LA CRISI E IL CROLLO

DI STEFANO D’ANDREA
appelloalpopolo.it

La crisi è incertezza. Il crollo è certezza. Non si deve confondere la crisi con il crollo. Con il crollo la crisi termina. Il crollo è la fine della crisi, l’avvento della certezza in luogo dell’incertezza.

La crisi è incertezza, il persistere degli scricchiolii, la diffusione lenta dei suicidi, la tristezza, il ragionare morboso sulla crisi medesima, il timore del crollo o che comunque il futuro non sarà più come il passato.

Per i detentori di capitale, la crisi è il dubbio se sia valso la pena lavorare e reinvestire tanto; dubbio che si insinua perché il capitale accumulato e investito continua a svalutarsi. Avviamenti, know-how, marchi, brevetti, impianti, immobili, scorte, azioni, obbligazioni, quote di società; (quasi) tutto vale meno o potrebbe valere molto di meno già domani. La crisi è una lenta svalutazione complessiva del capitale e comunque il dubbio che esso possa subire da un momento all’altro una forte svalutazione.Per i lavoratori subordinati, la crisi è timore di perdere il posto e con esso, eventualmente, la casa e persino gli affetti; timore di non ritrovare un’occupazione; timore di non essere in grado di offrire, magari lavorando in nero, le proprie energie psico-fisiche per un reddito di sussistenza (cibo e calore) e terrore di non essere in grado di autoprodurre quanto necessita alla sussistenza. La crisi è paura, delusione e depressione. Per liberi professionisti e artigiani la crisi significa diminuzione o mancanza di incarichi, difficoltà e/o impossibilità di farsi pagare, sovente lavorare nel dubbio che il credito non sarà mai riscosso. Per tutti, salvo i molto ricchi e gli imbecilli, la crisi, come incertezza sul futuro, è parsimonia, accortezza, lenta riduzione dei consumi.
Che certezza sopravviene con il crollo? La certezza della fame per alcuni; della violenza e della mancanza di sicurezza per tutti. La certezza del ritorno nella loro patria di molti extracomunitari, dell’aumento notevole del lavoro fisico, della riduzione enorme delle imprese che forniscono “servizi”, della rinascita di mercati locali. La certezza che moltissimi diranno: “mi devo rimboccare le maniche”.

Se poi crolla anche la moneta – e dico crolla, non perde significativamente di valore – divengono certi anche disintegrazione di alcuni Stati, per implosione o secessioni, mutamenti di regimi monetari e politici, nonché guerre, civili e tra Stati. E si organizzano rapidamente economie nazionali, attraverso vincoli anche rigidissimi alla libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro.

Il crollo comporta anche la certezza della nascita o del risorgimento di idee e movimenti radicali, nonché di rivolgimenti geopolitici. Diverrebbero diffuse parole d’ordine oggi fatte proprie da sparute minoranze: mai più organizzare la nostra vita in funzione della crescita infinità! Mai più lasciare la nostra vita in balia delle forze del mercato! L’autosufficienza alimentare dovrà essere un valore irrinunciabile, perché abbiamo constatato che, in caso di crollo, senza di essa si ha morte e violenza! Mai più emanare leggi che valorizzano il capitale messo a rendita o il grande capitale che riduce a lavoratori dipendenti anche coloro che un tempo non lo erano! Mai più affidare le nostre vite alla “libera” competizione globale tra capitali svincolati dall’appartenenza alle nazioni e tra nazioni! Mai più consentire alla Banca centrale (oggi europea) di essere competente a promuovere leggi (europee)! E così via

Il crollo è certezza della sofferenza ma anche certezza che rinasca la speranza. Tanto maggiore è la sofferenza, tanto più alta è la speranza. E siccome viviamo in tempi nichilistici, caratterizzati dall’assenza di speranza, si deve convenire che il crollo recherebbe con sé anche un valore altamente positivo: la speranza. Vi sarebbe nuova speranza. La speranza di un futuro diverso dal passato. Questa speranza, che è speranza collettiva, è intimamente legata al crollo. Senza il crollo la speranza è debole; è speranza di alcuni; è rinchiusa nella rete (di internet); può aspirare, al più, a coagulare le poche forze resistenti in un progetto alternativo che al sistema appare (ed effettivamente è) innocuo.

Il crollo abbatte le ideologie dominanti; le sgretola; le disintegra; le smentisce e le seppellisce, fino a quando esse non riemergeranno a distanza di decenni – le idee, infatti, non muoiono ma si assopiscono per poi riprendere forza. Il crollo smentisce i profeti vincenti e dà ragione ai profeti dimenticati o ignorati. Il crollo rimuove i presupposti impliciti sulla base dei quali veniva esercitato il potere. Il crollo crea scontri e guerre, ossia situazioni in cui le parti che esercitano la violenza sono almeno due e non una soltanto: il potere consolidato.

E’ davvero immorale desiderare che la crisi economica sfoci nel crollo? E i movimenti di pensiero critici, resistenti, antagonisti e antimoderni sono logicamente coerenti quando desiderano uscire dalla crisi, ossia dalla incertezza, attraverso la ripresa e non attraverso il crollo? Oppure quando, convinti che una ripresa sia impossibile, desiderano e teorizzano una transizione che dovrebbe avvenire senza il crollo e magari proprio per evitare quest’ultimo? Senza il crollo, il nichilismo continuerà a farla da padrone. Senza il crollo, non risorgerà la speranza collettiva diffusa. Senza speranza collettiva diffusa nessun futuro migliore è possibile. Cosa vi è caro? Le idee della rivoluzione francese? E non furono necessari un regicidio, dunque un evento epocale, morte, terrore diffuso e le campagne napoleoniche perché esse si diffondessero? Il principio di nazionalità, grazie al quale ogni popolo può edificare la propria civiltà? E quante guerre per l’indipendenza e l’unità delle nazioni furono necessarie, perché tanti popoli avessero l’occasione di tentare quell’edificazione? Le idee della rivoluzione d’ottobre e comunque le idee socialiste? E non furono necessari milioni di morti, perché quelle idee vincessero in alcuni luoghi della terra e condizionassero, direttamente o indirettamente, la storia e la vita di decine e decine di popoli? La Costituzione della Repubblica Italiana? E non fu necessario combattere – e, per giunta, farlo dalla parte sbagliata – e perdere la seconda guerra mondiale perché quel testo fosse scritto. Il localismo, la terra natia o nella quale avete scelto di vivere? I profumi, i sapori e i suoni che stanno scomparendo? La rivalutazione del coraggio e l’eclissi del cinismo? Che torni il tempo dei leoni e cessi la lunga epoca delle volpi? La prevalenza della qualità sulla quantità? E come credete che la vostra dottrina possa acquisire forza, se non mutano radicalmente le condizioni materiali che hanno estinto i vostri valori nella considerazione collettiva?

Tutte le dottrine critiche nei confronti della modernità, come essa si è andata evolvendo negli ultimi trenta anni, sarebbero massimamente rinvigorite dal crollo. Si può credere veramente e sinceramente in quelle dottrine, senza desiderare il crollo? Si può volere un grande mutamento politico, senza previamente desiderare il venir meno delle condizioni che attualmente rendono impossibile quel mutamento?

Stefano D’Andrea
Fonte: www.appelloalpopolo.it
Link: http://www.appelloalpopolo.it/?p=2610
19.01.2011

16 Commenti
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amensa
amensa
20 Gennaio 2011 2:10

caro Stefano come ti ho già postato su “appelloalpopolo” il momento della speranza, la volontà di risalita, sovviene solo quando si acquista la consapevolezza di aver raggiunto il fondo, di aver smesso di precipitare e di aver ritrovato una solida base da cui risalire. azzardo una analisi che rinvanga un po’ dei miei studi del lavoro di Hubbard. descriveva il nostro interagire col concetto delle dinamiche , costituite attorno al proprio io come una cipolla, all’interno il proprio io, ego, se stesso conoscente e qualificante, subito fuori la propria cerchia di familiari, poi più all’esterno gli amici, poi i vicini poi quelli dello stesso paese, e via via quelli sempre più lontani e scarsamente interagenti. quello che sosteneva era una necessità intima di bilanciamento nel dedicare risorse a questi diversi strati di interagenti con il proprio io, bilanciamento propedeutico sia al ritorno che tali individui possono dare, sia per allargare la sfera della propria visione ed influenza. un allargamento necessario per completare la propria consapevolezza. riflettevo su cosa ha ridotto enormemente la nostra capacità di comunicare, di essere una “parte del mondo” che ci circonda. la paura, usata magistralmente per far rinchiudere gli individui in se stessi, autoconfermandosi le ragioni… Leggi tutto »

gabro
gabro
20 Gennaio 2011 5:18

Finalmente un’analisi completamente in sintonia con la mia visione, il crollo è assolutamente auspicabile, in assenza di esso non ci sarà mai la possibilità di costruire un nuovo pensiero condiviso ed una conseguente nuova società in evoluzione. Il crollo del “potere esclusivo” dei controllori (globalisti, il 2% della popolazione mondiale) darebbe la possibilità alla nascita, per la prima volta nella storia, del “potere dei popoli”. Da tempo sostengo che il “punto di svolta” di questa nostra realtà è lo stesso sia per i Cabalisti Oscuri che per i Visionari del Nuovo Mondo, anche se ovviamente le due linee del futuro sono opposte. In realtà, vista la crescente presa di coscienza delle masse, la possibilità che i Dominatori ci stiano in realtà agevolando il compito nel cancellare la loro distorta visione del mondo è sempre più forte e, secondo la mia umile opinione, sempre più probabile. Per annichilire un nemico bisogna conoscerlo meglio di quanto lui conosca te. Per secoli il potere dei Cabalisti è stato sapientemente nascosto agli occhi del mondo ed ha potuto studiare il popolo gregge molto bene, talmente bene da sviluppare meccanismi di controllo mentale sempre più sofisticati ed, in apparenza, sempre più letali. La credenza da… Leggi tutto »

roberto_fiordaliso
roberto_fiordaliso
20 Gennaio 2011 9:43

Quando si ipotizza il crollo si è sempre “sbrigativi” nel supporne le conseguenze nella routine quotidiana. E’ riduttivo parlare di “sofferenze e difficoltà”. Seppur anche io vedo nel crollo l’unica e sola alternativa allo stato di cose attuali credo che di quello che ne verrà non ne godranno i “presenti” al crollo, ma forse quelli di molte generazioni a venire. Se per caso l’economia e il “flusso” si ferma una situazione di caos alla Mad Max credo che risulterebbe positiva a confronto. Non bisogna immaginare che mentre gli “intellettuali” discutono di come migliorare le cose tutto funzionerà come ora, se le cose si fermano, finisce l’elettricità, finisce l’idea che i viveri si comperano al supermarket, immondizia e malattie ovunque e sopravvivere sarà molto molto difficile, specie per i primi anni dove chi ha potuto avrà accumulato armi, viveri, carburanti per far da padroni o difendersi per lunghi decenni. Non bisogna mica immaginare che il figlioletto poi correrà libero nei campi immune dall’inquinamento sociale attuale, ma bisogna immaginarsi che a trasportare in braccio la notte un bambino mentre si scappa da questo o quel pericolo è un grosso peso. Non bisogna immaginare di fare l’orticello casalingo biologico, ma bisogna pensare a… Leggi tutto »

Affus
Affus
20 Gennaio 2011 12:26

quoto

ottavino
ottavino
20 Gennaio 2011 12:57

Condivido il tuo commento e aggiungo che l’articolo di D’Andrea nasce con l’idea di base che “forze esterne modificano il comportamento dell’uomo”.
Questo a volte è vero, ma non credo che sia così per “il crollo”.
Io mi acconteterei se si diventasse tutti un pò più incivili, nel senso di ritrovare il valore, la salute, la spontaneità dell’inciviltà.

vic
vic
20 Gennaio 2011 13:10

Vediamo come la mentalita’ del crollo possa servire da ispirazione per l’organizzazione della societa’. Facciamo un’ipotesi di lavoro, mettiamo che si sappia che un gigantesco danno sta per colpire la terra. Potrebbe essere qualcosa di simile al diluvio universale, oppure un oggetto gigantesco proveniente dalle profondita’ cosmiche che passa nei paraggi del sistema solare, per cui il sole reagisce ed a noi ne combina delle belle. Qualunque catastrofe inevitabile va bene come ipotesi di lavoro Come reagisce uno stato saggio ad una prospettiva del genere? Pensa subito alla logistica d’emergenza: a) come proteggersi b) come tirare avanti la societa’, cioe’ campare. Come proteggersi. Se si ha a che fare con radiazioni, ricadute radioattive o da vulcani impazziti, conviene pensare in tempo a costruire rifugi sotterranei per tutti. Cosa che ad esempio gli USA ben si guardano dal fare, pur sapendo di essere nel mirino di missili a testata nucleare. Il foro da oggetto a forte penetrazione nelle mura plurime del Pentagono (11 settembre 2001) e’ li’ apposta nell’immaginario collettivo per tener viva l’idea che sia possibile un simile attacco. E’ piu’ semplice adottare una precauzione tipo rifugio atomico se non si e’ uno stato troppo popoloso. Se non succede niente,… Leggi tutto »

roberto_fiordaliso
roberto_fiordaliso
20 Gennaio 2011 13:28

Secondo me non riesci proprio bene a immaginare una situazione di crollo generale del sistema, le tue misure valgono solo per una situazione circoscritta (un ciclone, un terremoto) ma in un crollo economico globale dimenticati tutto quel che conosci ora e quello che ti aspetti ora come misure per arginare e cerca di immaginare come vive una gazzella quando si sveglia al mattino! 🙂

A me sembra un concetto semplicissimo da capire, ma se per caso il “flusso” si ferma anche solo per 3 mesi, anche a volerlo, e senza asteroide, non ripristini la società attuale prima di molti decenni.

stefanodandrea
stefanodandrea
20 Gennaio 2011 13:35

Condivido ciò che scrive Roberto_Fiordaliso, anche se non mi sembra di essere stato “sbrigativo”:”La certezza della fame per alcuni; della violenza e della mancanza di sicurezza per tutti”; “Il crollo crea scontri e guerre”; “Se poi crolla anche la moneta – e dico crolla, non perde significativamente di valore – divengono certi anche disintegrazione di alcuni Stati, per implosione o secessioni, mutamenti di regimi monetari e politici, nonché guerre, civili e tra Stati”.
A Ottavino osservo che il crollo rende necessariamente tutti più incivili (o civili, secondo i punti di vista) e che tra i casi in cui le condizioni materiali esterne condizionano l’essere dell’uomo includerei e collocherei nelle prime posizioni il crollo di un sistema politico- economico (un sistema economico è sempre un sistema politico).

amensa
amensa
20 Gennaio 2011 13:42

la tua idea non è male, a parte il fatto che sarebbe veramente curioso a chi ci affideremmo, ma comunque non credo ce ne sarà bisogno.
è talmente radicata la mentalità che, se deve succedere qualcosa, succederà a qualcun altro, ch e, anch edi fronte all’evidenza, nessuno penserà di dover affrontare, appunto, un crollo.

ottavino
ottavino
20 Gennaio 2011 13:49

Il condizionamento “esterno” di un crollo è evidente. Ma quello che volevo dire (forse mi sono spiegato male) è che mi sembra che tu presupponi un cambiamento conseguente di mentalità, nel senso che improvvisamente gli umani scoprono, che ne so, il signoraggio, o di essere stati schiavi un sistema improbo.
Io dico che mi accontenterei di un umano, che ne so, che ripristina la pena di morte, o che risolve i casi giudiziari alla svelta, o che dichiara l’impossibilità di garantire l’assistenza sanitaria, o la laurea, o che non si preoccupa di tante stupidaggini, diciamo, “borghesi”.
Prendiamo il caso “Ruby”. Perchè aspettare mesi e mesi per risolverlo? Risolviamolo in un giorno! E’ possibile!. L’uomo può e sa farlo. E’ solo questa profondo imborghesimento che ce lo impedisce.

ottavino
ottavino
20 Gennaio 2011 13:51

Guarda Stefano, mi è venuta la parola. Mi basterebbe che l’umano comprendesse l’mpraticabilità dell’essere borghese.

roberto_fiordaliso
roberto_fiordaliso
20 Gennaio 2011 13:51

Si per lo “sbrigativo” virgolettato non volevo assolutamente offendere, anzi, ben venga un articolo che non sia la solita “pseudo riforma aggiusta tutto”.

Intendevo (con sbrigativo) il fatto di non includere esempi caotici spiccioli, molti sono assuefatti da parole come – fame – guerra -violenza – meno sicurezza – che magari non riescono a immaginarne gli effetti nella loro routine.
Specificando meglio non si rischia di far confondere crollo con riforma 🙂

stefanodandrea
stefanodandrea
20 Gennaio 2011 14:05

In un articolo di qualche tempo fa, tradotto da Gianluca Freda, Dimitry Orlov spiegava per quale ragione gli abitanti dell’ex unione sovietica erano più preparati al crollo degli statunitensi (“Sopravvivere al collasso: l’URSS era meglio preparato al collasso che gli USA: http://blogghete.blog.dada.net/categorie/index.html?from=74), e adduceva, da un lato, alcuni profili ai quali quali tu accenni (saper riparare; riutilizzare, inventare, l’orto già presente fuori dal palazzo nel quale si trova l’abitazione), dall’altro, il tipo di organizzazione centralistica e statalistica (grande utilizzo di autobus e mezzi di trasporto pubblici, asili pbblici e strutture pubbliche che continuarono a funzionare, mentre le strutture prvate cesserebbero immediatamente di funzionare). Non credo poi che si tratti di mentalità. La mentalità la acquisirebbero, gioco forza, tutti. Si tratterebbe di predisposizione e di capacità di adattamento. E qui direi che alcuni italiani che oggi se la cavano male starebbero meglio di altri che oggi se la cavano benino (a Weimar i borghesi senza terra si vendevano tutto per riuscire a mangiare). Il crollo economico, poi, è diverso dall’asteroide. Il crollo economico come minimo fa barcollare i sistemi politici. A Roberto_Fiordaliso dico che forse esagera. I paesi dell’ex URSS sembra che persero il 50% del PIL (altro che il 30%… Leggi tutto »

roberto_fiordaliso
roberto_fiordaliso
20 Gennaio 2011 14:18

Forse esagero, forse; ho letto l’articolo e neanche lì ne esce un bel quadro, ma quel quadro è mitigato dal fatto che la proiezione, se non ho capito male, è “immaginata” al 1991.
Con le tecnologie e i funzionamenti attuali, facendo la stessa proiezione, ne esce (parere mio) un prospetto di molto peggiore!

AmonAmarth
AmonAmarth
21 Gennaio 2011 10:55

Bel post amensa, mi ha interessato moltissimo quella descrizione “a strati”: è proprio vero, e personalmente della televisione percepisco non tanto la già disgustosa distorsione delle consapevolezze, ma di più quel “rinchiudersi”, quel creare le paure attraverso le quali dividere tutti gli uni contro gli altri. E’ proprio vero che “fuori c’è un mondo”, o meglio: la gente ormai il “mondo” lo vede e lo racconta attraverso ciò che vede in TV o nei notiziari, ma non c’è cosa più vera del fatto che il “mondo” o la “realtà” non è altro quella che viviamo ogni giorno sulla propria pelle! E’ roba da pazzi dover scrivere sta roba, ma non è affatto scontato! Guarda ad esempio quanta gente, ogni giorno, si mette a litigare su questioni nelle quali nessuno dei litiganti è coinvolto direttamente… L’esempio lampante è l’argomento “politica”: ormai intesa come quello scorrere di faccie e mezzi busti in televisione e sui giornali, dove nessuno di noi può mettere becco, etc… E’ evidentemente una condizione PASSIVA, ma nessuno discute attivamente su questo aspetto: pazzesco vero? Ma succede quotidianamente. Lancio un’altro sasso nello stagno per proseguire l’interessante conversazione: non vedi anche tu un legame profondo fra tutto questo con la… Leggi tutto »

amensa
amensa
22 Gennaio 2011 11:23

@ AmonAmarth come la cipolla, se la immergi nel veleno, muore, e ne muore anche il nucleo. il nucleo prospera se dall’esterno giunge un buon nutrimento. pensiche sia possibile essere felici,sereni, sapendo ch emigliaia di bambini muoino di fame ? ch ele farmaceutiche per preservare i loro guadagni non permettono ai diseredati di curarsi ? sarà forse retorica al limite, ma purtroppo rispecchia la realtà che viviamo tutti i santi giorni. Io non finirò mai di stupirmi come tante singole persone siano delle brave persone, e quando le consideri come gruppo, diventino una massa di stupidi ignoranti. piccole comunità per ricreare un collegamento con i raggruppamenti maggiori. la solitudine, il sentirsi soli di fronte ad un mondo ostile, crea paura, risentimento, voglia di rinchiudersinel gusciopiù piccolo e difendibile possibile. e dimenticare che solo unendo le proprie forze a quelle di altri, con slancio, creatività, altruismo scompare la paura. una volta erano le corti, ch eanche logisticamente univano gliindividui in grandi famiglie, poi l’industrializzazione, i grandi raggruppamenti, le metropoli spersonalizzate, con la paura degli altri iniettata a dosi da cavallo ( se poi hanno gli occhi a mandorla o la pelle più scura, dio ci salvi ) hanno completato l’opera di… Leggi tutto »