ha soppiantato la City londinese in Libia.” E i diritti umani? “Puntando il dito contro la Libia non si ottiene nulla. Noi non lo abbiamo mai fatto, e anche per questo possiamo raggiungere risultati. La politica estera è complessa, la realtà del mondo arabo è complessa.”[5]
    Frattini sull’aumento dei rapporti economici con la Libia: “Questo viene fatto legittimamente dai nostri competitor, cioè quelli che gli affari vorrebbero farli al posto dell’Italia.”[6]
    Frattini indica Muammar el Gheddafi come un modello di dialogo con le popolazioni di un Paese arabo.[7]
    “Noi dobbiamo mantenere il sangue freddo e fare quello che in questo momento è giusto fare”, favorendo “processi politici, non bellici, che portino verso una nuova Libia”.[8]
    “Basta privilegiare la stabilita’ di un governo dittatoriale”[9]
    “L’Italia non ha alcun vincolo che le impedirebbe di intraprendere azioni nei confronti della Libia derivante dal Trattato di amicizia tra Roma e Tripoli”[10]
    Frattini:Armare i rivoltosi libici “non può essere escluso” ..”Abbiamo deciso di riconoscere il Consiglio nazionale transitorio libico come unico interlocutore legittimo nelle nostre relazioni bilaterali”.[11]
    [4]http://www.ilpopolodellaliberta.it/notizie/arc_19519.htm
    [5]http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201009articoli/58154girata.asp
    [6]http://www.ilgiornale.it/interni/gheddafi_roma_finisce_visita_malumori_fratti
    ni_frena_cinque_miliardi_decidera_ue/mauro-cattolici-avvenire-gheddafi-lupi-libi
    a-berlusconi/31-08-2010/articolo-id=470276-page=0-comments=1
    [7]http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Interviste/2011/01/20
    110117_FrattiniTunisia.htm
    [8]http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-16/frattini-gheddafi-mandare-s
    caroni-101623.shtml?uuid=Aa7cpuGD
    [9]http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/04/05/visualizza_new.html_
    1526734384.html
    [10]http://www.pupia.tv/notizie/0009401.html
    [11]http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2011/04/04/franco_frattini_libia_consiglio_naz
    ionale_transizione_libico_ali_al_isawi.html

    Forse Preve farebbe bene a ripassarsi dei buoni testi di patafisica, per capire dove vanno a parare certe generalizzazioni.
    Mi sono dilungato troppo su questi dettagli. Il resto, ovvero il rapporto tra cultura e comportamento sociale cioè le relazioni tra media, tradizioni, sentire comune e altre amenità……sarà per un’altra volta

  • yakoviev

    Non voglio fare l’interprete di Preve, nè sposare in toto tutto quello che dice (comunque interessante), ma mi pare che lui abbia sempre definito il capitale finanziario come “post-borghese”.

  • Tonguessy

    Sull’identificare la moderna finanza come movimento post-borghese posso essere d’accordo anch’io. Questo punto però non è stato sollevato nell’articolo in questione, quanto un più generico negare l’identificazione del capitalismo con la borghesia. Fatto invece storicamente confermato almeno dal Rinascimento, cioè dalla nascita della borghesia e relativi capitali (elites finanziarie e mercantili)

  • menici60d15

    Lo psichiatra Tobino descrive nei suoi libri come le persone siano spesso scaltre nelle loro attività quotidiane, e ingenue davanti al resto. Il fattore fondamentale della stupidità della gente, attenta e astuta nei rapporti personali e babbea davanti alle vessazioni del potere, è stato troppo a lungo ignorato. Nei commenti si discute di quanto quella che Preve chiama “demenza generalizzata del popolo” (e io ho chiamato meno elegantemente, allo scopo di evitare per quanto possibile diagnosi psichiatriche, “cazzonaggine collettiva”) sia innata e quanto invece derivi da una condizione di sudditanza agli USA. Tra le cause di questa “sillyness” ci sono i limiti intrinseci del popolo, la nostra storia secolare di sudditanza, l’influenza culturale del clero, etc.

    Inoltre a tale stupidità di base si può aggiungere quella indotta, secondo quanto teorizzato da Gregory Bateson, legato peraltro ai servizi segreti anglosassoni. Per Bateson, davanti a un atteggiamento di “doppio legame”, dove il bambino riceve sistematicamente dai genitori messaggi emotivi altamente contraddittori, sono possibili o la reazione paranoica (ogni messaggio nasconde un significato segreto) o quella ebefrenica (ogni messaggio non è importante e lo si può ignorare con atteggiamento frivolo). (O la risposta catatonica, dove qualsiasi messaggio è totalmente ignorato). Forse tale teoria ha maggior valore per la psicologia delle masse che per i meccanismi della schizofrenia autentica.

    Trasferendo tale schema sul piano collettivo, in una nazione che sia sottomessa a poteri esterni che la condizionano pesantemente ma ufficialmente sono non esistenti, come gli USA, o meglio i grandi potenti economici dei quali la politica estera degli USA e di altri pochi Stati forti sono il braccio, i governanti lanceranno messaggi altamente ambigui di doppio legame; dicendo di volere il bene del popolo, e al tempo stesso servendo il suo sfruttamento, e aiutando sottobanco i suoi nemici, v. mafia e terrorismo. Può così accadere che il popolo risponda sul piano politico secondo le alternative di Bateson. Ed è probabile, a quanto si vede in giro, che il potere favorisca la risposta ebefrenica, quella che rende un popolo una massa controllabile, intenta solo a badare al proprio particolare e ad assorbire le scemenze della tv; e che tenti di incanalare la minoranza più critica verso la risposta paranoica, anche favorendo la diffusione di notizie di complotti che vanno oltre la realtà dei complotti veri; per poi accusare di paranoia chi muove critiche che guardano oltre le teste di legno messe a fare da bersaglio, quelle della nostra vendutissima classe istituzionale. Resta il viottolo della ragione, incerto, tortuoso e arduo, che può portare alla salvezza dell’anima, se non a quella materiale.

    http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/24/paranoia-e-ebefrenia/

  • yakoviev

    Si, è vero, in questo articolo non ha sviluppato la cosa, ma ne ha parlato spesso tante altre volte in maniera più circostanziata.

  • Tonguessy

    Splendido intervento. Aggiungerei oltre a Bateson e al suo doppio vincolo anche W. Reich che nel suo “psicologia di massa del fascismo” vede quest’ultimo come “l’espressione politicamente organizzata della struttura caratteriale umana media” in quanto costituisce “l’atteggiamento fondamentale dell’uomo autoritariamente represso dalla civiltà delle macchine”. Cioè dalle merci che sostengono il capitale.
    Come siamo arrivati a tanto? Grazie alla cultura borghese, ovvero alla continua enfasi del capitale come spinta propulsiva verso la Modernità, il Progresso, la Civiltà.
    L’immaginario collettivo recepisce così un vincolo batesiano che magnifica le doti di tali astrazioni mentre la Realtà ci consegna una bruttura esistenziale (l’altro vincolo) dove il vuoto e in buona sostanza il fascismo relazionale la fanno da padrona.

    “In una società divisa in classi la cultura dominante è la cultura della classe

    dominante”
    K. Marx

  • tania

    Tutta l’analisi di Preve è come al solito viziata dalla premessa , dall’identificazione della “sinistra” con il PD : in realtà un partito di destra che gareggia con la PDL sui temi di destra . Per il resto , aspetto più serio , informo Preve che sono proprio le ingannevoli rappresentazioni organicistiche della società senza classi , come fa lui , che danno legittimazione alla forte crescita dei movimenti neofascisti in tutta Europa ( nonostante la sua forzatamente ostentata sottovalutazione ) . PS E’ vero che i neofascisti non sanno di cosa stia parlando Preve , ma è anche vero che a loro basta intuire o fraintendere che stia dalla loro parte .
    Per chi volesse invece affrontare più seriamente il discorso propongo “come si diventa nazisti” di Allen , “psicologia di massa del fascismo” di Reich , “comunità immaginate ” di B.Anderson oppure “la sopravvivenza dei più saggi” di J.Salk ecc..

  • tania

    Ottimo Tonguessy , bravissimo .

  • Miky

    mmmhh quindi la cultura della classe dominante è quella della destra?

  • nuvolenelcielo

    se non identifichi la sinistra col PD, con chi l’identifichi? non c’è nessun altro che si fa chiamare di sinistra nel parlamento italiano…

  • Primadellesabbie

    Stimato sig. Preve, ho letto con vivo interesse alcune delle sue pregevoli e nitide analisi politiche recenti. Per una completa comprensione di questi lavori ho bisogno di conoscere una sua concisa definizione del concetto di ” fascismo “. Mi puó indicare dove posso trovarla? La ringrazio ad ogni modo.

  • carloslage

    Un’interpretazione della natura globale del “capitalismo assoluto”, psotborghese e postproletario, che caratterizza l’attuale momento storico.

    Per partire metodologicamente con il piede giusto, e non cadere immediatamente in incresciose confusioni, bisogna subito distinguere fra il concetto di Modo di Produzione Capitalistico (MPC) secondo Marx, ed il concetto di Società Capitalistica Globalizzata (SCG)., così come sta oggi delineandosi nel mondo. Questi due concetti danno luogo a “campi epistemologici” distinti, anche se incrociati.

    Il Modo di Produzione Capitalistico (MPC) secondo Marx è un concetto astratto che non corrisponde a nessuna società capitalistica concreta, neppure a quella inglese ottocentesca, come ritengono e ripetono spesso i confusionari. Come dice giustamente Gianfranco La Grassa, esso è semplicemente uno “scheletro” di un corpo. Sostiene il corpo stesso, che altrimenti cadrebbe e non potrebbe reggersi in piedi, ma non è in alcun modo un “corpo” di carne e di sangue. Marx ha indubbiamente indagato il MPC in termini di strutture anonime ed impersonali, quindi non antropomorfizzate (lezione di Spinoza) e dialettiche (lezione di Hegel), ma non c’è dubbio che lo abbia indagato presupponendone una dicotomia classistica (Borghesia e Proeltariato). La Grassa ritiene che il modo migliore di connotare il MPC oggi sia di farlo in termini di Formazione dei Funzionari del Capitale (FFC), ed in questa scelta terminologica c’è certamente l’influenza (peraltro rivendicata) dello strutturalismo della scuola di Althusser. Chiarisco allora subito la mia personale posizione in proposito.

    Rifiutando radicalmente l’equazione di filosofia ed epistemologia, rifiutando il concetto di “scienza” applicata a quella di Marx, che non è una scienza ma una scienza filosofica, rivendicando pienamente il concetto di alienazione come filo conduttore di tutta l’opera di Marx e la sua natura di integrale filosofia della storia di tipo umanistico, eccetera, è evidente che respingo in toto l’interpretazione generale di Marx della scuola Althusser-La Grassa, e non voglio lasciare dubbi in proposito sulla mia totale estraneità a questa sorta di nichilismo positivistico (almeno, così personalmente lo connoto). Ma questo rifiuto radicale non comporta che io non consideri egualmente questa approssimazione concettuale (la ripeto: MPC=FCC) come la migliore (o la meno peggiore) presente sul mercato del marxismo contemporaneo, o meglio di ciò che ne resta.

    Certo, è sempre possibile per ortodossia inerziale veteromarxiana continuare a chiamare “borghesia” l’insieme di funzionari della riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici, e chiamare “proletariato” l’insieme della forza-lavoro potenziale da assumere, da quella stabile e meglio pagata a quella tenuta in condizioni semischiavistiche, flessibili e precarie. E’ possibile farlo, ma in questo modo si rifiuta di considerare il MPC come un processo storico caratterizzato da salti qualitativi, e lo si continua a pensare in modo antropomorfizzante come un “teatro” di scontro fra due Soggetti complessivi, i borghesi ed i proletari.

    Bisogna allora capirci. Se facciamo l’equazione soprariportata (borghesi = agenti riproduttivi della formazione capitalistica; proletari = insieme della forza-lavoro da scambiare con capitale), allora queste due classi dureranno per i secoli dei secoli fino a che il MPC durerà. Ma se consideriamo i concetti di Borghesia e di Proletariato come più ampi, in modo da non identificarli economicisticamente con una semplice funzione economica di scambio, e li inseriamo anche in un mondo storico, artistico, letterario, filosofico, religioso, eccetera, allora scopriamo che la vecchia Borghesia ed il vecchio Proletariato in senso proprio non esistono più, sostituiti da funzioni economiche collettive globalizzate e sistemiche di tipo ormai postborghese e postproletario. Naturalmente la società continua non solo a fondarsi su differenziali di sapere, potere e denaro enormi, ma questi differenziali aumentano su scala geografica. Semplicemente, la dicotomia Borghesia/Proletariato non è più adatta ad interpretare la dinamica di approfondimento di questi differenziali.

    Non si tratta soltanto del vecchio problema, già molto discusso nella tradizione marxista, per cui il concetto di Classe resta “muto” senza la correlata Coscienza di Classe, e il cosiddetto In Sé deve diventare Per Sé , secondo una meccanica applicazione della terminologia di Hegel al pensiero classista di Marx. Si tratta invece di sganciarsi progressivamente da questo intero modo antropomorfizzante-dicotomico di considerare l’intera questione. E questo comporta una vera “rivoluzione” mentale, un vero riorientamento gestaltico che l’attuale comunità residua dei marxisti non intende fare in alcun modo, per cui non ha senso “aspettarla”. Per il momento, si noti bene, siamo ancora al livello astratto della categoria di MPC, nno certo alla categoria di SCG, che è peraltro quella che mi interessa teoricamente e praticamente di più.

    Ma facciamo le cose con ordine. E per fare le cose con ordine, bisogna trovare l’elemento comune (traît d’union) fra le due categorie di Modo di Produzione Capitalistico (MPC)e di Società Capitalistica Globalizzata (SCG). E questo elemento comune è il concetto “semplice” (Begriff) di Capitale. In estrema approssimazione si possono enucleare storicamente e teoricamente due distinti ed incompatibili concetti “moderni” di Capitale.

    Il primo concetto di Capitale, che caratterizza l’intera storia dell’economia politica dal settecento ad oggi, lo connota come “fattore produttivo originario”(FPO), insieme con altri due fattori produttivi originari che sono il lavoro e le risorse naturali (agricoltura, pesca, miniere, eccetera). Si tratta della concezione dei “classici” (Smith, Ricardo, eccetera), che poi evolve storicamente in “fattore scarso per usi alternativi” (economia marginalistica) fino ad arrivare a “vettore di innovazione tecnologica e di distruzione creatrice” (Schumpeter e schumpeteriani vari). I presupposti filosofici di questa concezione, che a mio avviso non ha nulla a che vedere con la corrente Hegel-Marx, stanno nell’empirismo di Locke (la pluralità del reale non è mediata concettualmente da un’idea unificante) e nel criticismo di Kant (separazione fra conoscenza teorica e scelte morali e negazione della possibilità di concettualizzare una totalità).

    Il secondo concetto di Capitale, che caratterizza l’approccio di Marx in quanto allievo filosofico di Hegel, lo connota come Totalità Assoluta, o se si vuole come Totalità o meglio come Assoluto. Assoluto significa privo (o progressivamente privato) di limitazioni interne disomogenee, e significa anche totalità che progressivamente supera dialetticamente le limitazioni al suo concetto, limitazioni prima esterne e poi interne (nel linguaggio di Marx, passaggio dalla sottomissione formale alla sottomissione reale). Il concetto di Capitale in Marx è quindi un concetto idealistico nella sua più profonda essenza, cosa che cominciano a capire persino gli anglosassoni di tradizione empirista (Chris Arthur), ma che negheranno sempre gli anti-hegeliani (kautskiani, bersteiniani, neokantiani vari, dellavolpiani, althusseriani, eccetera), che a mio avviso è ormai inutile “inseguire”, ma che bisogna lasciare al loro destino (liquidazione collettiana, materialismo aleatorio, approdo alla critica postmoderna delle grandi narrazioni, eccetera).

    Sulla base sicura di questo secondo concetto di Capitale, è possibile tentare una periodizzazione marxiana del capitalismo, nel doppio aspetto interconnesso di MPC e SCG. E dal momento che la dialettica non è forse “triadica” per sua essenza, ma la forma triadica è quella più nota e collaudata nella storia della filosofia occidentale (Hegel e poi Marx della successione dipendenza personale/indipendenza personale ed infine libera individualità), l’insieme di MPC e SCG può essere periodizzato in tre momenti successivi, avendo come criterio orientativo la progressiva assimilazione da parte dell’Assoluto-Capitale delle sue limitazioni precedenti, prima esterne e poi in un secondo momento interne. Da notare che la successione è logica, e soltanto logica, perché storicamente abbiamo sempre forme di compresenza di tutte e tre le forme:

    (1) Fase di concretizzazione dell’Assoluto-Capitale con limitazioni esterne. In questa fase il rapporto concettualmente puro di Capitale deve fare i conti con le ancora robuste forme di produzione precapitalistiche, asiatiche, schiavistiche, feudali, signorili e soprattutto primitivo-comunitarie, caratterizzate dalla proprietà comune delle risorse naturali. Al vettore economico della proletarizzazione dei servi e degli artigiani ed al vettore politico del colonialismo all’esterno e all’assoggettamento delle classi signorili all’interno si accompagna il vettore ideologico dell’assoggettamento simbolico dello spazio (materialismo scientifico unificato) e del tempo (ideologia del progresso e della sua inevitabilità).

    (2) Fase di concretizzazione dell’Assoluto-Capitale con limitazioni interne. In questa fase, che viene logicamente dopo la prima mentre storicamente coesiste ancora largamente con essa, le limitazioni esterne precapitalistiche sono già sostanzialmente superate. Il concetto di Capitale resta del tutto unitario, ma nello stesso tempo si “scinde” (scissione dialettica, che non è per nulla teleologica o proveniente da una rottura originaria semplice – vedi fraintendimenti pittoreschi di Colletti e di Althusser) in due poli antagonistici, la Borghesia ed il Proletariato, poli sociologico-storici che elaborano differenti e contrastanti visioni complessive del mondo, che si presentano simultaneamente (e cioè nello stesso momento) come opposizioni reali dal punto di vista dell’Intelletto (Verstand) e come contraddizioni dialettiche dal punto di vista della Ragione (Vernunft).

    Questa dicotomia storica Borghesia-Proletariato, lungi dall’essere coessenziale e coestensiva dell’intero ciclo logico-storico del MPC, ne caratterizza soltanto una fase temporanea, e cioè questa seconda fase (in Europa più o meno i due secoli 1789-1989). Questa dicotomia indebolisce fortemente la realizzazione del concetto di Capitale, in quanto finché dura non ci può essere ancora che una “sottomissione formale” (e non ancora “reale”) del lavoro al capitale ed un “dominio formale” del capitale sul lavoro, che si pensa come politicamente e sindacalmente sfruttato ed “alienato”, e quindi cerca vie politiche alla propria emancipazione collettiva (democrazia ottocentesca, socialdemocrazia gradualistica tedesca e scandinava, laburismo inglese, populismo latino-americano ed arabo, fascismo popolare europeo, ed infine ovviamente comunismo storico novecentesco veramente esistito).

    (3) Fase di completamento della concretizzazione dell’Assoluto-Capitale con graduale superamento delle limitazioni sia esterne che interne. La concretizzazione storica di questa terza fase (che l’ideologia capitalistica tematizza come fine della storia, esaurimento dell’utopia e consumazioni delle grandi narrazioni, eccetera) si chiama oggi “globalizzazione”, e mira alla formazione di un mondo liscio, unificato, interamente postborghese e postproletario (fine della coscienza infelice universalistica borghese e fine del rivendicazionismo economico collettivo proletario), un mondo caratterizzato da sempre crescenti differenziali di sapere, potere e reddito, ma in cui alla dicotomia classistica precedente (cui restano legati per inerzia e pigrizia concettuale i paleomarxisti) si sostituisce un’unica piramide globalizzata mondiale che potremo (provvisoriamente) definire di tipo oligarchico-castale, neofeudale e neosignorile (ma le categorie sono del tutto provvisorie, in attesa di una concettualizzazione migliore, che peraltro certamente verrà a scadenza non troppo lontana, ma certamente non ancora nel corso della mia restante vita terrena).

    A fianco di oligarchie finanziarie bianche, e soprattutto ebraico-sioniste e protestanti, avremo ovviamente progressive cooptazioni di oligarchie “diversamente colorate” (indiani, cinesi, arabi, eccetera). Si pensi in proposito all’impero romano, che si è costituito massacrando le oligarchie concorrenti celtiche, fenicie ed ellenistiche e poi le ha progressivamente cooptate sotto l’ideologia della pax romana (è una costante che ogni impero chiami la propria guerra “pace” e la guerra degli altri che resistono “terrorismo”o “barbarie”). Questi processi di omogeneizzazione sono del tutto strutturali, perché in questa terza fase del capitalismo, che diventa finalmente assoluto nel senso di “corrispondente al suo concetto” (Begriffsmässig), è necessario costituire una sorta di “unità astratta ed indifferenziata di consumo”, e questa unità astratta e indifferenziata di consumo deve lasciarsi alle spalle le differenziazioni precedenti.

    Alla vecchia dicotomia ideologica di borghesia (liberalismo) e di proletariato (laburismo, socialismo, comunismo) si deve sostituire una nuova Ideologia Unica, il Politicamente Corretto, fatto gestire da un nuovo clero postmoderno diviso in clero secolare (il circo mediatico- giornalistico) ed in clero regolare (il professorato universitario globalizzato ed unificato). Si deve tendere ad un nuovo Tipo Androgino Sessuale Unificato, che vada al di là dell’obsoleta separazione fra Uomini e Donne (e su questo lavora ideologicamente il femminismo occidentale postmatriarcale e postpatriarcale e l’esaltazione della categoria dei gay e delle lesbiche). Si deve tendere ad una sola lingua mondiale di comunicazione globalizzata (l’inglese finanziario operazionale per le oligarchie e l’inglese maccheronico di comunicazione elementare per i dominati). Si deve tendere ad un’unica Razza Umana Meticciata, che superi gli obsoleti colori bianchi, gialli, neri, rossi, eccetera, in cui la distinzione sia esclusivamente di potere d’acquisto. Si deve tendere ad un’unica Forma Multiculturale, che si contrapponga virtuosamente ai nazionalismi ed alle religioni. In altre parole, si deve tendere alla concretizzazione di quella che ho definito la terza fase del Concetto-Assoluto di Capitale.Costanzo Preve

  • Primadellesabbie

    Notevole dove lei possa arrivare tenendo fermo sullo “MPC”. Non faccio alcuna fatica a seguire lo svolgersi del suo ragionamento perché coincide in molti punti con il mio pensiero (chiedo venia per la stonata presunzione).
    Vorrei notare che le conclusioni cui lei arriva (ultime 15-20 righe) non contrastano in nulla con descrizioni che si riferiscono a questi tempi e provengono da tutt’altre fonti che la filosofia, e marxiana per giunta!

  • greiskelly

    “Preve ha un preconcetto ideologico nei confronti dei complotti in genere”
    allora qualcosa in comune con Eco ce l’ha

  • greiskelly

    hai affrontato il problema fascismo per la maggior parte delle tue righe,
    è proprio il tuo incubo.

    “PS E’ vero che i neofascisti non sanno di cosa stia parlando Preve , ma è anche vero che a loro basta intuire o fraintendere che stia dalla loro parte .”
    ed ecco qui una bella generalizzazione offerta su piatto d’argento: neofascista=necessariamente cattivo, ignorante ed esaltato.

    grazie Tania, sei una dimostrazione vivente delle teorie di Preve