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L’ ORDINE DEL GIORNO SEGRETO DELLO YEMEN

DIETRO GLI SCENARI DI AL-QAIDA, UN CHECK POINT STRATEGICO DEL TRANSITO DEL PETROLIO

DI F. WILLIAM ENGDAHL
globalresearch.ca/

Il 25 dicembre scorso le autorità statunitensi hanno arrestato un nigeriano di nome Abdulmutallab a bordo di un volo della Northwest Airlines da Amsterdam a Detroit, con l’accusa di aver tentato di far saltare in aria l’aeromobile con degli esplosivi di contrabbando. Da quel momento sono state trasmesse notizie dalla CNN, dal New York Times e da altre fonti che fosse “sospettato” di essere stato addestrato nello Yemen per la sua missione terroristica. Ciò a cui il mondo è stato assoggettato è l’emergenza di un nuovo bersaglio per la ‘guerra al terrorismo’ americana, ossia un desolato stato della penisola araba, lo Yemen. Uno sguardo più approfondito al quadro generale suggerisce che il Pentagono e l’intelligence americana abbiano un ordine del giorno segreto nello Yemen.

Da alcuni mesi il mondo ha assistito ad una costante escalation del coinvolgimento militare americano nello Yemen, una terra deprimentemente povera, confinante a nord con l’Arabia Saudita, prospiciente ad un’altra terra desolata di cui si è parlato molto di recente, la Somalia.Le prove suggeriscono che il Pentagono e l’intelligence americana si stiano muovendo per militarizzare un checkpoint strategico per i flussi petroliferi mondiali, Bab el-Mandab, e che stiano sfruttando l’incidente della pirateria somala, insieme alle teorie di una nuova crescente minaccia di Al-Quaeda nello Yemen, per militarizzare una delle rotte mondiali più importanti per il trasporto del petrolio. Inoltre, le riserve non sfruttate di petrolio nel territorio tra lo Yemen e l’Arabia Saudita sarebbero tra le più grandi del mondo.

Il 23enne nigeriano Abdulmutallab, accusato dell’attentato kamikaze fallito, stando ai resoconti avrebbe parlato, affermando di essere stato mandato in missione da Al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), con base nello Yemen. Questo ha convenientemente rivolto l’attenzione del mondo sullo Yemen come nuovo centro della presunta organizzazione terroristica di Al-Quaeda.

Notabilmente, Bruce Riedel, veterano con 30 anni di esperienza nella CIA che ha consigliato il presidente Obama sulla politica che ha portato all’aumento delle truppe in Afghanistan, ha scritto nel suo blog sui presunti legami dell’attentatore di Detroit con lo Yemen, “il tentativo di distruggere il volo 253 della Northwest Airlines in servizio da Amsterdam a Detroit il giorno di Natale evidenzia la crescente ambizione della cellula di Al Qaeda nello Yemen, che da un ordine del giorno essenzialmente yemenita è cresciuta diventando un attore della jihad islamica globale l’anno scorso… Il debole governo yemenita del presidente Ali Abdallah Saleh, che non ha mai controllato appieno il paese e che ora affronta una serie di crescenti problemi, avrà bisogno di notevole sostegno da parte dell’America per sconfiggere l’AQAP”. [1]

Un po’ di geopolitica basilare dello Yemen

Prima che si possa dire molto sull’ultimo incidente, è utile guardare con maggiore attenzione alla situazione dello Yemen. Qui molte cose appaiono peculiari, confrontate con le accuse di Washington su un’organizzazione insorgente di Al-Quada nella penisola araba.

All’inizio del 2009 hanno iniziato a muoversi i pezzi sulla scacchiera yemenita. Tariq al-Fadhli, un ex leader della jihad dello Yemen del Sud, ha rotto un’alleanza di 15 anni con il governo dello Yemen del presidente Ali Abdullah Saleh, annunciando che si sarebbe unito alla coalizione di larga base dell’opposizione conosciuta come il Southern Movement (SM). Al-Fadhli era stato membro del movimento di Mujahideen in Afghanistan alla fine degli anni 80. La sua rottura con il governo è stata riportata dai media arabi e yemeniti nell’aprile del 2009. La rottura di Al-Fadhli con la dittatura dello Yemen ha dato nuovo potere al Southern Movement (SM). Da quel momento è diventato una figura di spicco dell’alleanza.

Lo stesso Yemen è un amalgama sintetico creato dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1990, quando la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen [o Yemen del Sud] ha perso uno dei suoi maggiori sponsor all’estero. L’unificazione della Repubblica Araba dello Yemen del Nord con la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen del Sud ha portato ad un ottimismo di breve durata, che è terminato con una breve guerra civile nel 1994, quando le fazioni dell’esercito del sud hanno organizzato una rivolta contro quello che vedevano come il governo corrotto dello stato amico del presidente del nord Ali Abdullah Saleh. Il presidente Saleh è rimasto a capo di una dittatura dal 1978, prima come presidente dello Yemen del Nord (la Repubblica Araba dello Yemen) e a partire dal 1990 come presidente del nuovo Yemen unificato. La rivolta dell’esercito del sud è fallita quando Saleh ha reclutato al-Fadhli ed altri salafisti yemeniti, seguaci di un’interpretazione conservatrice dell’Islam, oltre ai jihadisti per combattere contro le forze marxiste del Partito Socialista dello Yemen meridionale.

Prima del 1990 Washington e il Regno Saudita sostenevano Saleh e la sua politica di islamizzazione nel tentativo di contenere il sud comunista. [2] Da quel momento in poi Saleh ha fatto affidamento su di un forte movimento salafista-jihadista per mantenere un governo dittatoriale. La rottura con Saleh da parte di al-Fadhli e lo schieramento di quest’ultimo con il gruppo di opposizione del sud con i suoi ex nemici socialisti è stato un maggiore ostacolo per Saleh.

Poco dopo che al-Fadhli si è unito alla coalizione del Southern Movement, il 28 aprile 2009, si sono intensificate le proteste nelle province meridionali dello Yemen di Lahj, Dalea e Hadramout. Ci sono state dimostrazioni da parte di decine di migliaia di militari licenziati e dipendenti statali che chiedevano stipendi più alti e benefici, dimostrazioni che avevano luogo in numeri sempre maggiori dal 2006. Le dimostrazioni di aprile hanno visto per la prima volta l’apparizione pubblica di al-Fadhli. La sua apparizione è servita a cambiare un movimento del sud socialista da lungo tempo moribondo in una più ampia campagna nazionalista. Ha inoltre spronato il presidente Saleh a chiedere allora l’aiuto dell’Arabia Saudita e di altri stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, avvertendo che l’intera penisola araba avrebbe subito le conseguenze.

A complicare il quadro di quello che qualcuno chiama uno stato fallimentare, nel nord Saleh affronta una ribellione houtista zaidista sciita. L’11 settembre 2009 durante un’intervista per l’emittente televisiva Al-Jazeera, Saleh ha accusato il leader dell’opposizione sciita irachena, Muqtada al-Sadr, nonché l’Iran, di sostenere i ribelli sciiti houtisti dello Yemen del nord. Saleh ha dichiarato: “non possiamo accusare il lato ufficiale dell’Iran, ma gli Iraniani ci stanno contattando, dicendo che sono pronti ad una mediazione. Questo vuol dire che gli Iraniani hanno contatti con loro [con gli houtisti], dato che vogliono fare da mediatori tra il governo dello Yemen e questi. Inoltre, Muqtada al-Sadr in al-Najaf in Irak chiede di venire accettato come mediatore. Questo vuol dire che hanno un nesso” [3]

Le autorità dello Yemen affermano di aver sequestrato scorte di armi fabbricate in Iran, mentre gli houtisti sostengono di aver catturato strumentazioni yemenite con marchio dell’Arabia Saudita, accusando Sana’a (la capitale dello Yemen, nonché sede dell’ambasciata americana) di agire per conto dell’Arabia Saudita. L’Iran ha negato le accuse che sono state rinvenute armi iraniane nello Yemen del nord, definendo prive di fondamento le accuse che sostengano i ribelli. [4]

Che c’entra Al Qaeda?

Il quadro che emerge è quello di un dittatore appoggiato dagli USA disperato, il presidente dello Yemen Saleh, che perde sempre di più il controllo dopo due decadi di governo despotico dello Yemen unificato. Le condizioni economiche del paese sono deteriorate drasticamente nel 2008 quando sono crollati i prezzi del petrolio nel mondo. Pressappoco il 70% del reddito statale proviene dalle vendite del petrolio dello Yemen. Il governo centrale di Saleh ha sede nell’ex Yemen del Nord a Sana’a, mentre il petrolio sta nell’ex Yemen del Sud. Tuttavia Saleh controlla i flussi di reddito da petrolio. La mancanza di reddito da petrolio ha reso del tutto impossibile la consueta opzione di Saleh di corrompere i gruppi dell’opposizione.

In questa caotica situazione nazionale arriva l’annuncio nel gennaio 2009, che ha avuto forti echi in alcuni siti internet, che Al Qaeda, la presunta organizzazione terroristica globale creata dal defunto saudita Osama bin Laden, che fu addestrato dalla CIA, ha aperto una grande nuova cellula terroristica nello Yemen, sia per le operazioni dello Yemen che per quelle dell’Arabia Saudita.

Al Qaeda nello Yemen ha rilasciato una dichiarazione attraverso un forum jihadista il 20 gennaio 2009 da parte del leader del gruppo Nasir al-Wahayshi, annunciando la formazione di un unico gruppo di al Qaeda per la penisola araba sotto il suo comando. Secondo al-Wahayshi, il nuovo gruppo, al Qaeda nella Penisola Araba, sarebbe composto dal suo ex Al Qaeda nello Yemen, e dai membri del defunto gruppo della al-Qaeda saudita. Il comunicato stampa sosteneva curiosamente, che un Saudita, un ex detenuto di Guantanamo (il numero 372), Abu-Sayyaf al-Shihri, avrebbe funto da vice di al-Wahayshi.

Alcuni giorni dopo è comparso un video online di al-Wahayshi con il titolo allarmante di “cominciamo da qui e ci rincontreremo ad al-Aqsa”. Al-Aqsa si riferisce alla moschea di al-Aqsa di Gerusalemme che gli ebrei conoscono come il Monte del Tempio, il sito del tempio distrutto di Solomone, che i musulmani chiamano Al Haram Al Sharif. Il video minaccia i leader musulmani — compreso il presidente dello Yemen Saleh, la famiglia reale saudita, e il presidente egiziano Mubarak — e promette di portare la jihad dallo Yemen ad Israele per “liberare” i luoghi sacri musulmani e Gaza, cosa che scatenerebbe la terza guerra mondiale se qualcuno fosse abbastanza pazzo da farlo.

Inoltre in quel video, oltre all’ex prigioniero di Guantanamo al-Shihri, c’è anche una dichiarazione di Abu-al-Harith Muhammad al-Awfi, identificato come un comandante di battaglia nel video, e come presunto ex detenuto di Guantanamo numero 333. Essendo ormai ben appurato che i metodi di tortura non servono ad ottenere confessioni veritiere, qualcuno ha ipotizzato che il reale scopo degli interrogatori della CIA e del Pentagono nella prigione di Guantanamo dal settembre 2001 in poi, sia stato di usare tecniche brutali per addestrare e reclutare i terroristi “dormienti”, che possono essere attivati a comando dall’intelligence americana, un’accusa difficile da provare o confutare. La presenza di due così prominenti laureati di Guantanamo nella nuova Al Qaeda basata nello Yemen suscita certamente degli interrogativi.

Al Qaeda nello Yemen è apparentemente in diretta opposizione di al-Fadhli e dell’ingrandito Southern Movement basato sulle masse. Durante un’intervista, al-Fadhli ha dichiarato: “ho forti relazioni con tutti i jihadisti nel nord e nel sud e dappertutto, ma non con al-Qaeda”. [5] Questo non ha impedito a Saleh di affermare che il Southern Movement e al Qaeda sono la stessa ed unica cosa, un modo conveniente per assicurarsi l’appoggio di Washington.

Secondo le relazioni dell’intelligence americana, ci sono in totale forse 200 membri di Al Qaeda nello Yemen meridionale. [6]

Al-Fadhli ha rilasciato un’intervista in cui si distanzia da al Qaeda nel maggio del 2009, dichiarando: “noi [nel sud dello Yemen] siamo stati invasi 15 anni fa e siamo sotto una spietata occupazione. Quindi siamo impegnati nella nostra causa e non badiamo a nessuna altra causa nel mondo. Vogliamo la nostra indipendenza e vogliamo mettere fine a questa occupazione”. [7] Convenientemente, lo stesso giorno, Al Qaeda si è vistosamente esposta dichiarando il proprio sostegno per la causa dello Yemen meridionale.

Il 14 maggio, in un’audioregistrazione rilasciata su internet, al-Wahayshi, leader di al Qaeda nella Penisola Araba, ha espresso partecipazione per la gente delle province meridionali e per il loro tentativo di difendersi contro la loro ”oppressione”, dichiarando, “quello che sta succedendo a Lahaj, Dhali, Abyan e a Hadramaut e nelle altre province meridionali non può essere approvato. Dobbiamo sostenere ed aiutare [i meridionali]”. Ha promesso la sua vendetta: “l’oppressione contro di voi non passerà senza una punizione … l’uccisione di musulmani nelle strade è un grave crimine ingiustificato”. [8]

La curiosa emergenza di una piccola ma ben pubblicizzata al Qaeda nello Yemen meridionale nel bel mezzo di quello che gli osservatori chiamano un fronte ampio e popolare del Southern Movement che rifugge dall’ordine del giorno radicale globale di al Qaeda, serve a dare al Pentagono una sorta di casus belli per escalare le operazioni militari americane nella regione strategica.

Per l’appunto, dopo aver dichiarato che il conflitto interno dello Yemen è un affare dello Yemen, il presidente Obama ha ordinato gli attacchi aerei nello Yemen. Il Pentagono ha dichiarato che gli attacchi del 17 e del 24 dicembre hanno ucciso tre leader chiave di al Qaeda, ma non ce n’è stata ancora alcuna prova. Adesso il dramma dell’attentatore di Detroit del giorno di Natale ha dato nuova vita alla campagna di “guerra al terrorismo” di Washington nello Yemen. Obama ha ora offerto aiuti militari al governo yemenita di Saleh.

L’escalation della pirateria somala come in risposta a segnale

Come in risposta ad un segnale, allo stesso tempo i titoli di testa della CNN trasmettono nuove minacce terroristiche dallo Yemen, i perduranti attacchi delle navi mercantili da parte dei pirati somali nello stesso Golfo di Aden e Mar Arabico dallo Yemen meridionale sono aumentati drammaticamente, dopo che erano stati ridotti con il pattugliamento marittimo multinazionale.

Il 29 dicembre la RIA Novosti di Mosca ha riportato che i pirati somali avevano catturato una nave da carico greca nel Golfo di Aden, vicino alla costa somala. In precedenza lo stesso giorno anche un tanker chimico che batteva bandiera britannica con il suo equipaggio di 26 persone è stato catturato nel Golfo di Aden. Dando segno di sofisticate tecniche di manipolazione dei media occidentali, il comandante pirata Mohamed Shakir ha detto al quotidiano inglese The Times per telefono: “abbiamo preso una nave con [una] bandiera britannica nel Golfo di Aden ieri tardi”. Il resoconto della società americana di intelligence Stratfor, riporta che il Times, di proprietà del banchiere neoconservatore Rupert Murdoch, viene a volte usato dall’intelligence israeliana per diffondere storie utili.

I due ultimi eventi hanno portato gli attacchi e i dirottamenti ad un numero record per il 2009. Al 22 dicembre, gli attacchi da parte dei pirati somali nel Golfo di Aden e nella costa orientale della Somalia erano stati 174, con 35 navi dirottate e 587 membri dell’equipaggio presi in ostaggio finora nel 2009, quasi tutta attività di pirateria con successo, secondo l’osservatorio internazionale della pirateria marittima mondiale. La domanda è chi fornisce ai “pirati” somali le armi e la logistica sufficienti ad eludere i pattugliamenti internazionali di numerose nazioni?

Il 3 gennaio il presidente Saleh ha ricevuto una telefonata dal presidente somalo Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, in cui quest’ultimo informava il presidente Saleh sui più recenti sviluppi in Somalia. Sheikh Sharif, la cui stessa base a Mogadiscio è così debole da essere a volte chiamato presidente dell’aeroporto di Mogadiscio, ha detto a Saleh che avrebbe condiviso informazioni con Saleh su qualsiasi attività terroristica che potesse essere lanciata dai territori somali e che potesse avere come bersaglio la stabilità e la sicurezza dello Yemen e della regione.

Il checkpoint del petrolio ed altri affari oleosi

Il significato strategico della regione tra lo Yemen e la Somalia diventa il punto dell’interesse geopolitico. È qui che si trova Bab el-Mandab, uno dei sette chokepoint del trasporto petrolifero nella lista del governo americano. L’Agenzia Internazionale per l’Energia del governo USA cita che “la chiusura di Bab el-Mandab potrebbe impedire ai tanker [provenienti] dal Golfo Persico di raggiungere il Canale di Suez/complesso del Sumed, ridirigendoli intorno alla punta meridionale dell’Africa. Lo stretto di Bab el-Mandab è un chokepoint tra il corno d’Africa e il Medio Oriente, ed un collegamento strategico tra il Mar Mediterraneo e l’Oceano Indiano”. [9]

Bab el-Mandab, tra lo Yemen, Djibouti e l’Eritrea collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e il Mar Arabico. Il petrolio e gli altri prodotti di esportazione dal Golfo Persico devono passare per Bab el-Mandab prima di entrare nel Canale di Suez. Nel 2006 il Dipartimento per l’Energia a Washington ha riportato che si stima che 3,3 milioni di barili di petrolio al giorno passano attraverso questo stresso passaggio marittimo per l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia. La gran parte del petrolio, pressappoco 2,1 milioni di barili al giorno, va verso nord attraverso Bab el-Mandab verso il complesso di Suez/Sumed nel Mediterraneo.

Un pretesto per la militarizzazione da parte dgli USA o della NATO delle acque circostanti Bab el-Mandab sarebbe per Washington un’altra importante tappa nel suo perseguimento del controllo dei sette chokepoint più critici del mondo, la parte principale di ogni futura strategia americana finalizzata ad impedire i flussi del petrolio verso la Cina, l’Unione Europea o qualunque regione o paese che si opponga alla politica americana. Dato che notevoli flussi di petrolio saudita passano attraverso Bab el-Mandab, un controllo militare americano in quel punto servirebbe a deterrere il Regno Saudita dal considerare seriamente la transazione delle vendite future del petrolio con la Cina o con altri non più in dollari, come è stato recentemente riportato dal giornalista inglese indipendente Robert Fisk.

Sarebbe inoltre nella posizione di minacciare il trasporto del petrolio della Cina da Port Sudan sul Mar Rosso appena a nord di Bab el-Mandab, un’ancora di salvezza fondamentale per le necessità energetiche nazionali cinesi.

Oltre alla sua posizione geopolitica come un maggiore chokepoint del transito del petrolio, lo Yemen stando a quanto riportato avrebbe alcune delle più grandi riserve di petrolio non sfruttate del mondo. Masila Basin e Shabwa Basin nello Yemen secondo quanto riportato dalle società petrolifere internazionali conterrebbero “scoperte di ordine mondiale”. [10] La Total francese e svariate società petrolifere internazionali più piccole sono impegnate nello sviluppo della produzione petrolifera dello Yemen. Circa quindici anni fa un insider ben informato di Washington mi ha detto nel corso di un incontro privato che lo Yemen conteneva “abbastanza petrolio non sviluppato per soddisfare la domanda di petrolio del mondo intero per i prossimi cinquantanni”. Forse c’è di più, dietro alla recente preoccupazione di Washington per lo Yemen, di una disorganizzata al Qaeda, la cui stessa esistenza come organizzazione terroristica globale è stata messa in dubbio dagli esperti islamici.

F. William Engdahl
Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=16786
5.01.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

NOTE

1. Bruce Riedel, The Menace of Yemen, December 31, 2009, accessed in http://www.thedailybeast.com/blogs-and-stories/2009-12-31/the-menace-of-yemen/?cid=tag:all1.

2. Stratfor, Yemen: Intensifying Problems for the Government, May 7, 2009.

3. Cited in Terrorism Monitor, Yemen President Accuses Iraq’s Sadrists of Backing the Houthi Insurgency, Jamestown Foundation, Volume: 7 Issue: 28, September 17, 2009.

4. NewsYemen, September 8, 2009; Yemen Observer, September 10, 2009.

5. Albaidanew.com, May 14, 2009, cited in Jamestown Foundation, op.cit.

6. Abigail Hauslohner, Despite U.S. Aid, Yemen Faces Growing al-Qaeda Threat, Time, December 22, 2009, accessed in www.time.com/time/world/article/0,8599,1949324,00.html#ixzz0be0NL7Cv .

7. Tariq al Fadhli, in Al-Sharq al-Awsat, May 14, 2009, cited in Jamestown Foundation, op. cit.

8. al-Wahayshi interview, al Jazeera, May 14, 2009.

9. US Government, Department of Energy, Energy Information Administration, Bab el-Mandab, accessed in http://www.eia.doe.gov/cabs/World_Oil_Transit_Chokepoints/Full.html.

10 Adelphi Energy, Yemen Exploration Blocks 7 & 74, accessed in http://www.adelphienergy.com.au/projects/Proj_Yemen.php.

Pubblicato da Davide

  • nettuno

    Il 23enne nigeriano Abdulmutallab, chissà come lo hanno reclutato. Comunque e bene che si sappia che tutta sta roba qua é opera della Cia e degli amici suoi: Israele e ci metto pure l’Arabia Saudita. Si deve penetrare nello Yemen per una partita a scacchi con l’Iran . Non fatevi fuorviare da William Engdahl , Lui non la racconta giusta anche se scrive per un noto sito che a volte fa il gioco del giaguaro . Se siete inesperti e volete capire qualche intrigo andate su ____http://www.voltairenet.org/fr

  • glab

    a me pare più possibile che lo yemen non c’entri direttamente con l’iran ma con la “presa della porta del mar rosso”
    infatti “scilla e cariddi” del mar rosso sono il corno d’africa e lo yemen.
    resterebbe da chiedersi: a cosa ed a chi serve il controllo dell’accesso al mar rosso?

    http://www.marrossovacanze.it/files/mappa_mar_rosso1.jpg

  • cortesia

    Povero, povero Yemen! metterlo nel mirino è come sparare su una baracca di profughi. Povero Yemen!
    Verrà un giorno in cui la penisola araba sarà unita, libera e prospera. Chissà che la scintilla non venga da “in fondo a destra” (questo è il significato del nome “Yemen”).

  • Tao

    CUI PRODEST ? EQUAZIONE DEL TERRORE: OBAMA SCENDE, AL QAIDA SALE

    DI FULVIO GRIMALDI
    fulviogrimaldi.blogspot.com

    Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, il furto dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberarci della popolazione araba.
    (David Ben Gurion, 1948)

    Noi possediamo varie centinaia di testate atomiche e missili e siamo in gradi di lanciarle in ogni direzione, magari anche su Roma. La maggior parte delle capitali europee sono bersagli per la nostra forza aerea.
    (Martin Van Creveld, docente di storia militare all’Università Ebraica, Gerusalemme)

    C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti.
    (David Ben Gurion, 1967)

    Israele deve sfruttare la repressione delle dimostrazioni in Cina, quando l’attenzione del mondo era concentrata su quel paese, per procedere all’espulsione di massa degli arabi dai territori.
    (Benyamin Netaniahu)

    Non mi sento obbligato a credere che lo stesso dio che ci ha dato buonsenso, ragione e intelletto abbia inteso che noi non ne facciamo uso.
    (Galileo Galilei)

    Ogni verità passa per tre fasi. Prima la si ridicolizza. Poi la si combatte con violenza. Terzo, viene accettata come ovvia.
    (Arthur Schopenhauer)

    In fretta, perché travolto dalle riflessioni sull’appena superato congresso nazionale di Italia-Cuba, su cui riferirò presto, due brevi considerazioni di attualità. Un arguto contributo di un interlocutore sui fuochi d’artificio allestiti in questi giorni dalla sezione Al Qaida di Cia-Mossad e salmerie mediatiche al traino, preceduto da una breve riflessione mia allo stesso proposito.

    Al Qaida (Central Intelligence Agency, False Flag Department, Headquarters, Langley, USA)

    Iniziamo con la faccenda più seria, quella del sangue già sparso. L’altra, per ora, il sangue lo preannuncia, vale a dire lo minaccia e, visto quello che ha combinato il predecessore dalle Torri Gemelle in poi, vuoi che il successore non si voglia mostrare all’altezza?
    A Baghdad sono state uccisi 37 civili innocenti in una chiesa cattolica al termine di una brillante operazione di poliziotti del collaudato serial killer Al Maliki che, senza fare improprie discriminazioni tra terroristi, fedeli, preti e gli stessi agenti, ha fatto fuori tutti. Senza perdere tempo per trattative, o piani d’attacco mirati a salvare gli ostaggi come invece usa nelle sfessanti e pietistiche pratiche di apparati di sicurezza che si proclamano rispettosi della vita umana. Interpretazione uno: è stata Al Qaida, termine con il quale oggi l’universo mondo destro-sinistro qualifica la Resistenza patriottica irachena al fine che nessuno si sogni di provare un minimo di solidarietà con un popolo che lotta per la libertà.
    Interpretazione due: sono stati i pupi iracheni su ordine del loro puparo.

    Cui prodest ? Ad Al Qaida, intendendo i partigiani iracheni? Ovvio: una resistenza intelligente che da sette anni lotta contro occupante e quisling confortata dal consenso del proprio popolo, non può che accrescere tale consenso disintegrando in chiesa donne e bambini dello stesso suo popolo. Quanto all’opinione pubblica mondiale, in ispecie quella antimperialista ed antiguerra, la sua simpatia per chi in Iraq se la prende con chi gli ha ridotto in frantumi il paese non può che essere rafforzata da simili imprese patriottiche.
    Al Mossad, alla Cia, ai loro giannizzeri locali? Per carità! Misere sarebbero le ricadute di un’operazione del genere. Quisquilie come la criminalizzazione, già abbondantemente compartecipata con le sinistre del mondo, di chi in Iraq si ostina a rifiutare la democrazia donata; o come la lieve soddisfazione che l’ordine scita al potere avrebbe tratto dall’aver ridotto di numero la fastidiosa presenza di un’altra minoranza di infedeli, dopo aver decimato quella degli apostati sunniti; o la conferma che questi terroristi saddamisti non fanno che perpetuare l’orrenda persecuzione (mai esistita) inflitta ai cristiani dall’orco Saddam e, quindi, è giusto che, come lui, vengano torturati e sterminati; o, questa proprio fuori da ogni tradizione e buonsenso, una piccola vendetta anticattolica di Israele per avere il papa sponsorizzato un sinodo nel quale si sono ribaditi i diritti dei palestinesi e i delitti dell’occupazione. Cose, ne converrete, tutte inimmaginabili.

    Passiamo alla strage di Piazza Taksim a Istanbul. Tanto per fare accademia, ricorriamo di nuovo all’antica enigmistica del cui prodest ? Quella che la gente assennata sa attribuire ai paranoici, paranormali del complottismo (non so se avete visto come ieri costoro siano stati messi alla gogna una volta per tutte dalla accolita ebraica riunita da Gad Lerner per elogiare e promuovere il nuovo libro di Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, opera che giustizia chiunque abbia osato nei secoli parlare di complotti ebraici o giudaico-cristiani e, oggi, della relativa lobby). E’ convenuto ai curdi? Naturalmente: facendo il PKK o affini indistintamente a pezzi a Istanbul gente di ogni specie, turisti stranieri inclusi, nell’opinione pubblica nazionale e internazionale non può che crescere la comprensione per la causa curda e il sostegno alle trattative di pace in corso tra Ocalan e il governo turco. Vale anche per i soliti estremisti islamici di Al Qaida che, con una tale esibizione di capacità operativa tra civili a spasso nel cuore della storica capitale, sollecita la pressione del popolo turco a rafforzare la sua caratterizzazione islamica e a schierarsi con sempre maggiore convinzione dal lato degli arabi e dei musulmani.

    Favorisce la strage, invece, la Cia, il Mossad, o i cronicamente golpisti militari turchi, ideologicamente e operativamente legati a Israele e Nato? Ipotesi ovviamente assurda quanto tutte quelle demenziali dei complottisti incriminati nel libro di Eco e vituperati dalla cabala dell’“Infedele”. Sarebbe intollerabile che, dopo la fucilazione in diretta degli psicopatici del complottismo eseguita dal più venduto dei nostri scrittori, si avesse ancora l’impudenza di alitare un sospetto su Israele. Magari perché gli stanno andando di traverso le quotidiane manifestazioni di massa per la Palestina e quel premier turco Erdogan che le istiga e capeggia fin da quando la Turchia è entrata in crisi con Israele per Auschwitz-Gaza e per l’eccidio di pacifisti sulla Mavi Marmara. Cosa andiamo a pensare, Israele non le ha mai fatte queste cose!

    Cui prodest? Cui bono? Si ode a destra un botto di bomba, a sinistra risponde un botto e tutt’intorno, senza che vi sia stato neanche per un’indagine il tempo che occorre a Berlusconi per identificare la nipote mignotta di Mubarak, il barrito di un milione di elefanti mediatici su un paio di toner di stampante al Petn (piombo e pentrite) che il raffinato intuito antiterrorista dei sauditi, collaudati protagonisti del mondo libero, ha fatto scoprire a Dubai e a Londra. Dovevano, si è capito istantaneamente, viaggiare su aerei diretti a Chicago dove, è anche questo è risultato lapalissiano, avrebbero fatto saltare in aria sinagoghe zeppe di kippà. Dal momento che Ali Abdallah Saleh, presidente dello Yemen, ha fatto arrestare una studentessa della locale università prima che anche uno solo dei galli yemeniti emettesse il primo chi del suo chicchirichì, o il capo dei suoi servizi iniziasse a masticare kat per colazione, non avanzava sull’intero globo terracqueo neanche un maniaco del complottismo che non attribuisse la matrice della progettata mattanza ad Al Qaida nello Yemen. Ovviamente di una tale tonitruante copertura mediatica planetaria il merito non poteva che essere della spontanea iniziativa e della acutissima sensibilità investigativa dei suoi autori. Che altro ci voleva perché Obama potesse, nel giro di un paio d’ore di meticolose verifiche, esami scientifici, proliferazione di gole profonde, verifiche delle intelligence di una decina di paesi, proclamare dalla Casa Bianca che l’allarme terroristico era “una minaccia del tutto credibile”. Le sue parole non avevano cessato di penetrare negli spalancatissimi padiglioni auricolari della stampa mondiale, che il suo addetto stampa, Robert Gibbs, e il suo consigliere per il terrorismo, John Brennan (guarda un po’, ex-capostazione Cia in Arabia Saudita) scioglievano inni alla prontezza della reazione governativa e promettevano non meglio definiti interventi per contrastare la minaccia terroristica proveniente dallo Yemen e da altri paesi.

    Tutto questo faceva sì che inconsulte voci dal sen fuggite, prima ancora che la tempestiva interpretazione ufficiale si abbattesse su tutti noi, venissero annichilite. Come quella della televisione Usa NBC che aveva definito “rozzi e dilettanteschi” gli ordigni infilati nelle cartucce d’inchiostro, o quella, del tutto irresponsabile, della CNN, nientemeno, che aveva addirittura negato che lì dentro si fosse rinvenuto dell’esplosivo. Ugualmente un po’ di sordina fu presto imposta alla rivelazione della prim’ora che a far spedire quegli strumenti di un’apocalisse antisraelita a Chicago (altre fonti autorevoli parlavano però incoerentemente di bombe da fare esplodere in volo) fosse stato tale Ibrahim Hassan al-Asiri, yemenita anche lui. Risultava imbarazzante ricordare che Al Asiri era stato indicato come colui che aveva rifornito il potenziale attentatore del volo di Natale 2009, uno che si era bruciato le palle accendendo una polverina nascosta nelle mutande mentre un compare, indifferente all’imminente incenerimento della sua persona e telecamera, lo riprendeva da due file dietro. Si poteva sospettare che lo yemenita non dovesse disintegrare l’aereo, ma star lì a dimostrare che gli yemeniti vogliono disintegrare aerei. Ubbie da complottista. Un po’ perché la quasi totalità degli studenti di Sanaa erano scesi in strada a protestare contro l’arresto di una compagna che non si era mai sognata neppure di pensare a un toner che non fosse di inchiostro e basta, un po’ perché bastava non essere corifei del “manifesto” o del “New York Times” per stupirsi che la postina yemenita aveva lasciato sui pacchi esplosivi mittente e numero telefonico, anche la giovane Hanan Al Samau molto presto da solista finì in un indistinto rumore di fondo.

    Cui prodest? Ad Al Qaida che, mettendoci l’indirizzo, vede trasformarsi il suo santuario tra le inaccessibili montagne yemenite in bersaglio di missili alla Tora Tora e l’intero paese irachizzato da una “coalizione di volenterosi” agli ordini del generale Petraeus? Molto logico, no? Oppure a Obama, i cui bushismi lo hanno sprofondato in un sottosuolo di consensi (ora elettorali) peggio di Bush quando, a rincuorarlo, furono allestiti i fuochi dell’11 settembre, peggio di Blair quando le rivelazioni sui suoi trucchi pro-guerra all’Iraq furono subissate dalle esplosioni nella metropolitana, peggio di Aznar che andava affrontando elezioni infauste quando scoppiarono treni e passeggeri (ma a lui andò male)? O ancora a Obama, ma anche ai suoi valvassini e valvassori nel nord e sud del mondo, che vedono montare il rischio di un’onda anomala di collera popolare che travolga i meccanismi dei loro tutor bancari e industriali per cui alla gente niente e alle élites tutto? E’ ovviamente azzardo di complottista pensare che tale onda Obama la voglia deviare contro Al Qaida, gli islamici, i latinoamericani, con il corollario di una paura fottuta in tutti noi per l’insicurezza vissuta e, quindi, dell’accettazione delle peggiori maronate immaginabili a limitazione di diritti e libertà? Conviene Al Qaida forse alla Cia e al Mossad che, senza Al Qaida, rischiano di subire la sorte dei 500mila statali cubani licenziati per eccesso di offerta e carenza di richiesta? Conviene al Pentagono che, zattera nel naufragio economico statunitense, esige nuove terre da sbarco per industrie di armamenti con consigli d’amministrazione pronti per generali che oggi fanno sparare e domani faranno produrre?

    Forse ci sono anche convenienze minori. Chissà, dalle bombe Al Qaida potrebbe trarre qualche utile il vecchio Ali Saleh, fantoccio degli Usa da sempre, ma fin qui imbrigliato da una popolazione fiera e indipendente che di marines, droni e Abu Ghraib non ne vuole sapere. A forza di sfracelli Al Qaida, il presidente yemenita potrebbe far credere al mondo che la rivolta secessionista del Sud, già marxista, e quella tribale del Nord, insofferenti alla dittatura del satrapo, sia tutto un imbroglio terrorista e farsi garantire un fine carriera consolidato all’ombra dei vessilli a stelle strisce. Potrebbe però aver fatto male i suoi calcoli, Saleh, se si pensa al presidente dirimpettaio dall’altra parte di Bab el Mandeb, quello somalo, che non si sa quanto si posa rallegrare, con il suo palazzo preso a mortaiate dai patrioti Shabaab un giorno sì e l’altro pure, di aver collaborato a ridurre il suo paese in un non-Stato, un brandello di Africa da sversarvi scarti tossici, da depredare in terra e in mare, da farvi passare davanti, senza rotture di coglioni, il 60 per cento del petrolio mondiale. Sarà perché deve finire così anche lo Yemen, già Arabia Felix, che da lì si fanno partire bombe, vere o false che siano?

    Ah, scordavo un’ultima piccola convenienza che qualche fantasioso dietrologo potrebbe attribuire ai toner della ragazzina dinamitarda. Martin Broughton non lo conosce nessuno. Eppure è personaggio potente e influente. Da presidente della British Airways, compagnia tra le più grosse del mondo, maneggia passeggeri, traffici, rotte ed è caro a costruttori Usa come McDonnell-Douglas e Boeing. Solo due giorni prima dei tentati attentati, il “Financial Times” pubblicava un suo durissimo attacco alla sicurezza aeroportuale imposta dagli Usa all’universo mondo, dichiarando tali misure “assolutamente eccessive e del tutto inutili” e chiedendo alle autorità britanniche di “smetterla di dar retta agli americani”. Con ciò esprimeva il fastidio e l’irritazione di centinaia di milioni di trasvolatori professionali e per diporto che a ogni partenza devono sottoporsi alle angherie idiote di un sistema di controlli arrivato all’assurdo, dannoso per la salute, di scannerizzarti. Un sistema che non blocca certamente eventuali attentatori. Rilutterebbero a presentarsi al detector anti-tagliaunghie con in borsa un chilo di tritolo, o un Kalachnikov. Ma che dovrebbe infondere nella popolazione umana la convinzione che a praticare il terrorismo siano spectre infernali come Al Qaida, o l’internazionale anarcoinsurrezionalista che fa capo a Hugo Chavez. E che a praticarlo non siano invece gli stessi che impongono queste
    misure di “sicurezza”. E che dopo 10 allarmi e attentati sventati, ci si debba aspettare il botto vero, grosso, apocalittico. Ovviamente di Al Qaida.

    Qualcuno arriva a pensare che sia questa la partita nella quale ci si gioca la sopravvivenza della democrazia, della libertà, della vita umana. La partita, da ogni sinistra abbandonata, dello scambio tra reo e innocente, tra realtà e finzione, tra verità e menzogna, tra terroristi e vittime. Ma, con ogni evidenza umbertoechiana, trattasi di ubbie di complottisti.

    Jingle bells!

    E’ sotto gli occhi di tutti che i cosiddetti “colloqui di pace” tra Palestinesi e Israeliani non sono mai serviti a nulla. In decenni di colloqui i Palestinesi hanno visto via via ridursi il loro spazio vitale al lumicino (evito, per un minimo di decenza, il termine fantascientifico “nazionale”: una nazione palestinese non è mai stata nel progetto di nessuno; è meglio metterselo in testa).
    Eppure sono tuttora in corso “colloqui di pace” tra lo sputtanatissimo presidente palestinese Abu Mazen e il premier massacratore israeliano Netanyahu.
    Immaginiamo allora anche un altro scenario; cioè che oltre a lavorare ulteriormente ai fianchi i Palestinesi questi colloqui di pace servano anche (magari come by-product) a creare un clima per giustificare improbabili attentati o tentativi di attentato. Da parte di chi? Guarda un po’: la solita al-Qaeda. Messi in piedi come al solito da attentatori di cui fino al giorno prima non si sa nulla ma di cui il giorno dopo, guarda caso, si sa nome, cognome, residenza e ogni sorta di abitudine.
    Tentativi come i pacchi-bomba di questi giorni, che sarebbe meglio definire semplicemente “pacchi” (nel senso di bufala).
    Magari ci si mette anche qualche attentatore solitario a Istanbul che si fa saltare in aria con un po’ di passanti nella mia amata Taksim Meydanı. Un curdo? Un fondamentalista? Chi lo sa; però fa brodo.
    Che tipo di brodo? Quello per cui pochi giorni fa Fiamma Nirenstein ha indetto a freddo una manifestazione a Roma di appoggio a Israele. Anzi, come già ebbi modo di dire, di “appoggio preventivo”. Un appoggio che è stato dato con entusiasmo da persone come Saviano, Fassino, l’indimenticabile reuccio di Roma Uoltere Ueltroni e, ovviamente, Giovanna Melandri, colei che è passata dal comunismo alle feste di Briatore a Malindi.
    Ma appoggio preventivo a che cosa? Al prossimo strike da parte dei sionisti.
    Il bersaglio grosso è, ovviamente, l’Iran. Ma ci potrebbe essere una tappa intermedia, ovvero il Libano, dove Hezbollah è una spina nel fianco Nord d’Israele, dove le ripetute sconfitte di Tsahal bruciano ancora e dove le cose si potrebbero mettere male nel caso di un attacco a Teheran.
    Bisogna quindi normalizzare – nell’usuale senso dell’imperialismo occidentale – il Sud del Libano. Ai tempi della vivisezione di Gaza di quasi due anni fa, da fonte israeliana si veniva a sapere che quella era una specie di “prova” (militare e politica) di quanto sarebbe dovuto succedere più in là in Libano.
    Possiamo allora anche immaginarci, come infatti mi immaginai (suscitando il sarcasmo di un noto intellettuale di sinistra), che l’attacco selettivo alla nave turca della Freedom Flotilla aveva poco a che vedere con i Palestinesi, ma aveva molto a che vedere con la Turchia di Erdoğan: l’alleanza di Israele col Paese che fu già di Atatürk ma che ormai più che all’Europa è interessato ad una politica panturanica con direttrice l’Asia (chiamali scemi, con un aumento del PIL dell’11,7% l’Europa è solo business as usual con Paesi importanti ma in declino; i soldini invece stanno in Asia), con un’alleanza che ormai era sfilacciata sul piano della sua compattezza geostrategica e sempre più riottosa (ve li ricordate i vari modi con cui la Turchia si è defilata dalle guerre di Bush, no? e come la mettiamo con la recente mediazione con Teheran sulla questione nucleare?), con questa alleanza che faceva acqua da tutte le parti, insomma, era meglio troncare, per avere più libertà d’azione.

    La probabilità di vedere entro qualche mese l’ennesima prova devastatrice del secondo stato più canaglia del mondo (il primo essendo il suo mandante, cioè gli USA), sono quindi molto alte.
    Ma temo che sia alta anche la probabilità che per “creare l’atmosfera” ci possa essere un vero attentato, magari natalizio.
    Jingle bells!

    Fulvio Grimaldi
    Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.com
    Link: http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2010/11/cui-prodest-equazione-del-terrore-obama.html
    2.11.2010

  • vic

    Per quelli cui interessano le cose curiose, per non dire inquietanti, che succedono dietro le nostre spalle, qui c’e’ un’intervista ad un aitante tizio cui fecero fare cose assai oscene, quasi da Manchurian candidate. Le solite operazioni sotto copertura.

    Link con l’intervista (luglio 2010) in vari formati video e audio, nonche’ trascrizione:
    projectcamelot.org/aaron_mccollum.html

    Evidentemente nel Golfo di Aden ne capitano di tutti i colori.
    Sempre se quel che dice il tizio corrisponde a verita’.