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LA BIRMANIA: UN’AUTENTICA TRAGEDIA SOCIOLOGICA


DI CARLO GAMBESCIA

Non si può certo difendere un regime che, come accade, ordina ai suoi sgherri di sparare su una folla di monaci indifesi. La Birmania, o Myanmar (secondo l’attuale denominazione) è un paese privo di libertà, almeno nel senso in cui la intendono le organizzazioni internazionali votate a promuovere i valori dell’Occidente.

Ma per liberarsi, una volta per sempre, dei militari, unica istituzione sociale esistente insieme alla “chiesa buddista”, sarebbe necessaria una struttura sociale alternativa, che attualmente non esiste.

Che cosa vogliamo dire? Che le rivoluzioni democratiche e liberali implicano la presenza di un ceto borghese e di una società civile: due fattori sociali che in Birmania praticamente non esistono. Pertanto la caduta di un pessimo regime militare, favorirebbe quei gruppi di pretoriani più favorevoli a una specie di democrazia controllata, ma sempre reversibile.Qualche dato a conforto nelle nostre tesi (rinvenibile in qualsiasi buona enciclopedia aggiornata): il 75 % della popolazione birmana (circa 45 milioni di abitanti) vive di agricoltura; reddito e tasso di sviluppo umano sono tra i più bassi del mondo; il ceto commerciale è costituito da non birmani ( i birmani sono il 69% della popolazione): cinesi, pakistani, tailandesi e indiani. Quanto alla sfruttamento delle risorse naturali (di cui il paese sembra apparentemente ricco) è in crescita l’estrazione del petrolio e la produzione di gas naturali. Si tratta di settori controllati in larga misura dallo stato, che nel caso di privatizzazioni post-regime militare finirebbero in mani straniere, con la stessa complicità delle famiglie di militari, riciclatasi, come di regola avviene, alle attività civili. Dal momento che la famiglia allargata, in senso patriarcale, sembra sia l’unica struttura sociale tra quelle militari e religiose da una parte, e una popolazione dispersa in villaggi rurali dall’altra. I Birmani sono al 90% buddisti (la cui etica sociale, dunque, non è precisamente in linea con i valori individualistici e competitivi dell’Occidente). Inoltre ai suoi confini politici (con Bangladesh, India, Cina, Laos e Thailandia) vivono differenti etnie ( tra le maggiori: Kachin, Karen, nonché i cosiddetti gruppi delle pianure, Shan ), che in una situazione di caos politico, potrebbero trasformarsi in poteri “centrifughi” (o comunque in grado di imporre rinegoziazioni). Anche perché nella parte orientale, in corrispondenza del “triangolo d’oro”, è attivo un settore economicamente forte e collegato alla criminalità internazionale, come quello della coltivazione dell’ oppio.

Insomma, la caduta di quel che moralmente ripugna (una spietata dittatura militare), potrebbe condurre soltanto a una democrazia puramente formale, sempre controllata dai militari (magari da lontano), e dagli importatori di petrolio, gas naturale e oppio (tramite alcune grandi famiglie locali, sempre legate ai militari).

La nostra, ovviamente, non è un’analisi da studiosi di questioni internazionali. Cerchiamo solo di dimostrare sul piano sociologico, che senza prerequisiti e profonde trasformazioni sociali e culturali (che richiedono decenni se non secoli), l’introduzione della democrazia formale, non può portare nell’immediato, alcun vantaggio sostanziale a popoli non occidentali, come quello birmano. Anche la totale apertura al turismo occidentale, finirebbe per essere gestita – vista l’assenza di una imprenditoria birmana – da stranieri, e in particolare da grandi società occidentali. Con tutto quel che seguirebbe dal punto di vista di un’economia satellite, nell’ambito della disgregazione sociale e dello sviluppo di fenomeni come prostituzione, gioco d’azzardo, vendita e consumo di droghe. E una volta avviato uno sviluppo di tipo coloniale (seppure di tipo “postmoderno”), è difficile invertirne la rotta sul piano delle strutture sociali, perché i poteri si ricompongono e solidificano, fino a diventare impermeabili a qualsiasi riforma democratica basata sulla persuasione e la non violenza. Il che, di regola, provoca la nascita di un contropotere militare, lo scoppio di guerre civili, e la formazione di nuove élite militari “rivoluzionarie”, che a loro volta, appena giunte al potere, si solidificano in caste, e così via.

In conclusione, cacciare i militari, in assenza di alternative sociali, paradossalmente, può rendere il popolo birmano, formalmente più libero, ma sostanzialmente ancora più povero e disperato.

Se ci passa l’espressione, ci troviamo davanti a un’autentica tragedia sociologica.

Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
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28.09.2007

Pubblicato da Davide

  • Tao

    SANGUE A RANGOON

    I Tg esteri parlano di “rivoluzione” dei monaci. Non di protesta, non di “manifestazioni” , ma proprio di “rivoluzione”. Il regime di Rangoon è una casta militare che è costituita dagli eredi di coloro che, con le armi, presero il potere nel 1962. I monaci guidano i cortei e quando la gente li vede li applaude e si affianca, creando catene umane e camminando cantano, pregano e gridano slogan. Ma la polizia, in tenuta antisommossa li aspetta agli incroci, attaccandoli coi gas lacrimogeni. La folla si siede a terra e sfida il gas lacrimogeno, aspettando che smetta l’effetto, per rialzarsi e continuare la marcia. I poliziotti allora hanno cominciato a sparare ad altezza d’uomo. (1) Dicono che ci son stati 9 morti, ma chi ha ossservato gli eventi dalle piu alte terrazze, dice che di corpi sdraiati, rimasti immobili per le strade, ce ne sono molti di piu’. Migliaia.

    Quando calano le tenebre comincia la caccia ai monaci, con i rastrellamenti nei conventi. Non solo: poichè il criminale regime militare non intende piegarsi e non vuole testimoni, rastrella pure gli alberghi a caccia di giornalisti che si spacciano per turisti, in quanto la stampa e i fotografi, non sono tollerati. Ieri un reporter giapponese è stato ucciso e il Giappone ha ritirato per protesta i propri ambasciatori e consoli dalla Birmania. Ieri, poi, anche l’ONU si è espresso. Si voleva sanzionare il regime, ma Russia e Cina han fatto valere il loro diritto di veto e hanno bloccato tutto. I cinesi si limiteranno ad un’ammonizione. I russi non si sa. Bush ha detto che gli USA comunque sanzioneranno gli alti papaveri del regime militare birmano. Oggi, l’Onu ha mandato un suo delegato-osservatore, accettato dai birmani, non si sa bene a fare cosa.

    Il senso di solidarietà che anima l’occidente, verso questo paese così divaricato, tra i pochissimi ricchissimi e la moltitudine appena sopra la soglia di povertà, lo attribuisco certamente alla simpatia verso i monaci (come vedete esistono anche religioni decenti) pronti a fare da “sacchetti di sabbia” col loro corpo per una popolazione umiliata dagli ultimi intollerabili aumenti dei prezzi dei generi di prima necessità (in particolare sarebbe stata messa in ginocchio dal prezzo del gas naturale). E proprio questa simpatia ci induce particolarmente ad un senso umanissimo di impotenza.

    Come esprime Zio Buddha in qualche commento: che si puo’ fare? se la Cina non vuole dare sanzioni, si puo’ agire su di essa (che ha rapporti imperialistici privilegiati con la dittatura birmana), per esempio boicottando le olimpiadi di Pechino e i prodotti cinesi?
    Diciamo che si puo’ provare, anche se, allo stato attuale, boicottare la Cina equivarrebbe a boicottare gli USA o Israele, che, come si sa, l’ONU non tocca manco per le cose piccole.

    Ma il capitalismo è la macchina economica che tiene su sta giunta militare al prezzo della povertà del “popolaccio”. I potenti birmani fanno tali affari coi vicini da essere tutelati anche quando ordinano nazisticamente di sparare altezza-uomo a gente inerme che urla per strada in perfetto pacifismo. Ergo: dubito che ci sia qualcuno che, disinteressatamente, si metta contro la Cina per difendere i birmani.
    Al massimo ci puo’ essere qualcuno che, approfittando delle polemiche, si toglie “il sassolino nelle scarpe”, generato magari da qualche affaruccio che la casta militare birmana non ha concluso secondo i profitti previsti.

    Anche qui, penso che (tutti noi) bisognerebbe far pressioni, in tutta Europa, sui propri governi affinchè accettino di portare ai birmani l’istanza di creare delegazioni di persone armate di fotocamera e videocamera, che obbligatoriamente i birmani dovrebbero tenersi in casa a mò di testimoni.

    L’opinone publica occidentale potrebbe ottenere qualche risposta, assediando i consolati birmani e magari pure cinesi. Certo, non si puo’ pensare che dall’”alto” arrivi qualche iniziativa “umana” perchè cio’ significherebe che il capitalismo è umanizzato, il che non è perchè altrimenti si sarebbe trovato il modo di aiutare i Birmani già nel 1988 quando i cittadini si coalizzarono intorno alla leader di opposizione San Syu Ki, la cui protesta le costò il carcere e alla popolazione costò successivamente il saccheggio di tremila villaggi (2) e (sembra, perchè questo non è un problema da poco, dico quello del numero…) oltre diecimila morti.

    La mia idea è che i casi sono 2: o la comunità internazionale agisce per dar fastidio alla Cina, magari per obbligarla a trattare su altre questioni che hanno a che fare col business ( e in cui la quetione birmana non c’entra una cippa) o non vi sarà alcuna svolta per alcuna democrazia in quel paese. Avrebbero potuto intervenire nell’ 88. Ma, oscurati dai mass media,allora tutti presi dalla fine del “secondo mondo”e dal “trionfo della civiltà sulla barbarie comunista”, i militari birmani han potuto fare impunemente i loro massacri.

    Oppure, se oggi sarà diverso, la questione sarà compensata da un altro oscuramento, magari un piccolo massacro a Gaza, così, per far fuori qualche barbaro in piu’.
    cmq solidaretà al popolo birmano.
    Qui un appello di Jim Carey al presidente noncontouncazzo dell’ONU.

    Fonte: http://www.cloroalclero.com/
    Link: http://www.cloroalclero.com/?p=107
    28.09.07

    Note

    1) http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/esteri/birmania/birmania-decimo-giorno/birmania-decimo-giorno.html

    2) http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/esteri/myanmar-aung/myanmar-aung/myanmar-aung.html

  • Tao

    COOPTARE LA RIVOLTA DEL MYANMAR

    DI LENIN

    Chiunque osservi le notizie potrebbe pensare che un grappolo di monaci birmani abbiano semplicemente deciso di inscenare delle proteste per la democrazia e la libertà di fronte a fotocamere nascoste tutto all’improvviso – bene, cosa pensate? – l’amministrazione Bush ed il New Labour hanno deciso di difendere loro e Aung San Suu Kyi. Forse quando David Miliband ha cominciato ad esultare sulla Birmania, vi ha fatto venire in mente del lungo coinvolgimento imperialista della Gran Bretagna nel paese, come pure dell’appoggio di lunga data del New Labour alla dittatura, compreso il rifornimento di finanziamenti ed armi per aiutarla a soffocare il dissenso. Forse i vostri sospetti sono stati sollevati dal fatto che le proteste in Thailandia contro il colpo di stato appoggiato dagli USA sono state represse persino più violentemente, molto più rapidamente e hanno provocato una guerra a bassa intensità (1) in parti del paese, senza i titoli a caratteri cubitali. Forse avete sollevato un sopracciglio quando un non rasato Brian Joseph del National Endowment for Democracy, che raramente ha visto un complotto per un colpo di stato di destra che non gli piacesse, ha cominciato ad apparire come un esperto del Myanmar in tutti i rapporti di notizie. E forse quando avete sentito che stavano spendendo sull’opposizione là alcuni milioni di dollari del governo USA, la vostra mente ha snocciolato tutte le possibilità di attribuire un marchio. La Rivoluzione Garuda? Forse era questa l’intenzione del turismo genocida alla Rambo.(2)

    Vi è da anni un movimento popolare contro il Consiglio della legge e dell’ordine dello Stato, ovviamente, e questo è parte di una genuina rivolta. I monaci sono una parte importante e stimata della società perché forniscono istruzione e servizi sociali, mentre la dittatura sfrutta semplicemente il popolo. Così perché dovrebbe essere che il governo degli Stati Uniti, negli ultimi anni, applica assieme ai suoi alleati sanzioni alla Birmania? Perché difende il principale leader democratico, Aung San Suu Kyi? Solamente uno struzzo penserebbe che abbia qualcosa a che fare con la democrazia. Bene, in molti modi è lo stesso che a Timor Est. L’occidente, dopo aver appoggiato per anni un regime genocida, ha terrorizzato l’opposizione nell’accettare un programma neoliberista. La Lega Nazionale per la Democrazia della Suu Kyi ha promesso che, subito dopo aver preso il potere, attuerà aggiustamenti strutturali aprendo agli investitori internazionali enormi parti dell’economia. Qui vi è molto più di un parallelo: Suharto era uno dei più stretti alleati della giunta birmana prima che un’insurrezione si liberasse di lui ed un regime neoliberista poliarchico in entrambe gli stati ristabilirà la simmetria fino ad un certo punto. Così, è un’altra fase nella transizione da dittature antisocialiste utilizzate da Washington a regimi meno coercitivi nei quali l’opposizione è stata praticamente castrata. L’esperimento lanciato in Cile nel 1973 è stato davvero molto riuscito.

    La Gran Bretagna, che andava bene con il vecchio regime, ora spera di fare anche meglio con quello nuovo. Ed allo stesso tempo ha una possibilità di rimolarizzare la sua screditata politica estera. Si apriranno nuove opportunità per una intensificata accumulazione del capitale e ,con tutta probabilità, gli indici di sanità ed alimentazione – già così miseramente scadenti che contribuiscono a livelli di morte da genocidio in alcuni segmenti della popolazione – peggioreranno. Naturalmente, mentre l’LND è il beneficiario naturale di qualsiasi riuscita rivolta, non vi è nessuna garanzia che il popolo accetterà semplicemente il programma neoliberista. Dipende quanto il rovesciamento dello SLORC è un risultato della mobilitazione di massa e quanto di esso accade come un risultato del compromesso e dei trasferimenti dell’elite che furono diffuse in Europa orientale dopo il 1989 ed in recenti rivoluzioni colorate. Una massa ribelle di recente vittoriosa può essere disobbediente in modo sorprendente.

    Versione originale:

    Fonte: http://leninology.blogspot.com/
    Link: http://leninology.blogspot.com/2007/09/coopting-myanmar-revolt.html
    26.09.07

    Versione italiana:

    Fonte: Fonte: http://freebooter.interfree.it/
    28.09.07

    Traduzione a cura di Freebooter

    NOTE

    http://www.atimes.com/atimes/Southeast_Asia/II26Ae01.html
    2) http://leninology.blogspot.com/2007/05/rambo-does-humanitarian-intervention.html

  • Matt-e-Tatty

    Eventuali interventi sia da parte del sistema occidentale che di quello orientale sarebbero sempre per scopo di lucro e quindi di predazione delle risorse del paese, (cosa che già avviene senza intervento ma semplicemente armando e finanziando la dittatura) unica speranza per quella gente sarebbe un governo religioso (uno dei pochi casi in cui moralmente sarei daccordo) ma è un’idea puramente utopica perchè qualsiasi pacifica rivolta viene soffocata nel sangue. Povera gente, condannata alla schiavitù o al massacro, credo che per loro non ci sia molta speranza.

  • Tao

    Ore decisive per la Birmania. Quello che avverrà poi, lo vedremo in seguito
    Il mondo si accorge che esiste la Birmania. Uno dei meriti della protesta sacrosanta dei monaci della capitale e delle principali città del Myanmar è innanzitutto questo. L’attenzione del mondo si concentra su questo angolo del sud est asiatico, scosso dalla più imponente manifestazione degli ultimi venti anni. E per tutti gli attori, diventa così più difficile agire senza dare nell’occhio, senza scatenare reazioni nelle coscienze delle “pubbliche opinioni” delle nazioni democratiche.

    Fare pronostici su chi vincerà questo pericoloso braccio di ferro (i rigorosi monaci interpreti dell’esasperazione di un intero popolo o i paranoici gerontocrati in stellette rinchiusi nella finta capitale Naypidaw) è difficile.

    C’è chi sostiene che vinceranno i generali, soffocando la rivolta nel sangue, nella repressione di cui sono maestri, o semplicemente facendo valere il peso delle minacce nei confronti di gente che conosce la brutalità e la capillare efficienza della macchina poliziesca del regime. C’è chi è invece certo della vittoria dei manifestanti, forti appunto di una solidarietà ideale del resto del mondo e dello spettro di nuove sanzioni economiche prospettate dall’Occidente al regime.

    “Popoli” guarda con attenzione all’evolversi della situazione. E’ normale che chi si occupa da qualche anno di portare aiuti umanitari ad una etnia perseguitata dalla giunta militare speri che l’aggressore venga indebolito, messo in crisi, ridimensionato dalla dissidenza interna. A “Popoli” interessa innanzitutto la sicurezza e la libertà per i Karen, che in questo momento sono ancora negate dai generali birmani.

    Ma siamo consci del fatto che questa sfida, chiunque ne sia il vincitore, porterà probabilmente nuovi drammi per le orgogliose genti delle colline dell’est.

    Personalmente, e forse troppo ottimisticamente, ho la sensazione che il regime abbia il tempo contato. Ci sono due motivi per cui mi lascio andare a tale speranza (conscio però di poter essere smentito nelle prossime ore da qualche decisione forsennata dei vecchi di Naypidaw). Il primo è l’atteggiamento dell’esercito in questa fase della protesta. Straordinariamente pacato negli interventi. Cinque, dieci morti, forse venti e qualche centinaio di arresti dopo diversi giorni di agitazioni sono un bilancio incredibile, in un paese in cui quotidianamente le forze armate investono i villaggi dell’est incendiando, stuprando e uccidendo.

    La grande manifestazione del 1988, alla quale parteciparono soprattutto studenti universitari e lavoratori di Rangoon, venne stroncata immediatamente dai fucili dei soldati: allora non si sparò in aria per disperdere i manifestanti. Si mirò alle teste dei birmani che osavano chiedere maggiore libertà. Diverse centinaia di vittime, c’è chi parla addirittura di 3000 morti. L’ odierna cautela dell’esercito potrebbe essere il prezzo pattuito per un passaggio di potere che risulti indolore per i vecchi generali.

    L’altro elemento che mi fa sperare in un non lontano cambiamento ai vertici dello stato è la presa di posizione della Cina, principale e indispensabile angelo custode della giunta militare.

    Pechino ha auspicato una ragionevole soluzione della crisi, invitando di fatto il governo di Rangoon ad evitare eccessive violenze. Non credo che la raccomandazione sia scaturita dal fastidio della leadership cinese per la vista del sangue (chiedete ai tibetani o ai dissidenti interni), quanto dalla considerazione che la Birmania, rappresentando un buon partner commerciale e un alleato strategico importante, va resa “presentabile” agli occhi delle altre potenze, USA in testa, con cui Pechino ha interesse a dialogare. Non va scordato che le Olimpiadi sono alle porte, e che l’ormai capitalista Cina cura molto il “look”.

    Il business, credo, vincerà la sfida. India, Cina, Tailandia, Singapore, Israele, più alcune importanti multinazionali occidentali hanno grandi interessi nel “paese delle mille pagode”.

    Il rischio di incontrare ostacoli di carattere diplomatico, problemi di immagine e legali (sanzioni) è forte, d’ora in avanti. Prima della marcia dei monaci tutti facevano quel che volevano, all’ombra del potente “Tatmadaw”, l’esercito birmano.

    La Unocal (l’azienda californiana amica dei Talebani durante la guerra che le milizie filo pachistane, foraggiate dal Dipartimento di Stato USA, conducevano contro il comandante Massoud) è da molti anni socia dei generali birmani. Il gasdotto di Yadana, costruito in partnership con la Total, attraversa territori “ripuliti” dalla presenza dei legittimi abitanti (Karen e altre etnie) grazie a violente azioni dei soldati di Rangoon.

    Israele da circa venti anni vende armi e “servizi” a esercito e sbirri birmani: si vede che la solidarietà, tra massacratori di popoli originari, è d’obbligo.

    New Delhi sta riempiendo gli arsenali del Myanmar in cambio del gas birmano, di cui la frenetica economia indiana ha estremo bisogno.

    Singapore ha stipato le sue banche di narcodollari provenienti dalle tasche dei trafficanti birmani e dei loro protettori in divisa. E la Tailandia (fedele alleato degli Stati Uniti) firma con Rangoon accordi milionari per costruire dighe e impianti idroelettrici sui fiumi che attraversano le terre dei Karen, destinate ad essere sommerse dalle acque.

    Non è escluso quindi che tutte le componenti della ambigua economia birmana premano sul governo perché questo inizi a considerare la possibilità di un negoziato con le forze democratiche. Per evitare danni alle loro redditizie imprese. E per continuare, in regime liberale, a rapinare le ricchezze del Myanmar, questa volta con altri complici.

    Infatti, i monaci stanno forse porgendo (più o meno inconsciamente) su di un piatto d’argento il Paese alle fameliche oligarchie britanniche, statunitensi e apolidi. C’è un forte legame che unisce la principale figura della dissidenza, Aung San Suu Kyi, alla Gran Bretagna. I circoli influenti, quelli della “esportazione della democrazia” a tutti i costi, sono particolarmente eccitati, in queste ore.

    E anche questo ci piace poco. Non ci pare infatti che le democrazie occidentali siano istituzioni particolarmente attente alle istanze fondamentali dei popoli che desiderano vivere preservando la propria specificità culturale.

    Se la piazza dovesse vincere, se il regime si dichiarasse disponibile a trattare con l’opposizione, se si preparasse un graduale cambiamento degli assetti politici, probabilmente nel giro di alcuni mesi verrebbe disegnata una “road map” verso la democrazia. Immaginiamo folle di “esperti” occidentali indaffarati a ristrutturare il sistema giudiziario, legislativo, economico del Paese. Sarebbero molto probabilmente ex dipendenti della Unocal e della Total, ex funzionari dell’antidroga statunitense impiegati per molti anni in Birmania in finte campagne di distruzione dell’oppio. O magari vecchi importatori svizzeri di rubini color “sangue di piccione”.

    Cosa succederebbe ai Karen in cerca di autonomia ? Verrebbero forse bloccati i progetti milionari che violentano la loro terra ? Verrebbero forse chiuse le fabbriche di eroina e di anfetamine contro le quali si sono così coraggiosamente battuti per tanti anni ? Verrebbe riconosciuto loro il diritto di chiamarsi “nazione” ?

    Temo che se dovessero continuare ad avanzare le loro legittime rivendicazioni, rifiutandosi magari di deporre le armi, da “combattenti della libertà”, come vengono ora definiti poiché si oppongono ad una dittatura, diventerebbero, per il baraccone mediatico internazionale governato dai soliti sovrani senza patria ne’ etica, dei “signori della guerra”, ovvero elementi terroristici che incomprensibilmente rifiutano le allettanti promesse della democrazia. Autodeterminazione, identità, tradizione: cosa sono per i freddi burocrati del parlamentarismo d’assalto ?

    Ma lasciamo la dimensione dei pronostici fantasiosi e torniamo ad oggi.

    I Karen, dimostrando ancora una volta una indole saggia e poco incline allo sciacallaggio, sono fermi, nella giungla, in attesa dello sviluppo della situazione. Agire subito con le armi avrebbe significato provocare i generali, costringere il regime ad una risposta violenta, avrebbe esposto i manifestanti al rischio di un bagno di sangue. Hanno invece fatto sapere che sono pronti (l’ordine è già arrivato ai comandanti operativi del KNLA), assieme alle truppe di altri gruppi etnici, a scatenare una grande offensiva contro il Tatmadaw in caso di repressione violenta della protesta dei monaci, nelle prossime ore.

    Non resta, per il momento, che attendere. Da parte nostra auspicando intanto la fine di una casta di macellai, trafficanti di droga, avidi affaristi senza scrupoli che ha affamato il suo popolo. La democrazia non c’entra. Vi sono stati nella storia regimi non democratici che hanno goduto del reale consenso popolare. Che hanno creato stati etici. Che hanno messo al primo posto il bene della nazione. Che hanno sfidato e combattuto le oligarchie criminali. Non è certo il caso della giunta birmana. Ne’ delle nazioni che in queste ore alla giunta stanno facendo la ramanzina, fingendo di non vedere quanto in fondo le assomiglino.

    Quel che verrà poi, è un’altra pagina di storia. Che “Popoli” spera verrà scritta dai Karen con lo stesso rigore, la stessa onestà e chiarezza di ideali che hanno accompagnato durante gli ultimi sessant’anni la loro lotta per la libertà.

    Franco Nerozzi
    Fonte: http://www.noreporter.org/
    Link: http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=9632

    28.09.07

  • Lestaat

    >>Che le rivoluzioni democratiche e liberali implicano la presenza di un ceto borghese e di una società civile

    No aspetta un momento….devo aver letto male!
    Senza ceto borghese, niente democrazia…
    Ah…
    Ok.

    O_O

  • WONGA

    Quando l’India cominciò il suo processo di decolonizzazione,attraverso Gandhi c’era forse una classe media o una borghesia?
    Se c’era era molto piccola e insignificante rispetto ad una stragrande maggioranza di agricoltori e di gente ai limiti della sussistenza.
    L’India si avviò verso la democrazia.
    Forse la democrazia è più una questione culturale che non sociale,no?

  • alcenero

    Una immagine significativa:

  • geopardy

    Con tutto il rispetto delle opinioni di Tao, da me più volte condivise, ma la fonte da lui citata questa volta mi lascia assai dubbioso.
    Riporto qui sotto una importante qualifica acquisita dall’autore della sua citazione.
    C’è anche un appunto sulla reale passata attività in Birmania dell’articolista di Noreporter, credo, nell’articolo sottostante.
    Potresti aggiornarci attraverso fonti più attuali, ad esempio un mercenario di Balckwater.
    Geo————————————————————————————–

    Tratto da Mercenari di Giuseppe Scalia:———————————————

    “Nel 2001 alcuni mercenari italiani furono indagati perché COINVOLTI NEL TANTATIVO DI GOLPE ALLE ISOLE COMORE in pieno Oceano Indiano organizzato da BOBO DENARD. I fermati ed indagati erano residenti a Verona, Roma, Trieste, Trento, Firenze, Parma. I due agli arresti domiciliari si trattava di Fabio Leva, 62 anni, di Lussinpiccolo (Croazia), e FRANCO NEROZZI, 40 anni,
    di Verona. Le accuse erano pesanti: il procuratore di Verona Guido Papalia contestava loro l’associazione con finalità di terrorismo internazionale, l’eversione dell’ordine democratico, la violazione della legge specifica sui mercenari. Gli italiani contattati avrebbero avuto il compito di intervenire nuovamente facendo affidamento sulle armi che avrebbero dovuto essere messe a disposizione da persone non identificate residenti tra Sudafrica e Mozambico.
    Dalle indagini è anche venuto fuori che alcune delle persone coinvolte AVEVANO PARTECIPATO IN PASSATO AD UNA MISSIONE IN BIRMANIA APPARENTEMENTE SVOLTA PER PORTARE AIUTI AL POPOLO KAREN, una minoranza che si oppone al governo in carica. Il gruppo, al quale si erano aggregati alcuni medici, totalmente ignari degli scopi reali della missione, era entrato clandestinamente in Birmania dalla frontiera con la Thailandia ed erano stati subito bloccati ed espulsi.
    Il tutto violando l’Art. 288 Arruolamento o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero.
    Chiunque, nel territorio dello Stato e senza approvazione del Governo arruola o arma cittadini, perché militino al servizio o a favore dello straniero, è punito con la reclusione da tre a sei anni. La pena e’ aumentata se fra gli arruolati sono militari in servizio, o persone tuttora soggette agli obblighi del servizio militare. Codice Penale Libro secondo: DEI DELITTI IN PARTICOLARE Capo II: DEI DELITTI CONTRO LA PERSONALITA’ INTERNA DELLO STATO
    Inoltre, in Italia, Paese che ha ratificato una convenzione delle Nazioni Unite dell’89 contro l’assunzione, l’uso, il finanziamento e la formazione dei mercenari, tutta l’attività è proibita e condannata con pene dai 4 ai 14 anni.
    Inoltre, sempre in merito a questa inchiesta è stato accusato di traffico internazionale di armi e di altri reati ad esso connessi.
    “IL PADRE DI TUTTI I MERCENARI” – COSì DENARD è CONOSCIUTO DAI SERVIZI SEGRETI DI TUTTO IL MONDO, PER LA SUA CARRIERA DI “GOLPISTA A PAGAMENTO”- all’età di 71 anni aveva escogitato il colpo di stato con pochi fedelissimi e addestratissimi mercenari, in cambio di una bella concessione dello stato (da parte dei funzionari che lui stesso sarebbe riuscito a far insediare) per la costruzione di un villaggio turistico a cinque stelle dove avrebbe passato il resto della vita tranquillamente adagiato sotto le palme.
    Il golpe gli stava riuscendo alla perfezione, essendo Denard riuscito a convincere a schierarsi dalla sua parte niente di meno che Sheik Ahmed Abdallah, potentissimo figlio di un ex presidente delle Comore, con grandi entrature nelle forze armate locali.”————–

    Ciao