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LA CULTURA DELLA PAURA

DI SEETH FREEDMAN

The Guardian

La storia ha servito al popolo ebraico la paura del proprio annientamento su di un piatto d’argento ma, mentre la paura esiste, ciò che si teme potrebbe non essere altrettanto reale.

Questa mattina sono stato invitato a parlare ad un gruppo di anziani operatori nell’assistenza che erano entusiasti di avvicinarsi sia alle comunità israeliane sia a quelle della diaspora ebraica con la loro ultima campagna. Sono, comprensibilmente, preoccupati riguardo il modo migliore di procedere, soprattutto a causa del campo minato che giace sotto i piedi di chiunque cerchi di criticare elementi della politica di Israele.

Abbiamo parlato del modo migliore per aprire gli occhi della gente riguardo la realtà dell’occupazione al fine di svelare la verità di ciò che è stato compiuto nel nome della sicurezza di Israele. A causa del voltafaccia che mi è stato attribuito in quanto mi sono trasferito in Israele quattro anni fa, mi venne chiesto di descrivere l’esperienza che più mi aveva influenzato fino ad allora, soprattutto riguardo la possibilità di fornire un catalizzatore al viaggio politico sul quale mi ero imbarcato.


Senza esitazione ho risposto che era stato un viaggio illegale che feci a Betlemme durante un fine settimana in licenza dall’esercito. La nostra unità operava in città in quel periodo e, fino ad allora, ero stato condizionato a vedere i residenti come potenziali terroristi che dovevano essere gestiti e allontanati in quanto erano una minaccia mortale per la nostra sicurezza.

Senza imbracciare un M-16 o portare granate nello zaino, passai attraverso il check-point, mettendo i primi incerti passi sul cosiddetto territorio nemico. In jeans e t-shirt ho camminato per le stesse strade del campo profughi di Aida che il giorno prima avevo pattugliato armato fino ai denti con altri cinque soldati che mi guardavano le spalle.

Guardai casualmente le stesse finestre e porte che precedentemente dovevo squadrare quasi come un falco, nell’eventualità che un uomo armato o un attentatore apparisse all’improvviso o attaccasse la nostra squadra. Guardai con calma gli stessi gruppi di ragazzi che, quando ero in uniforme, dovevo definire in un istante se fossero ben intenzionati o desiderosi del mio sangue.

La paura che l’esercito mi aveva trasmesso scomparve non appena mi trasformai in un semplice turista che vagava per la città. Al contrario, più armi e attrezzatura protettiva portavo, più il luogo diventava terrificante; questo, mi apparve chiaro, era il punto principale del paradosso centrale ed eterno che ha perseguitato Israele dal momento della sua fondazione.

Per giustificare l’esistenza di Israele, deve necessariamente esserci una minaccia esistente per il popolo ebraico. E la storia ci ha servito su un piatto d’argento questa paura di essere annientati, ma, sebbene la paura sia reale, non ne consegue necessariamente che ciò che si teme esista davvero.

Un’importante episodio della tradizione ebraica riguarda, in ogni generazione, la manifestazione di Amalek che tenta di annientare il popolo ebreo proprio come nel caso del primo saccheggio che lo stesso Amalek perpetrò durante l’esodo degli Israeliti dall’Egitto. I Romani, i Babilonesi, i Greci, i Sovietici e i Nazisti, comprensibilmente, sono stati tutti battezzati Amalekites dei giorni nostri – ed ora l’Iran è descritto come la testimonianza più attuale di questa nefasta dinastia millenaria.

La paura dello sterminio è l’asso nella manica del sentire e percepire ebraico ed è stato capitalizzato nella virulenta tensione nazionalistica incorporata dall’odierno Sionismo. Occupare un intero popolo e distruggere le loro speranze e sogni per 40 anni? Un male necessario che, se non teniamo sotto controllo, ci ucciderà. Andare contro il diritto internazionale, contro i valori basilari della morale e anche contro i dogmi centrali della nostra largamente compassionevole religione? Scusate ma dovete capire che tutti “loro” ci vogliono morti; è una scelta tra noi e loro, da ora per l’eternità.

È abbastanza irrilevante chi siano “loro”. Un giorno sono i Palestinesi poiché osano cercare di ribellarsi dal giogo dell’oppressione; il prossimo è l’Europeo per avere il coraggio di intercedere nell’interesse della giustizia e della decenza. “Loro” sono solitari banditi, proprio come Norman Finkelstein, o “loro” possono essere un popolo di milioni di persone, come l’intera popolazione musulmana, compattata per convenienza in un unico gruppo omogeneo basato sul principio di un illegittimo profilo razziale.

Muri di cemento vengono costruiti tra “noi” e ”loro”; vengono dati ordini che proibiscono agli Israeliani di valicare il confine ed entrare nel territorio dell’Autorità Palestinese – il tutto sotto lo slogan di proteggere la sicurezza degli stessi Israeliani. In realtà questi sono dei semplici e insidiosi mezzi per sigillare ermeticamente Israele dal mondo esterno e convincere gli Israeliani che questa misura deve essere presa inevitabilmente.

Quelli di noi che hanno riconosciuto e vinto i pregiudizi della strada palestinese, sanno molto bene che le frottole raccontate sono semplicemente ridicole. Certo, ci sono militanti molto arrabbiati e molto violenti nella popolazione palestinese ma in uguale misura ci sono elementi pericolosi nella società israeliana proprio come in ogni gruppo etnico sparso nel mondo.

La reazione dei miei amici israeliani quando sanno dei miei viaggi a Jenin, Ramallah o Betlemme è solitamente di spregevole orrore per il fatto che ho messo piede nelle città, che ho incontrato da solo la gente locale e ho fatto loro visita nelle loro case. “Ti avrebbero ucciso se avessero saputo che eri Ebreo” esclamavano assolutamente convinti che un lupo palestinese aspetti alla porta d’ingresso di ogni campo profughi. La verità è parecchio diversa, ovviamente; quasi tutti quelli che ho conosciuto sanno che io sono sia ebreo sia israeliano ma non sono mai stato picchiato, decapitato né minacciato di morte.

È totalmente comprensibile il motivo per cui la mitologia e i malintesi prosperano incontrollati tra la gente israeliana nelle strade o nelle comunità interessate dalla diaspora. Nel vuoto lasciato dalla separazione imposta tra Ebrei e Palestinesi, le montature dilaganti conducono alla ribellione e la finzione diventa realtà nella mente delle masse. È anche comprensibile che il governo incoraggi e promuova questi racconti di fantasia per ottenere supporto per la loro infinita politica irredentista e soggiogatrice.

Ma il fatto che questo sia comprensibile, non lo rende accettabile in alcun modo. La morale e l’etica sono sottomesse alla forza e alla potenza del nazionalismo e ciò che sarebbe totalmente inammissibile in altre circostanze diventa non solo tollerato dalla società ma attivamente incoraggiato dall’elettorato israeliano e dai suoi sostenitori nel mondo.

Continuando a provocare e opprimere i Palestinesi, creano ciò di cui hanno paura. Un’altra generazione rievoca gli Amalekites: un’altra ragione per gli Israeliani per serrare i ranghi, chiudere i boccaporti con l’esterno e convincere se stessi che è semplicemente il loro destino quello di essere eternamente odiati e oltraggiati. E nessuna pressione, sia essa ben intenzionata, può essere sufficiente per penetrare lo strato calcificato di diffidenza tra il popolo ebraico e il mondo esterno.

Seeth Freedman
Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/jun/22/israelandthepalestinians.fear
22.06.08

Traduzione per www.comedonchisciotte.oeg a cura di DENIS BOZZI

Pubblicato da Davide