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LA CRISI E IL CROLLO

DI STEFANO D’ANDREA
appelloalpopolo.it

La crisi è incertezza. Il crollo è certezza. Non si deve confondere la crisi con il crollo. Con il crollo la crisi termina. Il crollo è la fine della crisi, l’avvento della certezza in luogo dell’incertezza.

La crisi è incertezza, il persistere degli scricchiolii, la diffusione lenta dei suicidi, la tristezza, il ragionare morboso sulla crisi medesima, il timore del crollo o che comunque il futuro non sarà più come il passato.

Per i detentori di capitale, la crisi è il dubbio se sia valso la pena lavorare e reinvestire tanto; dubbio che si insinua perché il capitale accumulato e investito continua a svalutarsi. Avviamenti, know-how, marchi, brevetti, impianti, immobili, scorte, azioni, obbligazioni, quote di società; (quasi) tutto vale meno o potrebbe valere molto di meno già domani. La crisi è una lenta svalutazione complessiva del capitale e comunque il dubbio che esso possa subire da un momento all’altro una forte svalutazione.Per i lavoratori subordinati, la crisi è timore di perdere il posto e con esso, eventualmente, la casa e persino gli affetti; timore di non ritrovare un’occupazione; timore di non essere in grado di offrire, magari lavorando in nero, le proprie energie psico-fisiche per un reddito di sussistenza (cibo e calore) e terrore di non essere in grado di autoprodurre quanto necessita alla sussistenza. La crisi è paura, delusione e depressione. Per liberi professionisti e artigiani la crisi significa diminuzione o mancanza di incarichi, difficoltà e/o impossibilità di farsi pagare, sovente lavorare nel dubbio che il credito non sarà mai riscosso. Per tutti, salvo i molto ricchi e gli imbecilli, la crisi, come incertezza sul futuro, è parsimonia, accortezza, lenta riduzione dei consumi.
Che certezza sopravviene con il crollo? La certezza della fame per alcuni; della violenza e della mancanza di sicurezza per tutti. La certezza del ritorno nella loro patria di molti extracomunitari, dell’aumento notevole del lavoro fisico, della riduzione enorme delle imprese che forniscono “servizi”, della rinascita di mercati locali. La certezza che moltissimi diranno: “mi devo rimboccare le maniche”.

Se poi crolla anche la moneta – e dico crolla, non perde significativamente di valore – divengono certi anche disintegrazione di alcuni Stati, per implosione o secessioni, mutamenti di regimi monetari e politici, nonché guerre, civili e tra Stati. E si organizzano rapidamente economie nazionali, attraverso vincoli anche rigidissimi alla libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro.

Il crollo comporta anche la certezza della nascita o del risorgimento di idee e movimenti radicali, nonché di rivolgimenti geopolitici. Diverrebbero diffuse parole d’ordine oggi fatte proprie da sparute minoranze: mai più organizzare la nostra vita in funzione della crescita infinità! Mai più lasciare la nostra vita in balia delle forze del mercato! L’autosufficienza alimentare dovrà essere un valore irrinunciabile, perché abbiamo constatato che, in caso di crollo, senza di essa si ha morte e violenza! Mai più emanare leggi che valorizzano il capitale messo a rendita o il grande capitale che riduce a lavoratori dipendenti anche coloro che un tempo non lo erano! Mai più affidare le nostre vite alla “libera” competizione globale tra capitali svincolati dall’appartenenza alle nazioni e tra nazioni! Mai più consentire alla Banca centrale (oggi europea) di essere competente a promuovere leggi (europee)! E così via

Il crollo è certezza della sofferenza ma anche certezza che rinasca la speranza. Tanto maggiore è la sofferenza, tanto più alta è la speranza. E siccome viviamo in tempi nichilistici, caratterizzati dall’assenza di speranza, si deve convenire che il crollo recherebbe con sé anche un valore altamente positivo: la speranza. Vi sarebbe nuova speranza. La speranza di un futuro diverso dal passato. Questa speranza, che è speranza collettiva, è intimamente legata al crollo. Senza il crollo la speranza è debole; è speranza di alcuni; è rinchiusa nella rete (di internet); può aspirare, al più, a coagulare le poche forze resistenti in un progetto alternativo che al sistema appare (ed effettivamente è) innocuo.

Il crollo abbatte le ideologie dominanti; le sgretola; le disintegra; le smentisce e le seppellisce, fino a quando esse non riemergeranno a distanza di decenni – le idee, infatti, non muoiono ma si assopiscono per poi riprendere forza. Il crollo smentisce i profeti vincenti e dà ragione ai profeti dimenticati o ignorati. Il crollo rimuove i presupposti impliciti sulla base dei quali veniva esercitato il potere. Il crollo crea scontri e guerre, ossia situazioni in cui le parti che esercitano la violenza sono almeno due e non una soltanto: il potere consolidato.

E’ davvero immorale desiderare che la crisi economica sfoci nel crollo? E i movimenti di pensiero critici, resistenti, antagonisti e antimoderni sono logicamente coerenti quando desiderano uscire dalla crisi, ossia dalla incertezza, attraverso la ripresa e non attraverso il crollo? Oppure quando, convinti che una ripresa sia impossibile, desiderano e teorizzano una transizione che dovrebbe avvenire senza il crollo e magari proprio per evitare quest’ultimo? Senza il crollo, il nichilismo continuerà a farla da padrone. Senza il crollo, non risorgerà la speranza collettiva diffusa. Senza speranza collettiva diffusa nessun futuro migliore è possibile. Cosa vi è caro? Le idee della rivoluzione francese? E non furono necessari un regicidio, dunque un evento epocale, morte, terrore diffuso e le campagne napoleoniche perché esse si diffondessero? Il principio di nazionalità, grazie al quale ogni popolo può edificare la propria civiltà? E quante guerre per l’indipendenza e l’unità delle nazioni furono necessarie, perché tanti popoli avessero l’occasione di tentare quell’edificazione? Le idee della rivoluzione d’ottobre e comunque le idee socialiste? E non furono necessari milioni di morti, perché quelle idee vincessero in alcuni luoghi della terra e condizionassero, direttamente o indirettamente, la storia e la vita di decine e decine di popoli? La Costituzione della Repubblica Italiana? E non fu necessario combattere – e, per giunta, farlo dalla parte sbagliata – e perdere la seconda guerra mondiale perché quel testo fosse scritto. Il localismo, la terra natia o nella quale avete scelto di vivere? I profumi, i sapori e i suoni che stanno scomparendo? La rivalutazione del coraggio e l’eclissi del cinismo? Che torni il tempo dei leoni e cessi la lunga epoca delle volpi? La prevalenza della qualità sulla quantità? E come credete che la vostra dottrina possa acquisire forza, se non mutano radicalmente le condizioni materiali che hanno estinto i vostri valori nella considerazione collettiva?

Tutte le dottrine critiche nei confronti della modernità, come essa si è andata evolvendo negli ultimi trenta anni, sarebbero massimamente rinvigorite dal crollo. Si può credere veramente e sinceramente in quelle dottrine, senza desiderare il crollo? Si può volere un grande mutamento politico, senza previamente desiderare il venir meno delle condizioni che attualmente rendono impossibile quel mutamento?

Stefano D’Andrea
Fonte: www.appelloalpopolo.it
Link: http://www.appelloalpopolo.it/?p=2610
19.01.2011

Pubblicato da Davide

  • amensa

    caro Stefano
    come ti ho già postato su “appelloalpopolo” il momento della speranza, la volontà di risalita, sovviene solo quando si acquista la consapevolezza di aver raggiunto il fondo, di aver smesso di precipitare e di aver ritrovato una solida base da cui risalire.
    azzardo una analisi che rinvanga un po’ dei miei studi del lavoro di Hubbard.
    descriveva il nostro interagire col concetto delle dinamiche , costituite attorno al proprio io come una cipolla,
    all’interno il proprio io, ego, se stesso conoscente e qualificante, subito fuori la propria cerchia di familiari, poi più all’esterno gli amici, poi i vicini poi quelli dello stesso paese, e via via quelli sempre più lontani e scarsamente interagenti.
    quello che sosteneva era una necessità intima di bilanciamento nel dedicare risorse a questi diversi strati di interagenti con il proprio io, bilanciamento propedeutico sia al ritorno che tali individui possono dare, sia per allargare la sfera della propria visione ed influenza. un allargamento necessario per completare la propria consapevolezza.
    riflettevo su cosa ha ridotto enormemente la nostra capacità di comunicare, di essere una “parte del mondo” che ci circonda.
    la paura, usata magistralmente per far rinchiudere gli individui in se stessi, autoconfermandosi le ragioni delle proprie paure.
    sbarre alle finestre per chiudere gli altri fuori, che hanno chiuso le persone dentro, come in una prigione.
    hanno limitato i contatti, la socialità delle persone, lasciandone il monopolio alla televisione, quell’orribile strumento insediatosi nelle nostre case , che ha sostituito il mondo, gli altri, il confronto e la capacità di trasmetteree ricevere oltre che informazioni, affetto, comprensione, empatia, di allargare ai confini del mondo, e anche oltre, i limiti della nostra percezione.
    la televisione si è sostituita a tutto ciò che esula dalla stretta sfera familiare, filtrandolo, lasciando passare solo ciò che serve a confermare le paure acquisite e magari aumentarle per autoconfermarsi, ma vietando di esprimersi, di sentirsi partecipi, di comunicare con gli strati più esterni della “cipolla”.
    io mi auguro, che alla fine della caduta, ci si accorga del danno sociale e indiuviduale che quello strumento straordinario di controllo delle menti che è la televisione, e trovi la sua finale collocazione tra i residui del passato, mi auguro che si provi nei suoi cnfronti quella repulsione che si prova per tutti i cibi di cui si è fatta indigestione, si aprano le porte e le finestre e si scopra nuovamnete che, fuori della porta di casa, c’è un mondo!

  • gabro

    Finalmente un’analisi completamente in sintonia con la mia visione, il crollo è assolutamente auspicabile, in assenza di esso non ci sarà mai la possibilità di costruire un nuovo pensiero condiviso ed una conseguente nuova società in evoluzione. Il crollo del “potere esclusivo” dei controllori (globalisti, il 2% della popolazione mondiale) darebbe la possibilità alla nascita, per la prima volta nella storia, del “potere dei popoli”. Da tempo sostengo che il “punto di svolta” di questa nostra realtà è lo stesso sia per i Cabalisti Oscuri che per i Visionari del Nuovo Mondo, anche se ovviamente le due linee del futuro sono opposte. In realtà, vista la crescente presa di coscienza delle masse, la possibilità che i Dominatori ci stiano in realtà agevolando il compito nel cancellare la loro distorta visione del mondo è sempre più forte e, secondo la mia umile opinione, sempre più probabile. Per annichilire un nemico bisogna conoscerlo meglio di quanto lui conosca te. Per secoli il potere dei Cabalisti è stato sapientemente nascosto agli occhi del mondo ed ha potuto studiare il popolo gregge molto bene, talmente bene da sviluppare meccanismi di controllo mentale sempre più sofisticati ed, in apparenza, sempre più letali. La credenza da parte di questi omuncoli senz’anima che l’essere umano fosse esclusivamente il “corpo” composto di carne, ossa, tendini, cervello ecc. è stato il loro più grande errore poichè se è dimostrato che il “corpo” si può programmare, lo stesso non si può dire per l’anima. L’errore nel pensiero che la “mente” fosse l’aspetto più alto dell’essere umano (possibile da programmare e controllare) sarà senza ombra di dubbio il loro “fatale ultimo atto di arroganza”, quell’errore che li cancellerà dal futuro evolutivo del pianeta. Noi tutti siamo anime che sperimentano una specifica realtà e ne sono co-creatori insieme all’Intelligenza Divina che qui ci ha concesso di essere, con l’unico scopo di imparare ad evolvere. Da un punto di consapevolezza così straordinariamente più elevato sarà per tutti noi molto più facile di quello che oggi forse pensiamo, modificare la realtà che siamo qui a sperimentare. Noi oggi conosciamo il nostro nemico* (*termine che uso per convenzione) meglio di quanto lui abbia dimostrato di conoscere noi, oggi dobbiamo ringraziare chi ci ha controllati e portati fino a questo punto della storia perchè ci ha dato la possibilità di cambiare il nostro destino in modo consapevole, dobbiamo solo credere che sia così, credere che un giorno sia la luce e la luce sarà.

  • roberto_fiordaliso

    Quando si ipotizza il crollo si è sempre “sbrigativi” nel supporne le conseguenze nella routine quotidiana.
    E’ riduttivo parlare di “sofferenze e difficoltà”.
    Seppur anche io vedo nel crollo l’unica e sola alternativa allo stato di cose attuali credo che di quello che ne verrà non ne godranno i “presenti” al crollo, ma forse quelli di molte generazioni a venire.
    Se per caso l’economia e il “flusso” si ferma una situazione di caos alla Mad Max credo che risulterebbe positiva a confronto.
    Non bisogna immaginare che mentre gli “intellettuali” discutono di come migliorare le cose tutto funzionerà come ora, se le cose si fermano, finisce l’elettricità, finisce l’idea che i viveri si comperano al supermarket, immondizia e malattie ovunque e sopravvivere sarà molto molto difficile, specie per i primi anni dove chi ha potuto avrà accumulato armi, viveri, carburanti per far da padroni o difendersi per lunghi decenni.
    Non bisogna mica immaginare che il figlioletto poi correrà libero nei campi immune dall’inquinamento sociale attuale, ma bisogna immaginarsi che a trasportare in braccio la notte un bambino mentre si scappa da questo o quel pericolo è un grosso peso.
    Non bisogna immaginare di fare l’orticello casalingo biologico, ma bisogna pensare a far le sentinelle per non farsi rubare quel poco che si riesce a coltivare.
    Cani randagi e pericolosi ovunque, inquinamento ai massimi livelli per via della rottura delle infrastrutture che contenevano le sostanze, brigantaggio dilagante, ecc… ecc…
    Se pensate che sono catastrofista allora state intendendo la riforma, perchè con il crollo sarà tutto imprevedibile e la legge del più forte sarà l’unica in vigore.
    Qualcuno l’ha già scritto diverso tempo fa, però è stato preso per terrosista:
    – “Se il sitema crolla,le conseguenze saranno comunque molto dolorose. Ma più il sistema cresce più doloroso sarà il risultato del suo collasso, quindi se deve crollare è meglio che sia prima che dopo.”
    T.J. Kaczynski

  • Affus

    quoto

  • ottavino

    Condivido il tuo commento e aggiungo che l’articolo di D’Andrea nasce con l’idea di base che “forze esterne modificano il comportamento dell’uomo”.
    Questo a volte è vero, ma non credo che sia così per “il crollo”.
    Io mi acconteterei se si diventasse tutti un pò più incivili, nel senso di ritrovare il valore, la salute, la spontaneità dell’inciviltà.

  • vic

    Vediamo come la mentalita’ del crollo possa servire da ispirazione per l’organizzazione della societa’.

    Facciamo un’ipotesi di lavoro, mettiamo che si sappia che un gigantesco danno sta per colpire la terra. Potrebbe essere qualcosa di simile al diluvio universale, oppure un oggetto gigantesco proveniente dalle profondita’ cosmiche che passa nei paraggi del sistema solare, per cui il sole reagisce ed a noi ne combina delle belle. Qualunque catastrofe inevitabile va bene come ipotesi di lavoro

    Come reagisce uno stato saggio ad una prospettiva del genere?
    Pensa subito alla logistica d’emergenza: a) come proteggersi b) come tirare avanti la societa’, cioe’ campare.

    Come proteggersi.
    Se si ha a che fare con radiazioni, ricadute radioattive o da vulcani impazziti, conviene pensare in tempo a costruire rifugi sotterranei per tutti. Cosa che ad esempio gli USA ben si guardano dal fare, pur sapendo di essere nel mirino di missili a testata nucleare. Il foro da oggetto a forte penetrazione nelle mura plurime del Pentagono (11 settembre 2001) e’ li’ apposta nell’immaginario collettivo per tener viva l’idea che sia possibile un simile attacco.
    E’ piu’ semplice adottare una precauzione tipo rifugio atomico se non si e’ uno stato troppo popoloso. Se non succede niente, il rifugio puo’ sempre venire adibito a cantina, dormitorio temporaneo per rifugiati (senno’ che rifugio sarebbe) o altro.

    Il lato piu’ interessante che ci offre la mentalita’ del crollo sta pero’ nella logistica della sopravvivenza. Occorre pensare a campare, cioe’ ad avere il pane quotidiano.
    Poiche’ e’ inverosimile che in caso di catastrofe ci sia il pieno impiego, e’ lo stato, cioe’ l’autorita’ che gestisce l’emergenza a doversi far carico della logistica per le necessita’ di base. Toh, ci vuole un’autorita’ che gestisca la crisi! Sorpresa! Scommettiamo che un’autorita’ del genere e’ piu’ efficiente se il suo lavoro venne concepito con calma prima del disastro che non lasciare che si instauri “automaticamente” con la legge del clan piu’ forte dopo il disastro? Detto altrimenti, in tempi di crisi sognatevelo un governo regolare con parlamento che impiega tempi biblici per decidere checche’. Se vi va bene sara’ in pratica l’esercito a prendere in mano la situazione. Detto fra noi vi consiglio un esercito di milizia, per lo meno avrete a che fare con visi conosciuti, come quello del vicino.
    Le varie zone territoriali in cui conviene che sia diviso il territorio ex nazionale dovranno ognuna gestire la distribuzione del cibo, le cure sanitarie d’urgenza, i trasporti con mezzi di fortuna, le trasmissione d’informazione con mezzi semplici, un minimo di sicurezza contro i soliti furbi e violenti perche’ disperati.
    Ecco un primo punto, contenere la disperazione generale. Come? Garantendo il pane. E come si garantisce il pane? Non dipendendo da trasporti troppo lunghi ne’ da tecnologie troppo sofisticate. Ovvio che occorrono magazzini per le scorte di cibo per almeno 1-2 anni. Poi bisogna preservare i mestieri. Guai a dimenticarsi come si ripara una tubazione, come si costruisce una radio d’emergenza. Come si taglia un albero e si sega in assi. E’ utile avere terra da coltivare, fosse anche solo a patate. Insomma guai a dipendere da chi ci fabbrica tutto ma sta lontanissimo, per esempio in Cina, e fa tutto di plastica. E’ bene non dimenticare per strada gli attrezzi dello scalpellino. Lavorare qualche pietra potrebbe rivelarsi indispensabile, per fare un pilastro di ponte per esempio, o un semplice muro.
    Ci vuole un modello di economia di sussitenza basato il piu’ possibile sulle proprie forze. Quindi occorre saper fabbricare lampadine, saponette, vestiti, porte e finestre. Occore continuare ad istruire i rampolli a far questo e quello.

    Di sicuro non servira’ proprio a nulla sapere come calcoiare il prezzo di un certificato finanziario derivato. Sara’ bene mandare a quel paese la mentalita’ da banchiere per far spazio ad una mentalita’ di aiuto reciproco. Io so fare questo, do’ una mano a te e tu che sai fare quello la dai poi a me. M’e’ rimasto un paiolo per la polenta in esubero, prendilo, me lo ridarai a suo tempo. A proporito, ho proprio bisogno di una scure che taglia, prestami la tua.

    Come si intuisce facilmente, il tutto e’ bene che abbia un minimo di organizzazione fin dall’inizio. Cioe’ qualcuno deve pensarci in tempo allo scenario del crollo, se si vuole uscirne vivi, come societa’, poi dal crollo. Ma alla base, occorre averla la mentalita’ del crollo, ben prima che avvenga.

  • roberto_fiordaliso

    Secondo me non riesci proprio bene a immaginare una situazione di crollo generale del sistema, le tue misure valgono solo per una situazione circoscritta (un ciclone, un terremoto) ma in un crollo economico globale dimenticati tutto quel che conosci ora e quello che ti aspetti ora come misure per arginare e cerca di immaginare come vive una gazzella quando si sveglia al mattino! 🙂

    A me sembra un concetto semplicissimo da capire, ma se per caso il “flusso” si ferma anche solo per 3 mesi, anche a volerlo, e senza asteroide, non ripristini la società attuale prima di molti decenni.

  • stefanodandrea

    Condivido ciò che scrive Roberto_Fiordaliso, anche se non mi sembra di essere stato “sbrigativo”:”La certezza della fame per alcuni; della violenza e della mancanza di sicurezza per tutti”; “Il crollo crea scontri e guerre”; “Se poi crolla anche la moneta – e dico crolla, non perde significativamente di valore – divengono certi anche disintegrazione di alcuni Stati, per implosione o secessioni, mutamenti di regimi monetari e politici, nonché guerre, civili e tra Stati”.
    A Ottavino osservo che il crollo rende necessariamente tutti più incivili (o civili, secondo i punti di vista) e che tra i casi in cui le condizioni materiali esterne condizionano l’essere dell’uomo includerei e collocherei nelle prime posizioni il crollo di un sistema politico- economico (un sistema economico è sempre un sistema politico).

  • amensa

    la tua idea non è male, a parte il fatto che sarebbe veramente curioso a chi ci affideremmo, ma comunque non credo ce ne sarà bisogno.
    è talmente radicata la mentalità che, se deve succedere qualcosa, succederà a qualcun altro, ch e, anch edi fronte all’evidenza, nessuno penserà di dover affrontare, appunto, un crollo.

  • ottavino

    Il condizionamento “esterno” di un crollo è evidente. Ma quello che volevo dire (forse mi sono spiegato male) è che mi sembra che tu presupponi un cambiamento conseguente di mentalità, nel senso che improvvisamente gli umani scoprono, che ne so, il signoraggio, o di essere stati schiavi un sistema improbo.
    Io dico che mi accontenterei di un umano, che ne so, che ripristina la pena di morte, o che risolve i casi giudiziari alla svelta, o che dichiara l’impossibilità di garantire l’assistenza sanitaria, o la laurea, o che non si preoccupa di tante stupidaggini, diciamo, “borghesi”.
    Prendiamo il caso “Ruby”. Perchè aspettare mesi e mesi per risolverlo? Risolviamolo in un giorno! E’ possibile!. L’uomo può e sa farlo. E’ solo questa profondo imborghesimento che ce lo impedisce.

  • ottavino

    Guarda Stefano, mi è venuta la parola. Mi basterebbe che l’umano comprendesse l’mpraticabilità dell’essere borghese.

  • roberto_fiordaliso

    Si per lo “sbrigativo” virgolettato non volevo assolutamente offendere, anzi, ben venga un articolo che non sia la solita “pseudo riforma aggiusta tutto”.

    Intendevo (con sbrigativo) il fatto di non includere esempi caotici spiccioli, molti sono assuefatti da parole come – fame – guerra -violenza – meno sicurezza – che magari non riescono a immaginarne gli effetti nella loro routine.
    Specificando meglio non si rischia di far confondere crollo con riforma 🙂

  • stefanodandrea

    In un articolo di qualche tempo fa, tradotto da Gianluca Freda, Dimitry Orlov spiegava per quale ragione gli abitanti dell’ex unione sovietica erano più preparati al crollo degli statunitensi (“Sopravvivere al collasso: l’URSS era meglio preparato al collasso che gli USA: http://blogghete.blog.dada.net/categorie/index.html?from=74), e adduceva, da un lato, alcuni profili ai quali quali tu accenni (saper riparare; riutilizzare, inventare, l’orto già presente fuori dal palazzo nel quale si trova l’abitazione), dall’altro, il tipo di organizzazione centralistica e statalistica (grande utilizzo di autobus e mezzi di trasporto pubblici, asili pbblici e strutture pubbliche che continuarono a funzionare, mentre le strutture prvate cesserebbero immediatamente di funzionare).
    Non credo poi che si tratti di mentalità. La mentalità la acquisirebbero, gioco forza, tutti. Si tratterebbe di predisposizione e di capacità di adattamento. E qui direi che alcuni italiani che oggi se la cavano male starebbero meglio di altri che oggi se la cavano benino (a Weimar i borghesi senza terra si vendevano tutto per riuscire a mangiare).
    Il crollo economico, poi, è diverso dall’asteroide. Il crollo economico come minimo fa barcollare i sistemi politici.
    A Roberto_Fiordaliso dico che forse esagera. I paesi dell’ex URSS sembra che persero il 50% del PIL (altro che il 30% della “grande crisi”!). Purtroppo anche in questo campo siamo portati a credere che la più grande crisi economica moderna sia stata quella della “più grande democrazia” e che la mentalità del crollo la abbiano ben sviluppata le elite della “più grande democrazia”. Anche questi sono effetti della più grande colonizzazione dell’immaginario che si sia verificata.
    Ovvio, peraltro, che un crollo sistemico (intendo non globale ma di una parte del globo) porrebbe maggiori problemi.
    Resta il fatto che in caso di ripresa o di crisi di tipo giapponese è pressoché impossibile pensare a grandi stravolgimenti politici-economici-sociali.

  • roberto_fiordaliso

    Forse esagero, forse; ho letto l’articolo e neanche lì ne esce un bel quadro, ma quel quadro è mitigato dal fatto che la proiezione, se non ho capito male, è “immaginata” al 1991.
    Con le tecnologie e i funzionamenti attuali, facendo la stessa proiezione, ne esce (parere mio) un prospetto di molto peggiore!

  • AmonAmarth

    Bel post amensa, mi ha interessato moltissimo quella descrizione “a strati”: è proprio vero, e personalmente della televisione percepisco non tanto la già disgustosa distorsione delle consapevolezze, ma di più quel “rinchiudersi”, quel creare le paure attraverso le quali dividere tutti gli uni contro gli altri. E’ proprio vero che “fuori c’è un mondo”, o meglio: la gente ormai il “mondo” lo vede e lo racconta attraverso ciò che vede in TV o nei notiziari, ma non c’è cosa più vera del fatto che il “mondo” o la “realtà” non è altro quella che viviamo ogni giorno sulla propria pelle! E’ roba da pazzi dover scrivere sta roba, ma non è affatto scontato! Guarda ad esempio quanta gente, ogni giorno, si mette a litigare su questioni nelle quali nessuno dei litiganti è coinvolto direttamente… L’esempio lampante è l’argomento “politica”: ormai intesa come quello scorrere di faccie e mezzi busti in televisione e sui giornali, dove nessuno di noi può mettere becco, etc… E’ evidentemente una condizione PASSIVA, ma nessuno discute attivamente su questo aspetto: pazzesco vero? Ma succede quotidianamente. Lancio un’altro sasso nello stagno per proseguire l’interessante conversazione: non vedi anche tu un legame profondo fra tutto questo con la concezione “localista” dei nuovi movimenti antimodernisti? Non è forse che già nel passato, personaggi come Fourier (il socialista utopista inventore dell’idea dei Falansteri), avevano già intravisto l’importanza fondamentale di questi “strati” dell’individuo? – Mi spiego meglio: l’idea di una società funzionante (utopica) basata sull’interazione “sensata” di un limitato numero di persone, in sostanza un modello “federalista”, quasi ridotto alle “città stato” -… Quanto è importante, oggi, a livello individuale, crucciarsi degli strati più esterni se verso di loro siamo completamente impotenti? (E con questo voglio anche intendere: che ce ne facciamo del nazionalismo? E a cosa servono concetti come la “patria” se la maggior parte della nazione è “srato esterno” per chiunque? Tutto questo smetterebbe di esistere se non ce lo facessero continuamente presente attraverso la TV…). Saluti.

  • amensa

    @ AmonAmarth
    come la cipolla, se la immergi nel veleno, muore, e ne muore anche il nucleo.
    il nucleo prospera se dall’esterno giunge un buon nutrimento.
    pensiche sia possibile essere felici,sereni, sapendo ch emigliaia di bambini muoino di fame ? ch ele farmaceutiche per preservare i loro guadagni non permettono ai diseredati di curarsi ? sarà forse retorica al limite, ma purtroppo rispecchia la realtà che viviamo tutti i santi giorni. Io non finirò mai di stupirmi come tante singole persone siano delle brave persone, e quando le consideri come gruppo, diventino una massa di stupidi ignoranti.
    piccole comunità per ricreare un collegamento con i raggruppamenti maggiori.
    la solitudine, il sentirsi soli di fronte ad un mondo ostile, crea paura, risentimento, voglia di rinchiudersinel gusciopiù piccolo e difendibile possibile.
    e dimenticare che solo unendo le proprie forze a quelle di altri, con slancio, creatività, altruismo scompare la paura.
    una volta erano le corti, ch eanche logisticamente univano gliindividui in grandi famiglie, poi l’industrializzazione, i grandi raggruppamenti, le metropoli spersonalizzate, con la paura degli altri iniettata a dosi da cavallo ( se poi hanno gli occhi a mandorla o la pelle più scura, dio ci salvi ) hanno completato l’opera di divisione.
    quello che percepisco io non è il localismo chiuso, in tante isole stagne, ma il localismo come riunione di individui per confrontarsi con realtà analoghe, su su verso unità più grandi.
    l’unione fa la forza, ne sono convinto, ma deve essere una unione capita, compresa e partecipata, non delegata e basta.
    chi ha messo in giro la falsità che la democrazia sia un voto ogni 5 anni?
    questa è la democrazia che vuole chi ci vuole dominare, asservire, giustificando una struttura piramidale, ma la cui base sia ignorata e ingannata, ma soprattutto impotente.
    questa è la nostra storia. abbiamo barattato la nostrra libertà per un lecca-lecca, ed ora anche di quello ci è restato solo il bastoncino.
    ma forse il baratro ch esista aprendo sotto i nostri piedi, ci aiuterà almeno a prenderci per mano, a ritrovare quella comunanza di obiettivi, che via via, inseguendo le lucciole, abbiamo smarrito.