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LA CRISI FARA’ ENTRARE LA RIVOLUZIONE ANCHE NELLE TESTE DI LEGNO

DI EUGENIO ORSO
pauperclass.myblog.it/

Società e Movimento

La nostra è già, irreversibilmente, una società di mercato prodotta dalle dinamiche neoliberiste e dai processi di globalizzazione, oppure la transizione dai vecchi assetti sociali ai nuovi è ancora in corso e il periodo che stiamo vivendo è un tormentato e in incerto interregno, in cui l’affermazione del nuovo ordine può ancora essere messa seriamente in discussione, attraverso la resistenza propositiva della classe povera del terzo millennio?

Per quanto non sia facile rispondere a questa domanda, chi scrive propende con decisione per la seconda ipotesi, ed infatti le resistenze, gli scioperi contro la rischiavizzazione del lavoro, i blocchi nei rifornimenti energetici, le conseguenti repressioni, si estendono dalla Grecia alla Francia, dalla Spagna all’Italia, con un’estensione delle proteste fino in Nuova Zelanda.

Nella foto: Terzigno, provincia di Napoli

E’ ancora d’attualità ciò che disse, a suo tempo, Karl Marx, e cioè che «la crisi farà entrare la rivoluzione anche nelle teste di legno», perché esistono dei limiti fisici e psicologici alla compressione in termini materiali dei subordinati e alla loro manipolazione, delle soglie invalicabili di esproprio che neppure questo capitalismo, il quale sta raggiungendo l’apice della propria potenza e il culmine della propria trasformazione storica, potrà superare restando indenne.

Ed è di una certa attualità, particolarmente per quando riguarda il caso italiano, ciò che scrisse nel 1922 su Ordine Nuovo Amedeo Bordiga: «Quando si dimostrerà che anche l’esperienza di un governo di sinistra della macchina statale borghese non fa fare un passo alla soluzione di quei problemi vitali per i lavoratori, allora l’azione di grandi masse sulla rete di lavoro e di organizzazione da noi tracciata, si svolgerà efficacemente sulle vie rivoluzionarie […]»

Se ad Atene si occupa l’Acropoli, simbolo remoto di tutta la civiltà occidentale, nella Francia di Sarközy si bloccano i rifornimenti di carburante, minacciando di lasciare l’intero paese all’asciutto, mentre in Italia la vera opposizione politica e sociale inizia a radunarsi sotto le bandiere di un sindacato, la Fiom, ed elementi insurrezionali si insinuano nella protesta di popolo, alle pendici del Vesuvio e nei paesi prossimi al parco naturale, contro le discariche di rifiuti brutalmente imposte alle comunità.

Elementi insurrezionali si manifestano in contemporanea con tentativi di organizzazione della protesta anticapitalista e di costituzione del Nuovo Movimento, ed una tendenza dissolutrice, che non lascia spazio ad alcun progetto futuro, convive con il senso di responsabilità di quanti si impegnano a creare il nuovo, partendo da quel tanto di strutture e gruppi antagonisti che ancora sopravvive.

E’ sintomatico di una situazione sociale che tende ovunque a diventare intollerabile che il giorno 16 di ottobre c’è stata in Italia la pacifica ed oceanica manifestazione di Roma indetta dalla Fiom, politica nel senso più proprio del termine e non puramente sindacale, il 19 ottobre la Francia si è fermata per lo sciopero generale contro la riforma delle pensioni, e nella stessa settimana sono scesi in campo quindicimila lavoratori neozelandesi, a molte migliaia di chilometri di distanza.

Le ostilità si sono aperte a partire dai vecchi stati nazionali, dall’Europa mediterranea fino agli angoli più remoti del cosiddetto mondo occidentale, ma per ora non c’è un coordinamento della protesta che riesce a superarne i confini e a “sincronizzare” le azioni di lotta.

Su questo punto cruciale, con riferimento al vecchio continente, sappiamo bene che l’Unione Europea non è uno spazio politico autentico, accessibile a tutti noi, ma una creatura globalista, mascherata e neppure troppo bene da unione di popoli consenzienti, la cui funzione è di imporre certe politiche agli stati nazionali e garantire, nel contempo, l’allineamento dell’Europa con i centri di potere nordamericani.

Ma sappiamo altrettanto bene che nei singoli paesi vi sono ragioni comuni di lotta antiliberista ed antiglobalista che la crisi rende sempre più evidenti, ed esiste, o esiterà in futuro, quando circostanze più drammatiche lo imporranno, una possibilità di aggregazione sopranazionale.

Il problema può essere posto nel modo seguente, partendo dal presupposto che «il nostro mondo può essere considerato come una struttura in uno spazio a infinite dimensioni, uno spazio dentro il quale noi e le nostre menti ci muoviamo come pesci nell’acqua» [Rudolf von Bitter Rucker, La quarta dimensione].

Se le soggettività antagoniste dimorano in uno spazio bidimensionale, e quindi nel piano, che rappresenta metaforicamente i singoli paesi in cui si muovono e manifestano i subordinati, ancora divisi dai confini e talora da rivalità nazionali, il Nemico si muove agilmente in uno spazio tridimensionale, e così in effetti fanno la UE, la UEM, la BCE, gli altri organi della mondializzazione come il FMI o il WTO, ma soprattutto quella classe globale che ne determina le politiche e i diktat in base ai suoi interessi “privati”.

Il Nemico ci osserva dall’alto, tiene sotto controllo gli stati nazionali e le masse di subalterni come se fossero suoi strumenti, ha capacità di intervento nello spazio inferiore, ma non lo si vede chiaramente, e quindi non si riesce a combatterlo con efficacia.

Il Nemico si muove in una dimensione superiore a quella dei resistenti-antagonisti, e sappiamo bene che uno spazio con una dimensione in più non può essere visto da chi dimora nella dimensione inferiore, ma solo descritto con l’uso di algoritmi, attraverso le formule matematiche.

E’ proprio nella dimensione superiore che hanno preso forma le politiche globalizzatrici, ed è in questo empireo che sono stati pensati e generati gli strumenti di espropriazione finanziaria.

Per tale motivo c’è una generale difficoltà nell’individuare il Nemico Principale, nel dargli un volto riconoscibile, nel tracciarne un preciso identikit, e questo a differenza di quanto accadeva nello scorso millennio, in cui il despota contro il quale si sollevava il popolo era riconoscibile e dimorava nel castello [si sapeva, in linea di massima, “dove andarlo a prendere”], mentre il capitalista-proprietario aveva un nome, un cognome e un indirizzo.

Il despota contro il quale si sollevava il popolo e il capitalista-proprietario che estorceva il classico plusvalore si muovevano anche loro sul piano a due dimensioni, essendo interni all’organizzazione statuale e legando a questa le loro fortune e il loro potere.

Superare l’angusto piano, caratterizzato dalle due dimensioni rappresentate dallo stato nazionale e dalla classe antagonista interna allo stato, vorrebbe dire accedere alla terza dimensione, definita da tre coordinate: gli organi sopranazionali della mondializzazione che dettano le politiche e le strategie per conto della nuova classe dominante, gli stati nazionali che le trasmettono al loro interno, quale catena di trasmissione finale, e la classe antagonista [europea o planetaria] che le subisce.

Se nelle due dimensioni ci si può muovere soltanto avanti/ indietro e a destra/ a sinistra, il Nemico che popola la terza dimensione ha “una marcia in più”, perché può spostarsi anche dall’alto verso il basso e viceversa, surclassando i subordinati senza che questi se ne accorgano.

Accedere alla dimensione superiore – cioè aggregare la protesta a livello europeo o addirittura planetario – significherebbe poter vedere in piena luce il vero Nemico principale ed epocale, che a quel punto avrebbe grandi difficoltà a nascondersi, come ha fatto abilmente finora suscitando nemici immaginari o secondari, e vorrebbe dire combatterlo con qualche possibilità di successo nella sua stessa dimensione.

In altre parole bisogna affrontare il Nemico nel suo spazio “superiore”, invadendolo.

La metafora dimensionale potrà sembrare a qualcuno un po’ bizzarra, e così anche il riferimento ad un matematico, musicista e scrittore di fantascienza come Rudy Rucker, ma è un tentativo di chiarire con semplicità i motivi perché sino ad ora le lotte contro la de-emancipazione neoliberista, rinchiuse entro gli angusti spazi nazionali, si sono rivelate generalmente inefficaci, non riuscendo a fermare il processo di sussunzione capitalistica di intere società e di intere aree economico-culturali nel mondo.

Per la verità, c’è stato il movimento antiglobalista che ha dato l’impressione del superamento dei confini da parte della protesta, e dell’unificazione delle sue componenti sociali, culturali e nazionali, ma tale movimento si è rivelato effimero e scarsamente efficace, più simile ad un’occasionale “onda moltitudinaria” non riconducibile ad un’unica volontà politica che ad una vera sintesi planetaria dell’antagonismo sociale.

Alla fine del primo decennio di globalizzazione spinta, con crisi economico-finanziaria incorporata, le cose sembrano essere cambiate, pur non potendo ancora osservare la tanto attesa “internazionalizzazione della protesta”.

Per ora, si procede in ordine sparso, restando all’interno dei singoli paesi e in modo del tutto indipendente dagli altri gruppi e movimenti che altrove organizzano la lotta.

In Francia un intero popolo, a partire dai lavoratori dipendenti, mostra di resistere davanti al rullo compressore della riforma delle pensioni, che altro non è se non l’ennesimo duro colpo inferto in Europa al welfare, ma lo fa in modo del tutto indipendente dall’Italia, in cui si consuma l’attacco generalizzato ai diritti dei lavoratori, e dalla Grecia soggetta alla dittatura finanziaria e monetaria degli organi sopranazionali.

Eppure esistono centrali sindacali europee e mondiali, ed esiste un’evidente convergenza di interessi non soltanto fra gli operai italiani, quelli serbi e quelli polacchi vessati dal globalista Marchionne, ma fra questi e la “parte buona” del ceto medio declassato, e addirittura fra questi ed elementi della vecchia borghesia proprietaria, il cui mondo culturale e le cui prospettive future sono state distrutte dalla globalizzazione.

Dal professore universitario precarizzato che rivendica i suoi diritti all’operaio della grande industria manifatturiera ridotto a “fattore della produzione”, dal pensionato di Terzigno, in Campania, costretto a manifestare contro le discariche di “monnezza”, al marginale che partecipa ai sommovimenti popolari in Atene, sembra di udire una sola voce che si leva contro questo capitalismo, una voce che si leva da soggettività in passato forse contrapposte, sul piano sociale come su quello politico, ma oggi tutte impegnate nella resistenza alle dinamiche ultraliberiste.

Vittime sacrificali della classe globale trionfante, abbandonati a sé stessi dai cartelli elettorali che hanno sostituito gli storici partici, dai moderni sindacati “riformisti” che li usano come merce di scambio e dalle cosiddette istituzioni, nessuno di questi gruppi ha una vera rappresentanza politica all’interno del sistema, cosa che possiamo facilmente osservare in Italia, paese in cui l’astensionismo elettorale, per decenni di dimensioni modeste, avanza ad ampie falcate fino a raggiungere [e forse a superare] i livelli storicamente riscontrati nelle democrazie anglosassoni.

Con riferimento al nostro paese, in cui il dilemma “Società e Movimento” antagonista presentato nel titolo è sembrato negli ultimi vent’anni irresolubile, in presenza di una progressiva disgregazione della società e in assenza di un Nuovo Movimento di opposizione sistemica, la data del 16 ottobre 2010, che è quella della manifestazione Fiom a Roma, assume già fin d’ora un alto valore simbolico, anzitutto in termini di aggregazione e partecipazione.

Il 16 ottobre 2010 potrà segnare per moltissimi il momento del passaggio da una situazione di passività ad una nuova situazione di reattività organizzata, e potrà rappresentare il discrimine fra la rassegnata accettazione dei modelli neoliberisti e l’insorgenza concreta della protesta nel nostro universi cives.

La Fiom diventa nella società italiana contemporanea il catalizzatore di una protesta che esce dagli steccati dell’attività sindacale, per aggredire finalmente la dimensione politica.

Aggredire la dimensione politica, per ora a livello puramente nazionale, significa porre le questioni della rappresentanza di milioni di persone marginalizzate, della loro partecipazione al processo decisionale su materie che le riguardano, nonché delle alternative ai modelli politici, sociali ed economici vigenti.

I Nemici sono il Mercato globale e la sua società, il paradigma da rifiutare è quello della creazione del valore finanziaria, azionaria e borsistica, e sul piano sociale l’avversario è la nuova classe dominante, composita e stratificata, che possiamo unificare con l’espressione di Global Class.

Sullo sfondo c’è la formazione della nuova classe povera antagonista [Pauper Class], destinata a subire i rigori del capitalismo transgenico finanziarizzato del terzo millennio.

Questa classe è costituita non soltanto da operai [New Workers, il Nuovo Lavoro Operaio], ma da altre componenti significative, come i ceti medi novecenteschi ri-plebeizzati [Midlle Class Proletariat, che esprime il lavoro intellettuale dipendente nel pubblico e nel privato], dalla “parte buona” dei cosiddetti marginali [Under Class], non collusa con la delinquenza e le attività criminali, e addirittura da rappresentanze della vecchia borghesia proprietaria, a sua volta espropriata dai globalisti.

La precarizzazione si estende dal lavoro manuale al cosiddetto ceto medio ed è sintomatica, nella formazione del “nuovo mondo” e nell’affermazione di un nuovo modo di produzione sociale, l’espropriazione della stessa borghesia, un tempo dominante e oggi “cannibalizzata” dai globalisti.

Nel contempo, il lavoro operaio oscilla fra la minaccia dell’esclusione dal processo produttivo, con o senza l’anticamera della cassa integrazione, e la crescente invisibilità in termini di istanze e rivendicazione di diritti.

Se grattiamo lo strato superficiale delle appartenenze e dei simboli, che in apparenza hanno caratterizzato e colorato la grande manifestazione di Roma del 16 di ottobre, affiorano queste nuove appartenenze e con loro un’inedita strutturazione sociale.

Sotto le sigle ed i colori di numerosi soggetti e micro-soggetti politici extraparlamentari che si definiscono comunisti, ecologisti, anti-globalisti, decriscisti, si può certo nascondere un certo nostalgismo, ma questo sempre più spesso convive con la consapevolezza che è necessario costruire, e in fretta, un nuovo soggetto politico allargato, per non mancare il possibile appuntamento con la storia.

Non si tratta, perciò, della “battaglia di retroguardia” di chi vorrebbe un ritorno al passato, né della protesta di gruppi di “estremisti” del tutto minoritari nel corpo sociale, secondo le accuse strumentali lanciate dal governo, dalla Confindustria e dai sindacati gialli, e tanto meno di un sostegno indiretto ai “morti viventi” della principale opposizione parlamentare, l’informe cartello elettorale del Pd, che aderisce alla visione neoliberista e, perciò, si è ben guardato dal partecipare alla manifestazione di Roma.

Nuova strutturazione di classe, interessi convergenti fra il lavoro operaio e quello dei ceti medi ri-plebeizzati hanno mosso, in quella circostanza, la partecipazione.

Il movente economico e ridistributivo ha avuto una grande importanza, nella decisione di aderire alla manifestazione di Roma, ma non è certo l’unico, perché il disagio è ben più ampio e profondo.

L’altro movente fondamentale è la ricerca di una rappresentanza politica, così come è posto bene in rilievo in un articolo, dal titolo Se la Fiom coinvolge il ceto medio, comparso in rete proprio in questi giorni:

«Oggi non esiste un’opposizione politica, ma non perché manchi lo spazio sociale per un’opposizione; al contrario: non viene permessa l’esistenza di un’opposizione proprio perché questa, altrimenti, avrebbe a disposizione uno spazio sociale storicamente senza precedenti per vastità.» [http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=381]

Una vera opposizione politica, in grado di esprimere alternative radicali in relazione alle politiche sociali, a quelle industriali, monetarie e finanziarie, non può esistere in una liberaldemocrazia dominata dal Partito Unico della Riproduzione Capitalistica e caratterizzata dalla politica come consumo, marketing, illusione mediatica.

E’ per questo che il Nuovo Movimento d’opposizione, nella società italiana agli albori del millennio, si costituisce fuori dei circuiti della politica liberaldemocratica, la quale lo nega e lo blandisce con ogni mezzo, applicando le tecniche del silenziamento e quelle della disinformazione mediatica, quando non si possono nascondere gli eventi, le proteste popolari, le manifestazioni di disagio diffuso.

Data la situazione con la quale dobbiamo fare i conti, in base all’analisi concreta della situazione concreta, con un piglio dal vago sapore leninista, appare chiaro che il Movimento non può che costituirsi intorno all’unico sindacato antagonista e combattivo del paese, caratterizzato da una storica militanza, mai venuta meno, e da strutture diffuse sul territorio.

Quello che per Lenin è stato il partito dei rivoluzionari di professione, quale avanguardia della Rivoluzione, catalizzatore della protesta e guida per i subalterni, nel nostro tempo potrebbe essere il Sindacato-Movimento, in cui le rivendicazioni salariali, per un’equa distribuzione del prodotto e per invertire la rotta dopo due decenni di espropriazione mercatista, si fondono con la richiesta di partecipazione al processo decisionale strategico-politico, in cui le istanze operaie si armonizzano con quelle dei ceti medi declassati, ed in generale con quelle delle altre componenti della classe povera del futuro.

Un sindacato immarcescibile quello degli operai e degli impiegati metallurgici – classe 1901 e perciò ultra-centenario –, da sempre in prima linea nel difendere i lavoratori ed il diritto alla partecipazione e al lavoro, ed oggi vero catalizzatore della protesta in tutti i suoi aspetti.

Se il gioco dei potentati locali – dalla maggioranza di governo all’opposizione formale del Pd, dagli industriali affamati di denaro pubblico alla centrale sindacale gialla della CISL – è quello di isolare la Fiom per ridurla a più miti consigli, sappiano, questi ascari della classe globale, che saranno loro ad essere isolati dal nuovo che emerge nella società italiana, rischiando di portare con sé, nella caduta, le stesse istituzioni statuali che hanno occupato e screditato.

Il Nuovo Movimento è forse l’unica speranza che ci rimane, per non sprofondare definitivamente, a milioni, nelle bassure e negli inferi della postmodernità capitalistica, in quel buco nero pronto ad inghiottirci che è la “globalizzazione senza veli”.

Eugenio Orso
Fonte: http://pauperclass.myblog.it/
Link: http://pauperclass.myblog.it/archive/2010/10/25/societa-e-movimento-di-eugenio-orso.html
25.10.2010

Pubblicato da Davide

  • IVANOE

    L’articolo non fa una piega e sintetizza il quadro sociale attuale.Manca però di punti di riferimento di coordinate e di considerazioni un pò più approfondite quando si parla delle teste di legno.
    Vorrei partire dalla considerazione che i tempi nelle quali tutte le masse avranno capito in che situazione si sono cacciate ( dopo anni e anni di pavidità fino a sfiorare l’inidifferenza e la vigliaccheria ) e cioè avranno raggiunto tutti un grado di coscienza tale da uniformarsi con le menti all’interno delle masse più avanzate, saranno molto lunghi almeno ci vorranno tre o quattro decenni ( …in sostanza quando i fans di fabrizio corona, di maria de filippi e del grande fratello non potranno più vedere la tv perchè non potranno pagare la bolletta della luve…..).E 30/40 anni sono tanti se considerate la voracità di questo mostro sociale che divora velocemente tuto sia a livello ecologico che sociale che ha come unico fine la distruzione del pianeta in nome del profitto e delle propire assurde gelose comodità.
    Questo per quanto riguarda l’italia.il nostro paese che deve essere la coordinata principale e non uno dei tanti paesi fratelli da unire nella lotta, semmai deve essere il modello di lotta. Ecco se ci ancoriamo alla internalizzazione della lotta si diventa noiosi si fa scappare la gente, perchè la massa ha bisogno di avere tutto e subito ( cioè riprendersi subito il mal tolto ne una lira dipiù ne una lira di meno – ed in qeusto c’è stata ieri sera su report la presa per i fondelli della solita gabanelli visibilmente nevrotica con l’occhio ballante in eterno contrasto con le troppe pressioni che subisce dai suoi padroni ceh gli permettono una vita agiata e la sua cosceinza di psudo-sinistrata che dentro la divora per il suo modo doppiogiochista che deve tenere…in sostanza la gabanelli ha detto che da un ostudio della confindustria se venisse recuperata l’evasione fiscale si potrebbero aumentare i salari di 1200 euro nette al mese !!!! dico io come i nostri concittadini tedeschi !!! la gabanelli ha fatto la scoperta dell’acqua calda…. ).
    Quindi alle masse per accelerare la presa della bastiglia in poco tempo bisogna fare annusare il dolce profumo del denaro ( aimhe purtroppo è prorpio così ) che possa risolvergli le rate del mutuo , il prestito preso, la scuola dei figli, una pizza al mese in più, in sostanza una vita più dignitosa.
    E questa è la prima spinte istintiva delle masse… perchè se aspettiaom che prendano coscienza….campa cavallo che l’erba cresce.Semmai un movimento serve per incoraggiare le masse per fargli capire che è possibile arrivare ad un miglioramento economico e sociale abbattendo il senso di colpa che le attanaglia ( il capo che è come un padre…comunuqe lo stipendio lo pagano… c’è chi sta peggio ecc. ecc. ).
    Tutto questo potrebbe avvenire nel giro di un paio di anni e in modo estremamente pacifico…basta guardare la francia, perchè vedrete che fine farà la riforma delle pensioni di sarkosy e che figura di cacca gl ifaranno fare.I francesi sono più coesi più tosti da un punto di vista della tigna di massa.
    Noi purtroppo siamo controllati dalle mafie, dai media e dalle chiacchere da bar che ci propinano ogni giorno ed anche sa abbiamo capito che ci stanno prendendo in giro continuiamo a stare sulla difensiva.Usciamo di meno per spendere di meno perchè abbiamo paura dell’imprevisto al quale economicamente non riusciamo a far fronte.
    Quindi la prima leva di pressione per cambiare le cose sono le rivendicazioni salariali extra sindacati confederali disconoscenodne la loro leggitimità.
    Per determinare la crisi della dimensione superiore è necessario attendere ( tanto l’attesa ci sarebe lo stesso aspettando ” il verbo divino sulle ignoranti masse italiane” )che la dimensione superiore sia sempre più preda dei suoi vizi e della sua perversione : droga, sesso sensa senso, tatuaggi vari, e monili attaccati in tutte le parti del corpo, bisogno di essere protagonista a tutti i costi, voglia di potere per sentirsi di fatto impotente ) cioè di fatto enfatizzare in tutti i modi i loro comportamenti perchè il l cosidetto livello superiore si nutre di tutte queste trasgressioni materialistiche da quattro soldi ed è facilmente in questo riconoscibile dai personaggi televisivi che sfrona come una cloaca.
    Attendere quindi che si indeboliscano da soli mentre mano mano il movimento che ha un’altro interesse più importante e cioè quello di migliorare la propria condiziione di vita ( purtroppo in prima battuta è quella economica perchè senza la pancia piena non si combatte…) gli toglie l’acqua in cui sguazza e cioè chi li guarda, chi li invidia, chi li sogna chi comunque tiene in piedi il loro sozzo mito.
    Fatto questo il gioco è fatto.
    Rimarranno fuori dalle masse e saranno ditinguibilissimi :gli accaparratori, gli opportunisti, i raccomandati di casta. gli evasori fiscali, i delinquenti, i commercianti disonesti, gli egoisti a tutti i costi, i corrotti e i corruttori i gargarozzoni ( chi possiede decine e decine di immobili e li affitta a prezzi esorbitanti ) ecc. ecc.
    Tutti questi si riconsceranno perchè come i pesci fuor d’acqua si dimeneranno a più non posso per cercare di confermare e detenere le loro comodità e privileggi…per loro saranno giorni bui.

  • daveross

    L’intervento non dice nulla di nuovo. Si aspettano proposte concrete di un ‘Nuovo Movimento’ Europeo…

  • stefanodandrea

    Il nuovo deve consistere nella linea protezionismo-divieto di espatrio di capitali-sottrazione dell’economia reale al condizionamento del capitale finanziario. Il movimento dovrebbe avere queste idee, che, così intese, potrebbero essere le medesime in ogni nazione europea. Lo slogan dovrebbe essere: NON SIAMO CITTADINI DEL MONDO! Cfr. Dalla guerra del mercato globale alla pace delle economie protette http://www.appelloalpopolo.it/?p=2125

  • Tao

    Le vicende di Terzigno ci stanno nuovamente sbattendo sul muso la situazione cui il nostro Paese è ormai abituato da troppo tempo, ahi noi. Senza entrare nel merito della vicenda specifica di questo centro alle porte di Napoli, è ormai chiaro che in Campania non è possibile intervenire seriamente sulla situazione interna, senza che vi siano serie e pesantissime ripercussioni sulla situazione sociale di degrado. Ma ancor più preoccupante è l’immagine del nostro Paese che, dopo la vergogna del 2008, torna a mostrare al mondo intero gli ennesimi disordini di Napoli, legati al mercato dei rifiuti.

    E sì, perché anche i rifiuti ormai costituiscono un mercato fiorente, e la nostra società delle “magnifiche sorti e progressive” pare non lasciarsi sfuggire davvero nulla: quello che noi ingenuamente pensiamo di “buttar via”, consegnandolo all’ultimo atto dello smaltimento, è in realtà un ennesimo prodotto che, giunto alla sua fase post-consumo, apre ad un nuovo mercato. Molti interessi e molti affari si celano nella catena e nella filiera della raccolta e dello smaltimento, così come immense sarebbero le possibilità intrinsecamente legate ad uno sviluppo tecnologico della nostra macchina organizzativa, se solo fosse impiantata, oliata e manutenuta dal nostro Stato. Lo Stato, presentato come un “moloch” disprezzato da più parti e per vari motivi, è diventato ormai l’emblema del malcostume italiano, del consociativismo della Prima Repubblica e di quell’odioso assistenzialismo ormai legato al ricordo passato di una dialettica che non esiste più.

    Le partecipazioni economiche e il ritrovato ruolo dell’IRI nel periodo craxiano hanno poi dato il colpo di grazia: la congiuntura storica che saldò le due dimensioni internazionale (dissoluzione dell’URSS) e nazionale (tangentopoli) della scena politica e sociale, in un unicum cronachistico artefatto e manipolato ad hoc del triste immaginario collettivo del biennio 1991-1992, scaraventò il Paese in una condizione di smarrimento, di disillusione. E come in ogni clima analogo, fu allora il Partito Radicale, con la sua enfasi referendaria dell’anti-partitocrazia, a spingere, con la più violenta delle non violenze, il Paese verso il disfacimento della nostra economia nazionale, che si sarebbe poi consumato materialmente a bordo del Panfilo Britannia, allorquando diversi finanzieri ed economisti, italiani e americani, si riunirono presso il porto di Civitavecchia per iniziare una delle più gravi opere di svendita della ricchezza industriale e strategica del nostro Paese.

    Lo Stato, come concetto stesso, fu distrutto. L’Italia venne allineata d’improvviso alla mitologia ultra-liberista degli Anni Novanta, a quella che Giulio Tremonti ha definito in più di un’occasione “l’era della cornucopia”, il terribile sogno, imposto al pianeta da alcuni spregiudicati falchi della finanza internazionale, in base a cui, finita la Guerra Fredda, il nostro mondo potesse ormai avviarsi verso una completa “americanizzazione”, olistica e totalitaria, spacciando l’internazionalizzazione dei loro affari, per una novità assoluta che coinvolgesse tutti i cittadini del mondo: per creare questo mito scelsero il nome di “globalizzazione”, con una serie di termini annessi ripetuti ad libitum in ogni occasione come “villaggio globale”, “cittadini del mondo” o “melting pot”. Dimenticavano che il mercato e l’economia, sin dai tempi antichi, furono sempre “internazionali”, negli scambi commerciali, per esempio, o nei contatti culturali tra civiltà. Tuttavia il mito del “nuovo secolo americano” andava imposto in ogni direzione e con ogni strumento, specie con lo strumento essenziale e ineludibile del linguaggio.

    È così che la percezione italiana del concetto di Stato – fondamentale termine di paragone della storia politica, economica e sociale, dell’era moderna, sin da Machiavelli, sin da Hobbes – improvvisamente decadeva in un senso di squallore. L’opinione pubblica di quella “maggioranza silenziosa”, per decenni vissuta all’ombra dello Stato consociativo italiano, diventava improvvisamente “anarcoide”, imbevuta di retorica anti-Stato, nel nome della necessità del libero mercato.

    La distruzione del nostro Stato è in realtà molto più datata, e forse possiamo dire che in Italia uno Stato autentico non è mai veramente esistito. Dinastie professionali, baronie, lottizzazioni di pubblici servizi, malfunzionamenti, corruzione e criminalità organizzata hanno sempre costituito colpi decisivi nell’abbattimento di una positiva e costruttiva concezione dello Stato negli italiani.

    Il degrado cui stiamo assistendo, sociale, culturale e, ovviamente, politico, è proprio riconducibile a questa progressiva autodistruzione di quello Stato che da noi ha preferito svolgere la sola funzione per cui era stato predisposto dalle borghesie nazionali nel XIX secolo: reprimere il dissenso popolare, ma soprattutto reprimere sé stesso. Reprimere il proprio carattere giuspubblicistico, di garante dell’uguaglianza sociale e giuridica, reprimere il proprio ruolo di guida e controllo della e sull’economia, reprimere la sua strutturale funzione di “padre” della propria prole. Insomma, lo Stato si è progressivamente trasformato nell’anti-Stato.

    I mezzi che la volontà politica metterebbe a disposizione sarebbero immensi. Con la volontà di uno Stato forte e determinato, finalmente rinvigorito attore protagonista nella gestione del mondo del lavoro e della finanza, sarebbe possibile raggiungere risultati incredibili in termini di sviluppo economico e tecnologico. Sarebbe possibile sradicare la criminalità, utilizzando le mirabolanti meraviglie tecnologiche che il settore della logistica militare ci riserva ogni giorno nel resto del pianeta, sarebbe possibile dare avvio a programmi di indipendenza energetica, avviando finalmente una diversificazione delle fonti, perequamente suddivise tra nucleare, risorse naturali e rinnovabili, e sarebbe possibile indirizzare le dinamiche dell’attuale globalizzazione economica verso lo sviluppo di zone economiche speciali, interne al Paese, autonome nell’iniziativa, pur sottoposte al controllo dello Stato, e capaci di accelerare l’avanzamento e migliorare la qualità nel settore produttivo dei servizi e delle implementazioni, per rimanere quanto meno al passo con le principali potenze mondiali fin quando la competizione globale non sia risolta dalla storia.

    Ma i settori tanto moderati quanto estremistici della politica italiana, ambedue ricompresi nella stessa idiota polemica interna ad una dialettica destra-sinistra di matrice sostanzialmente reazionaria, si muoverebbero sicuramente, l’uno contro l’altro, o l’altro contro l’uno, non appena qualcuno decidesse di avviarsi verso un modello simile di sviluppo. Il timido ed isolatissimo tentativo di Berlusconi in una parvente analoga direzione, è quotidianamente sommerso di insulti e di latenti minacce quasi da ogni settore della vita pubblica, e pure coloro che in teoria dovrebbero sostenerlo (quotidiani “amici”), sono così impregnati di retorica liberista, che, nel difendere il Presidente del Consiglio dagli attacchi esterni, in verità ne disconoscono i reali meriti, preferendo continuare ad elogiare il sistema economico che ci sta portando alla deriva, e sputando fuoco su Gheddafi o su Putin, su Lukashenko o su Wen Jiabao.

    Andrea Fais
    Fonte: http://conflittiestrategie.splinder.com/
    Link: http://conflittiestrategie.splinder.com/post/23500339/uno-stato-forte-e-lunica-via-di-andrea-fais
    25.10.2010

  • A_M_Z

    Che stronzate..

    “la pace delle economie protette” è una barzelletta.

    Si, SIAMO CITTADINI DEL MONDO che vogliono autogovernarsi e che dei capitalisti non ce ne facciamo niente!

  • daveross

    Non la metterei così drastica come AMZ (‘che stronzate’)

    Però, supponendo per assurdo che un movimento del genere prenda il potere in uno Stato, in 15gg ti ritrovi un intervento ‘umanitario’ NATO in casa.