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LA COREA DEL NORD: UNA MINACCIA NUCLEARE ?

DI SELING S. HARRISON
MSNBC

È proprio Kim Jong Il a provocare una crisi regionale? Una considerazione esclusiva di quello che Pyongyang veramente ricerca.

Il 19 settembre 2005, la Corea del Nord ha sottoscritto un accordo sulla denuclearizzazione, ampiamente sbandierato, con Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone e Corea del Sud.
Pyongyang si impegnava ad “abbandonare qualsiasi armamento di tipo nucleare e i programmi nucleari esistenti.” D’altro canto, Washington si impegnava con la Corea del Nord a “rispettare in modo vicendevole la sovranità, la coesistenza pacifica, e di compiere passi per normalizzare le loro relazioni.”
Quattro giorni dopo, il Ministero del Tesoro USA imponeva indiscriminatamente sanzioni finanziarie contro la Corea del Nord destinate a tagliar fuori questo paese dall’accesso al sistema bancario internazionale, marchiandolo con l’accusa di “stato criminale” per contraffazione e riciclaggio di denaro e per traffico di armi di distruzione di massa (1)

A seguito, L’atomica coreana? E’ un solo albero dentro la foresta del riarmo nucleare dell’Asia e soprattutto del Giappone (Dossier a cura di www.contropiano.org/); Un bagliore nel buio (Alex Lattanzio; Bollettino Aurora)L’amministrazione Bush affermava che questa successione di accadimenti era una pura coincidenza. Qualsiasi sia la verità, ho potuto riscontrare in un recente viaggio a Pyongyang che i dirigenti della Corea del Nord hanno considerato le sanzioni finanziarie come la lama tagliente di un tentativo calcolato di elementi dominanti nell’amministrazione per troncare alla base gli accordi del 19 settembre, per schiacciare il regime di Kim Jong e in conclusione provocare il suo collasso.
Le mie conversazioni hanno fatto chiarezza sul fatto che i test missilistici Nord-Coreani di luglio e la minaccia dell’ultima settimana di condurre un esperimento con esplosione nucleare in una data non specificata, “in futuro”, sono stati direttamente provocati dalle sanzioni USA. Agli occhi dei Nord-Coreani, questa pressione si deve accompagnare con la pressione per mantenere l’onore nazionale e, se tutto va bene, per dare slancio a nuovi negoziati bilaterali con Washington che possano alleggerire la stretta finanziaria. Quando ho messo in guardia dai test nucleari, dichiarando che questi avrebbero rafforzato a Washington gli oppositori ai negoziati, diversi funzionari di alto grado mi hanno replicato che tattiche “soft”, leggere, non avrebbero dato buon esito e che loro non avevano nulla da perdere.

Non era un segreto per i giornalisti che avevano seguito i negoziati del settembre 2005, o per i Nord-Coreani, che l’accordo era aspramente avversato all’interno dell’amministrazione e che aveva rappresentato una vittoria per i fautori di un avvicinamento alla Corea del Nord conciliante, rispetto ai proponenti di “un cambiamento di regime” a Pyongyang. Il capo dei negoziatori USA, Christopher Hill, doveva fronteggiare la dura opposizione di membri chiave della sua stessa delegazione ad ogni passaggio della trattativa.
In modo particolare veniva tormentato da Victor Cha, direttore per gli Affari Asiatici presso il Consiglio per la Sicurezza Nazionale e da Richard Lawless, sottosegretario alla Difesa, dato che Hill aveva convenuto di condurre intense trattative bilaterali con la Corea del Nord a Beijing, prima dei negoziati a sei (2). A loro modo di vedere, colloqui bilaterali equivalevano ad un implicito riconoscimento diplomatico, e i “passaggi per normalizzare le relazioni” previsti dagli accordi avrebbero legittimato un regime canaglia. Quando Hill aveva offerto un pranzo in Beijing al capo delegazione dei negoziatori Nord-Coreani, il Vice Ministro degli Esteri Kim Gye Gwan, Cha e Lawless si rifiutarono di intervenire. Quando venne concluso un accordo di massima, costoro tennero bloccato il documento finale per tre giorni, cercando senza successo di indurre la Casa Bianca ad insistere per termini più duri. La questione finalmente fu portata a risoluzione solo quando la Cina aveva fatto insistenze per il rispetto dell’accordo abbozzato.

Durante le sei ore di intensi scambi di opinione reciproci con Kim Gye Gwan, nel suo ministero e in due colazioni di lavoro a confronto diretto con la sola presenza di un interprete, egli continuava a ripetermi: “Come potete aspettare che noi ritorniamo a negoziare, quando risulta chiaro che la vostra amministrazione è paralizzata da divisioni tra coloro che ci hanno in odio e coloro che desiderano trattare seriamente? L’anno scorso, nello stesso momento in cui eravamo impegnati in una lunga trattativa di questo tipo, la vostra parte stava progettando per le sanzioni. Cheney aveva fatto questo per impedire ulteriormente il dialogo che ci avrebbe portato ad una coesistenza pacifica. Anche molti dei vostri dirigenti, perfino il Presidente, hanno manifestato il proposito di un cambiamento di regime. Noi abbiamo concluso che la vostra amministrazione è disfunzionale!”

Ad un certo punto del nostro pranzo di commiato, il 22 settembre, Kim non stava più nella pelle ed esprimeva un commento esplicito che chiaramente prefigurava la minaccia del Ministero degli Esteri a portare avanti un test nucleare. “Noi realmente desideriamo coesistere in pace con gli Stati Uniti,” egli affermava, “ma voi dovete imparare a coesistere con una Corea del Nord che possiede armi nucleari. Voi avete imparato a convivere con altre potenze nucleari, e allora perché non con noi?” Io replicavo, “Quello che non si fa sentire, è come voi siete effettivamente impegnati a denuclearizzare.” “Lei mi fraintende,” mi rispondeva. “Noi, senza alcun dubbio, siamo pronti ad adempiere agli accordi del 19 settembre, gradualmente, ma non vogliamo smantellare completamente e in via definitiva il nostro programma di armi nucleari, fin tanto che le nostre relazioni con gli Stati Uniti non siano del tutto normalizzate. Questo avrà bisogno di qualche tempo, e fino a che noi raggiungiamo l’obiettivo finale, dobbiamo trovare un modo di coesistere.”

La Corea del Nord è divisa fra i falchi che preferiscono le armi nucleari e i pragmatisti che stanno premendo per riforme economiche e per un accordo di denuclearizzazione con gli Stati Uniti. Proprio come l’impegno politico perseguito dall’amministrazione Clinton rafforzava i pragmatisti, così lo slittamento di Bush verso una politica per un cambiamento di regime ha dato vigore alle iniziative dei falchi.

Le sanzioni finanziarie sono veramente pesanti. In realtà, gli Stati Uniti hanno chiesto a tutte le banche del mondo di non fare affari con la Corea del Nord e di non occuparsi di alcuna transazione che vede coinvolto quel paese. (3) L’amministrazione Bush afferma che questo è necessario per rafforzare le leggi contro il riciclaggio e la falsificazione di denaro e per cercare di mettere un freno a transazioni relative ad armi di distruzione di massa. Ma dichiarazioni da parte di funzionari del Ministero del Tesoro hanno sottolineato che l’obiettivo è quello di tagliar fuori la Corea del Nord da qualsiasi rapporto finanziario con il resto del mondo.

Il 23 agosto, il sottosegretario al Tesoro Stuart Levey dichiarava al The Wall Street Journal: “Gli USA continuano a raccomandare alle istituzioni finanziarie di valutare con attenzione il rischio di tenere una qualsiasi relazione con la Corea del Nord.”
Ho riscontrato sollecitazioni della Corea del Nord verso l’area dell’Euro, “confermate da uomini di affari stranieri e da missioni diplomatiche straniere di area Euro”, nelle quali importazioni legittime di attrezzature per l’industria leggera per la produzione di beni di consumo erano state bloccate, dato che le banche non volevano intervenire mettendo mano alle transazioni. “Se gli USA non sono disposti ad abolire ogni sanzione finanziaria,” ha affermato il Ministro degli Esteri Paik Nam Soon, “allora ci devono mostrare in altre maniere che sono pronti a rinunciare alla politica per il cambiamento di regime.”

Kim Gye Gwan spiegava chiaramente cosa Pyongyang aveva in mente, quando invocava negoziati bilaterali senza precondizioni che portassero ad un pacchetto di accordi che doveva essere seguito dalla ripresa dei colloqui a sei.
Ad esempio, egli indicava, gli USA avrebbero dovuto abolire alcune, se non tutte, delle sanzioni in cambio di concessioni Nord-Coreane, come una cessazione della produzione di plutonio nel reattore di Yongbyon, una moratoria dei test missilistici o un impegno a non trasferire armamenti nucleari o materiale fissile per conto terzi. Oppure Washington avrebbe potuto offrire incentivi da negoziarsi, come aiuti energetici e la rimozione della Corea del Nord dalla lista del Dipartimento di Stato dei paesi terroristi in cambio di un compromesso Nord-Coreano sugli aspetti delle sanzioni finanziarie.

Quanto danno producono le sanzioni? Secondo Pyongyang, queste stanno ostacolando in modo pesante gli sforzi della Corea del Nord di mettere in atto riforme economiche, visto che stanno bloccando il commercio e gli investimenti con l’estero. Stanno rallentando la crescita economica. Ma non vi sono segnali che le sanzioni stiano indebolendo il regime di Kim Jong Il.

La Corea del Nord è stabile e a Pyongyang vi è una crescente attività economica, come non ho visto mai; più automobili e biciclette, gente meglio vestita, più ristoranti, più piccoli empori a conduzione familiare, e soprattutto più interesse a far denaro. Questo è il risultato di politiche di riforma che danno più autonomia ed incentivano il profitto per le attività economiche. Solo formalmente tutto è di proprietà dello stato, ma le imprese sono dirette da managers che ritornano allo stato meno di quello che hanno realizzato e possono trattenersi molto di più se fanno profitti.

In contrasto rispetto a Pyongyang, le campagne sono stagnanti e impoverite in molte aree. Ma questo non influenza la stabilità politica del regime. Il ritenere possibile il cambiamento di regime si è radicato nell’assunto che la Corea del Nord sia un caso economico disperato. Ma invece, il paese possiede importanti risorse naturali, come oro, minerali di ferro e riserve potenziali di petrolio e gas nei fondali marini.

La Cina costituisce, a Pyongyang, un argomento da trattare con le pinze. I sette funzionari che ho incontrato, compreso il Ministro degli Esteri Paik Nam Soon e il Vice Presidente Kim Yong Dae, tutti hanno cambiato argomento quando li ho interpellati sulle relazioni commerciali e sugli investimenti con la Cina o se le pressioni a Beijing non avessero portato ad un test nucleare. Comunque, in modo significativo, alcuni di loro, parlando non registrati, sottolineavano la “posizione geopolitica strategica”della Corea del Nord e mettevano in evidenza come Pyongyang desiderasse stringere legami con gli Stati Uniti, una potenza lontana, per far fronte a pressioni derivanti dai suoi vicini. Uno di loro mi ha detto: “Sarebbe cosa buona per gli Stati Uniti considerarci come uno stato neutro cuscinetto in quest’area densa di pericoli. Chissà, forse in qualche modo gli Stati Uniti possono trarre vantaggio dai nostri porti e dal nostro sistema informativo, se noi diventiamo amici.”

La Corea del Sud, come la Corea del Nord, considerano gli Stati Uniti un contrappeso ai loro potenti vicini. A mio vedere, gli interessi strategici di lungo periodo degli USA potrebbero essere agevolati da una fine della politica delle sanzioni, dalla coesistenza con il regime di Kim Jong Il in cambio della sua denuclearizzazione e dall’appoggio ad un avvicinamento conciliatorio di Seoul a Pyongyang, come preludio ad una confederazione Nord-Sud e, nel tempo, ad una Corea unificata.

Selig S. Harrison, che proprio adesso è ritornato dalla sua decima visita nella Corea del Nord, è direttore del Programma Asia al Centro per le Politiche Internazionali di Washington.

Selig S. Harrison
Fonte: http://msnbc.msn.com
Link: http://msnbc.msn.com/id/15175633/site/newsweek/
16.10.06

Scelto e Tradotto da CURZIO BETTIO di Soccorso Popolare di Padova

Note del taduttore:

1) Il Tesoro Statunitense aveva preso come pretesto il fatto che il Banco Delta Asia, una banca cinese di Macao, avesse riciclato somme di denaro per conto della Corea del Nord: un’accusa mai suffragata da alcuna inchiesta internazionale. Intimidita da Washington, nel febbraio scorso la banca ha congelato 24 milioni di dollari di attivi Nord-Coreani .

2) Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Stati Uniti, Giappone, Russia).

3) Il 19 settembre 2006, Tokyo ha adottato nuove sanzioni finanziarie contro la Corea del Nord, congelando i trasferimenti di denaro verso la Corea del Nord da parte della comunità Nord-Coreana in Giappone, circa 300.000 persone.

Pubblicato da Davide

  • Tao

    L’atomica coreana? E’ un solo albero dentro la foresta del riarmo nucleare dell’Asia e soprattutto del Giappone

    Dossier a cura della redazione di Contropiano (www.contropiano.org/)

    C’è da rimanere impressionati dalla manipolazione della realtà a cui stiamo assistendo nell’analisi e nell’informazione sulla crisi nucleare in corso con la Corea del Nord. Questa manipolazione tende a piegare la realtà dando l’immagine di uno stato canaglia in mano ad una leadership capricciosa, irritabile e inaffidabile. Le c ose non stanno così perchè nessuna leadership scherza con leggerezza sulle armi atomiche. Ma soprattutto si omettono le cause di una tensione nell’area che è venuta crescendo (con scarsa attenzione) negli ultimi anni dovuta ad una accelerazione impressionante del riarmo, della nuclearizzazione e della politica aggressiva del Giappone nell’area asiatica.

    In questo piccolo dossier riportiamo – prendendoli da fonti insospettabili – alcuni documenti che pure hanno circolato e che sono a disposizione di giornalisti, uomini politici, diplomatici etc.. Ne abbiamo fatto una sintesi e ne abbiamo sottolineato i passaggi significativi che sono sotto gli occhi di tutti. Le fonti sono un saggio apparso sul nr. 1/1999 della rivista Limes, dedicato a "Asia Maior" curato da Paolo Cotta-Ramusino e Maurizio Martellini e il sito http://www.paginedidifesa.it vicino allo Stato Maggiore Difesa italiano. In più vi rinviamo ai numeri 1/1998 e 2/1999 di Contropiano (scaricabili in Pdf dall’archivio del nostro sito) e vi abbiamo aggiunto una scheda cronologica dei maggiori incidenti accaduti tra il 2003 e il 2006 nelle centrali nucleari giapponesi.

    I dati che si ricavano sono impressionanti (es. la potenza nucleare della Corea del Nord è trentacinque volte inferiore a quella del Giappone) e rivelano come gli esperti della regione asiatica, già da tempo avessero colto la questione più rilevante cioè il riarmo e la nuclearizzazione del Giappone. La nostra posizione è nota: siamo per il disarmo nucleare globale e lo smantellamento delle armi atomiche chiunque le possieda. Per sostenere questa tesi siamo stati ai blocchi della base di Comiso nei primi anni Ottanta, abbiamo manifestato alle basi di Aviano, Ghedi, La Maddalena. Sosteniamo le forze che propongono la denuclearizzazione del Medio Oriente e della penisola coreana. Sosteniamo il movimento che chiede lo smantellamento delle novanta bombe nucleari operative tuttora installate in Italia (ad Aviano e Ghedi).

    Ma se in Asia la crisi nucleare precipiterà che almeno si sappia che la Corea del Nord non è la sola responsabile e che l’escalation della guerra preventiva (oggi sostenuta pubblicamente anche dal Giappone) è la causa e non la conseguenza del riarmo di alcuni paesi minacciati dall’imperialismo statunitense e dai suoi alleati. La crisi nucleare con l’Iran – così come quella con la Corea delNord – sono emblematici di questa realtà.

    La redazione di Contropiano

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    Scrivono nel loro saggio su Limes "La bomba virtuale: a che serve il plutonio giapponese" Paolo Cotta-Ramusino eMaurizio Martellini (n.1/1999)

    Oggi il Giappone è il terzo produttore mondiale di energia nucleare (dopo USA e Francia) con un 30% del fabbisogno energetico coperto dall’energia nucleare. La dimensione del programma nucleare giapponese e’ dunque imponente, ma l’interesse per l’energia nucleare non e’ limitato al solo Giappone e riguarda, in misura maggiore o minore, numerosi Paesi asiatici che devono fronteggiare un crescente squilibrio energetico. Sullo stato attuale dell’energia nucleare e sugli sviluppi probabili, e’ utile confrontare le stime "ufficiali" dei Paesi dell’Asia nord-orientale che prevedano una forte crescita della produzione di energia nucleare (Tabella 1).

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    TABELLA 1

    Dati attuali e previsioni ufficiali sulla capacita’ degli impianti nucleari civili nella regione nordorientale dell’Asia, in Giga-Watt (GW).

    1998 2010

    Giappone 45.3 70(*)

    Corea del Sud 12.0 26 (*)

    Corea del Nord 0 2

    Taiwan 5.1 8

    Cina 2.1 20 (*)

    (*) Stime piu’ ralistiche appaiono essere: Giappone 55-60 GW, Corea del Sud 23 GW, Cina 10-12 GW

    Dati forniti contenuti nei "Proceedings of the International Symposium on Energy Future in the Asia/Pacific Region" March 27-28 1998 Honululu" e cortesemente forniti da Suzanne Jones (Dept. Nuclear Engineering, UC Berkeley)

    Ciò significa che la Corea del Nord ha una capacità nucleare che è 35 volte inferiore a quella del Giappone (NdR)

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    Il Giappone oggi possiede 55 unita’ per la produzione di energia nucleare in 18 localita’. Non possiede tuttavia miniere di uranio e quindi anche il suo programma di sviluppo dell’energia nucleare e’ dipendente dall’importazione di materie prime. Con la motivazione ufficiale di voler ridurre in prospettiva la dipendenza energetica dall’estero il Giappone ha dunque lanciato da tempo un vasto programma per l’acquisizione di larghi quantitativi dell’altro combustibile nucleare cioe’ del Plutonio.

    Il plutonio e’ un elemento artificiale prodotto in tutti i reattori nucleari dove l’uranio-238 viene trasformato per successiva cattura di neutroni in plutonio di diversi isotopi (239, 240, 241, 242) a seconda dal periodo di esposizione. In un reattore nucleare il combustibile nucleare usato ("spent fuel") consiste in uranio, prodotti di fissione, plutonio. La separazione del plutonio prende il nome di riprocessamento.

    Solo l’isotopo 235 dell’uranio (che costituisce lo 0.7 % dell’uranio naturale) e’ sottoposto a fissione nucleare in un reattore "normale" ovvero del tipo LWR (= Light Water Reactors, cioe’ reattore raffreddato ad acqua) e dunque solo questo isotopo contribuisce alla produzione di energia.

    Il plutonio (in varie combinazioni di isotopi) puo’ essere usato essenzialmente in due modi diversi come combustibile nucleare:

    in ossidi misti di uranio e plutonio (MOX) per certi tipi di reattori LWR al posto dell’ossido di solo uranio
    come combustibile in reattori FBR (Fast Breeder Reactors). In questi reattori il flusso di neutroni veloci prodotto dalle reazioni nucleari del nucleo di plutonio viene assorbito da uno strato di Uranio-238 che si trasforma in plutonio. Questo viene poi riprocessato e rimesso nel nucleo del reattore. In questo modo il FBR trasforma l’uranio 238 in un combustibile nucleare. Anche un reattore LWR produce plutonio, solo che un FBR ne produce molto di piu’.

    Un reattore FBR ha un nucleo molto compatto raffreddato da un metallo liquido che e’ di regola il sodio. Questo e’ una delle principali sorgenti di problemi per i reattori FBR: perdite di sodio diventano drammatiche perche’ questo metallo si incendia a contatto con aria o acqua. Una perdita di sodio implica necessariamente la chiusura per un periodo (in genere lungo) del reattore. L’unico reattore FBR giapponese funzionante (quello di Monju nella prefettura di Fukui) e’ stato bloccato a seguito della rottura del sistema di raffreddamento – con perdita di 640 Kg. di sodio -, avvenuta l’8 Dicembre 1995. Da allora il reattore e’ fermo e il programma di costruzione di FBR in Giappone sostanzialmente sospeso.
    < br>Nostra scheda redazionale

    I ripetuti incidenti nucleari nelle centrali del Giappone confermano una accelerazione forzata del processo di nuclearizzazione del paese. Vediamo la cronologia:
    4 luglio 2003
    Un incidente di dimensioni e danni ancora ignoti è avvenuto stamani poco prima delle 12.00 locali (05.00 italiane) nella centrale giapponese di Tsuruga sul mar del Giappone dotata di un prototipo di reattore nucleare di nuovo tipo Fugen.

    Agosto 2004

    Tre incidenti alle centrali atomiche in Giappone, uno dei quali è costato la vita a 4 persone,.

    17 maggio 2006 .

    Incidente nucleare in Giappone dovuto a una fuga radioattiva: è avvenuto nella ex centrale di Mihama, nella provincia occidentale di Fukui. La centrale era stata chiusa nel 2004 dopo una sciagura in cui quattro operai erano morti e altri sette erano rimasti feriti.

    Il Giappone ha dunque pianificato da molto tempo l’accumulo di un gran quantitativo di plutonio ottenuto sia da impianti di riprocessamento costruiti in Giappone che dal riprocessamento del combustibile nucleare giapponese effettuato in impianti europei.

    Nella tabella, si riportano l’evoluzione della disponibilita’ di plutonio giapponese gia’ riprocessato (separato). La disponibilita’ totale comprende sia il plutonio collocato in Giappone, che quello collocato in Europa (Francia e Gran Bretagna).

    Evoluzione delle disponibilita’ di plutonio giapponese (in tonnellate)

    Disponibilita’ totale Plutonio collocato in Giappone

    fine 1993 10.9 4.7

    fine 1994 13.1 4.6

    fine 1995 16.1 4.7

    fine 1996 20 5

    fine 1997 24 5

    Fonti: elaborazioni varie basate su dati della STA (Science and Tecnology Agency) giapponese (2)

    Se l’accumulo giapponese di plutonio e’ impressionante e senza paragone con nessun altro paese che non possegga armi nucleari, meno chiaro e’ il significato complessivo di tale accumulo. Innanzitutto esiste oggi a livello mondiale un surplus di plutonio (dovuto tra l’altro allo smantellamento delle testate nucleari) e quindi il costo del riprocessamento del plutonio e’ scarsamente giustificabile. Poi il Giappone ha pianificato l’accumulo di larghi quantitativi di plutonio in previsione di un ampio piano di costruzione di reattori FBR che e’ sostanzialmente bloccato.

    Infine il riprocessamento del plutonio non elimina il problema delle scorie nucleari, semplicemente crea diversi tipi di scorie nucleari con i ben noti problemi connessi. Ma il problema specifico di cui vogliamo discutere e’ la relazione tra un economia basata sul plutonio e la proliferazione nucleare.

    L’isotopo di elezione per la costruzione di bombe nucleari e’ l’isotopo 239. Il plutonio si dice weapon-grade se ha un contenuto superiore al 93% di isotopo 239. Tipicamente il plutonio riprocessato dal combustibile di un impianto nucleare civile ha un contenuto di isotopo 239 dell’ordine del 60% e si dice reactor-grade.

    Ora tutti gli isotopi del plutonio, con la sola eccezione dell’isotopo 238, possono essere usati per produrre armi nucleari. La costruzione di armi nucleari con plutonio reactor-grade e’ in genere meno efficiente (o piu’ difficile) dato l’alto grado di fissione spontanea dell’isotopo 240 che puo’ ridurre la potenze esplosiva iniziando la reazione a catena prematuramente.

    Tuttavia il plutonio reactor-grade puo’ essere utilizzato sia da un gruppo di tecnici non sofisticato nella produzione di un ordigno rudimentale della potenza di qualche kiloton o anche da un paese tecnologicamente avanzato nella produzione di armi sofisticate e potenti sostanzialmente con le le stesse caratteristiche di quelle che utilizzano plutonio weapon-grade (3).

    E’ opportuno ricordare che si puo’ costruire una bomba nucleare con 1-6 Kg. di plutonio weapon-grade e probabilmente con meno di 10 Kg. di plutonio reactor-grade. Dunque i quantitativi di plutonio accumulati dal Giappone (25 tonnellate di plutonio e altrettante in arrivo nei prossimi anni) appaiono decisamente significativi e comunque sufficienti a costruire molte centinaia di testate.

    A questo bisogna aggiungere che il Giappone possiede un struttura tecnologica particolarmente avanzata, che lo metterebbe in grado, se necessario, di procurarsi una forza nucleare consistente con un preavviso di pochi mesi se non poche settimane. A questa forza nucleare potrebbe con altrettanta facilita’ accoppiarsi una forza missilistica considerevole.

    Dunque lo stato del Giappone e’ quello di potenza nucleare virtuale; possiede il materiale fissile, le conoscenze tecnologiche, la struttura industriale per diventare rapidamente una potenza nucleare. Si puo’ paradossalmente anche definire il Giappone come una potenza nucleare in uno stato di zero allerta, in cui cioe’ le testate nucleare sono totalmente disassemblate e separate dai missili.

    Quello che manca perche’ il Giappone diventi una potenza nucleare effettiva e’ una decisione politica in tale senso. Come e’ ben noto, ora tale decisione politica non c’e’ e quindi la capacita’ nucleare militare del Giappone resta interamente virtuale.

    Due punti occorre sottolineare:

    – quanto detto prima e’ perfettamente compatibile con il fatto che il Giappone e’ estremamente scrupoloso nel rispetto delle normative internazionali per il controllo del materiale nucleare e nella cooperazione con i vari organismi internazionali di controllo, in primis con l’IAEA.
    – la posizione del Giappone come potenza nucleare virtuale non e’ unica all’interno dei paesi tecnologicamente avanzati. Analogo discorso si potrebbe fare, ad esempio, per la germania o per altri paesi dell’Europa occidentale. Tuttavia quello che caratterizza il Giappone e’ da un lato il grande quantitativo di plutonio accumulato e dall’altro la posizione geostrategica del Giappone che e’ diversa e, sotto molti aspetti, piu’ critica di quella, ad esempio, dei paesi europei. Si pensi alla minaccia missilistica e nucleare della Corea del Nord, alla presenza di un una grande potenza nucleare come la Cina che compete con il Giappone sul piano economico, sul piano dell’acquisizione di risorse energetiche e con cui i rapporti sono caratterizzati da difficolta’ di varia natura compresi alcuni problemi lasciati irrisolti dai tempi dell’ultimo conflitto sino-giapponese.

    In ultimo vorremmo osservare come lo sviluppo di un esteso ciclo del plutonio ponga intrinsecamente problemi a proposito della proliferazione nucleare.

    Innanzitutto i rischi connessi al furto o al trafugamento del materiale nucleare fissile aumentano con l’aumentare del materiale fissile immediatamente usabile nella preparazione di bombe. Poi la diffusione del ciclo del plutonio puo’ indurre gli altri paesi della regione a lanciarsi nella strada del riprocessamento del plutonio, indipendentemente dalla convenienza economica, per un effetto imitativo motivato dal desiderio di acquisizione di prestigio tecnologico e politico. Emblematico in questo senso e’ il desiderio della Corea del Nord di acquisire una capacita’ nucleare civile (si ricordi l’ "agreed framework" tra USA e Corea del Nord del 1994).

    In un articolo pubblicato sul numero di luglio agosto 1998 della rivista "Foreign Affairs" l’ex primo ministro giapponese Morihiro Hosokawa sostiene la necessita’ generale di una riduzione della presenza di truppe americane in Giappone e, allo stesso tempo, sottolinea "E’ interesse degli Stati Uniti quello di mantenere la sua allenza col Giappone e continuare a provvedere un ombrello nucleare, se non vuole che il Giappone si ritiri dal trattato di non-proliferazione e sviluppi il proprio deterrente nucleare".

    La possibilita’ di costruire un deterrente nucleare autonomo e’ stata in passato presa variamente in considerazione, in Giappone come in molte altri Paesi.

    Interessante e’ una dichiarazione
    rilasciata da un alto funzionario del Ministero degli esteri giapponese, riportata nel 1992 dal giornale Asahi Shimbun(4):
    " La mia personale opinione e’ che il Giappone non dovrebbe abbandonare l’opzione nucleare come sostegno alla sua forza diplomatica. Il Giappone dovrebbe acquisire una capacita’ nucleare, ma mantenere una politica non-nucleare per il momento. Per questo il Giappone deve accumulare plutonio e sviluppare la tecnologia missilistica."

    Un argomento che viene spesso riportato a proposito del Giappone e’ la cosidetta allergia atomica, cioe’ il fatto che, come unico Paese che ha subito un attacco nucleare, il Giappone non potrebbe concepire la costruzione di una forza nucleare. Ora e’ evidente che l’opinione pubblica ha una forte ostilita’ verso le armi nucleari. Tuttavia nel 1969 un sondaggio condotto dal giornale Yomiuri Shimbun rivelava che solo l’8% degli intervistati credeva che il Giappone non avrebbe posseduto l’arma nucleare nel 2000 (5). Il Giappone ha poi atteso 6 anni prima di ratificare (1976) il tratto di non-proliferazione nucleare. Nel 1995 e cioe’ in un clima di dopo guerra fredda, un sondaggio della Nikkei mostrava che l’11% degli intervistati era convinto che il Giappone avrebbe acquisito un arsenale nucleare entro un decennio (5).

    Dunque l’allergia nucleare e’ presente in Giappone, ma non e’ certo assoluta. Inoltre non e’ detto che questa allergia duri indefinitamente, anche quando la generazione cha ha sperimentato direttamente le conseguenze della bomba sara’ sparita.

    Tra i possibili elementi che potrebbero spingere il Giappone a considerare una eventuale nuclearizzazione citiamo (6):

    1 – Perdita di fiducia nella protezione nucleare degli Stati Uniti
    2 – Interruzione del processo di disarmo nucleare
    3 – Aggravamento della situazione politico-militare nella area nordorientale dell’Asia.

    Per procedere ad un eventuale nuclearizzazione il Giappone dovrebbe indubbiamente superare molti ostacoli, tra cui il ritiro dal trattato di non-proliferazione e la rinuncia ai "tre principi non-nucleari" (rifiuto di costruzione, possesso e introduzione nel paese di armi nucleari) che sono stati solennemente assunti dalla Dieta nel 1971 come base politica, ma che, si noti, non sono mai stati trasformati in legge (7). La stessa costituzione Giapponese (art.9) non proibisce l’acquisizione di armi nucleari, purche’ cio’ avvenga con intenzioni puramente difensive.

    Un eventuale cammino verso il nucleare militare dovrebbe prevedere o l’utilizzo del plutonio reactor-grade o, forse piu’ probabilmente, la preparazione apposita di plutonio weapon-grade. In entrambi i casi, avverte Kumao Kameko (7), si tratterrebbe di una violazione degli accordi internazionali stabiliti tra Giappone e USA, Canada, Francia, Gran Bretagna, Australia che prevedono un uso esclusivamente pacifico delle tecnologie, degli strumenti e del combustibile nucleare importato dal Giappone.

    L’obiezione comunque piu’ forte ad una decisione di nuclearizzazione del Giappone resta comunque una motivazione politica complessiva. La decisione di acquisre armi nucleari non puo’ essere certo presa alla leggera da nessun Paese e questo e’ vero in particolare per il Giappone.

    Quindi il Giappone oggi si limita a ricordare al mondo e ai Paesi vicini che e’ in grado, se necessario, di procedere ad una rapida ed ampia nuclearizzazione. E questo monito e’ evidenziato dalle capacita’ tecnologiche e sottolineato dalla grande accumulazione di plutonio.

    Come ha detto nel 1993 il Ministro degli Esteri Muto "Se la Corea del Nord sviluppa armi nucleari e diventa una minaccia per il Giappone, prima c’e’ l’ombrello nucleare americano su cui possiamo fare affidamento. Se questo non basta, avere la consapevolezza che `noi possiamo farlo’ e’ importante" (8).
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    Vediamo invece quanto riporta Andrea Tani sul sito http://www.paginedidifesa.it del 24 giugno 2002

    Secondo l’International Herald Tribune del 13 giugno 2002, il Segretario Generale del Governo nipponico Yasuo Fukuda – personaggio molto influente e ascoltato dell’establishment, una specie di eminenza grigia del Premier Koizumi – è diventato il più autorevole alto funzionario dell’Amministrazione di Tokio ad invocare per il suo Paese, l’unica grande Potenza asiatica a non avere armamento atomico, il superamento del tabù nucleare. Fukuda ha dichiarato che la Costituzione giapponese "non esclude il possesso dell’arma atomica". Aggiungendo che "i tempi sono cambiati a tal punto che si comincia a pensare di rivedere la stessa Costituzione per adeguarla ai nuovi scenari". Gli stessi scenari "potrebbero portare in certe circostanze l’opinione pubblica a richiedere che il Giappone acquisisca una autonoma capacità nucleare", ampiamente a portata della moderna e sofisticata tecnologia dell’industria nipponica (9)

    Si ricorderà che il Paese del Sol Levante è anche quello che possiede il maggior numero di reattori nucleari autofertilizzanti, gli unici in ambito civile a produrre plutonio in quantità ragguardevole. Poiché non si tratta del modo più economico di generare elettricità dall’atomo, è più che evidente che la posizione di Fukuda (che peraltro appartiene ad una importante dinastia politica del suo Paese) viene da lontano e stupisce solo chi vuole stupirsi a tutti i costi. (10)

    Scrive uno dei massimi esperti militari della regione del Pacifico, Paul Dibb, direttore del Centro per gli Studi Strategici di Camberra, "Peace looks fragile in Asia" che, a differenza del teatro europeo, una guerra maggiore fra grandi Paesi è tutt’altro che impensabile in questa regione, che vanta, nel settore militare, un record dietro l’altro. Ospita i maggiori contenziosi fra Stati del mondo contemporaneo: il citato India-Pakistan, l’India-Cina, quelli fra le due Coree e le due Cine (con gli Stati Uniti sullo sfondo di entrambi), la disputa sul petrolio del mar Cinese meridionale, che interessa otto Paesi, l’irrisolta questione delle isole Curili fra Giappone e Russia e, se vogliamo, anche la polveriera mediorientale, che si protende con tutte le sue propaggini dal Maghreb alla Corea del Nord. Insieme a quelli minori si arriva a più di una ventina di conflitti potenziali. (11)

    L’Asia è il più munito campo trincerato del globo, con dieci milioni di soldati in armi. Dal 1985 le spese militari vi sono aumentate del 30%, nonostante la crisi economica del ’97-’98. Più della metà dei proliferatori nucleari, chimici e biologici del mondo appartengono a questa area geopolitica. Se si considerano gli Stati Uniti come Paese asiatico ad honorem, per i loro vasti interessi e coinvolgimenti nell’area, fra le prime cinque potenze militari del pianeta, quattro giacciono nella regione. Il Giappone, una di esse, è il secondo o il terzo erogatore di spese per la difesa del mondo, a seconda di come rileggono le cifre russe. Anche se come abbiamo visto possiede solo armamenti convenzionali. A peggiorare le cose, non esistono in questa parte di mondo sistemi collettivi di sicurezza simili alla Nato, né trattati multilaterali per la riduzione delle tensioni (12)

    ————————————————————————

    NOTE

    (1) Ad esempio nel periodo 1971-1995 la regione OECD del Pacifico (Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda) ha avuto un incremento annuo di domanda energetica del 2.6% confrontato al 1.2% dell OECD – Nord America e al 1.3% dell’OECD – Europa

    (2) Si veda tra l’altro Japan’s Nuclear Future, Selig S. Harrison editor, Carnegie Endowment for International Peace (1996), Washington DC e il web site del CNIC (http://www.jca.ax.apc.org/cn
    ic/english/data/)

    (3) US DOE "Non proliferation and Arms Control assessment of Weapons-Usble Fissile Material Storage and Excess Plutonium Disposition Alternatives" USGPO (1997), Washington DC

    (4) Japan’s Nuclear Future (op. cit) pag. 76

    (5) citato in K.Calder, Pacific Defense, (1966) W. Morrow & Company

    (6) Questi fattori sono stati esplicitati dal Prof. Fuji Kamiya della Accademia Nazionale di Difesa, come riportato in Bunraku Yoshino "Japan and Energy Security" (address to the Energy Security Group, Council on Foreign Relations, Washington DC March 14, 1995)

    (7) Kumao Kaneko " Nuclear Weapons, Japan and Asian Security" The Tokai University Journal no. 26, pag. 153-170 (1966)

    (8) Japan’s Nuclear Future (op.cit) pag. 29
    (9) International Herald Tribune, 13 giugno 2002

    (10) Pagine di Difesa, 24 giugno 2002

    (11) International Herald Tribune del 19 giugno 2002

    (12) Pagine di Difesa, 24 giugno 2002

  • Tao

    Evviva l’atomica della RPD di Corea!

    La rosicante canea massmediatica occidentalista, in prima fila i
    corifei italidioti dell’imperatore Bush II ‘il demente’, abbaia,
    ulula, si rotola per terra, e si abbandona a consimili manifestazioni
    canine, nell’apprendere che ora c’è una nazione, la Repubblica
    Democratica Popolare della Corea, che si è assicurato un futuro
    d’integrità e di indipendenza. Con l’esplosione di una testata
    nucleare della potenza di 15 Kt, Pyongyang ha dimostrato che, da ora
    in poi, sarà difficile aggredirla impunemente.

    Tutti (o quasi) hanno manifestato una indignazione, comicamente
    ipocrita (nel caso di India e Pakistan), sornione e di circostanza
    (nel caso di Russia, Cina e Iran), terrorizzato (nel caso del
    Giappone e della Corea del Sud), spregevole (nel caso di Regno Unito,
    Francia e Israele) e terroristico (nel caso degli USA). Hanno
    ragliato e belato contro anche altri strani animali: l’Unione Europea
    e l’ONU, organizzazioni mafiose che hanno sempre coperto e dato
    legittimità ai crimini dei loro padrini yankee e sionisti. Con
    ripugnante somma ipocrisia, che nasconde irritazione e stizza, il
    Consiglio di in-Sicurezza delle Nazioni Unite ha prontamente, su
    schioccar delle dita di Washington, condannato ‘l’atto inconsulto’
    della Corea Democratica. E pensare che quando lo stato canaglia
    Israele aggredì il Libano, lo stesso consiglio di in-Sicurezza ci
    mise quasi un mese, prima di squittire qualche insulsa dichiarazione
    sull’azione di Telaviv; risolvendosi, infine a intervenire in
    soccorso… dell’aggressore…

    Certo qualche ‘barba finta’ della redazione spionistica-
    propagandistica nota con il nome in codice TG-2 ha, perfino,
    ventilato che si tratti di una bufala. Che volete? Mica è possibile,
    per certi ‘urlatori terroristici’, ammettere che un branco di ‘musi
    gialli’, perdipiù ‘comunisti’, riesca a fabbricarsi un arsenale
    nucleare. Per diana! Questa è roba concessa solo agli Herrenvolk, a
    genti divinamente elette.

    Ed ecco che Kim Chong-Il diventa il mostro del quarto d’ora di odio.
    Kim il terrorista, Kim il sadico, Kim il beone, Kim il poligamo, Kim
    il… si sprecano le approfondite analisi delle agenzie della
    disinformazione dedite alla propalazione dell’insulso e dell’idiozia.
    Non una parola sulle atomiche ‘buone’, circa 60, che i bravi yankee
    tengono di riserva nei depositi ‘US in Korea’. Non sono una minaccia,
    sono bombe nucleari democraticamente intelligenti, che quando
    esplodono ammazzano solo comunisti, islamo-fascisti e altri
    terroristi. Risparmia donne e bambini… così giurano e spergiurano le
    nostrane ‘aquile’ dell’informazione (Riotta, Lerner, Ferrara,
    Borrelli, Botteri, Pagliara, Berlinguer, Rossella, Mentana, Piroso,
    Deaglio e così via, facendo raccolta differenziata.)
    Ma a fronte di tale cascata di rumori molesti possiamo ridere
    a ‘trentasette denti’. Sono arrabbiati, i loro mandanti e i loro
    ufficiali pagatori lo sono ancora di più. Il numero di nemici inermi
    diminuisce a vista d’occhio. Prima il Libano, poi Tehran, oggi la
    Korea Democratica. E questo dopo che solo ieri, la Russia, ha fatto
    capire che è disposta a giocare duro. I vertici SS (Sion-
    Statunitensi) qualche settimana fa avevano dato un preciso
    avvertimento mafioso a Putin, uccidendogli il vicedirettore della
    Banca Centrale Russa. Ieri, anche in vista dell’imminente scontro con
    la Georgia del teppistello preferito di Soros e di Condy Rice,
    Saakashvili, veniva liquidata l’agente sorosiana Politkovskaja,
    novella Vlassov in tinta unica Blu-Nato. La Politkovskaja stava per
    lanciare una ennesima campagna mediatica disinformativa antirussa, in
    previsione dell’attacco US-Georgia contro l’Abchazija e l’Ossetia del
    sud. Una quinta colonna yankee in meno. E anche i pacifinti armati
    d’occidente sono sistemati. Si deve guardare così la vicenda. Il
    resto è fuffa*.

    È chiaro che è in corso l’accelerazione degli eventi. Solo il
    babbionismo di sinistra-centro-destra italidiota non riesce a
    vederlo. E men che meno lo si intuisce nell’estrema sinistra
    luxurizzata al completo**. Mentre il pacifintame armato delle ONG di
    servizio innalzavano striscioni e effigi in osanna dell’attuale
    segretario generale dell’ONU, Coffee Annan, lo zio Tom della famiglia
    Bush (da cui è ricattato per una vecchia storia di traffici illeciti
    degli aiuti destinati alla Somalia), l’amministrazione Cheney già
    presentava il candidato sostituto alla carica del fu Annan. Un certo
    Ban Ky-moon, ex-ministro degli esteri della Corea del Sud (casualità
    del momento?) è questa proposta ‘Made in USA’ per la presidenza
    dell’ONU. Chi è costui? Un semplice devoto della Chiesa
    dell’Unificazione del reverendo Moon***.

    E chi è il Rev. Moon? Solo il capo di una setta religiosa bizzarra,
    nota alle cronache italiane per le vicende del vescovo africano
    Milingo; ma anche nota, negli USA, per gli stretti legami tra Moon e
    la famiglia Bush e il mondo dell’intelligence: infatti il Washington
    Times, organo diretto dei servizi segreti USA è di proprietà di sua
    santità Moon, come lo è, d’altronde, l’agenzia d’informazioni UPI.
    Inoltre Moon ha costituito anche la Lega Anticomunista Mondiale
    (WACL), per cui Moon fu diretto superiore di tal Silvio Berlusconi,
    che era il direttore della WACL-Italia. Sicuramente il pedigree di
    Ban Ky-moon fornisce le opportune garanzie che l’ONU continuerà a
    operare come ha sempre fatto: al servizio dell’imperialismo Anglo-
    Usraeliano. Con una offerta in più: i graditi servizi offerti dalla
    compagnia cantante dei nani e ballerini ‘pacifinti’.
    Buonanotte a tutti.

    Alessandro Lattanzio, Catania 10/10/2006
    http://www.aurora03.da.ru

    Note

    * Per la Politkovskaja hanno, ovviamente, versato lacrime amare
    persino Bush, Commissione Europea e sinistra di complemento stile
    Mimmo Candìto. Non mi pare che, in altre occasioni, tali amanti della
    libertà di parola e di informazione abbiano mai avuto nulla da
    ridire. Si pensi ai più di settanta giornalisti messicani assassinati
    l’anno scorso. Se ne è sentito parlare? Ovviamente no.
    Lì comanda la democrazia ‘Coca-Cola Style’ di Vicente Fox e dei suoi
    accoliti à la Mimmo Candìto & Friends (ovvero Rèporter Sans
    Frontières e altri sicari.)

    ** La dimostrazione è data dal fatto che nella mia città, Catania, si
    riesce a organizzare una surreale manifestazione ‘antifascista’: un
    circolo gay che guida una manifestazione di ‘orgoglioso antifascismo’
    contro i quattro desperados di Forza Nuova, un partito fantasma che a
    Catania ha raccolto 160 voti… E mentre tale manifestazione di ghost-
    busters sciamava per la via principale, il loro ‘lider minimo’ Fausto
    incontrava il mini-duce rabbi Gianfranco. Ovviamente per condannare
    il passato, un passato che non hanno. E più in alto ancora ci si
    spartivano le ultime spoglie dell’Italia, ormai una espressione
    geografica.

  • marko

    A furia di voler dimostrare che OGNI azione occidentale e sbagliata e
    OGNI azione di paesi "alternativi" è giusta, si arriva ad arrampicarsi
    sugli specchi.

    Da un lato abbiamo un paese che fa morire di fame i propri
    cittadini, fa loro credere di essere perennemente in guerra e però
    costruisce e testa bombe atomiche. Dall’altro abbiamo un paese che la
    bomba atomica l’ha provata sulla sua pelle, è sostanzialmente
    democratico (anche se agli orientali questo frega un po’ meno) e
    *potrebbe* avere una bomba atomica nel giro di qualche anno, se lo
    volesse. E il colpevole chi è, secondo il vero antiamericano? Ma il
    Giappone, naturalmente, perché è amico degli Usa; invece la cara
    vecchia Corea del Nord, è palesemente minacciata e DEVE, poverina,
    difendersi, proliferando alla grande.

    Ah, bellissimo il passaggio dove dice "si vedono più
    automobili": vedere per credere :

    http://www.trekearth.com/gallery/Asia/North_Korea/photo308128.htm

  • marzian

    Guardando alla storia recente, ho idea che se consideriamo sbagliata ogni azione occidentale ci avviciniamo al vero.

    Contestualizzare non significa sostenere una parte… mentre la foto e il commento del link che riporti si riferiscono al luglio del 2000!

  • kiteni

    Forse sarebbe opportuno domandarsi chi trae vantaggi dallo storico stallo che afligge la penisola coreana. Giappone e Corea del Sud hanno svenduto l’anima al Diavolo accettando il dominio USA in cambio della prosperità economica e dell’ombrello nucleare. Questo decenni fa. 
    La Corea del Nord non lo fece, dovette subire l’ostilità USA e fu obbligata ad accettare il sostegno condizionato di Pechino. Ricordo a marko che lo sviluppo economico  di un paese di piccole dimensioni (dixit Cuba) può essere ostacolato in modo molto efficace se questi sfida il sistema-potere capitalista. In altre parole non possiamo giudicare un regime se questi viene isolato come  fu il caso della RCN. La conseguente ricerca della garanzia nucleare é un passo logico per qualunque nazione si trovi circondata da nazioni ostili o manipolatrici. Gli USA sostennero e forzarono la separazione delle due Coree sino ad oggi e questo con il beneplacito di Cina, Russia e Giappone. Ognuna di queste potenze stà raccogliendo quello che ha seminato nella regione in questi ultimi 50 anni. È evidente che il bubbone coreano sarebbe scoppiato ed il punto di non ritorno raggiunto. Il Giappone presto cambierà la sua Costituzione per sviluppare un proprio arsenale di armi nucleari seguito a ruota dalla Corea del Sud. USA, Cina e Russia non potranno impedirlo e non gli resterà altro che accettare la nuova situazione. Col tempo Il Club continuerà ad ampliarsi a nuovi membri e forse questo sarà uno dei principali casus belli che spingerà gli USA, potenza militare dominante, a scatenare guerre di alta intensità e su larga scala. Come possono accettare di perdere la loro posizione egemonica? Inutile farsi illusioni, non lo faranno senza combattere e distruggere mezzo mondo. Suerte y saludos.