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LA CIVILTA' OCCIDENTALE? NON SAREBBE ESISTITA SENZA L'ISLAM

DI SABINA MORANDI
Liberazione

E’ l’alba di un giorno scuro e piovoso. Un ragazzo si nasconde fra la folla per assistere alla tortura e all’esecuzione del suo maestro, la cui unica colpa è stata quella di avere diffuso le conoscenze sacrileghe e blasfeme degli antichi filosofi greci. Sul rogo, insieme al filosofo, bruciano infatti le traduzioni proibite in un’Europa dominata dalla superstizione e dalla violenza dei signori della guerra che regnano incontrastati. Dopo avere assistito all’atroce spettacolo il ragazzo scappa verso Sud portando con sé alcune opere del maestro, deciso ad abbandonare quelle terre di oppressione e di oscurantismo. Quando finalmente riesce a valicare i Pirenei gli si apre davanti una terra ricca e pacifica, dove le donne discutono alla pari con gli uomini e dove i libri, invece di essere distrutti, vengono conservati nelle biblioteche pubbliche.

E’ l’inizio de Il destino, un film di qualche anno fa ambientato nei secoli più bui del Medioevo che il regista egiziano Youssef Chahine ha dedicato alla vita di uno dei più importanti filosofi della storia, Averroè, il cui razionalismo influenzò fortemente gli intellettuali occidentali dell’epoca. Dante, fra gli altri, si considerava un “averroista” convinto e l’intero pensiero islamico era una vera e propria boccata di ossigeno fra i cristiani illuminati che mal sopportavano la soffocante cappa di censura e superstizione che era, all’epoca, la caratteristica principale della cristianità. I libri di Averroè venivano contrabbandati, le sue dottrine trasmesse e le sue parole imparate a memoria per non incorrere nelle ire dell’Inquisizione. Spostando il punto di vista come ha fatto il regista, e riportando alla luce la storia rimossa di quei secoli oscuri, si capisce che la religione ha ben poco a che fare con i fondamentalismi di ogni epoca e di ogni latitudine.

Lo spiazzamento del pubblico occidentale nei confronti di un film girato per denunciare il fondamentalismo islamico attuale, non stupisce. Ci hanno insegnato che i secoli che separano la caduta dell’impero romano dal rinascimento sono stati anni di paura e barbarie, ma non ci è stato spiegato che ne siamo usciti unicamente perché siamo venuti in contatto con la civiltà più ricca e più evoluta dell’epoca, appunto l’Islam. Pochi occidentali sanno che, mentre l’Europa veniva spopolata dalle malattie e dalla fame, a Sud fioriva una civiltà che aveva come capitali Baghdad e Damasco, una civiltà cui noi occidentali dobbiamo la salvezza del patrimonio che consideriamo fondativo per la nostra cultura: la filosofia greca. Se gli studiosi dell’epoca di Solimano e del Saladino non avessero fatto propria la grande filosofia antica non avremmo né Platone né Aristotele perché la raffinata rete dei traduttori arabi, attraverso i quali ci sono pervenute le loro opere, non sarebbe esistita. Né, del resto, sarebbe potuta nascere la scienza moderna senza la libertà di studiare e sperimentare concessa ai matematici e agli scienziati arabi, il cui contributo è stato completamente cancellato per fare posto alla propaganda dello scontro fra civiltà.

Nell’ottica di Allah

Beltegeuse, Rigel, Aldebaran, Algol e Sirrah. Le stelle parlano arabo da secoli, da quando scienza, civiltà e tecnologia se ne stavano al di là del Mediterraneo, e i barbari sporchi, ignoranti e poveri che calavano per razziare le ricche città o per emanciparsi attraverso lo studio nelle rinomate università locali, eravamo noi. Per secoli la filosofia, la matematica e la medicina, per non parlare dell’astronomia, della chimica o dell’ottica, sono state islamiche, nel senso che l’Islam ha trasmesso e rielaborato le antiche discipline egizie, babilonesi, indiane e greche, e ne ha fondate di proprie. Un debito, quello nei confronti della scienza islamica, di cui si trovano innumerevoli tracce nel linguaggio stesso di molte discipline moderne che consideriamo, a torto, figlie della superiore “civiltà occidentale” ma che i nostri progenitori riconoscevano appieno, facendo di tutto per procurarsi i testi scientifici degli “infedeli”.

L’origine della scienza islamica affonda nei nostri secoli più bui. Gli arabi avevano già preso a studiare il cielo, raccogliendo l’eredità dei greci e degli indiani, già nel VIII° secolo e nell’828 fu costruito a Baghdad il primo osservatorio astronomico del mondo. L’astronomia andava di pari passo con l’ottica e con lo studio della fisiologia dell’occhio: se ne ritrovano tracce nell’origine araba di termini medici come “retina” o “cataratta”. L’amore della cultura musulmana per tutto ciò che aveva a che fare con la visione ha indubbiamente radici religiose, ma l’afflato mistico non deve trarre in inganno: la scienza islamica era sostanzialmente empirica – cioè amava sperimentare – e fortemente matematizzata, cosa questa che fa affermare ad alcuni storici che siano stati proprio gli arabi a insegnarci i primi rudimenti della formalizzazione matematica, caratteristica principale della scienza occidentale doc. Ibn Al-Haitham, ad esempio, noto in occidente con il nome di Alhazen, è considerato il massimo esperto di ottica tra Tolomeo e Witelo. L’alta considerazione di cui godeva anche fra i contemporanei non deve stupire: già intorno all’anno Mille Alhazen combinava elaborati trattamenti matematici con i modelli fisici e un’accurata sperimentazione, dando così una svolta empirica all’indagine scientifica, cosa che, in Occidente, avverrà solo dopo cinque secoli.

I calcoli degli astronomi e degli studiosi di ottica arabi furono possibili solo perché gli strumenti matematici erano già altamente sviluppati. L’apporto degli arabi alla scienza del calcolo fu così importante che non se ne è persa memoria e infatti uno dei pochi debiti che gli occidentali non hanno dimenticato è l’invenzione dello zero che rese possibile la nascita del calcolo posizionale, quello in colonne per intenderci. L’introduzione dei numeri indiani – da noi chiamati arabi – e lo sviluppo dell’algebra, fecero il resto. Un nome per tutti è quello del grande matematico del IX° secolo, Al Khwarizmi, che scrisse il Libro del compendio nel processo di calcolo per trasporto ed equazione , più volte tradotto in latino e diffuso in Europa con il nome di Liber Algorismi , una latinizzazione del suo nome da cui deriva il termine “algoritmo”.

La medicina

Per secoli la medicina araba è stata talmente più avanzata di quella occidentale da indurre gli stessi crociati a servirsi dei dottori cavallerescamente offerti dal nemico assediato. Gli arabi conoscevano infatti i testi greci di Ippocrate e di Galeno, che l’Europa aveva perduto, insieme alle molte nozioni derivanti dalle teorie e dagli esperimenti degli alessandrini che si erano diffuse nell’Egitto ellenizzato e in Asia minore. L’arrivo in Occidente delle traduzioni di Platone e Aristotele rese accessibile agli studiosi del barbaro Nord anche le teorie dei filosofi e dei medici islamici. Per circa due secoli la filosofia greca è stata infatti studiata nelle versioni arabizzate tratte dai commenti del razionalista Averroè o del mistico Avicenna, i più importanti filosofi dell’Islam, ed è a queste versioni che si riferivano i nostri filosofi. A Bologna come a Parigi gli studenti, ma anche i padri del dogma cattolico come San Tommaso d’Aquino, dovettero piegarsi alla superiorità della sapienza araba del tempo.

Ma Avicenna non era soltanto un filosofo. Mentre nei villaggi nordici che in seguito divennero noti con il nome di Parigi o di Londra, si curavano le malattie con gli incantesimi, nel profondo Sud veniva fondata la medicina moderna. Il Canon medicinae di Ibn Sina, nome originale appunto del grande Avicenna, è stato praticamente l’unico libro di testo degli studenti di medicina per quasi tre secoli e ha continuato, per tutto il Rinascimento, a essere il libro più stampato in Europa. Ma Avicenna è in buona compagnia. Fu l’arabo Al-Razi a fondare l’ostetricia e a fornire la prima descrizione scientifica del vaiolo e del morbillo – e a prospettare la possibilità di immunizzare i sani attraverso le secrezioni dei malati – mentre Ibn Nafis fu il primo a descrivere il meccanismo della circolazione sanguigna. Tutti nomi ignorati dai manuali di storia della medicina che riportano solo le date – e gli autori – delle ri-scoperte occidentali.

Con le sue grandi intuizioni, come l’ipotesi dell’esistenza dei microbi e i primi esperimenti con i vaccini, la medicina araba era decisamente all’avanguardia nella teoria così come lo era nell’insegnamento e nella pratica. Nelle scuole di medicina islamiche si cominciò a pretendere che gli studenti si misurassero con la pratica clinica oltre che con i testi e per favorire l’apprendistato, oltre che per il controllo delle epidemie, venne abbracciata un’idea del tutto nuova: raggruppare i malati in una struttura dove i medici avrebbero potuto assisterli e gli studenti imparare dalla pratica dei propri maestri. Venne inventato insomma quello che, per dirla con parole moderne, è il policlinico universitario, che fece la sua comparsa in Europa solo nel diciannovesimo secolo. A Damasco la prima struttura ospedaliera del mondo venne costruita esattamente mille e cento anni prima: nel 707 dopo Cristo, data che lascia un tantino allibiti visto che, a quell’epoca, dalle nostre parti ancora non si pensava nemmeno ai lazzaretti.

Malgrado un’attenzione particolare per l’aspetto psicosomatico che colpisce per la sua modernità, l’approccio medico islamico era sostanzialmente razionalista e si basava su approfondite conoscenze anatomiche che gli europei, a cui non era consentito lo studio dei cadaveri, non potevano avere. Del resto il tabù sulle autopsie rimase valido in tutta la cristianità almeno fino al XVII° secolo e oltre – come testimoniano le rocambolesche “avventure” dei pittori rinascimentali, più note di quelle dei loro contemporanei medici. Ma un’altra caratteristica che rendeva i dottori arabi estremamente efficienti rispetto ai colleghi occidentali, era la possibilità di disporre di una quantità incredibile di sostanze provenienti dagli estesi domini dei califfi – ovvero sali, acidi, alcaloidi ed erbe – che rifornivano il prontuario con una serie di rimedi degni di una moderna farmacia. L’alchimia, da cui trae origine la moderna chimica, era infatti un altro settore particolarmente fecondo della scienza islamica.

A tutta chimica

Lo sviluppo dell’alchimia proviene dall’altro grande filone culturale che si unì a quello greco per dare luogo alla scienza islamica, ovvero le antichissime conoscenze provenienti dall’India e dalla Cina. Nel periodo della sua massima espansione, infatti, l’Islam si estendeva dall’India alla Spagna passando per la Persia, il nord-Africa e la Sicilia. La capitale venne spostata da Damasco a Baghdad dove, grazie alla grande tolleranza culturale del califfo Harum al-Rashid (786-809 d.C.), cominciarono a convergere i saperi e le tradizioni dei popoli conquistati. Sotto il regno dell’Illuminato, come venne chiamato il califfo più volte citato in Le mille e una notte , venne fondata e sviluppata la “Casa della sapienza”, ovvero un centro di mecenatismo finanziato dallo Stato che sorgeva intorno a una grandiosa biblioteca inter-religiosa. Nella Casa della sapienza cominciarono ad affluire da tutto il mondo studiosi e religiosi, pensatori e praticanti, in un’atmosfera di libertà intellettuale mai conosciuta prima, e Baghdad diventò per la scienza quello che Atene era stata per l’arte durante l’età di Pericle.

Fu in questo clima che l’alchimia si sviluppò e cominciò a cimentarsi con la produzione di alcune sostanze utili. La chimica islamica, libera dalle condanne e dai pregiudizi religiosi che in Europa la condannarono alla clandestinità fino ai tempi di Newton, a Baghdad ebbe la possibilità di svilupparsi come una scienza e una tecnologia specifica, separandosi molto presto dalle sue origini magiche. Jabir ibn Hayyan, il più famoso alchimista arabo vissuto nella seconda metà del VII° secolo, perfezionò il processo di distillazione dell’alcool (la cui etimologia deriva appunto dalla parola araba “al-ghul”), costruendo nuovi tipi di alambicchi. E’ da notare che la preparazione e la produzione dell’alcool a uso medicinale fu consentita, malgrado la ben nota proibizione coranica.

Un altro importante frutto degli esperimenti dei chimici di Baghdad furono i progressi relativi alla fabbricazione della carta, che utilizzarono e migliorarono gli antichi metodi importati dalla Cina. Nel 793 venne fondata a nella capitale una vera e propria fabbrica che, attraverso una produzione semi-industriale, ricavava la carta da una pasta di fibre di canapa e di gelso mescolate ad allume e colla. E con la produzione della carta su larga scala, ovviamente, la diffusione dei libri nel mondo islamico divenne molto più rapida e immensamente più economica, anche se bisognerà aspettare l’invenzione della stampa in Occidente – più di sette secoli dopo – per arrivare alla possibilità di un accesso davvero universale al sapere scritto.

Sabina Morandi
Fonte: www.liberazione.it
13.04.08

Pubblicato da Davide

  • lupomartino

    Bellissimo questo articolo,avevo letto in giro che molto della nostra cultura moderna viene dall’Islam, ma non avrei mai immaginato tanto!
    Me lo conservo questo articolo…..
    Lupomartino

  • Zret

    Pochi autori hanno messo in luce i significati esoterici del poema sacro e costoro hanno subito l’ostracismo della critica ortodossa arroccata su posizioni in linea con l’interpretazione cattolica del capolavoro. Ancora più sparuto è, però, il gruppo di studiosi che hanno colto le convergenze tra la cultura occidentale e quella islamica, in ordine soprattutto alle visioni oltremondane.

    Tra gli antecedenti culturali del poema di Dante, si ricordano le opere fondate sul tòpos della “visione” dei regni oltremondani: il Somnium Scipionis, la Visione di San Paolo, il Purgatorio di San Patrizio, il Libro delle tre scritture di Bonvesin della Riva, il De Ierusalem coelesti et de Babilonia civitate infernali di Giacomino da Verona… Non sono, però, quasi mai citate, sebbene correttamente René Guénon ed altri le considerino fondamentali per l’ispirazione dantesca, le fonti arabe, ossia il Corano, il Libro del viaggio notturno e le Rivelazioni della Mecca di Mohyddin ibn Arabi, testi anteriori di circa ottant’anni alla stesura della Commedia. M. Asin Palacios, autore del saggio intitolato La escatologia musulmana en la Divina Commedia, Madrid 1919, afferma che le analogie tra le opere islamiche ed il capolavoro dantesco sono più numerose da sole di tutte quelle che i commentatori hanno individuato rispetto a quelle intercorrenti con le altre letterature di ogni paese.

    L’influsso della cultura araba ed ebraica sulla Commedia è indiscutibile. Guénon ci ricorda gli addentellati con la tradizione islamica rintracciabili nell’opera. Eccone qualche esempio: in un adattamento della leggenda musulmana, un lupo ed un leone sbarrano la via al pellegrino, come la lonza, il leone e la lupa fanno indietreggiare Dante; Virgilio è inviato al poeta fiorentino e Gabriele a Mohamed dal Cielo; entrambi, durante il viaggio, soddisfano le curiosità del pellegrino.

    L’Inferno è annunciato nelle due narrazioni da segni identici: tumulto assordante e confuso e raffica di fuoco. La struttura dell’Inferno dantesco è esemplata su quella dell’inferno musulmano. Ambedue sono un gigantesco imbuto formato da una serie di piani e di scale circolari che menano al centro della terra; ognuno dei gironi accoglie una categoria di peccatori, la cui colpa e pena si aggravano a mano a mano che sono collocati in un cerchio più profondo. Infine questi due inferni sono entrambi situati sotto la città di Gerusalemme. Per purificarsi all’uscita da Malebolge, Dante si sottomette ad una triplice abluzione. Una stessa triplice abluzione purifica le anime nella narrazione musulmana. L’architettura delle sfere celesti attraverso cui si compie l’ascensione è identica: nei nuovi cieli sono disposte, secondo i loro rispettivi meriti, le anime dei beati, che alla fine si radunano tutte nell’Empireo.

    L’apoteosi finale dei due itinerari in mentem Dei è la stessa: i due viaggiatori, innalzati sino al cospetto di Dio, ci descrivono il Creatore come un focolare di luce intensissima, circondato dalle schiere angeliche irradianti fulgori.(1) Queste ed altre coincidenze non possono essere accidentali. Per mezzo di chi Dante attinse tali immagini e tòpoi ? Mohyddin, nato a Murcia, in Andalusia, morì a Damasco. I suoi discepoli sparsi in tutto il mondo islamico furono forse in contatto con gli Ordini di cavalleria cui l’Alighieri fu molto vicino. (Vedi La normalizzazione degli eretici). È presumibile che “il ghibellin fuggiasco” recepisse qualche suggestione indiretta tramite i Templari o per mezzo di personaggi come Emanuel Romano, poeta ebreo che Dante conobbe.

    Senza dubbio un’attenta rilettura della Commedia, affrancata da pregiudizi interpretativi, consentirebbe di individuare altri indizi di un Dante conoscitore del retaggio arabo ed islamico. La stessa figura di San Francesco potrebbe essere riconsiderata per enucleare qualche legame con i Sufi dei cui insegnamenti risentì il poverello d’Assisi, quando si recò in Egitto, come ormai accertato dalla critica più avveduta. “Però chi d’esso loco fa parole, non dica Ascesi, ché direbbe corto, ma Oriente, se proprio dir vuole”. Questi versi del canto XI del Paradiso dove San Tommaso d’Aquino tesse l’elogio di Francesco, accentuando il valore semantico della parola “Oriente”, adombrano forse il debito del santo nei confronti dell’Oriente musulmano ? È solo una congettura, ma forse non indegna di una qualche considerazione.

    Ancora più interessante è l’ipotesi del Troni che, circa il celebre incipit di Inferno VII, Pape satan, pape satan, aleppe, individua assonanze con la pronunzia araba: È la porta di Satana, è la porta di Satana, fermati, in arabo, bab sciaitan, bab, sciatan, alebb. Se è una combinazione, è una combinazione ben strana, checché ne pensi l’ineffabile Giacalone che definisce tale esegesi “bizzarra” (sic).

    Infine se la porta verso il Dante esoterico è stata dischiusa, quella verso il Dante che si ispira all’Islam è ancora ben serrata: sarà il caso di cominciare ad aprirla.

  • Affus

    L’uomo discende dal cane?
    Maurizio Blondet

    Avete mai veramente osservato come giocano fra loro i cani? A me è capitato ieri di vederne due su un prato, e mi sarebbe piaciuto mostrarli ai lettori evoluzionisti.

    Lo spettacolo è affascinante: non solo pochi animali sono così «espressivi», ma c’è di più: pochi animali giocano anche da adulti, e credo pochissimi sono in grado di «fare finta». I cani, fra loro giocano ad aggredirsi, «facendo finta», un po’ come un bambino gioca alla guerra facendo ta-ta-ta con la bocca per far finta di sparare con un mitragliatore. I due animali si inseguono, si danno la caccia a turno, si saltano addosso. Ma tutto, assolutamente tutto il loro linguaggio del corpo – la posizione e il movimento della coda e delle orecchie, la speciale vivacità, i suoni che emettono – tutto avverte il compagno: «Sto facendo finta». E tutto con una espressività così «esagerata», da essere inequivocabile anche per noi uomini, che non conosciamo la lingua dei cani. A guardarli, si ha l’impressione che ridano.

    Il processo mentale del «fare finta per gioco» è, ammettiamolo, alquanto complesso: implica insieme la conoscenza della realtà e la presa di distanza da essa, il «linguaggio» dell’aggressione (anch’esso inequivocabile: zanne scoperte, abbaio-ringhio, pelo ritto sulla groppa) e la sua negazione attraverso la parodia, la comicità. Ciò è particolarmente improbabile nel cane che, notoriamente, è sempre limpido e leale, non sa nascondere il suo stato (avete presente un cane che si sente in colpa? O umiliato? Non è per caso che diciamo di un uomo «se n’è andato con la coda tra le gambe»).

    La parodia canina consiste nel fare, da adulti, movimenti da cuccioli. Il mantenimento di caratteri infantili in età adulta (si chiama neotenia) è tipico dell’uomo, ed è ritenuto un elemento essenziale per la capacità di imparare cose nuove anche in età matura. Il cane l’ha mutuato dalla sua antichissima frequentazione con l’uomo?

    Il lupo o lo sciacallo – la versione selvaggia dei canidi – non sono altrettanto «espressivi»; o meglio, sono espressivi in un modo diverso, comprensibile più tra loro che verso di noi: la lingua dei lupi e degli sciacalli è per lupi e sciacalli. Gli etologi la devono, in qualche modo, imparare. Invece quella del cane è aperta e chiara. Gliel’abbiamo insegnata noi? O è stato lui a insegnarcela?

    O forse, ci siamo addestrati ed educati a vicenda. Perchè il rapporto uomo-cane è diverso da quello nostro con ogni altri animale, profondamente più intimo e familiare: è quasi una simbiosi.

    Come sapete, Conrad Lorenz ha elaborato un’ipotesi di come cominciò questa millenaria amicizia. Gruppi umani primordiali, maschi armati, si dedicano alla caccia; poichè hanno un certo successo, un branco di lupi (o sciacalli) comincia a seguirli a distanza: perchè quando i cacciatori uomini macellano le prede, lasciano sempre qualche ossame e carcassa da rodere – e i canidi sono essenzialmente «scavengers», animali-spazzini, che si nutrono di carogne. A poco a poco, si stabilisce un rapporto fra cacciatori.

    Qualcuno della banda umana può aver gettato alla torma, che si tiene a prudente distanza, un pezzo particolarmente succulento; il branco canino-sciacallesco può aver cominciato a collaborare attivamente alla caccia, facendo da battitore – stanando la selvaggina e orientandola con latrati verso la banda umana, per avere poi «diritto» ai resti. Quale dei due eventi sia avvenuto prima è impossibile dire; in caccia come in guerra, certe amicizie, certe intese e certe gerarchie si stabiliscono da sole, senza bisogno di imporle.

    Nel branco canino, la gerarchia e la sua specifica lealtà nobiliare, del resto, esistono già: il capo-branco non è solo il maschio più feroce che si accaparra tutte le femmine, è quello che si fa carico del gruppo, la guida, che (per così dire) si prende la responsabilità. Nel gruppo umano ci sarà stato qualche gerarchia simile – a meno che gli uomini non l’abbiano appresa imitando gli sciacalli e i lupi, loro compagni di caccia, loro totem. Antichissime notti nella savana.

    Gli uomini si accampano, forse ancora non sanno accendere il fuoco. La torma canina si accampa anch’essa, ma lontano – c’è ancora molta diffidenza. Si vedono i loro occhi di sciacalli luccicare nel buio.

    Gli uomini non tardano a sentire questa presenza vigile come una garanzia: nessuna belva potrà più sorprenderli, perchè la torma darà l’allarme molto prima, con tutti i sensi acutissimi e ansiosamente svegli.Il cane, sostiene Lorenz, ha fatto all’uomo il regalo del sonno. Il sonno di cui ha bisogno l’uomo: non quello breve e sempre interrotto degli animali in perpetuo allarme, ma quello profondo e continuo, abbandonato fiduciosamente nel buio. Solo quel sonno è adeguato al cervello dell’uomo, e comincia a nutrirlo. Solo quel sonno viene visitato da sogni e da divinità. Solo il lungo sonno dona all’uomo l’immenso «mondo interiore» – che è il vero ambiente umano, la sua «nicchia ecologica» immateriale.

    I selvatici non possono avere che un mondo interiore rudimentale; il mondo esterno inchioda troppo la loro attenzione, essi vivono in perpetuo senso di pericolo, letteralmente «fuori di sè» dall’ansia – per questo i loro sensi sono più acuti dei nostri, perchè sono tesi allo spasimo. L’uomo invece, grazie al cane, può cessare di «essere fuori di sè» per entrare invece in se stesso, «immedesimarsi».

    La tecnologia non può cominciare, senza mondo interiore. Prima, le armi sono quelle naturali, la pietra e il randello. Solo «immedesimandosi», astraendosi dall’esterno, l’uomo comincia a riflettere come scheggiare la pietra, come trasformare il bastone in lancia o in ascia; o a progettare un arco.

    Da quel mondo vengono anche i terrori che l’animale non conosce, la coscienza della morte, i dèmoni e i poteri spaventosi e forse fantastici dell’invisibile. La luce della metafisica e del mito comincia così. Grazie al cane.
    Notte dopo notte, il branco riposa sempre più vicino alla banda umana. Un qualche cucciolo sarà stato abbrancato da un cucciolo umano; avranno giocato, avranno cominciato a «far finta». E l’affinità è diventata simbiosi, amicizia, commovente lealtà (dei cani) verso il signore-capo. Di quei giochi fra infanti preistorici, chiunque abbia un cane gode i segni anche oggi.

    Esempio: tra loro, i lupi non si guardano negli occhi – è segnale di aggressione, perlomeno un atto di sfida o di maleducazione nel galateo canino – ma il barboncino, quando il suo padrone si ferma sul marciapiede per fare due chiacchiere col vicino, alza la testa e lo guarda in faccia: vuol capire dall’espressione dell’uomo qual è la sua intenzione. Riconosce l’espressione dalla faccia, e lui stesso – con l’uomo – dà un altro significato al fissare dritto negli occhi: ha dunque imparato un’altra lingua, un altro galateo. Quello umano.

    Un altro esempio: siete seduti in poltrona, e il vostro cagnolino da appartamento vi sta sulle ginocchia sonnecchiando. In che modo ci sta? Col sedere (area vulnerabile) rivolta verso di voi (ha l’assoluta fiducia che non lo addenterete lì, e vi affida il didietro) e con le fauci (le sue armi) rivolte verso l’esterno. Ha formato con voi una fortezza, un mini-branco accampato ma pronto all’attacco, vi difende contro il mondo esterno. Un minimo rumore sulle scale, e drizza le orecchie. Un attimo dopo, si lascia accarezzare nella pancia, «fa il bambino».

    Quanto ha imparato da noi, e quanto noi – i nostri antenati – hanno imparato da lui? Chissà. Qualunque sia stata la sua «nicchia ecologica» originaria – la savana o la steppa – oggi, la nicchia ecologica del cane è l’uomo. Ogni altro animale domestico – bovini e ovini, cavalli e cammelli e gatti – è infinitamente meno «addomesticato» del cane. Tutti al suo confronto restano dei semo-selvatici. Nessuno ha comportamenti tanto vari e flessibili e funzionali, collaborativi: da pastore, da slitta, da punta, da tana, da guardia.

    Apparentemente, il cane è stato «predisposto» per l’uomo. Mentre le scimmie, di cui saremmo parenti, sono confinate ad una zona climatica tropicale (portate nei nostri climi, si ammalano di tbc e di polmonite), il cane è a fianco dell’uomo dovunque: tira la sua slitta sulla neve oltre il circolo polare, si accoccola davanti alle capanne dei Masai nella calura africana. Pochissimi altri animali sono capaci di questa latitudine ambientale e climatica.

    Fra questi, non a caso, il cavallo: altro animale funzionale che sembra «nato per l’uomo», paradossale «antilope militare» – pauroso, ombroso e timido come un’antilope, può galoppare alla carica col suo padrone fra scoppi di cannonate e tiri di mitragliatrice – e non è solo addestramento; è che ha una sua generosa nobiltà, conosce l’obbedienza e la gerarchia del comando. E’ un erbivoro feudale, aristocratico. Come il cane, per quanto abbia paura, non se la squaglia davanti a un nemico più grosso, resta a difendere il padrone.

    Per questo il regime sovietico fece uccidere tutti i cani: la polizia politica, nei suoi arresti notturni, non voleva trovare un difensore così irriducibile accanto all’uomo che era venuta ad arrestare, così sordo alle ragioni del partito – e della viltà. I vicini di casa umani chiudevano la porta, al suono di quegli stivali, e tacevano tremando; il più ridicolo volpino avrebbe latrato, addentato alla disperata anche il più massiccio agente in giaccone di cuoio nero e armato di pistola; il regime non poteva sopportare una simile lealtà.

    Il cavallo condivide col cane un’altra caratteristica quasi unica: l’immensa variabilità somatica. Ci sono pony piccoli come porcellini e cavalli da tiro di Pomerania alti due metri al garrese. Ci sono cihuahua ed alani, bassotti e levrieri, volpini e pastori tedeschi: non sembrano nemmeno della stessa specie e invece sono tutti interfertili, hanno lo stesso patrimonio genetico.

    Non c’è qui alcuna «evoluzione»: il DNA canino (come quello del cavallo in misura un poco inferiore) dispone di certi relais, di interruttori che possono essere «accesi» o «spenti», il che rende possibile agli allevatori creare tanti tipi di cani diversi per dimensione, forma e funzione – cosa molto meno fattibile con pecore e bovini, per non parlare di leoni zebre e antilopi, non-addomesticabili. La variabilità del cane, come la sua flessibilità psichica, è fin dall’inizio determinata nel patrimonio genetico.

    Insomma, voglio dire: se proprio bisogna supporre una discendenza dell’uomo da un animale, non penserei all’australopiteco o a qualunque altra scimmia. Mi pare più probabile che discendiamo dai cani: non in senso materiale-genetico ovviamente, ma in senso affettivo, educatico, e in fondo, spirituale. E non è lo spirituale quello che fa di un uomo l’uomo?

    Il cane non ha spirito (così dicono), ma ha un cuore leale. E lo dà al suo padrone senza riserve, per la vita e per la morte. Ci ha insegnato almeno quanto abbiamo insegnato a lui: è il nostro modello – a cui siamo sempre inferiori – in amicizia e lealtà, in coraggio e cordiale concordia.
    Quando «fa finta», lui, è solo per giocare.

    Non sarà scientifico, ma ringrazio Dio di averci fatto discendere dal cane. Le scimmie, non le ho mai capite.

  • Hassan

    Origini arabe per Leonardo da Vinci

    12 Maggio 2007

    ANSA

    Un’impronta del pollice di un maschio adulto, verosimilmente della mano sinistra. E’ la ricostruzione scientifica di un’impronta digitale di Leonardo da Vinci, ottenuta grazie all’analisi, con sofisticate tecniche dattiloscopiche, di oltre 200 impronte lasciate su 52 fogli leonardeschi. La struttura dell’impronta, sostengono gli esperti, è tipica del 65% della popolazione araba e rafforza l’ipotesi che la madre di Leonardo fosse di origine orientale.

    Le nuove scoperte sono state annunciate in una tavola rotonda organizzata alla Loggia del Bigallo di Firenze, nell’ambito della manifestazione ‘Il genio fiorentino’. Proprio al Bigallo, a luglio, sarà inaugurato lo spazio della ‘Libera Achademia Leonardi Vinci’ che ospiterà attività espositive, informative, sperimentali e didattiche. Gli studi sulle impronte di Leonardo sono state illustrati da Luigi Capasso, direttore dell’istituto di antropologia e del museo di storia delle scienze biomediche dell’Università di Chieti e Pescara, da Alessandro Vezzosi, direttore del museo Ideale di Vinci e tra i più autorevoli studiosi di Leonardo, dal maggiore Gianfranco De Fulvio, comandante del reparto dattiloscopia preventiva del Racis di Roma, e dalla storica della medicina dell’Università di Firenze Donatella Lippi.

    “Sulle pagine e sui dipinti di Leonardo – ha spiegato Capasso – possiamo trovare tantissime tracce, non necessariamente dell’epoca, come per esempio macchie, aloni e tracce biologiche. Il nostro primo compito è stato quello di distinguere le tracce sincroniche da quelle non sincroniche e ci siamo concentrati sulle macchie d’inchiostro, dato che è stato più semplice stabilire se la macchia derivava dallo stesso inchiostro usato per vergare le frasi”. Proprio nelle macchie d’inchiostro sono state scoperte numerose impronte digitali, anche se parziali, che hanno portato alla ricostruzione di un intero polpastrello dell’artista.

    “L’impronta – ha continuato Capasso – ha tra l’altro una struttura a vortice con diramazioni a ‘y’, dette triradio: questa tipologia di impronte è comune a circa il 65% della popolazione araba”. “A questo punto – ha affermato Vezzosi – si rafforza l’ipotesi che la madre del genio fosse orientale, nello specifico, secondo i miei studi, una schiava”. L’impronta di Leonardo, oltre a essere l’unica testimonianza paleobiologica dell’artista, può anche essere utile, come sottolineato da Capasso e Vezzosi, ad accertare attribuzioni artistiche o anche a studiare l’influenza della ridotta mobilità della mano destra negli ultimi anni di vita del maestro. (ansa)

  • Hassan

    Titolo Europa e Islam. Storia di un malinteso

    Autore Cardini Franco

    Nonostante crociate e guerricciole, scorrerie di pirati, saccheggi e tratta di schiavi, nonostante Lepanto e l’assedio di Vienna, la verità è che con l’Islam abbiamo sempre commerciato bene e avuto, in sostanza, buoni rapporti. In tempi diversi si è sovrapposto un malinteso, dagli esiti spaventosi per l’una e l’altra parte. È la tesi originale di Franco Cardini. (Mario Baudino, “La Stampa”) Franco Cardini è docente di Storia medievale all’Università di Firenze.

    http://www.ibs.it/code/9788842082811/cardini-franco/europa-islam-storia.html

  • Lif-EuroHolocaust

    La civiltà occidentale non sarebbe esistita senza l’islam? Ecco spiegato da dove deriva il male! D’altronde colonialismo e schiavismo erano ben conosciuti dagli islamici!

    Battute a parte (a parte su colonialismo e schiavismo), aggiungo:

    Un libro contro l’attuale ideologismo culturale: le radici greche dell’Europa

    Da poco più di un mese, è uscito in Francia un interessante saggio storico dello studioso Silvain Gouguenheim, intitolato “Aristote au Mont-Saint-Michel” ed edito per Seuil. Il sottotitolo è ancora più chiaro sulla questione trattata, riguardando, infatti, le “radici greche dell’Europa cristiana”.

    Che significa quel rimando al mondo greco? Significa superare l’attuale costruzione fasulla basata sull’idea di un passaggio del testimone tra mondo antico greco-romano e mondo islamico, che condurrebbe all’Europa moderna. Lo studioso fa piazza pulita di questa idea, ridando smalto alle filiazioni dirette tra l’antichità e la modernità ed escludendo i presunti meriti del mondo maomettano. Secondo l’autore, infatti, l’idea “maomettana” si basa su manipolazioni o visioni storiche imperfette, spesso dovute alla confusione tra “arabo” e “musulmano”. Uno degli spunti più interessanti è l’aver voluto dimenticare che molti degli studiosi del mondo islamico non studiavano su testi originali, ma su traduzioni (in arabo) realizzate da traduttori di fede cristiana. Altro elemento sottolineato è il ruolo di custodia dei testi che hanno avuto luoghi come la Sicilia e Roma (cosa che non stentiamo a credere), il tutto in una Europa in cui tali testi non hanno mai realmente smesso di circolare, venir richiesti e studiati.

    Il titolo del libro si riferisce al ruolo svolto dal monastero di Mont-Saint-Michel per la salvaguardia dei testi antichi, il tutto ben prima delle relative traduzioni arabe (ma saranno molti altri monasteri a sobbarcarsi questo compito. Si pensi ad esempio a quelli irlandesi).

    La conclusione è che l’Europa non ha dimenticato alcunchè, ma ha sempre protetto il proprio sapere e lo ha sempre fatto circolare, dovendo fare i conti solo con le momentanee difficoltà dei vari periodi storici. Per chi è francofilo questo saggio sarà un toccasana. Per tutti gli altri, c’è, ovviamente, da augurarsi che venga approntata, il prima possibile, una traduzione italiana.

    * Dall’articolo “Et si l’Europe ne devait pas ses savoirs à l’islam?” (Roger-Pol Droit, Le Monde, 4 aprile 2008):

    L’historien Sylvain Gouguenheim récuse l’idée que la science des Grecs ait été transmise à l’Occident par le monde musulman. Etonnante rectification des préjugés de l’heure, ce travail de Sylvain Gouguenheim va susciter débats et polémiques. Son thème : la filiation culturelle monde occidental-monde musulman. Sur ce sujet, les enjeux idéologiques et politiques pèsent lourd. Or cet universitaire des plus sérieux, professeur d’histoire médiévale à l’Ecole normale supérieure de Lyon, met à mal une série de convictions devenues dominantes. Ces dernières décennies, en suivant notamment Alain de Libera ou Mohammed Arkoun, Edward Saïd ou le Conseil de l’Europe, on aurait fait fausse route sur la part de l’islam dans l’histoire de la culture européenne.

    Que croyons-nous donc ? En résumé, ceci : le savoir grec antique – philosophie, médecine, mathématique, astronomie -, après avoir tout à fait disparu d’Europe, a trouvé refuge dans le monde musulman, qui l’a traduit en arabe, l’a accueilli et prolongé, avant de le transmettre finalement à l’Occident, permettant ainsi sa renaissance, puis l’expansion soudaine de la culture européenne. Selon Sylvain Gouguenheim, cette vulgate n’est qu’un tissu d’erreurs, de vérités déformées, de données partielles ou partiales. Il désire en corriger, point par point, les aspects inexacts ou excessifs.

    Y a-t-il vraiment eu rupture totale entre l’héritage grec antique et l’Europe chrétienne du haut Moyen Age ? Après l’effondrement définitif de l’Empire romain, les rares manuscrits d’Aristote ou de Galien subsistant dans des monastères n’avaient-ils réellement plus aucun lecteur capable de les déchiffrer ? Non, réplique Sylvain Gouguenheim. Même devenus ténus et rares, les liens avec Byzance ne furent jamais rompus : des manuscrits grecs circulaient, avec des hommes en mesure de les lire. Durant les prétendus “âges sombres”, ces connaisseurs du grec n’ont jamais fait défaut, répartis dans quelques foyers qu’on a tort d’ignorer, notamment en Sicile et à Rome. On ne souligne pas que de 685 à 752 règne une succession de papes… d’origine grecque et syriaque ! On ignore, ou on oublie qu’en 758-763, Pépin le Bref se fait envoyer par le pape Paul Ier des textes grecs, notamment la Rhétorique d’Aristote.

    Cet intérêt médiéval pour les sources grecques trouvait sa source dans la culture chrétienne elle-même. Les Evangiles furent rédigés en grec, comme les épîtres de Paul. Nombre de Pères de l’Eglise, formés à la philosophie, citent Platon et bien d’autres auteurs païens, dont ils ont sauvé des pans entiers. L’Europe est donc demeurée constamment consciente de sa filiation à l’égard de la Grèce antique, et se montra continûment désireuse d’en retrouver les textes. Ce qui explique, des Carolingiens jusqu’au XIIIe siècle, la succession des “renaissances” liées à des découvertes partielles.

    La culture grecque antique fut-elle pleinement accueillie par l’islam ? Sylvain Gouguenheim souligne les fortes limites que la réalité historique impose à cette conviction devenue courante. Car ce ne furent pas les musulmans qui firent l’essentiel du travail de traduction des textes grecs en arabe. On l’oublie superbement : même ces grands admirateurs des Grecs que furent Al-Fârâbî, Avicenne et Averroès ne lisaient pas un mot des textes originaux, mais seulement les traductions en arabe faites par les Araméens… chrétiens !

    Parmi ces chrétiens dits syriaques, qui maîtrisaient le grec et l’arabe, Hunayn ibn Ishaq (809-873), surnommé “prince des traducteurs”, forgea l’essentiel du vocabulaire médical et scientifique arabe en transposant plus de deux cents ouvrages – notamment Galien, Hippocrate, Platon. Arabophone, il n’était en rien musulman, comme d’ailleurs pratiquement tous les premiers traducteurs du grec en arabe. Parce que nous confondons trop souvent “Arabe” et “musulman”, une vision déformée de l’histoire nous fait gommer le rôle décisif des Arabes chrétiens dans le passage des oeuvres de l’Antiquité grecque d’abord en syriaque, puis dans la langue du Coran.

    Une fois effectué ce transfert – difficile, car grec et arabe sont des langues aux génies très dissemblables -, on aurait tort de croire que l’accueil fait aux Grecs fut unanime, enthousiaste, capable de bouleverser culture et société islamiques. Sylvain Gouguenheim montre combien la réception de la pensée grecque fut au contraire sélective, limitée, sans impact majeur, en fin de compte, sur les réalités de l’islam, qui sont demeurées indissociablement religieuses, juridiques et politiques. Même en disposant des oeuvres philosophiques des Grecs, même en forgeant le terme de “falsafa” pour désigner une forme d’esprit philosophique apparenté, l’islam ne s’est pas véritablement hellénisé. La raison n’y fut jamais explicitement placée au-dessus de la révélation, ni la politique dissociée de la révélation, ni l’investigation scientifique radicalement indépendante.

    Il conviendrait même, si l’on suit ce livre, de réviser plus encore nos jugements. Au lieu de croire le savoir philosophique européen tout entier dépendant des intermédiaires arabes, on devrait se rappeler le rôle capital des traducteurs du Mont-Saint-Michel. Ils ont fait passer presque tout Aristote directement du grec au latin, plusieurs décennies avant qu’à Tolède on ne traduise les mêmes oeuvres en partant de leur version arabe. Au lieu de rêver que le monde islamique du Moyen Age, ouvert et généreux, vint offrir à l’Europe languissante et sombre les moyens de son expansion, il faudrait encore se souvenir que l’Occident n’a pas reçu ces savoirs en cadeau. Il est allé les chercher, parce qu’ils complétaient les textes qu’il détenait déjà. Et lui seul en a fait l’usage scientifique et politique que l’on connaît.

    Somme toute, contrairement à ce qu’on répète crescendo depuis les années 1960, la culture européenne, dans son histoire et son développement, ne devrait pas grand-chose à l’islam. En tout cas rien d’essentiel. Précis, argumenté, ce livre qui remet l’histoire à l’heure est aussi fort courageux.

    http://euro-holocaust.splinder.com/post/17303437/Segnalazione+libraria

    Segue…

  • Lif-EuroHolocaust

    Curiosamente, l’articolo di Liberazione è uscito alcuni giorni dopo l’uscita del testo che ho citato di Gouguenheim, scatenando subito un’ondata censoria infame da parte di specialisti non solo francesi. Ecco le ben due liste contro il saggio dello storico francese:

    Caso Sylvain Gouguenheim: ben due liste censorie organizzate contro il suo saggio storico!

    Ricordiamo brevemente la questione: Gouguenheim, studioso di storia e docente all’ENS-LSH (l’Ecole normale supérieure de Lettre et Sciences humaines di Lyon) ha pubblicato un paio di mesi fa un saggio (Aristote à Mont-Saint-Michel) la cui tesi centrale è che l’Europa, sostanzialmente, non abbia avuto necessità del mondo maomettano per trasmettere i testi filosofici e scientifici della propria antichità sino in epoca moderna.

    Il saggio non ha semplicemente fatto discutere, muovendo tesi contrarie (questo si poteva ben immaginare sarebbe accaduto). Ciò che è più vergognoso è la creazione di liste critiche (ma sostanzialmente censorie) contro il testo. A fine aprile, infatti, una lista è stata organizzata dal noto quotidiano della “gauche”, Liberation; un’altra è stata organizzata da un gruppo di colleghi e studenti dell’ENS-LSH. Tutti hanno aspramente criticato sia la tesi sia il presunto sfondo ideologico del testo (più avanti le due liste). A Gouguenheim si contesta non solo il nocciolo del libro, ma anche i ringraziamenti ad un noto saggista vicino a posizioni politiche dell’estrema destra (Renè Marchand). Si contestano anche alcuni passaggi dove si discutono differenze valoriali tra cultura europea e cristiana e mondo maomettano. Tra le varie critiche, ci incuriosiscono quelle relative al mondo bizantino, ritenuto da alcuni differente dal mondo europeo (grottesco modo di vedere l’Europa, che però non stupirà chi, come noi, ha notato tra i politici europei uno spiccato interesse per il Nord Africa e non per i Balcani o l’Europa dell’Est. A proposito: chi afferma la differenza tra mondo bizantino e mondo europeo sarà a favore o contro la Turchia nell’UE?). Altre critiche sono più serie, basandosi su dati storici che andranno ricontrollati (anche se si tratta probabilmente solo di singole questioni, che non tolgono forza alla tesi di fondo), ma rimane la sensazione complessiva del mettersi in moto di una macchina censoria, che non perdona all’autore di pensare con la propria testa e non secondo i canoni dei cortigiani del regno assolutista del multiculturalismo.

    Qui potrete trovare molti collegamenti ad articoli sulla questione:

    http://www.fabula.org/actualites/article24000.php

    * Questa è la lista di Liberation (da notare i docenti e ricercatori italiani. La censura è internazionale):

    Cyrille Aillet, Maître de conférences (MCF), histoire de l’islam médiéval, Un. de Lyon II
    Etienne Anheim, MCF, histoire médiévale, Un. de Versailles/Saint-Quentin-en-Yvelines
    Sylvain Auroux, Directeur de recherches au CNRS
    Louis-Jacques Bataillon (Dominicain), Commission Léonine pour l’édition critique des œuvres de Thomas d’Aquin, comité international pour l’édition de l’Aristote latin
    Thomas Bénatouïl, MCF, histoire de la philosophie antique, Un. de Nancy II
    Luca Bianchi, Centro per lo studio del pensiero filosofico del Cinquecento e del Seicento, CNR, Milano
    Joël Biard, Professeur, philosophie médiévale, Un. de Tours
    Patrick Boucheron, MCF, histoire médiévale, Un. de Paris I, IUF
    Jean-Patrice Boudet, Professeur, histoire médiévale, Un. d’Orléans
    Alain Boureau, Directeur d’études, histoire médiévale, EHESS
    Jean-Baptiste Brenet, MCF, Philosophie médiévale, Un. de Paris X
    Charles Burnett, Professor, history of arabic/islamic influence in Europe, Warburg Institute, London
    Philippe Büttgen, Chargé de recherches, CNRS, Laboratoire d’études sur les monothéismes, Villejuif
    Irène Caiazzo, Chargée de recherches, CNRS, Laboratoire d’études sur les monothéismes, rédactrice en chef des Archives d’histoire doctrinale et littéraire du Moyen Âge
    Barbara Cassin, Directrice de recherches au CNRS, dir. du centre Léon Robin
    Laurent Cesalli, Assistant scientifique, Un. de Freiburg-im-Breisgau
    Joël Chandelier, Ecole française de Rome (Moyen Âge)
    Riccardo Chiaradonna, Professore associato, filosofia antica, Università di Roma III
    Jacques Chiffoleau, Directeur d’études, histoire médiévale, EHESS
    Jacques Dalarun, Directeur de recherches, CNRS, IRHT
    Isabelle Draelants, Chargée de recherches, CNRS, UMR 7002, Un. de Nancy II
    Anne-Marie Eddé, Directrice de recherches, CNRS, directrice de l’Institut de Recherches et d’Histoire des Textes (IRHT)
    Sten Ebbesen, Institut du Moyen Age Grec et Latin, Copenhague
    Luc Ferrier, Ingénieur d’études, histoire médiévale, CNRS, CRH (EHESS)
    Kurt Flasch, Professeur émérite à l’Université de Bochum
    Christian Förstel, Conservateur en chef de la section des manuscrits grecs, Bibliothèque Nationale de France
    Dag N. Hasse, Institut für Philosophie, Lichtenberg-Professur der VolkswagenStiftung
    Isabelle Heullant-Donat, Professeur, histoire médiévale, Un. de Reims
    Dominique Iogna Prat, Directeur de recherches, histoire médiévale, CNRS, LAMOP
    Charles Genequand, Professeur ordinaire, philosophie arabe, Un. de Genève
    Jean-Philippe Genet, Professeur, histoire médiévale, Un. de Paris I
    Carlo Ginzburg, Professore, Scuola Normale Superiore, Pisa
    Christophe Grellard, MCF, Un. de Paris I
    Benoît Grévin, Chargé de recherches, CNRS, LAMOP.
    Ruedi Imbach, Professeur, philosophie médiévale, Un. de Paris IV
    Catherine König-Pralong, Maître assistante, philosophie médiévale, Un. de Lausanne
    Djamel Kouloughli, Directeur de Recherches au CNRS (UMR 7597)
    Max Lejbowicz, Ingénieur d’études honoraire, CNRS, UMR 81 63, Univ. de Lille III
    Alain de Libera, Professeur ordinaire, Un. de Genève, Directeur d’études à l’EPHE (Ve section)
    John Marenbon, Professor, History of Medieval Philosophy, Trinity College, Cambridge
    Christopher Martin, Professor, Philosophy department, Auckland University, Visiting Fellow All Souls College, Oxford
    Annliese Nef, MCF, histoire de l’islam médiéval, Un. de Paris IV
    Adriano Oliva (Dominicain), Chargé de recherches, CNRS, IRHT, Commission Léonine pour l’édition critique des œuvres de Thomas d’Aquin, comité international pour l’édition de l’Aristote latin
    Christophe Picard, Professeur, histoire de l’islam médiéval, Un. de Paris I
    Sylvain Piron, MCF, histoire médiévale, EHESS
    David Piché, Professeur adjoint, Département de Philosophie, Univ. de Montréal
    Pasquale Porro, Professore ordinario di Storia della filosofia medievale, Universita di Bari
    Marwan Rashed, Professeur, philosophie ancienne et médiévale, ENS Paris
    Aurélien Robert, Membre de l’Ecole française de Rome (Moyen Âge)
    Andrea Robiglio, Phil. Seminar, Univ. Freiburg-im-Breisgau ;
    Irène Rosier-Catach, Directrice de recherches au CNRS (UMR 7597), Directrice d’études à l’EPHE (Ve section)
    Martin Rueff, MCF, Théorie littéraire et esthétique, Un. de Paris VII
    Jacob Schmutz, MCF, philosophie médiévale, Un. de Paris IV
    Valérie Theis, MCF, histoire médiévale, Un. de Marne-la-Vallée
    Mathieu Tillier, MCF, histoire de l’islam médiéval, Un. d’Aix-Marseille
    Luisa Valente, Ricercatrice, Filosofia medievale, Università di Roma – La Sapienza
    Dominique Valérian, MCF, histoire de l’islam médiéval, Un. de Paris I
    Eric Vallet, MCF, histoire de l’islam médiéval, Un. de Paris I.

    * Questa è la lista dell’ENS-LHS:

    Abbès Makram (MC Etudes arabes, ENS LSH)
    Abécassis Frédéric (MC Histoire, ENS LSH)
    Allais Pascal (Ingénieur de recherche, Laboratoire Triangle, ENS LSH)
    Al-Matary Sarah (ancienne élève, Lettres modernes 2000, ATER Université
    Lyon 2)
    Angaut Jean-Christophe (MC Philosophie, ENS LSH)
    Auclerc Benoît (Agrégé répétiteur, littérature française, ENS LSH)
    Autin Gauthier (ancien élève, philosophie 1997, ATER Université de
    Franche-Comté)
    Azoulay Vincent (ancien élève, Histoire 1993, MC Université Paris-Est
    Marne-la-Vallée)
    Babou Igor (MC Information-Communication, ENS LSH)
    Balmer Yves (PRAG, Musique et Musicologie, ENS LSH)
    Barthélémy Pascale (MC Histoire, ENS LSH)
    Benaini Samia (auditrice Philosophie, ENS LSH)
    Bentouhami Hourya (ancienne élève, philosophie 2000, doctorante,
    Université Paris 7).
    Biard Joël (ancien élève, philosophie 1972 PU Université de Tours)
    Bonzon Anne (ancienne élève, Histoire 1984, MC Lille 3)
    Briquet Jean-Louis, (ancien élève, Lettres modernes 1982, Directeur de
    recherche CNRS)
    Brun Christophe (ancien élève, Histoire 1988, enseignant Histoire –
    Géographie, Créteil)
    Carton-Vincent Alison (élève ENS LSH, 4ème année, Etudes Italiennes)
    Cassagnau Laurent (MC Etudes germaniques, ENS-LSH)
    Chamayou Grégoire (ancien élève, philosophie 1997, chercheur Institut de
    France)
    Charbonnier Pierre (élève ENS LSH, 4ème année, philosophie)
    Chareix Fabien (ancien élève, Philosophie 1991, MC Université Paris 4)
    Chassain Adrien (élève ENS LSH, 1ère année, Lettres modernes)
    Confavreux Joseph (ancien élève, Histoire 1994)
    Cusset François (ancien élève, Lettres modernes 1988)
    Dayre Eric (PU de Littérature Générale et Comparée, ENS-LSH)
    De La Porte des Vaux Xavier (ancien élève, Lettres modernes 1995)
    Defer Johann (élève ENS LSH, 4ème année, Littérature française)
    Deliau-Lagrée Jacqueline (ancienne élève, Philosophie 1965, PU
    Université Rennes 1 ; veuve de Michel Lagrée, historien et ancien élève
    de l’Ecole)
    Descendre Romain (MC Etudes italiennes, ENS LSH)
    Detrez Christine (MC Sociologie, ENS LSH)
    Deville-Fradin Valentine (auditrice Etudes théâtrales, ENS LSH)
    Doganis Basile (MC, Langue et civilisation japonaises, ENS-LSH)
    Dollé Thomas, (élève ENS LSH, M1 sociologie)
    Douki Caroline (ancienne élève, Histoire 1985, MC Université Paris 8)
    Dubois, Christian (ancien élève, Philosophie 1981, Professeur de chaire
    supérieure, Dijon)
    Dufaux Frédéric (ancien élève, Géographie 1984, MC Paris 10)
    Duhamelle Christophe (ancien élève, Histoire 1985, MC Université d’Amiens)
    Faivre Laetitia (élève ENS LSH, Etudes germaniques)
    Fischbach Franck (ancien élève, philosophie 1987, PU Toulouse 2)
    Foa Jérémie (ancien élève, Histoire 1998, ATER Université
    Clermont-Ferrand 2)
    Fournel Jean-Louis (ancien élève, Etudes italiennes 1979, PU Université
    Paris 8, Président du collectif «Sauvons l’Université»)
    Franceschelli Sara (MC Epistémologie et histoire des sciences, ENS LSH)
    Gallard Pierre-Yves (élève ENS-LSH, Lettres Modernes)
    Gautheron Marie (PRAG, Section Arts, ENS LSH)
    Gerbier Laurent (ancien élève, philosophie 1991, MC Université de Tours)
    Gleize Jean-Marie (PU Littérature française, ENS LSH)
    Gobille Boris (MC Science politique, ENS LSH)
    Grellard Christophe (ancien élève, philosophie 1994, MC Université de
    Paris 1)
    Henri-Panabiere Gaële (docteure, Sociologie, GRS – ENS LSH)
    Insergueix Andréa (élève ENS LSH, Sociologie)
    Jourde Michel (MC Littérature française, ENS LSH)
    Kolesnik Delphine (MC Philosophie, ENS-LSH)
    Lahire Bernard (PU Sociologie, ENS LSH)
    Lambert Edwige (Ingénieur d’études, ENS LSH)
    Larre David (ancien élève, Philosophie 1993, ATER)
    Le Marec Joëlle (PU Information-Communication, ENS LSH)
    Le Meur Chloé (élève ENS LSH, Lettres Modernes)
    Lejosne-Guigon Renaud (élève ENS LSH, Lettres modernes)
    Lemire Vincent (PRAG, responsable du suivi pédagogique des élèves, ENS LSH)
    Lenormand Marc (élève ENS LSH, Etudes Anglophones)
    Leval-Duché Boris (élève ENS LSH, Histoire)
    Litvine Alexis, (élève ENS LSH, Histoire)
    Loyer Emmanuelle (ancienne élève, Histoire 1987, PU Sciences Po)
    Luchtmeier Eva (AMN Etudes germaniques, ENS-LSH)
    Maître Anne (Responsable des Fonds slaves, Bibliothèque ENS LSH)
    Mansouri Wided (Lectrice en Arabe, ENS LSH)
    Marmande Francis (ancien élève, Lettres modernes 1966, PU Université
    Paris 7)
    Martin Sylvie (PU Etudes slaves, ENS LSH)
    Massit-Folléa Françoise (PRAG Sciences de l’information et de la
    communication, ENS LSH)
    Mazeau Guillaume (ancien élève, Histoire 1995, enseignant au lycée Béhal
    de Lens)
    Miard-Delacroix Hélène (PU Etudes germaniques, ENS LSH)
    Minard Philippe (ancien élève, Histoire 1982, PU Université Paris 8 – EHESS)
    Moioli Aurélie (élève ENS LSH, Lettres modernes)
    Montel Elise (élève ENS LSH, Etudes italiennes)
    Moreau Pierre-François (PU Philosophie, ENS LSH)
    Naya Emmanuel (MC Lettres modernes Université Lyon 2, UMR 5037)
    Ottaviani Didier (MC Philosophie, ENS LSH)
    Pignot Manon (ancienne élève, Histoire 1998, ATER Paris 10)
    Regard Frédéric (PU Etudes anglophones, ENS LSH)
    Regnard-Drouot Céline (ancienne élève, Histoire 1997, MC Aix-Marseille 1)
    Reguig-Naya Delphine (ancienne élève, Lettres modernes1995, MC
    Université Paris IV)
    Renault Emmanuel (MC Philosophie, ENS LSH)
    Reverdy Anne (auditrice ENS LSH, M2 Littérature française)
    Rollinger Gaëlle (élève ENS LSH, Section Arts)
    Saïdi Samantha (Ingénieur d’études, Laboratoire Triangle, ENS LSH)
    Salmon Marie (auditrice Philosophie, ENS LSH)
    Sarfati-Lanter Judith (ancienne élève, Lettres modernes 1997, ATER
    Université Bordeaux 3)
    Senellart Michel (PU philosophie, ENS-LSH)
    Sibertin-Blanc Guillaume (ancien élève, Philosophie 1998, ATER Lille 3)
    Tanon Fabienne (MC, Chargée du suivi pédagogique des élèves étrangers,
    ENS LSH)
    Tissier Jean-Louis (ancien élève, Géographie 1968, PU Paris 1)
    Toubert Victor (élève ENS LSH, Philosophie)
    Traversier Mélanie (ATER Histoire, ENS LSH)
    Van den Avenne Cécile (MC Sciences du langage, ENS LSH)
    Verger Mathias (élève ENS LSH, Lettres modernes)
    Vincent Julien (ancien élève, Histoire 1995, ATER Université Paris 8)
    Vogel Marie (MC Sociologie, ENS LSH)
    Wang Frédéric (MC Etudes chinoises, ENS LSH)
    Wittmann David (ancien élève, Philosophie 2000, AMN Université de Tours)
    Wluczka Amélie (élève ENS LSH, Histoire)
    Zancarini Jean-Claude (PU Etudes italiennes, ENS LSH)

    http://euro-holocaust.splinder.com/post/17326458/Segnalazione+libraria+-+Parte+

  • xva

    molto interessante!!
    sapresti darmi qualche sito o titolo di libri per approfondire l’argomento?
    grazie

  • Barruel

    Ho la videocassetta de Il destino di Youssef Chahine dedicato alla vita di Averro. Non si racconta dell’Inquisizione europea bensiì di quella….islamica, in quanto Averro era considerato un Sufi.

    Quanto a Dante averroista… beh è la teoria di qualche professore massone della fine dell’Ottocento tipo Arturo Reghini, ma non è certamente sostenibile da parte di chi si legga il Poema con un minimo (minimo) di onestà intellettuale: è un trionfo di Cristo, Madonna e santi! Diamine, signorina di “Liberazione”, vada a farsi un tuffo in mare e si rinfreschi le idee!

    Con tutto questo, mi pare evidente che il contributo islamico alla cultura europea sia stato molto importante, e certamente superiore a quello ebraico, per lo meno nel Medioevo.

  • Lif-EuroHolocaust

    A quel che ricordo del film di Chahine, si accenna solo nei primissimi minuti all’Inquisizione, ma, come appunto dici, il resto del film è sul fanatismo islamico e sulla sua censura. Quindi la giornalista di Liberazione mente (ma è tipico di questo quotidiano, parlando di aree non-europee). Su Dante, mi è capitato di leggere tempo fa, ma non trovo la fonte, che se alcune idee sono filtrate non derivano dal mondo maomettano in quanto tale, ma da precedenti suggestioni persiano-zoroastriane. Ergo… indoeuropee. E comunque il tutto sarebbe da verificare.

  • abdiel

    Carissimo Barruel (bel nome d’arte, veramente… complimenti!),

    Per quanto riguarda la struttura esoterica nel poema dantesco le opere esistenti seppur poco numerose sono di altissimo livello di ricerca e ad esse come al solito nessun “dantista” mafio-accademico ha mai risposto: la congiura del silenzio basta e avanza.
    Basta studiare il contesto storico epocale in cui visse Dante, Toscana, Italia, Europa e il grosso del lavoro è fatto.
    Ti consiglio per cominciare Dante Tempalre, opera del 1946 di un benedettino, Robert John, scusa se è poco…
    Se non ti viene un ictus passa pure a Il linguaggio segreto di Dante e dei fedeli d’amore di Luigi Valli.
    Quando ne avrai il fegato ti aspetterà a braccia aperte il classico del 1919 Dante e l’Islam dello spagnolo Palacios, un sacerdote islamista…
    Se proprio ci tieni alle interpretazioni massoniche ti consiglio il semplicissimo e be impostato Dante templare e alchimista di Primo Contro.
    Un ultima cosa: procurati e leggiti la divina commedia così saprai di cosa si parla quando si parla veramente di Dante e dell’ambiente templare di cui egli fu un grande esponente.
    Reghini con Dante poi non c’entra per nulla, come matematico era più interessato a Pitagora e come filofascista al simbolo del littorio e alla storia della Roma imperiale.
    Nelle epoche passate le opposizioni culturali e politiche dovevano occultare se stesse e le proprie ideologie dietro i simboli del potere praticando un entrismo nelle istituzioni miranti a sostiture nei posti chiave
    membri della propria setta allo scopo di trasformare l’esistente.
    E’ un bel argomento, vasto e complesso ma su cui c’è tutto da fare ancora.
    Il prezzo che si paga per questi argomenti è di lasciare il monopolio ai reazionari che ne fanno un uso improntato alla menzogna storica ed all’occultamento di eventi su cui le autorità fanno di tutto affinché non si sappia nulla delle società egualitarie che durarono migliaia di anni e che vennero annientate dai protonazisti indoeuropei: latini, greci, germani, ecc.
    Ti consigli a proposito Riane Eisler, Il calice e la spada.
    Buona lettura.

  • Lif-EuroHolocaust

    Ah, ecco lo sfondo ideologico dietro certa esaltazione dei presunti debiti al mondo maomettano: distruggere la portata universale delle culture europee (protonazisti indoeuropei?) per esaltare una mai esistita società giusta orientale (anche altrove, ultimamente, si trovano esaltazioni dell’impero ottomano, ombrello per tutte le genti, o simili).

    Io consiglio, lateralmente, la lettura di “L’enigme René Guénon et les Supérieurs Inconnus” di Louis de Maistre: perchè c’è un rivolo occulto che vuole piegare la spiritualità europea e universale sotto un progetto “asiatico” e “monoteista” (ma non cristiano).

  • abdiel

    Niente ideologia amico,
    ma storia con tanto di reperti materialissimi, cioè archeologici e rielaborazione teorica del tutto attraverso le più recenti metodologie ermeneutiche applicate appunto alla ricerca archeologica e cioè l’archeologia dell’intangibile: ricostruire sulla base dei dati noti e molto abbondanti la mentalità e il sistema di credenze delle culture senza scrittura e non primitive o selvagge, come gli Occidentali le hanno chiamate a lungo.
    Le culture non muoiono mai veramente, quelle che produssero poi forme di sapere e modalità di convivenza civile meno che mai. Gli indoeuropei, vero culto accademico alla razza ed esaltazione e giustificazione degli abomini europei nell’intero pianeta, stanno vivendo una pessima stagione, anche se gli apparati accademici da buone cosche mafiose reggono grazie unicamente ai finanziamenti che il sistema loro garantisce immancabilmente per i servizi resi alla causa: il giustificazionismo di quanto fatto appunto dall’Occidente.
    Ma i fottuti Kurghan sono veramente i nostri più remoti antenati e la prassi di dominio e sopraffazione si sono adattate alle epoche e culture ma mai hanno cessato di essere.
    E’ questo che spiega la censura oramai secolare sull’esistenza di culture preistoriche progredite socialmente e culturalmente pienamente integrate nell’ambiente a cui non procurano danni in quanto la natura è il corpo vivente della divinità, della grande madre per la precisone, che essi adorano e rispettano così come rispettavano e adoravano il oro corpo inteso come strumento di propagazione e ricevimento del piacere, dimostrazione dell’esistenza del divino.
    Gli indoeuropei hanno annientato l’Eden a colpi di incursioni di cavalleria con tanto di carri da guerra facendo strage di uomini vecchi bambini e donne, soprattutto le sacerdotesse della grande madre depositarie di conoscenze e pratiche estremamente raffinate e profonde che sopravvivono frammentariamente in quello che l’ignoranza comune chiama esoterismo e cioè tao, zen, yoga, tantra yoga soprattutto, reincarnazionismo, agopuntura, farmacopea vegetale, vegetarianesimo, cosmologia, alchimia, sciamanesimo, ecc.
    Come si può anche soltanto per scherzo pensare che dei rozzi anzi bestiali pastori di greggi o mandrie oceaniche dediti alla devastazione dell’ambiente e alla dominanza sui propri stessi simili cioè i kurgan o indoeuropei morti di fame senza gregge e quindi indegni di prendere moglie, abbiano potuto fare qualcosa di vagamente positivo?
    L’Occidente è la prosecuzione da sei millenni delle devastazioni indoeuropee: dove c’è da saccheggiare si va e si distrugge: cose, esserei umani, culture, ambiente.
    In quanto ai tutti i vari ignoranti e pseudo spirituali Guenon, Evola, Ouspensky, Mircea Eliade, Benveniste, Dumezil, Gurdjieff e chi più ne ha più ne metta, non hanno fatto altro che attribuire ai protonazisti indoeuropei quanto questi prelevarono riadattandolo in senso classista ciò che di più notevole le culture neolitiche produssero.
    L’età dell’oro di Esiodo presente come mito in tutte le culture del mondo, insieme al mito del diluvio universale e il culto delle dee madri, diventate con gli indoeuropei mogli da cornificare o dee o semidee o donne da stuprare, sono ulteriori indizi di quele fu il modo di operare di questi “creatori di civiltà”.
    Oggi si fa lo stesso si inneggia alla democrazia e si devastano popoli in nome del petrolio o altre materie prime o vasti sbocchi per i mercato imperialista mondiale e creare basi militari permamenti per il controllo militare dell’intero pianeta.
    La storia non è iniziata 6000 anni fa, 6000 annni è cominciata la sua agonia che è terminata con la distruzione della Creta minoica. Ma la storia, specialmente quella effettivamente accaduta non è certo il forte dell’uomo comune sia esso di destra o di sinistra. Ben altri miti hanno preso il posto di quelli antichi anche se la loro sostanza resta in funzione della gerarchia dell’oppressione e dello sfruttamento a vita.
    Io li ho letti e tutti i tuoi autori fascisti e fascistoidi, tu vedi di acculturarti con studi rispettosi di quanto accaduto realmente, se non altro capirai meglio anche “Il signore degli anelli”, che di cose il cattolicissimo Tolkien ne aveva intuite un bel po’ ma che si è gaurdato bene dallo spiegare.
    La sudditanza di un uomo qualunque come te e me ad una qualunque ideologia che stimoli unicamente servilismo e disinformazione, cioè menzogna sui fatti storici così come quelli politici quotidiani è qualcosa di vergognoso, capisco la radice esistenziale che può muovere a cercare di aderire ad appartenere a qualcosa di elevato e profondo, ma ciò non è certo il caso della cosiddetta politica. Affrancarsene è segno di emancipazione morale e intellettuale. Denunciare i misfatti del partito unico istituzionale è un dovere irrinunciabile, senz asalvare nessuno o suggerire alal Marco Travaglio e soci che se i politici fossero altre persone o veramente onesti non farebbebro quello che fanno o dicono: questo è un modo vigliacco di criticare lo stato di cose esistente, si diventata una specie di santone delal critica politica al sistema e non si spiega come mai il sistema non può che comportarsi come si comporta e che se anche a gisse nel migliore dei modi suggeriti dai vari mistici del sistema elettoralistico il sistema di sfruttamento resterebbe comunque e continuerebbe a devastare uomini e cose. Cosa c’è di difficile da capire?
    Come vedi il presente ha radici lunghissime, sino al paleolitico addirittura, l’uomo è antico veramente e non sempre è stato malvagio, anzi non lo è mai stato, è soltanto il potere a farlo diventare così, se gli uopmini fossero entità demoniache come il pensiero reazionario lo descrive che bisogno ci sarebbe dei vari addestramenti militari o professionali vari.
    E’ la mancanza di reali alternative alla realtà storico sociale che le sinistre storicamente succedutesi da un buon paio di secoli hanno scrupolosamente evitato di creare a far sì che gli esseri umani, uomini e donne patteggino in un modo o nell’altro con il quotidiano e si vendino e si svendino. Le istituzioni controllano e puniscono al momento opportuno, altro non possono fare, tutto al più cooptano coloro che tradendo determinati ideali in quanto rappresentanti di chi li ha eletti nei posti chiave, si rendono disponibili a gestire lo stato al posto della vecchia classe dirigente sputtanatasi nel frattempo. L’elettoralismo non è altro che un sistama di corruzione e funziona magnificamente, da noi vota addirittura più dell’80% degli aventi diritto, più disperati di così… se pensi che la quasi totalità di chi scarabocchia schede elettorali con una X (segno di analfabetismo comunque) non ha nulla da guadagnare da nessun programma elettorale uno più vuoto dell’altro.
    Buon acculturamento a te e a tutti gli uomini di fede di destra di sinistra e anche a quelli di centro anche se non quest’ultimi a rigor di logica non dovrebbero averne bisogno.

  • abdiel

    Carissimo,
    come ben sai i cosiddetti Greci non sono stati altro che uno degli innumerevoli rami dei popoli indoeuropei [Ioni, Eoli, Achei o se preferisci micenei, quest’ultimi veri nazisti dell’antico mediterraneo orientale che fecero precipitare l’area in un periodo che gli accademici stessi chiamano da sempre medioevo (scusa se è poco) ellenico], e quindi dire che i Greci e i loro discepoli latini in seguito sono alla base della civiltà à Occidentale è una pura tautologia.
    Non ci sarebbe da vantarsi di questo anzi ci si dovrebbe vergognare ma visto che il servo spesso ragiona come il padrone la cosa non meraviglia di certo quei poichi che come me cercano di far ragionare chi non vuole o proprio non è nato per farlo ma non si esenta da sparare giudizi o propagare opinioni reazionarie e affatto originali e ben documentate e argomentate come quell’ignorante cattedrattico clerico fascista di sui riproduci il temino, di quel tale Roger Pol Droit.
    La mancata ellenizzazione che l’autore rimprovera agli Arabi se è per questo non ha infettato nemmeno l’Occidente alto medievale eppure egli non dice nulla a proposito. Infatti, il medioevo cristiano è l’esatto corrispettivo dell’Islam nei territori europei, a trionfare fu una concezione religiosa, giuridica e politica, guarda caso come nell’Occidente cristiano. Il problema per entrambi era infatti giustificare le loro rispettive Rivelazioni, un bel lavoro veramente.
    E’ ovvio che valorizzando quei pochi e insignifianti episodi da gossip accademico, insignificanti sul piano storico naturalmente, come lo studioso fa e ignorando la loro scarsa se non nulla portata culturale egli crede di aver risolto la questione dell’apporto arabo alla cultura europea nel Basso medioevo.
    Nell’alto medioevo la cultura greca circolava in modo elitistico come oggetto da collezione raro e le sue conseguenze all’ampiamento e alla stimolazione della cultura soiprattutto inteso in senso di stimolazione ad emulare gli antichi e non contemplarli o limitarsi a leggerli e basta era del tutto assente duranet la Dark Age nota da noi come Alto medioevo.
    L’età comunale soltanto ha potuto realmente operare questo cambiamento epocale usufruendo dei vasti apporti garantiti dal regno omayyade di Spagna verso cui si recavano color che in Occidente all’epoca volevano ampiare la loro cultura e far avanzare il secolare sonno cristiano feudale. Dopo l’anno 1000 alcune aree dell’Europa si aprono ai contatti esterni ed i commerci su vasta scala rinascono e si espandono. Ciò è avvenuto ovviamente lontano dalal tutela mortale del clero cattolico feudale e cioè nei territori controllati dall’Impero, i Comuni infatti sorsero e si svilupparo nell’Italia centrosettentrionale e nel mar baltico (lega anseatica) posti sotto il controllo del laico Sacro Romano Impero.
    Gli Arabi apportarono anche prosperità economica prim aancora in Sicilia, abbattere un vecchio padrone e sostituirlo con uno nuovo può a volte essere vantaggioso se quello nuovo rimuove le cause di precedenti stagnazioni soacili, economiche e culturali. Tutto qui. Chi abbatte un vecchio potere può essere buddista, musulmano, cristiano, nero, bianco, giallo, uomo, donna o omosessuale. Il potere non bada a questi particolari.
    L’essenza di ogni discorso in campo storico è che i cambiamenti sono operati da elite criminali che usano la guerra cioè lo stato per conseguire i loro disegni di dominio all’interno come all’esterno, ciò rende triste e noioso il panoramo storico degli ultimi millenni, non è la ragione a provocare mutamenti funzionali al benesere delal collettività in quanto non esiste una collettività ma una vasta frammentazione del popolo in funzione di criteri socioeconomici che permette a chi controlla l’apparato statuale di fatto una libertà assoluta e ampia.
    Una nuova disciplina dovrebbe nascere e cioè l’Occidentologia, per poter tener testa al cumulo millenario di menzogne storiche e denunciare il più grande apporto alla scienza del crimine prepetrato ai danni dell’intera umanità. Non sarebbe davvero male, anzi.

  • kongazz

    Davvero una bella storia, fatta di tolleranza e sapienza, una cosa che non so perchè mi ha colpito dell’Islam è che ho sentito che per loro è vietato raffigurare dio in quanto credono da quanto ho capito che un’entità superiore non può essere raffigurata ed infatti nelle moschee al contrario delle nostre chiese che sono piene di “fumetti” non ci sono rappresentazioni di allah.