L’ AGENDA NASCOSTA DELL' AMERICA IN MEDIO ORIENTE ?

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DI SOL

globalresearch.ca

Le rivolte popolari in Medio Oriente continuano a essere fonte di speranza e ispirazione. Anche preoccupazione però. L’imperialismo, infatti, sta manovrando per sovvertire il desiderio di cambiamento. Mentre la situazione è ancora tutta da vedere, sembra invece palese che i manovratori avranno successo.

Quando Mohamed Bouazizi, un laureato senza impiego di nazionalità tunisina, si era auto immolato per protestare contro la confisca del banco di frutta, suo unico mezzo di sostentamento, non avrebbe mai immaginato che il suo gesto di disperazione sarebbe stato la scintilla capace di far scoppiare rivolte in tutto il paese.

Questa scintilla accesa in Tunisia ha propagato il fuoco tra le genti del Medio Oriente. Bin Ali è stato costretto ad abbandonare nel disonore il suo paese, mentre Hosni Mubarak è stato fatto cadere e costretto al ritiro involontario. In molti altri paesi come lo Yemen, la Giordania, la Libia, il Bahrain, l’Iran e perfino l’Arabia Saudita, risuonano proteste continue.

In Tunisia e Libia, i due paesi che hanno fatto registrare risultati tangibili,facendo cadere le teste al comando, le masse hanno portato avanti una lotta continuativa. Sebbene non fossero sostenute da organizzazioni o movimenti politici, la popolazione non era per nulla disorganizzata. In entrambi i paesi, la classe operaia ha giocato un ruolo decisivo nel successo definitivo delle rivolte.

Inoltre entrambi i paesi avevano al potere governi filo-occidentali. A proprio agio con lo status quo, all’inizio gli Stati Uniti, i suoi alleati e i media occidentali hanno reagito con una certa apprensione alle rivolte. Il secolarismo si sarebbe dissolto e la Tunisia sarebbe nelle mani dei fondamentalisti islamici se Bin Ali cadesse, hanno dichiarato i media occidentali. Allo stesso modo ha fatto scalpore la notizia del saccheggio del Museo Nazionale da parte di facinorosi egiziani, in totale disaccordo con il resoconto di testimoni oculari.

Washington osserva da lontano

Mentre i media occidentali hanno iniziato a notare e analizzare le rivolte, gli Stati Uniti sembravano osservare da lontano, evitando di prendere una posizione chiara.

In Tunisia, l’espulsione di Bin Ali è stata portata a termine sotto il controllo dell’esercito, in collaborazione con l’Occidente e agevolata dalla tutela di paesi europei, inclusa la Francia, ex-colonizzatore, per eliminare qualsiasi conseguenza indesiderata. Dopo l’insediamento del nuovo governo, nella capitale l’esercito ha cessato la sua attività di protezione nei confronti degli attivisti più fermi, permettendo che questi fossero allontanati con la forza dalla Kasbah.

Essendo L’Egitto più vasto e più complicato della Tunisia, Washington è stata costretta ad agire con maggior prudenza. Il 28 ottobre, Hillary Clinton suggeriva che Mubarak avrebbe dovuto “ascoltare il suo popolo”, dando un accenno di un possibile cambiamento di posizione da parte degli Stati Uniti.

Le seguenti dichiarazioni (da parte degli Stati Uniti) illustrano chiaramente come Washington abbia cercato di tenere sotto controllo gli sviluppi.

Obama (1 febbraio): (rivolto a Mubarak) Non candidarti nuovamente.

Inviato speciale Frank Wisner (2 febbraio): (in occasione di un meeting privato con Mubarak) La sua presidenza è giunta alla fine. Le conviene prepararsi a una transizione ordinata.

Obama (2 febbraio): (in una telefonata con Mubarak) La transizione deve essere costruttiva, pacifica e deve iniziare subito. Elogio alle forze armate egiziane per la loro moderazione.

Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs (2 febbraio): E’ giunta per l’Egitto l’ora della transizione.

Obama (3 febbraio): l’Egitto dovrebbe avere un governo che vada incontro alle aspirazioni del suo popolo.

Ufficiali statunitensi (4 febbraio): Mubarak deve trasferire il potere a un governo transitorio, guidato dal Vice Presidente Omar Suleiman, appoggiato dall’esercito.

Primo messaggio in arabo degli Usa su Twitter (9 febbraio): il presidente Obama crede nell’idea che il popolo egiziano sia il solo a dover decidere del proprio destino.

Dopo aver passato le prime settimane a far pressione freneticamente sui governi mondiali in favore di Mubarak, il governo di Israele da parte sua conveniva con la nuova posizione assunta dagli Stati Uniti e a proclamare il suo supporto a un periodo di transizione ordinato in Egitto.

Gli Stati Uniti premono perché si reciti lo stesso copione in altri paesi.

L’estensione del cambiamento finora raggiunto grazie alle rivolte popolari in Egitto e in Tunisia sembra abbia alleviato le preoccupazioni degli imperialisti. In entrambe i paesi era evidente fin dall’inizio il desiderio di rivoluzione. Tuttavia ai movimenti popolari mancavano obiettivi e visioni comuni che andassero oltre il rovesciamento dei singoli dittatori, e questa mancanza fondamentale ha impedito che si formasse una strategia capace di giungere a trasformazioni sostanziali. La frustrazione repressa è stata liberata a un costo minimo o nullo per gli interessi globali e il potere è stato trasferito nelle mani di figure che godono della totale approvazione imperialista.

La vaga promessa di una “transizione ordinata” ha avuto successo, stuzzicando l’appetito degli Usa per successivi cambiamenti. Il 12 febbraio Obama ha dichiarato che la cacciata di Mubarak in Egitto “è solo l’inizio”.

Il 14 febbraio gli Stati Uniti hanno espresso il loro aperto sostegno nei confronti degli oppositori al regime in Iran. Due giorni dopo Obama dichiarava la sua speranza che “il popolo iraniano abbia il coraggio di esprimere il proprio desiderio di maggiori libertà e di un governo più rappresentativo.”

Considerata la reticenza dimostrata un anno fa, quando Washington assunse un cauto atteggiamento neutrale durante le settimane di protesta che seguirono le elezioni in Iran, è facile osservare come gli Stati Uniti si sentano ora incoraggiati di fronte ai recenti sviluppi in Medioriente e pronti a compiere passi decisivi.

Qual è il ruolo della Turchia in questo scenario?

La scorsa settimana, durante la sua visita in Iran il presidente Turco Abdullah Gül, rivolgendosi alla nazione ospitante in un programma in diretta televisiva, ha richiamato l’attenzione sulle rivolte in corso nella regione e ha affermato che è necessario andare in contro le richieste del popolo. C’è bisogno di riforme radicali, ha affermato.

Quando un noto calcolatore come Gül lancia un messaggio pro riforme in un paese in agitazione, dove membri del parlamento chiedono l’esecuzione dei capi dell’opposizione, ci si domanda se il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo non stia partecipando alle audizioni per una parte nei giochi di Washington. Allo stesso modo, dopo aver evitato di menzionare gli eventi in Tunisia in un momento in cui una serie di localizzate manifestazioni di protesta in Turchia erano state represse con la violenza dalla polizia ordinaria, Erdoğan è saltato subito sul carro di Obama quando la posizione di quest’ultimo è divenuta evidente e ha iniziato a fare una serie di affermazioni pubbliche in favore delle proteste in Egitto.

Esportare il “modello turco”

In Tunisia e in Egitto le rivolte per ora sembra siano state contenute con successo, con il governo affidato a un governo transitorio filo-occidentale. I regimi hanno avuto il tempo di allestire una facciata “democratica” dietro la quale poter modernizzare ulteriormente lo sfruttamento e portare avanti odiose riforme del mercato.

Privatizzazioni selvagge/incontrollate, spietata erosione della sicurezza sociale, disprezzo delle leggi sul lavoro, disoccupazione giovanile a tassi senza uguali al mondo…

Un atteggiamento di sfida e un pandemonio di “cambiamento” che in qualche modo serve solo a rafforzare la fedeltà alle imposizioni internazionali… Questo è il tipo di libero mercato della democrazia che l’imperialismo vorrebbe prescrivere al Medioriente ribelle, e ha a portata di mano un modello testato e provato.

“Prendete spunto dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo in Turchia” è la voce che circola nelle capitali occidentali. Da qui il rinnovato interesse nelle recenti settimane nella Turchia come “democrazia islamica moderata”, e gli elogi per il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo rimaneggiati di recente da David Lidington, ministro britannico per l’Europa e la NATO, quando ha affermato che vorrebbe “molto più volentieri che il mondo islamico, e in particolare i giovani arabi e musulmani, guardino al primo ministro Erdoğan come modello di leader politico, piuttosto che ad Ahmadinejad.”

Non contenti di promuovere il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo come modello, gli opinionisti recentemente hanno preso a suggerire che il Partito possa aiutare i negoziati con i Fratelli Musulmani. Fedeli all’Occidente, gli islamici favorevoli al libero mercato sembrano essere la formula vincente dell’imperialismo.

Sol
Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=23315
21.02.2011

Traduzione per www.comedonchisciote.org a cura di LETIZIA TOCCI

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