L' USCITA DALL'EURO PROSSIMA VENTURA

L' USCITA DALL'EURO PROSSIMA VENTURA

DI ALBERTO BAGNAI

ilmanifesto.it

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra!Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

Il debito pubblico non c’entra.

Sgomenta l’unanimità con la quale destra e sinistra continuano a concentrarsi sul debito pubblico. Che lo faccia la destra non è strano: il contrattacco ideologico all’intervento dello Stato nell’economia è il fulcro della “controriforma” seguita al crollo del muro. Questo a Rossanda è chiaro. Le ricordo che nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il 60% di cui parla lei). Il dibattito sulla “convergenza fiscale” è nato dopo Maastricht, ribadendo il fatto che queste soglie sono insensate. Maastricht è un manifesto ideologico: meno Stato (ergo più mercato). Ma perché qui (cioè a sinistra?) nessuno mette Maastricht in discussione? Questo Rossanda non lo nota e non se lo chiede. Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primi paesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l’inflazione. Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi”. I Pigs erano un club a parte, distinto dal club del marco (Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi in un’unione monetaria conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato).



Inflazione e debito estero.

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si deve indebitare con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

Lo spettro del 1992.

E l’Italia? Dice Rossanda: “il nostro indebitamento è soprattutto all’interno”. Non è più vero. Pensate veramente che ai mercati interessi con chi va a letto Berlusconi? Pensate che si preoccupino perché il debito pubblico è “alto”? Ma il nostro debito pubblico è sopra il 100% da 20 anni, e i nostri governi, anche se meno folcloristici, sono stati spesso più instabili. Non è questo che preoccupa i mercati: quello che li preoccupa è che oggi, come nel 1992, il nostro indebitamento con l’estero sta aumentando, e che questo aumento, come nel 1992, è guidato dall’aumento dei pagamenti di interessi sul debito estero, che è in massima parte debito privato, contratto da famiglie e imprese (il 65% delle passività sull’estero dell’Italia sono di origine privata).

Cui Prodest?

Calata nell’asimmetria ideologica mercantilista (i “buoni” non devono cooperare) e monetarista (inflazione zero) la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio diventa strumento di lotta di classe. Se il cambio è fisso, il peso dell’aggiustamento si scarica sui prezzi dei beni, che possono diminuire o riducendo i costi (quello del lavoro, visto che quello delle materie prime non dipende da noi) o aumentando la produttività. Precarietà e riduzioni dei salari sono dietro l’angolo. La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena. Chi non deflaziona accumula debito estero, fino alla crisi, in seguito alla quale lo Stato, per evitare il collasso delle banche, si accolla i debiti dovuti agli squilibri esterni, trasformandoli in debiti pubblici. Alla privatizzazione dei profitti segue la socializzazione delle perdite, con il vantaggio di poter incolpare a posteriori i bilanci pubblici. La scelta non è se deflazionare o meno, ma se farlo subito o meno. Una scelta ristretta, ma solo perché l’ottusità ideologica impone di concentrarsi sul sintomo (lo squilibrio pubblico, che può essere corretto solo tagliando), anziché sulla causa (lo squilibrio esterno, che potrebbe essere corretto cooperando). Alla domanda di Rossanda “non c’è stato qualche errore?” la risposta è quella che dà lei stessa: no, non c’è stato nessun errore. Lo scopo che si voleva raggiungere, cioè la “disciplina” dei lavoratori, è stato raggiunto: non sarà “di sinistra”, ma se volete continuare a chiamare “sinistra” dei governi “tecnici” a guida democristiana accomodatevi. Lo dice il manuale di Acocella: il “cambio forte” serve a disciplinare i sindacati.

Più Europa?

Secondo la teoria economica un’unione monetaria può reggere senza tensioni sui salari se i paesi sono fiscalmente integrati, poiché ciò facilita il trasferimento di risorse da quelli in espansione a quelli in recessione. Una “soluzione” che interviene a valle, cioè allevia i sintomi, senza curare la causa (gli squilibri esterni). È il famoso “più Europa”. Un esempio: festeggiamo quest’anno il 150° anniversario dell’unione monetaria, fiscale e politica del nostro paese. “Più Italia” l’abbiamo avuta, non vi pare? Ma 150 anni dopo la convergenza dei prezzi fra le varie regioni non è completa, e il Sud ha un indebitamento estero strutturale superiore al 15% del proprio Pil, cioè sopravvive importando capitali dal resto del mondo (ma in effetti dal resto d’Italia). Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri.

Deutschland über alles.

Le soluzioni “a valle” dello squilibrio esterno sono politicamente insostenibili, ma lo sono anche quelle “a monte”. La convivenza con l’euro richiederebbe l’uscita dall’asimmetria ideologica mercantilista. Bisognerebbe prevedere simmetrici incentivi al rientro per chi si scostasse in alto o in basso da un obiettivo di inflazione. Il coordinamento del quale Rossanda parla andrebbe costruito attorno a questo obiettivo. Ma il peso dei paesi “virtuosi” lo impedirà. Perché l’euro è l’esito di due processi storici. Rossanda vede il primo (il contrattacco del capitale per recuperare l’arretramento determinato dal new deal post-bellico), ma non il secondo: la lotta secolare della Germania per dotarsi di un mercato di sbocco. Ci si estasia (a destra e a sinistra) per il successo della Germania, la “locomotiva” d’Europa, che cresce intercettando la domanda dei paesi emergenti. Ma i dati che dicono? Dal 1999 al 2007 il surplus tedesco è aumentato di 239 miliardi di dollari, di cui 156 realizzati in Europa, mentre il saldo commerciale verso la Cina è peggiorato di 20 miliardi (da un deficit di -4 a uno di -24). I giornali dicono che la Germania esporta in Oriente e così facendo ci sostiene con la sua crescita. I dati dicono il contrario. La domanda dei paesi europei, drogata dal cambio fisso, sostiene la crescita tedesca. E la Germania non rinuncerà a un’asimmetria sulla quale si sta ingrassando. Ma perché i governi “periferici” si sono fatti abbindolare dalla Germania? Lo dice il manuale di Gandolfo: la moneta unica favorisce una “illusione della politica economica” che permette ai governi di perseguire obiettivi politicamente improponibili, cavandosela col dire che sono imposti da istanze sopraordinate (quante volte ci siamo sentiti dire “l’Europa ci chiede...”?). Il fine (della lotta di classe al contrario) giustificava il mezzo (l’ancoraggio alla Germania).



La svalutazione rende ciechi.

È un film già visto. Ricordate lo Sme “credibile”? Dal 1987 al 1991 i cambi europei rimasero fissi. In Italia l’inflazione salì dal 4.7% al 6.2%, con il prezzo del petrolio in calo (ma i cambi fissi non domavano l’inflazione?). La Germania viaggiava su una media del 2%. La competitività italiana diminuiva, l’indebitamento estero aumentava, e dopo la recessione Usa del 1991 l’Italia dovette svalutare. Svalutazione! Provate a dire questa parola a un intellettuale di sinistra. Arrossirà di sdegnato pudore virginale. Non è colpa sua. Da decenni lo bombardano con il messaggio che la svalutazione è una di quelle cosacce che provocano uno sterile sollievo temporaneo e orrendi danni di lungo periodo. Non è strano che un sistema a guida tedesca sia retto dal principio di Goebbels: basta ripetere abbastanza una bugia perché diventi una verità. Ma cosa accadde dopo il 1992? L’inflazione scese di mezzo punto nel ’93 e di un altro mezzo nel ’94. Il rapporto debito estero/Pil si dimezzò in cinque anni (da -12 a -6 punti di Pil). La bolletta energetica migliorò (da -1.1 a -1.0 punti). Dopo uno shock iniziale, l’Italia crebbe a una media del 2% dal 1994 al 2001. La lezioncina sui danni della svalutazione (genera inflazione, procura un sollievo solo temporaneo, non ce la possiamo permettere perché importiamo il petrolio) è falsa.

Irreversibile?

Si dice che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Chi è così ingenuo da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico, il cui scopo è quello di radicare nel pubblico l’idea di una “naturale” o “tecnica” irreversibilità di quella che in fondo è una scelta umana e politica (e come tale reversibile)? Certo, la svalutazione renderebbe più oneroso il debito definito in valuta estera. Ma porterebbe da una situazione di indebitamento estero a una di accreditamento estero, producendo risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero, rimarrebbe la possibilità del default. Prodi vuol far sostenere una parte del conto ai “grossi investitori istituzionali”? Bene: il modo più diretto per farlo non è emettere Eurobond “socializzando” le perdite a beneficio della Germania (col rischio camicie brune), ma dichiarare, se sarà necessario, il default, come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo. È già successo e succederà. “I mercati ci puniranno, finiremo stritolati!”. Altra idiozia. Per decenni l’Italia è cresciuta senza ricorrere al risparmio estero. È l’euro che, stritolando i redditi e quindi i risparmi delle famiglie, ha costretto il paese a indebitarsi con l’estero. Il risparmio nazionale lordo, stabile attorno al 21% dal 1980 al 1999, è sceso costantemente da allora fino a toccare il 16% del reddito. Nello stesso periodo le passività finanziarie delle famiglie sono raddoppiate, dal 40% all’80%. Rimuoviamo l’euro, e l’Italia avrà meno bisogno dei mercati, mentre i mercati continueranno ad avere bisogno dei 60 milioni di consumatori italiani.

Non faccia la sinistra ciò che fa la destra.

Dall’euro usciremo, perché alla fine la Germania segherà il ramo su cui è seduta. Sta alla sinistra rendersene conto e gestire questo processo, anziché finire sbriciolata. Non sto parlando delle prossime elezioni. Berlusconi se ne andrà: dieci anni di euro hanno creato tensioni tali per cui la macelleria sociale deve ora lavorare a pieno regime. E gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso. Sarà ancora una volta concesso alla sinistra della Realpolitik di gestire la situazione, perché esiste un’altra illusione della politica economica, quella che rende più accettabili politiche di destra se chi le attua dice di essere di sinistra. Ma gli elettori cominciano a intuire che la macelleria sociale si può chiudere uscendo dall’euro. Cara Rossanda, gli operai non sono “scombussolati”, come dice lei: stanno solo capendo. “Peccato e vergogna non restano nascosti”, dice lo spirito maligno a Gretchen. Così, dopo vent’anni di Realpolitik, ad annaspare dove non si tocca si ritrovano i politici di sinistra, stretti fra la necessità di ossequiare la finanza, e quella di giustificare al loro elettorato una scelta fascista non tanto per le sue conseguenze di classe, quanto per il paternalismo con il quale è stata imposta. Si espongono così alle incursioni delle varie Marine Le Pen che si stanno affacciando in paesi di democrazia più compiuta, e presto anche da noi. Perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Ma mi rendo conto che in un paese nel quale basta una legislatura per meritarsi una pensione d’oro, il lungo periodo possa non essere un problema dei politici di destra e di sinistra. Questo spiega tanta unanimità di vedute.



Alberto Bagnai

Fonte: www.ilmanifesto.it

Link: http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/08/articolo/5225/

22.08.2011

Commenti (43)

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    1. AlbertoConti 24 agosto 2011

      Hai mai sentito parlare della repubblica di Weimar, e dello stato economico in cui lasciò la Germania? E hai mai sentito parlare della crisi mondiale degli anni '30 che mise in ginocchio tutti i paesi? Prima che si concretizzasse un'economia di guerra, che ovviamente sconvolge i parametri comparativi, la popolazione tedesca, dal punto di vista economico, era invidiata dal mondo intero. Questa è storia. Il problema è, vogliamo guardare ai fatti veri senza preconcetti ideologici, sempre distorsivi, o preferiamo restarne intrappolati a vita? Mi riferisco esclusivamente agli aspetti economico-monetari della vicenda, allo stesso modo di come va di moda oggi tra giornalisti e politici, Rossanda compresa. Il "nazionalismo" è un di cui del discorso generale, e non c'entra una mazza coi misfatti delle elite del privilegio cleptocratico, in piena attività ora come allora. Se invece preferiamo foderarci gli occhi col prosciutto, allora possiamo far finta di contrastarci nei vari teatrini che ci hanno confezionato, tutto intorno a 'noantri.

    1. AlbertoConti 24 agosto 2011

      Bisognerebbe cambiare linguaggio, come già dissi sopra. Ad es. "la Grecia ha preso in giro tutti proprio sfruttando questa moneta" suona meglio così: "I governanti Greci, complici degli speculatori e dei loro bracci armati, come Goldman Sachs, hanno preso in giro le masse proprio sfruttando questa moneta". Quanto alle "privatizzazioni" sarebbe meglio chiamarle col loro vero nome: "scippi del bene comune a vantaggio dei campioni del furto sistemico legalizzato". Basti pensare alla prima ondata nel '92, con lo scioglimento dell'IRI, l'unica grande industria che ha mai funzionato in questo paese. DeBenedetti, Agnelli, Berlusconi, Benetton, Tronchetti, Colaninno, ecc. ecc. ma prima ancora americani, inglesi, francesi, tedeschi, giapponesi, cinesi, ed ovviamente i loro servitori politici. I figli dello stesso Craxi ancora si leccano i baffi.
      Nel bel paese privatizzare e rubare alla collettività sono diventati sinonimi, e ancora non abbiamo imparato! Politica e media se hanno una colpa principale è quella di aver distratto le masse mentre le si derubava. Questa però è la madre di tutte le crisi, ed è globale, l'ultimo atto avviato a coerente conclusione anche al prezzo di rompere il "giocattolo", che ha funzionato alla grande negli ultimi decenni. Gli schiavi pagheranno sempre di più, se il nuovo giocattolo non se lo costruiscono con le proprie stesse mani. E come? Semplicemente dicendo alle elite del furto legalizzato: hai voluto la "democrazia"? E adesso pedala! Zitti e schiena bassa!

    1. tania 24 agosto 2011

      Hitler non raddrizzò proprio nulla . Penso che , come con qualsiasi altro imperialismo , quando si analizza una squallida politica di potenza come quella nazista .. agli pseudo benefici ottenuti al centro dell’impero occorre sottrarre le atrocità necessarie della periferia ( centro e periferia sono categorie ovviamente non per forza geografiche ) . Se ti concentri su un analisi economica e per di più con una prospettiva , con un orizzonte “nazionalista” , va da sé che non potrai apprezzare Rossana Rossanda : lei ha sempre fatto analisi sociali e con una visuale internazionale .

    1. house 24 agosto 2011

      Sono d'accordo su alcune conclusioni ma alcune delle cause mi sembrano altre. L'euro come moneta speculativa, vero, è una moneta troppo forte e serve ad USA e Cina per pompare le esportazioni. Penso che andrebbe svalutata per smettere di far si che il resto del mondo ci prenda per i fondelli. Però non è neanche giusto prendersela continuamente con la BCE perchè richiede scelte drastiche: la Grecia ha preso in giro tutti proprio sfruttando questa moneta (oltre che usando la finanza creativa) e l'unione, per pagare meno il debito, un debito che non poteva pagare. Adesso è giusto recriminare ai creditori la follia greca? Io non credo, tante volte è il debitore che ha peccato. Anche l'Italia ci ha presi in giro, mantenendo i bilanci in piedi con trucchetti idioti tipo i tagli lineari, quando andavano fatte riforme serie: riforme federali, vere liberalizzazioni, vere privatizzazioni ecc. Adesso il popolo italiano piangerà non perchè la BCE è cattiva, ma perchè le classi dirigenti hanno preso in giro italiani ed europei.
      Ovviamente questo è il mio punto di vista, che è liberale, ma ce ne sono essere altri di validi, purchè si faccia luce sulla totale mancanza di responsabilità che i governi (ed anche le istituzioni comunitarie certo) hanno avuto nei confronti dei cittadini, che ora pagano.

    1. dana74 24 agosto 2011

      bell'articolo, il fatto che sia sul Manifesto mi suona strano.

      Questo giornale ha sostenuto l'abbattimento di Ghedafi ora si pone dubbi sul CNT, dopo aver sostenuto per anni l'auro contro i "suoi elettori" adesso deve fare da supporter all'ennesimo trasformismo.

      Cremaschi e Ferrero che stanno dicendo beh sì europa si ma diversa, un'europa dei popoli (eh se lo dice qualcun altro ecco che diventa xenofobo e populista)

      A settembre nonché il primo di ottobre si terrà una manifestazione con questo nuovo impianto, STANNO preparando il terreno per l'adunata.

    1. AlbertoConti 24 agosto 2011

      Ma perchè un "governo" dovrebbe indebitarsi, se non per anticipare opere pubbliche il cui investimento ha un rientro pianificato in tempi ragionevoli? Attenzione alla trappola della confusione dei ruoli. La moneta necessaria all'economia locale è essenzialmente un contratto sociale, che dev'essere certamente un contratto responsabile tra le parti, condotto dall'istituzione pubblica in prima persona, come attore ineludibile. Non si può confondere l'emissione monetaria con le eventuali posizioni debitorie dell'emittente pubblico, l'unico autorizzato dalla legge della logica sociale. Oggi invece è proprio così, e proprio per non far mancare nulla alla truffa sociale l'emittente primario è pure un'azienda privata a scopo di lucro, detta Banca S.p.A. Quando dici che le regioni povere s'indebitano a vanvera se i tassi sono artificiosamente bassi, dici un fatto certo nella realtà attuale, quanto assurdo in una realtà più logica e naturale, dove la comunità è responsabile di se stessa e quindi anche della propria moneta. Per questo sono contrario a QUESTO euro, strumento di speculazione finanziaria, che invece dovrebbe diventare una semplice unità di conto per gli scambi internazionali o interregionali.
      Ora tutti pendono dalle "decisioni delle banche centrali", divorziate dai rispettivi governi e giuridicamente irresponsabili di qualsiasi guasto sociale. Viviamo nel regno dell'assurdo più totale (e totalizzante, come in un qualsiasi regime fascista).

    1. Pai 24 agosto 2011

      Non incompetenti, anzi, gente super intelligente. Solo con idee sbagliate in testa... Comunque sto leggendo altri scritti di questo Bagnai e il ragazzo (è del '62) ha i numeri. Roba forte. Cazzutissimo. Spernacchia Zingales con l'eleganza e la chiarezza di Krugman...

    1. house 24 agosto 2011

      giustamente, così gli studenti che pagano fior di tasse per farsi un'istruzione si trovano incompetenti ad insegnare..

    1. house 24 agosto 2011

      Io non sono contrario all'euro, lui può esistere con o senza integrazione fiscale, ma gli eurobond sono un'idea economicida. Gli Stati Uniti, secoli fa, scelsero il modello dei titoli di stato emessi a livello centrale invece che federale. Ovviamente loro stanno benissimo se pensiamo a New York e California, ma gli stati poveri del sud sono poveri a tutt'oggi (rispetto agli stati ricchi degli USA).
      Il problema dei titoli emessi a livello centrale è che permettono alle regioni meno ricche di indebitarsi a tassi identici a quelle ricche e così pagano meno il debito di quanto dovrebbero, ciò porta queste regioni ad indebitarsi ulteriormente, non per sostenere la propria economia, ma per stare al di sopra delle proprie possibilità. Inoltre le regioni ricche devono aiutare sempre meno quelle povere, l'economia può crescere solo se il sistema si sviluppa gradualmente.

    1. Pai 24 agosto 2011

      Non è un mistero che se un'economista si permette di dire le cose che ha scritto Bagnai in quest'articolo, poi venga ostracizzato dal mondo accademico...

    1. AlbertoConti 24 agosto 2011

      Assolutamente d'accordo, per uscire da questa trappola bisogna trovare il coraggio dell'autonomia locale, "ristrutturando" il debito pubblico pendente in vista di una sua abolizione perpetua sulla base di un paradigma monetario opposto a quello vigente. Questo coraggio potrebbe però rasentare l'incoscienza nell'ipotesi di una rivoluzione isolata, cosa peraltro assai improbabile visti i segnali provenienti da più parti nel mondo. Chissà perchè si parla molto della Germania oggi, e mai di quella di Hitler, che per mostro che fosse la radrizzò economicamente come nessun altro. Non si può imparare dai fatti? O i tabù c'instupidiscono fino alla meritata rovina?

    1. ventosa 24 agosto 2011

      Il fatto che il Sole 24 ore la deprezzi, potrebbe essere un titolo a favore .
      Saluti.

    1. LAZZARETTI 24 agosto 2011

      ciao, Alberto
      ti faccio una domanda.
      che differenza esiste tra un default immediato
      e uno stato d'indigenza su vasta scala tra 2-3 anni?
      Se un dente e' marcio, ha senso andare avanti con gli
      antibiotici, perche' hai paura dell'estrazione,
      sapendo che comunque un giorno ti deciderai
      ad andare dal dentista per praticarla.
      Io non vedo altre soluzioni, se non il default,
      le altre sono solo dei palliativi.
      Non abbiamo nessuno che ci potra' aiutare se non noi stessi.
      E poi, cosa piu' grave, siamo il 51° stato degli Usa,
      con tutte le basi nato presenti in Italia.
      E il nostro oro... perche' e li' da loro?

    1. AlbertoConti 24 agosto 2011

      In linea di principio concordo con la soluzione federale a vari livelli, iniziando da quello regionale (e perchè no provinciale?), basata sui due pilastri della responsabilità interna e della solidarietà esterna. Ma è proprio la soluzione federale "vera" che porta ad affrontare i problemi macro-economici a livello sistemico, a cominciare dalla moneta. Ovvio che parlare di eurobond significa riprodurre il paradigma sbagliato, ovvero l'emissione di moneta onerosa per la collettività. Ma questo Bagnai non lo vuole capire (è una mia impressione, spero di sbagliarmi)

    1. house 24 agosto 2011

      La sua università è terzultima nel ranking del sole 24ore..starei comunque a sentire qualche altra voce prima di prenderlo come favorito.

    1. house 24 agosto 2011

      Ci sono scritte cose molto buone: l'integrazione fiscale e gli eurobond sono assolutamente da evitare. In Italia, in cui abbiamo sostanzialmente due paesi: Regno Unito al nord, Repubblica Ceca al sud (basta vedersi i dati sul PIL e sui tassi sul debito) da un punto di vista eocnomico, l'integrazione fiscale e del debito è stata una pessima idea.
      La cosa migliore per l'Italia non è uscire dall'euro e nemmeno gli eurobond (in caso di eurobond i paesi meno ricchi ricomincerebbero ad indebitarsi troppo), ma va fatta una vera riforma federale, non la stupidaggine che propone la lega, che sposti la contrattazione collettiva, la fiscalità e il debito pubblico su base regionale. Il sud deve svilupparsi sulla base della propria sostenibilità economica (con l'aiuto del nord certamente), non può continuare ad indebitarsi ai tassi nordici e basare la remunerazione dei fattori produttivi ai livelli di regioni che sostengono un PIL pro capite doppio.

    1. Pai 24 agosto 2011

      Che bell'articolo!
      Bagnai, non ti conoscevo, ma sei entrato nella lista dei miei autori preferiti.

    1. LAZZARETTI 24 agosto 2011

      sono d'accordo con te.

    1. Hamelin 24 agosto 2011

      Concordo a parte la scheda in bianco...Sulla mia sono anni che scrivo solo insulti verso i criminali che governano ( siano essi di destra e di sinistra , termini ormai che non hanno senso ) . La gente è ancora legate a vecchie ideologie trappola come destra , sinistra , marxismo , comunismo ,liberismo...tutte cose che magari avevano senso un secolo e mezzo fa ...se non verranno superate tutte queste ideologie che ormai sono piu' che altro puttanate ...la gente si ritroverà sempre punto a capo sostituendo il signorotto locale corrotto e marcio con un signorotto locale ancor piu' marcio e corrotto...L'idealismo ha sempre prodotto i mostri piu' aberranti della storia.

    1. AlbertoConti 24 agosto 2011

      Destra, sinistra, mercati, inflazione, liberali, socialisti, paese, ..... ma di che stiamo parlando? Non ce n'è una, dico una sola, di queste parole (e di molte altre), che non sia diventata talmente ambigua da aver perso ogni suo significato attuale. Restano categorie vuote, di un passato fallimentare (visto che ci ha condotto fin qui), buone solo a riempire la bocca degli stolti, soprattutto di quelli che hanno studiato sui libri, con ottime votazioni (sulla capacità di ripetere, soprattutto gli errori). E allora che fare, per uscire dai discorsi da bar sport, che tali sono anche se agghindati di titoli accademici e/o curriculum di "successo"? Non vedo altra via d'uscita che la ridefinizione delle parole, alla luce dei fatti che esse pretenderebbero di rappresentare. Una per tutte: inflazione. Discorso troppo lungo per essere qui riassunto, mi limito a ricordare che l'inflazione monetaria NON coincide con l'aumento generalizzato dei prezzi, quello misurato dall'ISTAT su ambigui "panieri unici", che non distinguono che gira in Ferrari da chi gira a piedi con le scarpe rotte. Bagnai dice che un paese meno competitivo finisce per importare di più di quanto esporta e questo produce inflazione. Ho capito giusto? Quindi il lavoratore minimo tedesco a 2.500 €/mese paga il pane meno di quello italiano a 1.000 €/mese. Ma chi compra tutto a qualunque prezzo nella ricca "padania"? Chi ruba meglio i soldi, sia a capo di una 'ndrina come di una attività finanziaria o commerciale "onesta". Bollette e autostrade sono le prime ad aumentare, con la benedizione di uno stato mafioso, la cui casta si ruba anche le forchette con cui gusta aragosta deflazionata a livelli da farsa. Chiaro che poi si fa meno ricerca. Ma di che paese stiamo parlando? Quello dei confini geografici o quello delle sperequazioni reddituali e patrimoniali, fiscalmente assistite? Quel che succede nel cortile di casa propria è lo specchio di quel che succede fuori, vedi la Libia tanto per fare l'ultimo degli esempi. E allora dove sono le altre parole, i nomi storici tipo "Rossanda" di che parlano, a chi parlano, in che anno parlano? E' ormai tutta materia di psicoanalisi.

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