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L 'IMPERATORE DEI NUOVI EQUILIBRI

DI FRANCO CARDINI
ilsole24ore.com

«Auguro all’Italia un tiranno», scriveva ai primi del Novecento «l’omo salvatico» Domenico Giuliotti, nauseato dell’Italietta del suo tempo. Ma che cosa sarebbe necessario nell’Italia odierna, dove spadroneggia non un “tiranno”, bensì un padre-padrone-manager che paradossalmente unisce un potere pressoché illimitato e un vasto consenso a una reputazione sempre più in declino. Può aiutarci, la storia, a individuare nel passato personaggi che siano usciti da impasse del genere? Ohimè: la storia – come dice Altan – non solo non ha nulla da insegnare a nessuno, ma sarebbe lei a dover imparare. Tuttavia, in modo del tutto ludico e ucronico, potremmo provarci.

Prendiamo un personaggio chiacchierato e perfino calunniato, Federico I di Svevia detto “il Barbarossa”: tiranno straniero nella memoria del Berchet e del Carducci, accentratore spregiudicato e conculcatore delle libertà in un film di Renzo Martinelli. La Lega Lombarda lo sconfisse nella battaglia di Legnano del maggio 1176, il papa e i comuni lo costrinsero alla pace ed egli finì col morire miseramente annegato nel 1190 sulle montagne tra Anatolia e Siria, mentre si dirigeva in Palestina per quell’evento che i manuali chiamano “la terza crociata”.

Raccontata così, la sua storia sembra una sequenza di sconfitte e di fallimenti: ma la realtà fu diversa. Esistono analogie tra allora e oggi? Una crisi; una discordia radicata tra gli abitanti della penisola e tra i diversi ceti sociali; un potere centrale oggetto di critiche e di forme varie di disaffezione; una Chiesa potente, ma screditata per motivi morali profondi; la sensazione diffusa che un sistema invecchiato sia arrivato alla fine e che qualcosa di nuovo sia alle porte; un senso di diffuso disorientamento a proposito del domani. In questo quadro è senza dubbio riconoscibile l’Italia tra primo e secondo decennio del XXI secolo; ma anche quella tra ottavo e nono decennio del XII.

Un dato soprattutto colpisce: la necessità, in entrambi i casi, di una svolta politica e della ricerca originale e spregiudicata di nuovi equilibri. È quel che Federico I riuscì a concepire e a realizzare in modo originale ed energico, dopo che la batosta militare del 1176 a Legnano aveva pesantemente compromesso la sua immagine. Il paragone tra l’imperatore e il “cavaliere” è in sé ovviamente grottesco: tuttavia il Berlusconi che insiste sul suo diritto elettoralmente acquisito – e rafforzato da quel che a suo avviso sarebbe un crescente consenso popolare – a proseguire la sua esperienza di governo a dispetto del minaccioso scricchiolare della sua maggioranza e della raffica di scandali che colpisce l’équipe dei suoi collaboratori, mentre d’altra parte i suoi avversari non riescono a trovar un punto d’accordo né ad esprimere un’alternativa convincente rispetto a lui, ricorda obiettivamente e sotto molti aspetti la condizione dell’imperatore: dato addirittura per disperso e per morto all’indomani della battaglia di Legnano e costretto a tornare in Germania anche per affrontarvi il tradimento o comunque l’opposizione di uno dei suoi principali collaboratori, il cugino Enrico il Leone duca di Sassonia (ognuno ha i Gianfranco Fini che si merita).

Chissà se Berlusconi uscirà dalla crisi, e se ciò comporterà un rinnovato equilibrio politico e sociale del paese. Come Federico riuscì nel suo intento, ci è invece noto: con il prestigio carismatico della sua personalità e della corona imperiale e grazie a una tempestiva e convincente ridefinizione della sua linea politico-diplomatica. Negli anni precedenti, il sovrano aveva commesso un grosso errore: le sue scelte autoritarie e accentratrici avevano provocato la concorde reazione dei comuni norditalici che per molto tempo erano stati tra di loro nemici. Milano era riuscita a imporre la sua leadership nella lotta contro di lui.

Federico capì che era inutile cercar di dividere il fronte nemico. Poteva soltanto colpire Milano nell’ipotesi che umiliare la città leader dei coalizzati li avrebbe scompaginati, oppure al contrario farsela amica e prevalere di nuovo grazie all’inattesa alleanza con essa. Scelse questa seconda via, più difficile ma anche più originale. Ma, già da prima, si era rappacificato col papa, l’alleanza col quale aveva permesso fino ad allora ai suoi nemici di considerare la loro causa come spiritualmente giusta e il loro contrasto con l’imperatore come una “guerra santa”. Ulteriore elemento di forza dei comuni era l’appoggio esterno del regno di Sicilia.

L’imperatore mise quindi a segno due colpi magistrali: nel 1177 si accordò con il pontefice, ponendo fine a una tensione che aveva provocato uno scisma e gli era valsa una scomunica. Quindi procedette anche a un’intesa con il sovrano della grande isola mediterranea. Rispetto ai comuni, Federico evitò di cercar l’appoggio di quelli ch’erano stati un tempo i suoi due alleati più sicuri, Pavia e Cremona, ma che negli ultimi tempi lo avevano abbandonato. Con un abilissimo “rovesciamento delle alleanze” si collegò a Milano, sfruttandone l’ascendente sulle altre città.

Nella pace stipulata nel 1183 in terra imperiale, a Costanza, riconobbe sì alle città padane gran parte di quei diritti e di quelle prerogative ch’esse gli avevano già strappato con la forza militare, ma obbligandole praticamente ad ammettere che quegli accordi erano il risultato della sua graziosa benevolenza e della sua generosità di sovrano. Aveva perduto la guerra: seppe vincere alla grande la pace. Federico era quindi entrato in crisi anche perché costretto a sopportare un handicap morale: l’ostilità della Santa Sede. Rifondò la sua credibilità etica rappacificandosi con essa. La società italiana di oggi è in crisi morale in quanto le sue istituzioni, la classe politica, la stessa magistratura hanno perduto prestigio e credibilità: una rifondazione morale e civile si profila necessaria.

Essa dovrebbe partire dall’uscita dalla scena politica di personaggi sui quali gravano forti e non ingiustificati dubbi morali e dalla riforma di un sistema elettorale che ha esautorato le prerogative di controllo degli elettori sulla selezione della classe politica, affidandoli all’arbitrio delle segreterie dei partiti e trasformando obiettivamente la democrazia parlamentare in oligarchia, le scelte elettorali in designazioni legittimate da un consenso plebiscitario.

L’imperatore seppe recuperare prestigio attraverso un accordo con i comuni che riconosceva i reali di forza. La necessità di un rinnovato equilibrio politico nell’Italia odierna passa attraverso la fine dell'”eccezione berlusconiana”: caratterizzata da fatti quali le leggi ad personam, il governo della maggioranza attraverso l’uso continuo e indiscriminato del ricorso alla fiducia, il sistematico abuso da parte del premier delle sue risorse imprenditoriali e mediatiche, l’affermazione di “partiti di plastica” all’interno dei quali non si discute e non si elaborano più idee, il silenzio-assenza di un’opinione pubblica anestetizzata che non sa reagire nemmeno a situazioni scandalose come i casi di corruzione o di collusione con la malavita di alcuni ministri.

Il ritorno al primato della politica e la riconquista delle sue funzioni da parte dell’opinione pubblica appaiono le condizioni urgenti, primarie e necessarie per un ritorno a una sicura legittimità costituzionale e per un recupero della credibilità del nostro assetto civile. Il Barbarossa seppe uscire dalla crisi considerando realisticamente la situazione che gli si era presentata in seguito alla sconfitta militare e individuando le condizioni di un nuovo equilibrio.

L’Italia minacciata dall’impoverimento e dalla disoccupazione, sull’orlo della disgregazione causata dalle spinte secessionistiche e dall’aggravarsi dell’endemica questione meridionale, narcotizzata dallo scollamento fra una classe politica trasformata in “comitato d’affari” oligarchico e un’opinione pubblica demotivata, deve uscire dalla logica distruttiva della lotta per l’appropriazione del potere da parte di lobby incontrollabili e recuperare fiducia e trasparenza. Queste sono le condizioni per l’apertura di una fase nuova nella nostra vita civile.

Franco Cardini
Fonte: www.ilsole24ore.com/
Link: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-08-11/limperatore-nuovi-equilibri-080346.shtml?uuid=AYYTErFC
11.08.2010

Pubblicato da Davide

  • Ricky

    Franco Cardini é un ottimo storico ma dovrebbe sapere che la Storia non si ripete e nel XII secolo non c’erano UE, BCE e FMI, entitá sovranazionali con poteri di vita e di morte sull’Europa. Berlusconi non decide nulla e non conta una beata fava.

  • Viator

    Ben detto. Hai centrato in pieno il problema.

  • Fabriizio

    d’accordo con i due post che m’hanno precedeuto

  • cavalea

    Le entità sovranazionali hanno poteri di vita e di morte in Europa, ma hanno la pretesa di estendere il loro dominio in tutto il resto del mondo.
    Infatti qualunque paese osi rivendicare la propria sovranità all’interno dei suoi confini, viene iscritto d’ufficio nella lista dei paesi “canaglia” e rischia una lezione forzata di “democrazia”.

  • vic

    Strano questo paragone grottesco con il Barbarossa.
    Dove sono gli elementi di analogia?

    Mi sarei aspettato un paragone con il piu’ modesto Napoleone III, caso mai.
    Anche lui arrivo’ al potere assai tardi, da esterno al sistema politico, da ex viveur.
    Rimase al potere grazie ad una votazione popolare in suo favore. La sua abilita’ di propagandare il proprio programma aveva vinto.
    Purtroppo e’ anch’essa un’analogia assai zoppicante. Il contesto era diverso. I precedenti erano diversi. La Francia era stata una potenza non solo politica ma anche scientifica, tecnologica e culturale. Lo spirito della rivoluzione francese aveva attecchito fin oltre Atlantico. Quindi l’avvento del Bonaparte aveva spronato le innovazioni, l’ingegneria, le scienze esatte, lo studio del lontano passato. Niente di tutto cio’ nell’Italia decadente di oggi. Berluscone I e’ la caricatura di se stesso. Il partito della liberta’ la caricatura della liberta’. Il parlamento la caricatura di un parlamento. Le votazioni la caricatura del voto.

    Tentiamo un’altra analogia allora. Mi vengono in mente i fumetti.
    Saetta per la mente un teatro di marionette.
    No, nemmeno queste analogie stanno in piedi. I fumetti, le marionette hanno una loro dignita’ professionale. Chi vi si dedica investe anima e corpo, ha insomma la vena dell’artista piu’ che quella del concusso.

    E allora? Forse ci viene in soccorso il Nuovo Testamento: piu’ precisamente i mercanti del tempio.
    Ando’ a finire che arrivo’ un illuminato incazzatissimo (e dire che normalmente era la gentilezza in persona) il quale scaravento’ tutto per aria. Fece piazza pulita di quell’ignobile mercatismo. Pero’, alla lunga, anche lui dovette pagare pegno, vittima delle solite invidie. Ma siccome era molto dotato, in vari sensi, quando lo davano tutti per morto, risuscito’ ed ascese in considerazione fra i sondaggi di mezzo mondo. Dimenticavo di dire che aveva perfino previsto l’ambito ruolo del traditore, affinche’ il programma potesse avverarsi come stava scritto.

    Berlusconi il salvatore? Questa e’ la sua versione, sua di lui medesimo. Versione invero assai caricaturale. Invece delle parabole ci sono le barzellette di terza mano. Invece del discorso della montagna ci sono i discorsi del Tremonti.

    La nostra versione dell’analogia e’ piuttosto questa: Berlusconi il sommo mercante del tempio. Sufficientemente empio, amante del danaro, violatore di un luogo sacro, da lui riempito da una marmaglia vociante, intenta esclusivamente ad accaparrarsi l’accapparrabile.
    Sovvertitore di riti sacrosanti. Dedito al culto pagano del se’. Alla visione di un universo costituito da soli specchi, che riflettono il suo ego, a sua immagine e somiglianza.

    Ci sara’ un dopo? Puo’ esserci un dopo?
    Indubbiamente! Una caricatura di dopo. Il tempo che invece di progredire regredisce. Gli orlogi dei campanili che si muovono al contrario, per dare l’illusione che quel prima non c’e’ mai stato.

    Forse solo un grande clown puo’ prendere in mano una siffatta situazione in cui la caricatura e’ regina. Sempre che disponga di un circo come si deve, con ogni genere di artista, artisti veri, non caricature d’artisti. Animali veri, non caricature di animali. Pubblico vero, non una caricatura di pubblico.

    Mi dicono che anche i clown, o meglio le clown si stanno gia’ incamminate sulla stesso selciato dell’avidita’ avita.
    Siam messi male, o penisola! Caricatura di isola del pene!

  • Morire

    Quoto, senza neppure leggere l’articolo; mi è bastato buttare un occhio alla fonte a fondo pagina… 🙂