LA BATTAGLIA DI QUOTA 162

AVVISO PER I LETTORI: ComeDonChisciotte continua a subire la censura delle multinazionali del web: Facebook ha chiuso definitivamente la nostra pagina a dicembre 2021, Youtube ha sospeso il nostro canale per 4 volte nell'ultimo anno, Twitter ci ha sospeso il profilo una volta e mandato ulteriori avvertimenti di sospensione definitiva. Per adesso sembra che Telegram non segua le stesse logiche dei colossi Big Tech, per cui abbiamo deciso di aprire i nostri canali e gruppi. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale Telegram.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

Che farai Pier da Morrone?
Se’ venuto al paragone…
Jacopone da Todi

Qualcuno si sarà stupito della veemente reazione di Gianfranco Fini nei confronti di Silvio Berlusconi, scontro che avviene l’indomani di un successo elettorale.
Per comprendere quella che appare quasi un’anomalia, dobbiamo prima valutare due scenari: la mutazione sociologica della realtà italiana da un lato, il cambiamento della percezione, in politica, della prassi utilizzata per raggiungere gli obiettivi.
E’ difficile, inoltre, separare completamente i due aspetti poiché interdipendenti e dialettici.

Un primo aiuto giunge da due lunghi articoli che scrissi circa un anno fa: “Non può che finire così” prima [1] parte e seconda [2] parte (collegamenti in nota). Riassumo brevemente:
Analizzate le cause del lungo declino italiano (privatizzazione della Banca d’Italia, Euro, dismissione del patrimonio industriale pubblico e dei servizi pubblici, deriva “autoritaria” in politica, legge elettorale, ecc) giunsi alla conclusione che il “sistema Italia” non poteva più reggere molto. Non trovando più soluzione sul piano politico generale – poiché implicherebbero, al minimo, la completa sostituzione della classe politica – essa viene individuata “salvando” la parte più produttiva del Paese ed abbandonando alla “elemosina europea” il resto. Questa, ripeto, è solo una brevissima sintesi: invito, prima d’inoltrarsi a disquisire sul breve quadro esposto, a leggere quegli articoli.

L’unica “novità” era rappresentata dall’affermarsi, al Nord, di un sempre più forte sentimento autonomista, rappresentato politicamente dalla Lega Nord. Tralasciando le vie che potranno (o potrebbero) condurre ad una secessione (poiché le secessioni sono generate dal mutare dei rapporti politici: la loro definizione “sul campo” è mera prassi del momento), notiamo che tale processo – dopo le elezioni regionali del 2010 – si è manifestato più nitidamente.
Un ministro leghista (Calderoli) che sale al Quirinale con una proposta di legge costituzionale già pronta, presentata in un semplice cenacolo privato, la dice lunga sul punto al quale il processo è giunto.
Lo scontro – apparentemente – sembra vertere solamente su questioni di voti e di maggioranze, mentre sono i processi politici che sottendono gli effetti che devono essere soppesati.

Gianfranco Fini riteneva, quando aderì al PdL, d’esser lui il Delfino; invece, si trovò nella parte di Bertinotti della scorsa legislatura: onorato, ma completamente isolato.
Al momento non sappiamo se Fini porterà a compimento il suo intento, ma riteniamo molto difficile che riesca a sottrarsi, ancora una volta, alle decisioni che lo attendono.
In sintesi, le decisioni di Fini lo confinano in due scenari, entrambi riconducibili alla vicenda di Bertinotti: a quello del 1998 oppure al secondo, del 2006.
Nel primo caso – gettando la spada nell’agone politico – Bertinotti riuscì a salvare il suo partito mentre nel secondo, la fine anticipata della legislatura ma anche le mutate condizioni politiche, lo condussero all’estinzione. Vorremmo essere una mosca, per conoscere qualche riflessione a voce alta di Fini, ma riteniamo che la “parabola” del leader comunista abbia attraversato più volte i suoi pensieri.

Continuare nella pantomima di un PdL “partito vero” condurrà Fini direttamente ad occupare, negli anni futuri, poltrone di una certa importanza (col rischio, però, di fare la fine di Pera o di Pisanu) ma lo sottrarrà completamente all’agone politico.
Formare un gruppo parlamentare interno al PdL – di fatto, un suo partito – in qualche modo gli restituisce margini di manovra che, col trascorrere del tempo, Berlusconi gli sottrarrebbe inesorabilmente.
Le lamentele di oggi sono figlie di quelle di ieri, quando AN s’accorse che, nel Nord, il consenso guadagnato con la “svolta di Fiuggi” era inesorabilmente eroso dalla Lega: alcuni coordinatori locali di AN – già alle elezioni regionali del 2005 – si lamentavano “che il partito, nel Nord-Est, stava sparendo”.
Da qui – oggi – riparte la vocazione “sudista” del partito di Fini: non a caso, una delle lamentazioni più calcate, riguarda proprio la situazione siciliana e del Sud in genere, unici luoghi dove Fini può ancora trovare consensi che non siano “oscurati” dall’espansione berlusconiana.

Per capire le sottili discriminazioni che sono state fatte nei confronti del potenziale elettorato di Fini, prendiamo come esempio un modesto emendamento alla Finanziaria che fu presentato da un “ex AN” sulla scuola.
Il sen. Valditara – vista l’assurda situazione che vede nella scuola italiana il 55% dei docenti con un’età superiore ai 50 anni (la media europea è del 30% di over 50) – si proponeva di “svecchiare” un poco il corpo docente pensionando i circa 60enni anche nel caso non avessero raggiunto i requisiti. Insomma, la sua proposta [3] “regalava” due anni di contributi figurativi. I costi? Irrisori (42 milioni in tre anni, meno di 15 milioni l’anno) ma, la commissione Bilancio, lo bocciò. Perché?
Non si trattava certo di questioni di bilancio: le vicende legate a Bertolaso ed all’allegra compagna di costruttori “gaudenti” che lo circondavano, ha mostrato ben altri livelli di spesa. Solo le spese di Palazzo Chigi sono aumentate, in due anni, di circa 1,5 miliardi di euro: non si tratta, quindi, di quei quattro soldi.
Insomma, il problema non è valutare la proposta di Valditara o i finanziamenti a Bertolaso, bensì di capire chi quei soldi avvantaggiavano.

Nel primo caso docenti (e la qualità della scuola in generale), nel secondo costruttori.
Fra quei docenti, non ci sono soltanto “comunisti” bensì persone di destra: non è un mistero che, nell’elettorato di Alleanza Nazionale, ci fossero moltissimi dipendenti pubblici, quelli che si sono visti dileggiati e trattati come ladri dal minus veneziano. Il risultato? Alle recenti elezioni regionali, 2 milioni di voti in meno per il PdL: riflettiamo che tutte le vittorie e le sconfitte elettorali sono oramai da osservare nel quadro di un’asta al ribasso. Vince chi perde di meno.
Se, al vertice, Berlusconi premia soltanto gli ex di AN et similia che si rivelano fedelissimi non al partito, ma alla sua persona – pensiamo alla Santanché, nominata sottosegretario per essersi prestata a giocare una parte nella vicenda privata del divorzio, accusando Veronica Lario di aver avuto una storia sentimentale…vicende squallide, del peggior gossip – nel Paese tende a premiare il suo elettorato ed a trarre risorse, per farlo, dall’ex elettorato di AN, assimilandolo per composizione sociale ai “comunisti”.

Nel volgere dei prossimi tre anni – dai vertici alla base – l’elettorato di AN sarebbe completamente fagocitato e privo di voce in capitolo. Umberto Bossi, che è “animale politico” come pochi – nel senso che avverte quasi “ad istinto” il mutare del vento – si mostra molto pessimista sulla ricomposizione del dissidio, e già pensa ad elezioni.
Questa la situazione attuale che potremmo circoscrivere a due situazioni: ricomposizione o frattura.

Nel primo caso, Fini seguirà il destino che è stato di Bertinotti nel 2006, nel secondo caso – in un modo o nell’altro – farà saltare il banco. Berlusconi non accetterà mai di governare passando ogni giorno sotto le forche caudine di Fini, e saranno quindi elezioni.
Da qui in avanti, il discorso diventa più interessante: dove andrà Fini?

Non è un mistero che siano già in corso, oggi, abboccamenti con Casini, con Rutelli e, probabilmente, con esponenti del PD, ma fermiamoci alla “triade” Fini-Casini-Rutelli.
Nel panorama di una forte disaffezione dell’elettor
ato di destra (2 milioni in meno! Il 5% circa degli aventi diritto!), questo nuovo “centro” potrebbe raggranellare fra il 10 ed il 15% dei consensi, forse più.
Restando pressoché stabile l’elettorato del PD e dell’IDV, la diminuzione dei consensi dell’asse PdL-Lega non consentirebbe più a Berlusconi di governare.
A quel punto, il “porcellum Calderolensis” si rivolterebbe contro Berlusconi stesso e, soprattutto al Senato, non ci sarebbe una maggioranza in grado di governare. Insomma, la famosa “quota 162” che fu l’assillo di Prodi.
Grande confusione sotto il cielo: chi avvantaggerebbe?

Non è un mistero che potenti lobbies stiano seguendo attentamente quanto sta avvenendo: dal Governatore Draghi che pubblica sempre dati economici più pessimisti rispetto a quelli del Governo, a Montezemolo ed alla Marcegaglia che chiedono soldi per le imprese, fino alle associazioni meno appariscenti, più occulte, ed agli scenari internazionali.
Sotto l’aspetto internazionale, il progetto secessionista della Lega non è visto di buon occhio: qualcuno (leggi: Germania) non gradirebbe certo di ritrovarsi un Centro-Sud che sarebbe la copia della Grecia. E, questo, nonostante sia stata la Germania stessa – ma in anni lontani, e le situazioni cambiano – la grande mecenate del sen. Miglio.

Un tentativo “centrista” o di centro-sinistra sarebbe visto di buon occhio dalla burocrazia europea – il solito governo d’emergenza nazionale – per togliere ancor più ricchezza e diritti e salvare l’unità della Nazione.
Sull’altro versante – ossia sulla sopravvivenza politica di Berlusconi – c’è poco da fare affidamento: quando Berlusconi confessa di sentirsi un “pirla” [4] mentre parla con Tremonti, ammette di non rendersi conto della gravità dei conti pubblici italiani. Oramai, le differenze con la Grecia sono soltanto dei soffi.
In realtà, l’attuale Governo non ha il “fiato” per raggiungere l’agognato traguardo di fine legislatura: mancano i soldi per tutto, ed il fondo del barile è già stato raschiato. Altro che ponti e centrali nucleari.

Potrebbero rivolgersi – dal punto di vista fiscale – al loro elettorato, ma sarebbe un suicidio politico: molti che votano Berlusconi, lo fanno per avere condoni fiscali, edilizi, “scudi fiscali” ed un generale disinteresse fiscale sui loro patrimoni.
La scuola è già stata azzerata per coprire l’abolizione dell’ICI per i redditi più elevati, i nostri ragazzi guadagnano 1.000 euro il mese (da precari e quando va bene), le pensioni sono state tagliate, i contratti sono soltanto un ricordo: che fare?

Berlusconi, se potesse – ossia se non dovesse, terminata l’avventura di Governo, fare l’imputato “a vita” – sarebbe il primo a voler lasciare la nave che affonda, ma non può: lotterà fino alla fine per non trascorrere il resto dei suoi anni da un’aula giudiziaria all’altra.
Un futuro Governo di unità nazionale sarà costretto ad inasprire la fiscalità: Draghi ha più volte annunciato che bisognerà inasprire ancor più la materia previdenziale.
Gli italiani, mostrando saggezza, per più del 40% hanno dimostrato di non credere più a questa classe politica, non recandosi ai seggi: senza lunghe analisi, hanno già capito che la scelta è fra la padella e la brace.

Fin quando nuove forze politiche non riusciranno ad affermarsi, per uscire dal quadro asfittico dell’attuale politica, non ci sarà speranza: troppe sono le cose che andrebbero cambiate.
Anzitutto, pochissimi livelli decisionali: uno Stato forte ed un solo livello intermedio, cancellando Province e Regioni. Interventi sull’energia rinnovabile, creando know-how e posti di lavoro in Italia, intaccando – finalmente ! – quei 40-60 miliardi di euro che sono la “bolletta energetica” annuale, il sempiterno “buon pascolo” per ENI ed ENEL. Per trasformarli in ricchezza fruibile dagli italiani.
Le cose le sappiamo tutti: il ritorno della sovranità monetaria allo Stato, la fine delle “avventure di pace” nel mondo (con quel che costano!)…e poi, scuola, sanità, trasporti…

Questo è un Paese da rifondare, e non saranno certo le “imboscate” romane di uno o dell’altro a cambiarlo: ci vorrebbero capacità, serietà ed indipendenza dai poteri forti. Ossia vera democrazia: quel che manca.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/04/la-battaglia-di-quota-162.html
17.04.2010

[1] http://carlobertani.blogspot.com/2009/05/non-puo-che-finire-cosi-prima-parte.html
[2] http://carlobertani.blogspot.com/2009/05/non-puo-che-finire-cosi-parte-seconda.html
[3] http://www.gildavenezia.it/docs/Archivio/2009/ott2009/emendamento_valditara.htm
[4] http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/berlusconi_governo_fini-3413972/

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte

Potrebbe piacerti anche
blank
Notifica di
18 Commenti
vecchi
nuovi più votati
Inline Feedbacks
View all comments
18
0
È il momento di condividere le tue opinionix
()
x