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L’ IMMINENTE ESAURIMENTO DELLE SCORTE PETROLIFERE

DI MANUEL CASAL LODEIRO
revistasoberaniaalimentaria.wordpress.com

Conseguenze della dipendenza dal petrolio nell’agricoltura: i prevedibili effetti del “Peak-oil”

È denominato peak-oil (zenit o picco del petrolio) il momento in cui la produzione mondiale di petrolio raggiunge il suo livello massimo e inizia il suo irreversibile declino: ogni anno se ne produrrà sempre meno. O forse dovremmo dire con più esattezza che se ne estrarrà sempre meno, visto che il petrolio non si produce come si possono produrre patate o scarpe, perché è una sostanza che si è formata nella crosta del pianeta milioni di anni fa e che noi umani non possiamo produrre. Non c’è un parere univoco sul quando arriveremo a questo punto: le opinioni sono diverse tra gli studiosi e il picco non potrà essere dimostrato fino a vari anni dopo che si sarà prodotto. Secondo le fonti che considero più attendibili –sia per prestigio che per indipendenza rispetto a governi e multinazionali del petrolio- lo abbiamo appena passato o siamo sul punto di farlo nei prossimi anni.

La data precisa in realtà non ha molta rilevanza: la questione davvero critica è che si tratta di un fatto irreversibile che abbiamo addosso in termini storici e che le sue conseguenze, in tutte le sfere delle attività umane a livello planetario, saranno disastrose.
Ovviamente l’impatto sarà maggiore in quei settori più dipendenti da questa sostanza tanto speciale, questo vero e proprio tesoro geologico che ha impiegato milioni di anni per formarsi e che stiamo sperperando in appena 150 anni, invertendo in modo suicida il processo di sequestro di carbonio che realizzarono le alghe preistoriche e che ha permesso lo sviluppo delle specie che oggi conosciamo, compreso la nostra.

È fondamentale tener presente che non solo diminuirà il numero di barili di petrolio che si metteranno ogni anno a disposizione dell’economia mondiale, ma che questo petrolio sarà sempre più di qualità inferiore, più costoso e difficile da estrarre e da raffinare, e – cosa più importante- con un valore energetico sempre minore. Mi riferisco a ciò che si conosce come Ritorno energetico sull’investimento energetico, più comunemente noto come EROEI, e che costituisce l’aspetto critico della questione: per estrarre il petrolio c’è bisogno di energia, e la relazione tra l’energia che otteniamo da ogni barile e quella che spendiamo per ottenerlo, sta cadendo in picchiata. Si calcola che per mantenere una società di tipo industrializzata, come la nostra, la cui complessità è altamente dipendente da questo combustibile fossile, è necessario ottenere al meno un rendimento di 5 barili di petrolio per ogni barile equivalente consumato nell’estrazione (Cutler Cleveland, Università di Boston). Oggi i tassi si aggirano intorno ai 10:1 (10 barili ottenuti per uno di spesa) e visto che dipendiamo sempre di più dai petroli non convenzionali, come quelli ottenuti dalle sabbie bituminose del Canada o quelli delle acque profonde, questo tasso continuerà a scendere. È qualcosa di molto grave e che ci fa rendere conto fino a che punto questa civiltà industriale è dipendente dal petrolio, tanto da svuotare la Terra degli ultimi resti del combustibile che la mantiene in vita.

E tutto questo senza parlare dei rovinosi rendimenti energetici degli agrocombustibili, che alcuni presentano come sostituti del petrolio e che, secondo diversi studi, non arrivano nemmeno all’ 1:1 (si vedano per esempio quelli inclusi nel libro pubblicato da Icaria El final de la era del petróleo barato), ciò dimostra quanto sia folle sprecare un barile di petrolio per coltivare soia –per esempio- con la quale produrre biodiesel per sostituire … proprio quello stesso barile che abbiamo speso! Quando estrarre un barile costerà più energia di quella che questo barile ci fornirà, ovviamente si smetterà di estrarre il petrolio, ma parecchio prima di arrivare a questo punto, la società industriale avrà smesso di esistere e saremo tornati a un tipo di società molto più semplice e con minore consumo energetico, possibilmente di tipo agrario e locale.

Un modello alimentare dai giorni contati

Quando a qualsiasi cittadino urbano viene posto il problema che presto il petrolio scarseggerà, la prima cosa che pensa è che non potrà fare il pieno alla sua macchina o che gli costerà troppo caro; cioè, penserà che l’impatto principale sarà sulla propria mobilità. Sebbene questa sia una conseguenza certa e molto importante –visto la quasi totale dipendenza del trasporto mondiale rispetto ai combustibili derivati dal petrolio-, la ripercussione più grave del picco del petrolio sarà sul modello agroalimentare, per due fattori principali: il modello di produzione e il modello di distribuzione/commercializzazione.

Il modello di produzione agricolo e del bestiame attualmente predominante è estremamente dipendente dal petrolio. Se ci fermiamo ad analizzare di cosa necessita uno sfruttamento industrializzato convenzionale per produrre alimenti, vedremo che la sua lista di investimenti include una lunga serie di prodotti vitali direttamente o indirettamente dipendenti dai combustibili fossili: gasolio per i macchinari ed i sistemi di pompaggio e irrigazione; pesticidi, erbicidi e plastiche elaborate dall’industria petrolchimica; fertilizzanti derivati dal gas naturale (altro combustibile fossile che come il petrolio è destinato ad esaurirsi), e altri diversi prodotti che devono arrivare alla fattoria trasportati da camion lungo centinaia o migliaia di chilometri, compresi la maggior parte degli alimenti destinati agli animali (mangimi industriali). Di fatti, i calcoli realizzati a proposito di questa dipendenza, ci indicano che per produrre ogni caloria di alimento si consumano oggigiorno una media di 10 calorie di energia fossile (Giampietro e Pimentel, dati riferiti agli USA.).

In alcuni luoghi gli alti prezzi raggiunti dai combustibili nell’estate 2008 hanno portato a parcheggiare i trattori e a riprendere la trazione animale. Stanno anche sorgendo allevatori pionieri che abbandonano i mangimi industriali in favore di un’alimentazione locale ed estensiva, un cammino che senza dubbio, a medio o lungo termine, tutti gli altri dovranno percorrere senza opporre resistenza.

In questo senso le enormi dimensioni, la meccanizzazione, la monocoltura e la dipendenza dall’esportazione, sono fattori critici di vulnerabilità che colpiscono molte coltivazioni agricole e allevamenti convenzionali, e che dovranno essere corretti, meglio adesso in maniera preventiva che più avanti quando il costo elevato dei mangimi fossili non lascerà altra scelta.

Questi fattori sono stati imposti da politiche agrarie che ci vendevano una perpetua disponibilità di crescente energia e da falsi mercati che non prendevano in considerazione i costi reali dei diversi tipi di produzione. Se non abbandoniamo questa barca sulla quale ci hanno fatto salire, affonderemo con essa e- cosa ancora più grave- trascineremo la popolazione mondiale con noi quando diventerà impossibile continuare a produrre alimenti attraverso il sistema abituale.

Ma la situazione nella quale stiamo per imbatterci è ancora più complicata visto che il problema non risiede soltanto nel modo di produzione e nei suoi costi. Al momento di distribuire e commercializzare gli alimenti prodotti da queste coltivazioni convenzionali, dipendiamo totalmente dal fatto che tutta la catena di distribuzione moderna centralizzata funzioni correttamente e che sia capace di trasportare i prodotti a grandi distanze, che li trasformi attraverso sistemi meccanici ad alto consumo energetico, che li mantenga freschi, che li impacchetti con diversi tipi di plastica e che li depositi just in time negli scaffali dei supermercati delle città. Immaginiamo per un momento che questa grande distribuzione venga a mancare; non è un esercizio mentale troppo difficile visto che gli scioperi dei trasporti ci mettono di solito in una situazione simile: in meno di una settimana gli scaffali dei supermercati urbani si svuotano e incomincia il caos. Dobbiamo vedere questo tipo di situazioni come un anticipo su piccola scala di ciò che potremmo vivere tra qualche anno su scala mondiale e in modo permanente, e dovremmo trarre da ciò alcune conclusioni. La più palese dovrebbe essere che quanto maggiore è la distanza dalla quale proviene il nostro cibo, tanto più siamo vulnerabili a un’interruzione o a un rincaro dei trasporti e che solo la produzione locale può assicurarci il rifornimento di alimenti e altri prodotti di prima necessità.

Il cambio di modello è indispensabile

Se tornassimo a circuiti di produzione, trasformazione e consumo molto più corti, saremmo più reattivi, cioè più capaci di resistere a questo tipo di problemi. Alcuni paesi stanno già puntando su questo ritorno al consumo di cibi locali, come la Scozia, il cui parlamento ha approvato nel 2008 un decreto in sostegno delle catene di rifornimento locale per assicurare l’alimentazione della sua popolazione in vista dell’imminente picco del petrolio e delle crisi alimentari. Negli Stati Uniti negli ultimi 10 anni i mercati agricoli locali sono risorti, accrescendo il loro numero di più del 200% e superando già i 6.000. Lo stesso fenomeno si sta sviluppando, in maggior o minor misura, in altri luoghi grazie ai movimenti di attivisti per la sovranità alimentare, la localizzazione economica, l’agricoltura ecologia, la slow food o le Transition Towns.

La chiave per il cambio del modello sta nel cercare la massima autosufficienza delle coltivazioni. Quando i costi di una coltivazione salgono alle stelle perché aumentano i combustibili, considero una strategia miope quella di reclamare sussidi per i combustibili, che non porterà altro che pane per oggi e fame per domani. Dobbiamo ammettere che si tratta di un indicatore di un problema strutturale: questi costi ci dicono che dipendiamo totalmente da una sostanza e da un modello che non sono sostenibili, che in pochi anni non saranno più a nostra disposizione. La nostra responsabilità è cambiare adesso per cercare la massima autosufficienza possibile, per dipendere molto meno dall’esterno e, in ogni caso, solo da quelle altre coltivazioni o industrie che siano vicine e che siano anch’esse sostenibili. Per compiere questa riconversione improrogabile sarebbero certamente utili aiuti pubblici come quelli adottati dal parlamento scozzese: al contrario, sovvenzionare il gasolio servirà soltanto a prolungare l’agonia di un modello senza via d’uscita. Sarebbe anche molto utile basarsi sul sapere tradizionale attualizzato: recuperare i modi di produzione integrata tradizionale (policolture agricole e poliallevamenti), il concime animale, la rotazione delle coltivazioni, la tradizionale pesca a vela, ecc. migliorandoli però attraverso i contributi delle tecniche ecologiche e di progettazione di sistemi sostenibili più recenti quali l’agricoltura bio-intensiva, la permacultura, ecc.

Parallelamente sarà imprescindibile reimpostare il nostro mercato. Per questo dobbiamo cercare la nostra clientela nelle vicinanze, dobbiamo pensare quali sono gli alimenti che è necessario produrre nella nostra comunità e quali sono quelli di cui possiamo fare a meno se venissero a mancare le importazioni, e non dobbiamo pensare alle esportazioni che adesso possono sembrare attraenti e competitive ma che sono totalmente dipendenti da un trasporto artificialmente economico. Cerchiamo la distribuzione in negozi nelle vicinanze o nella vendita diretta. Dobbiamo, cioè, ristrutturare la nostra produzione attorno all’autosufficienza e alla comunità. I cambiamenti possono essere dolorosi, ma se li intraprendiamo in anticipo eviteremo cambiamenti molto più traumatici in futuro e una probabile rovina. Forse adesso lo vediamo come una riduzione delle entrate, ma se lo faremo con criterio la riduzione dei costi compenserà questa riduzione delle entrate e staremo rendendo la nostra coltivazione più resistente a futuri tagli di rifornimenti.

Un’altra chiave di trasformazione ce la fornisce Lidia Senra, del Sindicato Labrego Galego [Sindacato Contadino Gallego, n.d.t.]: “Potenziare il consumo di prodotti freschi, di stagione e sfusi”. Questo logicamente implica che i/le consumatori/trici modifichino le proprie abitudini – includendo tra questi un ritorno a un minor consumo di carne, la cui produzione richiede grandi quantità di energia – e che il cambiamento avvenga da entrambe le parti, con una reciproca presa di coscienza e un dialogo permanente, volto alla ricerca di alleanze sostenibili tra la campagna e la città per essere capaci di sopravvivere a una diminuzione inevitabile. “La strada giusta risiede nell’informazione, nel dibattito sociale sulle conseguenze delle politiche agrarie e alimentari che abbiamo, nel compromesso della cittadinanza per lottare a favore di un cambiamento profondo delle stesse e anche affinché tutte e tutti riceviamo un’informazione sufficiente per essere più coscienti del fatto che acquistare è un atto politico e che acquistare prodotti alimentari provenienti dall’agricoltura industriale e dalla grande distribuzione, non ha le stesse implicazioni che acquistare prodotti locali nei mercati”, reclama Senra.

Ci troviamo senza dubbio di fronte a una lotta smisurata, in primo luogo contro le politiche agrarie che ci costringono a sacrificare la produzione ecologica locale per cederla alla produzione industriale straniera, a perdere piccole industrie trasformatrici e piccoli negozi locali per favorire la delocalizzazione e le grandi superfici. In pochi anni, può darsi meno di una decade,il picco del petrolio renderà molto difficile alimentarci attraverso questi canali e dobbiamo fare tutto il possibile per mantenere in vita gli unici di cui disporremo: i locali tradizionali ed ecologici.

Ne va della nostra vita in questa lotta, che non solo è contro il mercato agricolo capitalista attuale, ma anche contro la regolamentazione imposta dalle amministrazioni pubbliche che pregiudica la viabilità e la sopravvivenza di queste filiere di produzione corte mettendo troppi ostacoli, regolamenti o tasse per la commercializzazione locale e per la produzione su piccola scala. È necessaria una profonda revisione di tutta la normativa di produzione e commercializzazione degli alimenti alla luce di una situazione energetica che i governi non vogliono riconoscere pubblicamente, mentre lasciano che muoia tutto quello che ci permetterà di alimentarci in un futuro senza petrolio.

Se ci muoviamo verso questo indispensabile e urgente ritorno a una produzione sostenibile, staremo anche contribuendo a lottare contro il cambiamento climatico, poiché ormai sappiamo che la produzione e la distribuzione di alimenti nel modello agricolo e commerciale attualmente egemonico è uno dei principali fattori del riscaldamento globale (fino al 50% delle emissioni secondo alcuni dati di GRAIN nel n° 1 di “Sovranità Alimentare, Biodiversità e Culture”).

In questo senso è anche importante fare un’autocritica e rivalutare ciò che consideriamo ecologico. Sono davvero ecologiche delle mele prodotte nell’ecologico Cile che però viaggiano per migliaia di chilometri per essere consumate in Spagna? Alcuni attivisti, ad esempio, puntano sulla dieta dei 100 km e rifiutano qualsiasi prodotto che provenga da una distanza maggiore. Altri consumano solo quei cibi prodotti nelle loro bioregioni. È una proposta difficile visto che la globalizzazione ha già distrutto molti settori produttivi e, per esempio, è quasi impensabile vestirsi solo con capi di lana, cotone o lino locali. Ma nel futuro sarà tutto ciò di cui disporremo a prezzi accessibili, così che quanto prima iniziamo a lottare per recuperare queste vie di sostentamento locale e compatibile con i limiti naturali, tanto più le nostre comunità saranno preparate per l’impatto del picco del petrolio, un momento critico per la nostra specie, che ci porterà a una grande Rivoluzione di ritorno alla sostenibilità oppure ci farà imboccare, come avverte l’esperto in ecologia umana William Catton, un collo di bottiglia evolutivo nel quale forse riusciranno a sopravvivere solo qualche migliaio di persone.

Manuel Casal Lodeiro, attivista e divulgatore della questione del picco del petrolio, membro fondatore dell’associazione Véspera de Nada

Fonte: http://revistasoberaniaalimentaria.wordpress.com
Link: http://revistasoberaniaalimentaria.wordpress.com/2010/12/05/el-cenit-del-petroleo/
5.12.2010

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura di SILVIA SOCCIO

La trappola mortale della Rivoluzione Verde

(Dati estratti dall’articolo dello scienziato Dale Allen Pfeiffer “Mangiando combustibili fossili”)

La cosiddetta Rivoluzione Verde ha profondamente trasformato l’agricoltura mondiale attraverso la sua industrializzazione e meccanizzazione. Tra il 1950 e il 1984, la produzione mondiale di grano è aumentata di un 250%, e di conseguenza l’energia disponibile per la nostra alimentazione. Questa energia in più non proveniva da un incremento della luce solare annuale che rende possibile la fotosintesi, né dalla coltivazione di nuovi terreni. L’energia della Rivoluzione Verde è stata fornita dai combustibili fossili in forma di fertilizzanti (gas naturale), pesticidi (petrolio) e irrigazione alimentata da idrocarburi. Questo cambio ha aumentato la domanda di energia dell’agricoltura di una media di 50 volte l’energia investita nell’agricoltura tradizionale. Per farci un’idea dell’intensità energetica dell’agricoltura intensiva moderna, basta dire che la produzione di un chilo di fertilizzante di nitrogeno richiede l’energia equivalente di un litro e mezzo di gasolio, o che negli USA si necessitava già nel 1990 di più di 6 barili di petrolio all’anno per ogni ettaro agricolo produttivo.

Tuttavia, a causa delle leggi della termodinamica, nel processo agricolo industriale c’è una marcata perdita di energia. Tra il 1945 e il 1994, l’intervento energetico nell’agricoltura è aumentato di 120 volte, mentre il rendimento dei raccolti è aumentato solo di 90 volte. Da allora, il costo energetico ha continuato a incrementarsi senza un corrispondente aumento della produttività. Abbiamo raggiunto il punto dei ritorni marginali decrescenti: la Rivoluzione Verde sta entrando in bancarotta energetica e ci sta trascinando con lei.

Pubblicato da Davide

  • intrepid

    Io spero solo che un cataclisma di proporzioni bibliche prima o poi spazzi via questa insulsa civiltà, probabilmente la più negativa, devastante e irrispettosa che questo bel pianeta verde e blu ricordi da quando iddio l’ha creato. E pazienza se moriremo tutti, ce lo siamo meritato. Il destino personale come quello collettivo si costruisce giorno dopo giorno. Tra crisi energetiche, terremoti, maremoti, inversione dei campi magnetici, uccelli che cadono morti a terra, guerre, armi chimiche e betteriologiche, terrorismo, crisi economica globale, disagi sociali, disatri ambientali, deforestazioni, biodoversità distrutte, flora e fauna in via di estinzione, inquinamento, scie chimiche, ogm e cibo transgenico, cambiamenti climatici, virus mutanti e chi più ne ha più ne metta.. beh.. avete capito.

  • vic

    Due notizie, solo a mo’ di memento, non essendo affatto recenti.

    Prima la cattiva notizia (per i pro nucleare): estrarre uranio dalle miniere richiede tantissimo combustibile fossile. Senza petrolio sara’ dura far andare le centrali atomiche, a parte il fatto che il picco dell’uranio non e’ tanto lontano neppure lui. Ci sarebbe il torio in abbondanza ma nessuno ne parla, chissa’ poi perche’. Forse per via che non ha applicazioni militari?

    La buona notizia e’ che esiste un deposito di idrocarburi grande come un piccolo pianeta. Lapeppa e dove sarebbe? E’ la fuori, una luna di Saturno e’ coperta da un oceano di idrocarburi. Lo so, andare a prenderli costa un po’. Comunque la notizia smentisce che sia finito il petrolio, e pure che gli idrocarburi siano necessariamente di origine organica.

    In alternativa si puo’ emigrare dalle parti di Saturno, non dimenticare le coperte di lana perche’ fa freddino.

  • Rossa_primavera

    Questa sorta di federalismo alimentare,oltre ad essere una buona idea
    per quando il petrolio sara’ esaurito,contribuirebbe sin d’ora a diminuire
    i prezzi dei prodotti alimentari sugli scaffali.Ma esistono gia’ oggi in Italia
    alcuni supermercati che,comprando la merce tutta da produttori locali,
    possono fornire prezzi molto vantaggiosi perche’ privi del costo di tras-
    porto.Forse almeno qualcosa in Italia si muove nella giusta direzione

  • castigo
  • castigo

    bravo!!

    allora perché non ti sei ancora suicidato??
    Gaia te ne sarebbe riconoscente………..

  • ericvonmaan

    Mi risulta che il sole irradi la Terra, OGNI GIORNO, con una quantità di energia MIGLIAIA di volte superiore al fabbisogno energetico mondiale.
    Il problema è la volontà, le soluzioni esistono. L’energìa dovrebbe essere un bene dell’Umanità, come l’aria, l’acqua, il cibo… non una merce. Ma il mondo gira diversamente.

  • lantipatico

    In effetti…la colpa di certe cose è attribuita a tutta la società ma è dalle teste di pochi che dipende la baracca.

  • Hamelin

    Non ti preoccupare , sarai a breve esaudito .

  • Hamelin

    Mi permetto di aggiungere che oltre alla volontà c’è anche un problema di miopia . Le persone sono abituate a porre dei rimedi sul breve termine la loro ottica non guarda il futuro lontano 50 anni , ma gurdano quello delle prossime 24 ore ecco perchè ci ritroviamo messi cosi’. Se chiedi a uno di farsi degli sbattimenti assurdi oggi per garantire un futuro un migliore fra 50 anni ti ride in faccia , poichè non guarda che oltre il domani .
    E’ l’umanità che è diventata disumana ed è la sua stessa malattia che distruggerà ogni cosa.

  • castigo
  • backtime

    [quote]La data precisa in realtà non ha molta rilevanza: la questione davvero critica è che si tratta di un fatto irreversibile che abbiamo addosso in termini storici e che le sue conseguenze, in tutte le sfere delle attività umane a livello planetario, saranno disastrose.[/quote]

    Basta leggere questo capoverso, per omprendere dove voglia arrivare l’autore dell’articolo.

    Io invece sono dell’idea, che non vedo l’ora che termini l’era petrolio, petrolio e petrolieri soprattutto, che così tanto male hanno fatto allo sviluppo dell’umanità. Internet ci insegna, che energia pulita ed a costo zero è già pronta da almeno 30 anni se non più e che non è stato possibile avviarla, solo perché le famose 7 sorelle, hanno impedito in tutti i modi e con tutti i fini, e chiunque pernsasse di usurpare la loro supremazia è stato eliminato fisicamente e brutalmente.

    L’eredità del petrolio è ben visibile in tutta la sua devastazione, questo a cominciare dai prodotti plastici, all’annerimento delle città, alle devastazioni dei tratti di mare, ultimo ed impensabile proprio l’inquinamento del golfo, prodotto dalla sfrontatezza con cui ha dato fondo la compagnia inglese BP.

    Per cui, è da vedere la fine del petrolio come una benedizione, non certo come la vuole impostare l’articolista, probabilmente uno dei tanti pennivendoli al soldo dei soliti immensi bastardi.

  • gamma5

    Mi stavo chiedendo, visto che l’Italia importa circa la metà del suo fabbisogno alimentare, visto che i nostri mari circostanti si stanno impoverendo sempre più, visto che negli ultimi 15 anni abbiamo cementificato circa il 20% delle terre arabili della pianura Padana, visto che la popolazione italiana comunque aumenta anche in tempi di crisi di circa 2/300.000 persone all’anno grazie all’immigrazione, visto che quando il petrolio sara più scarso quindi più costoso e neccessariamente le rese per ettaro saranno sensibilmente minori, mi chiedevo appunto, ci sarà cibo per tutti nella nostra bella Italietta? più di qualcuno ancora sta a dire che il fenomeno del calo delle nascite naturale con conseguente diminuzione della popolazione porterà ad una generale impoverimento del paese, ne siamo sicuri?

  • brontomauro

    Aspetterei a suicidarmi fosse solo per lo spettacolo cui assisteremo: uomini disperati per la scomparsa del segnale televisivo, consumatori intrappolati in supermercati in cui saltano le fotocellule delle porte automatiche, automobilisti appiedati che non se la sentono di percorrere i 5 km che li separano da casa e dormono in macchina, giornalisti che nel tentativo di normalizzare la fine del mondo compilano l’oroscopo nonostante la fine dei tempi.
    Essere umani, non crepare da oggetti.
    Ciao!

  • cavalea

    Nel nord Africa ci sono gli anticipi di quello che succederà a breve da noi.
    http://www.corriere.it/esteri/11_gennaio_07/scontri-nord-africa_ef234728-1a6d-11e0-91c1-00144f02aabc.shtml

  • castigo
  • Zret

    Essi vivranno, noi…

  • brontomauro

    …dormiremo per sempre.

  • alvise

    Questa del peak-oil è una discussione trita e ritrita.Si è detto che il peak-oil è una bufala perchè le riserve sono ancora enormi, ma che comunque il petrolio si può estrarre dalle roccie, roccie particolari.Si è anche detto che, comunque sia, l’estrazione del petrolio estratto dalle roccie, costerebbe di più di quello in cui si dovrebbe venderlo.La verità è che, tutto viene sempre valutato dallo spread, ma se invece ci fosse in gioco la sopravvivenza dell’umanità, ci sarebbero milioni di persone che lo estrarrebbero gratuitamente, usando gli stessi strumenti, che, di fronte alla morte non varrebbero nulla. In questo mondo di merda, dove il baratro dell’economia lo hanno creato gli speculatori dei mercati e delle banche, vorrei vedere che cosa avrebbero da speculare se non ci fosse niente da speculare, se non la propria vita.

  • paolodegregorio

    L’attuale “liberismo”, che nulla ha a che fare con i suoi padri teorici (Locke, Adam Smith, Keynes), e che normalmente si coniuga con libertà e democrazia, nella fase economica della “globalizzazione” ci sforna personaggi come Marchionne, che sono stati messi dal potere industriale nella condizione di annullare ogni conquista ed ogni ruolo della classe operaia.
    La FIAT, pur essendo stata, per molti decenni, finanziata generosamente con fondi pubblici (praticamente il contrario del liberismo) è stata messa nella condizione di investire i profitti all’estero, di delocalizzare senza limiti la sua produzione, per poi alzare la voce e porre diktat e aut-aut in cui non si tratta più, ma si dice semplicemente: o si fa come dice la Fiat o si chiudono gli stabilimenti in Italia, ricordando anche che la produzione italiana oggi non dà profitti all’azienda.

    Veramente strano questo liberismo, ormai appoggiato anche dai sindacati e dal cadavere della sinistra. Diciamo di essere in democrazia e l’unica libertà che hanno i lavoratori e quella di scegliere tra lo schiavismo e il licenziamento.

    La politica ha lasciato campo libero allo strapotere industriale, non è più in grado di pretendere nulla dagli industriali, non tutela più i lavoratori italiani, ed è impensabile la ripresa economica con migliaia di industriali e di aziende italiane trasferitesi dove il costo del lavoro e più basso.
    Questo abdicare della politica ad ogni impegno di governare l’economia si rivelerà disastroso e sicuramente la crisi e il declino dell’Italia diventeranno strutturali.

    Se è vero che la competizione globale premia chi riesce a produrre a costi più bassi, non abbiamo futuro. Bisogna necessariamente pensare ad un nuovo modello di sviluppo che si basi sui consumi interni da soddisfare con prodotti fabbricati in Italia, e avviare almeno nei settori della energia e dell’agricoltura una profonda riconversione.
    Riconversione che ci porti alla fine della dipendenza da petrolio e dal gas esteri, attraverso una completa solarizzazione dell’energia elettrica, da collegare ad un nuovo parco macchine elettriche, progettate, costruite in Italia, e a una agricoltura (biologica) sufficiente a soddisfare tutti i consumi degli italiani.
    Chiamatela come volete, anche autarchia,ma da qui non si scappa: se si vogliono far lavorare gli italiani bisogna che la riconversione energetica e quella agricola siano protette dal “mercato” e avvengano con ricercatori, aziende, installatori, tutti italiani.

    In questa fase storica i lavoratori non hanno un partito di riferimento con una strategia credibile, sono schiacciati da disoccupazione, precarietà, immigrazione e si sono messi a votare per la destra perché disperati e timorosi di perdere anche quel poco di lavoro rimasto, i sindacati sono ormai al servizio dei padroni e collaborano apertamente a far passare per positiva la schiavitù e la marginalità sociale.

    Le élites economiche, bancarie, i proprietari di Tv e giornali, la massoneria, il Vaticano, la potente Comunione e Liberazione, si sono sostituite alla democrazia, manovrano apertamente e sottobanco senza una decente opposizione, in ogni settore della cosa pubblica, volgendola a favore di cricche, mafie, politicanti a loro asserviti.
    Questa è la desolante realtà e non si vede alcuna organizzazione politica che abbia una forza ed una strategia antagonista.

    Nel mondo ormai capitalismo e comunismo (cinese) parlano lo stesso linguaggio, entrambi hanno bisogno di masse di schiavi salariati da spremere fino al limite umano, gli USA sono in giro per il mondo a predare e la Cina a comprare tutte le materie prime di valore,
    Vi sono strumenti tipo Fondo monetario internazionale e Banca mondiale che strozzano per debiti paesi deboli a cui tolgono ogni indipendenza e a cui sottraggono quei settori dove si possono far profitti, affiancati da una speculazione finanziaria internazionale sui certificati di debito pubblico che espone molti paesi anche europei al fallimento.

    Come si vede non sembra peregrina l’idea di sottrarsi a questi meccanismi, uscire dall’Euro e da tutte le alleanze economiche e militari e tutelare il lavoro italiano e uno sviluppo possibile, sostenibile, senza il ricatto della immigrazione e di competitività esasperata.
    Un altro mondo è possibile, diceva un vecchio slogan! Ora è anche indispensabile.
    Paolo De Gregorio

  • geopardy

    Non so se l’Italia sia in grado di essere autarchica, nutro molti dubbi in merito.
    Dovremmo ridurre le nostre esigenze di molto e potrei essere anche d’accordo, ma un certo duce provò ad essere autarchico , per poi accorgersi che già l’Italia con le poche esigenze del tempo aveva già troppi abitanti per essere autarchica.
    Certo oggi la tecnologia ci può giungere in soccorso, ma siamo il doppio di allora.
    Un’altra considerazione, non è che nell’italia autarchica brillassero i diritti dei lavoratori ed erano sempre gli stessi (prevalentemente latifondisti all’epoca, ma anche grossi industriali come la famiglia Agnelli) a beneficiarne.
    Un’altra considerazione, per avere una produzione diffusa e creante occupazione dovremmo smantellare in larga misura le mega città esistenti.
    In ogni caso sarebbe quasi impossibile non interagire con gli altri paesi, oppure diventare una costellazione di tribù isolazioniste.
    Le ricette non sono semplici, ma in un mondo telematico e ben collegato in maniera così avanzata non possiamo non interagire con gli altri.
    Il mondo non è evidentemente pronto, ma le dinamiche, credo, che non possano esulare da una soluzione internazionale.
    La tecnologizzazione dell’economia, purtroppo, è stata trroppo veloce ed ha creato delle discrepanze quasi insanabili.
    La tecnologia è una gran cosa, ma in mano ad avidissimi poteri è devastante.
    Tutti parliamo, a proposito della disoccupazione, dei paesi a costo di manodopera molto inferiore, ma nessuno parla della robotizzazione delle industrie nei nostri paesi e già dagli anni ottanta.
    Abbiamo un potenziale enorme per sapere le cose, ma non sappiamo più quali informazioni siano affidabili o no, se riuscissimo noi tutti a sapere la realtà di come funziona il mondo odierno potremmo farci nascere delle nuove idee, ma non lo permettono ed ognuno di noi usa una sua chiave di lettura (potrebbe essere buona, ma la mano sul fuoco, se siamo intellettualmente onesti, non possiamo mettercela).
    Concordo con te su molte cose, ma la soluzione mi lascia assai perplesso.
    Ciao
    Geo

  • geopardy

    Non dico che il petrolio sia alla fine, ma il giacimento nell’articolo linkato, se reale, avrebbe un comportamento anomalo rispetto alla stragrande maggioranza dei giacimenti estrattivi.
    Te lo dico con una certa cognizione di causa, avendo fatto corsi specifici tenuti dall’ENI sui petroli ai tempi dell’università (geologia) ed avendo colleghi che lavorano o hanno lavorato nei giacimenti petroliferi.
    Tutto il petrolio trovato ed estratto, lo è stato sulle basi dell’individuazione di paleozone (zone geologicamente databili) in cui c’era, all’epoca, enorme abbondanza di territorio con grossa presenza di vegetali ed ambiente deposizionale privo o quasi di ossigeno (come ad esempio enormi zone paludose).
    Sulla base di tutto ciò sono quasi un paio di secoli che andiamo avanti (a che ritmi) con petrolio di origine chiaramente organica.
    Ora se ce ne fosse altro di origine differente, dovrebbe avere, molto probabilmente, anche composizione chimica differente, bisognerebbe, quindi, analizzarlo e poi, semmai, parlare di qualcosa che ha le medesime caratteristiche di versatilità del petrolio.
    Il fatto che queste “impreviste ricariche” succedano in uno o pochissimi pozzi, è troppo poco per fare statistica attendibile, poichè la geologia non è una scienza esatta e riserva spesso delle sorprese sulle stime.
    Analizzassero il “petrolio” aggiuntivo (sempre sia vero) e lo confrontassero chimicamente con quello precedente, se è differente, allora si potrebbero fare delle ipotesi, se è uguale, probabilmente, all’epoca, non hanno ben stimato la capacità estrattiva.
    Ciao
    Geo

  • geopardy

    Possiamo pensare ad ogni tipo di eneregia rinnovabile per produrre elettricità e riscaldamento, ma non esiste niente di paragonabile oggi alla capacità e capillarità di distribuzione per i veicoli di qualsiasi tipo come il petrolio (benzina e diesel) in primis ed il gas poi.
    Il fatto è che questo intero sistema (purtoppo diremmo oggi, per fortuna avremmo detto ieri) è stato concepito per consumare petrolio e simili ed è estremamente difficile se non impossibile sostituirlo in toto.
    Illudersi che possa esistere una società, nell’immediato futuro almeno, senza passare la cruna (per me auspicabile) del risparmio energetico è impensabile.
    Tutte le nuove energie, secondo me, si assommeranno a quelle esistenti perchè generano crescita del PIL, almeno fino a che esse non compenseranno l’incidenza degli idrocarburi, ma la vedo assai dura.
    La tecnologia dovrebbe concentrarsi al massimo sull’alto rendimento e basso consumo di qualsiasi oggetto sia alimentato ad energia, poi, la società e le leggi economiche che la regolano, dovrebbero cambiare, altrimenti, come già ho detto, ogni fonte energetica sarà sommativa e non detrattiva rispetto al petrolio e simili.
    Quella del fotovoltaico ed eolico in alternativa al petrolio (nobilissimo se così fosse realmente, seppur a certe condizioni), ritengo ogni giorno di più sia una barzelletta che ci raccontano per aumentare ulteriormente il PIL.
    Basti pensare che quella del nucleare (oltratutto anti-economico) per diminuire la dipendenza dal petrolio è una delle barzellette, almeno per quanto riguarda l’Italia, più incredibili, se così fosse aumenteremmo solo la nostra dipendenza dai paesi produttori di uranio.
    Nella mia regione, ad esempio, mi risulta ci sia un surplus energetico di quasi il doppio di quello che ci serve, ma le cosiddette energie alternative sono state incrementate e così anche il surplus, poi, guardacaso, abbiamo scoperto un ambizioso progetto di cavidotti sottomarini per esportare nella ex-Yugoslavia energia elettrica (aumento del PIL), mentre la raffineria più grande d’Italia (sempre nella mia regione) non ha smesso un solo giorno di produrre derivati dagli idrocarburi.
    La stessa raffineria è oggetto di lotte decennali da parte di tutti o quasi gli abitanti della costa limitorfa (la più alta densità regionale) a causa dell’inquinamento e dei terribili odori che emana, in una zona turistica che risente molto negativamente della presenza dell’industria dell’API.
    Sono quasi 30 anni che ne promettono la conversione (le stesse dirigenze), ma nulla di fatto, quindi…..
    Ciao
    Geo

  • castigo

    mi sa che non hai considerato con la dovuta attenzione gli articoli.
    si parla della teoria a-biotica, sviluppata ed applicata con successo dai russi:

    Talee approccio scientifico radicalmente diverso russo e ucraino portò alla scoperta del petrolio, che ha permesso all’URSS di sviluppare le enorme scoperte di petrolio e gas nelle regioni precedentemente giudicate inadatte alla presenza di petrolio, secondo le teorie occidentali dell’esplorazione geologica. La teoria del petrolio è stata utilizzata nei primi anni ‘90, ben dopo la dissoluzione dell’URSS, per trivellare gas e petrolio in una regione creduta, per più di 45 anni, geologicamente sterile, il Bacino Dniepr-Donets della regione tra Russia e Ucraina.

    ti auguro una nuova, e più attenta, buona lettura, anche dei link presenti nel primo articolo da me proposto.