KOSOVO: SIAMO SULL’ORLO DI UN BAGNO DI SANGUE NEI BALCANI

DI GEORGE GALLOWAY
Daily Record

Mentre la maggior parte di noi dormiva siamo giunti sull’orlo di un’altra guerra nei Balcani.

Il Kosovo fa parte della Serbia. Questo è un fatto legale e politico. Vuole staccarsi e sembra essersi assicurato il consenso della Gran Bretagna e degli Stati Uniti ma non, ahinoi, quello della Serbia, alla quale il territorio appartiene, né della Russia, che porrà il veto all’ingresso nelle Nazioni Unite. L’UCK, l’esercito di liberazione del Kosovo, fa la parte del leone e ha detto che presto dichiarerà unilateralmente l’indipendenza. Ma i serbi non rinunceranno al Kosovo, sacro alla tradizione cristiana ortodossa da 1000 anni, senza combattere.

La Serbia, con l’aiuto russo, supera in potenza di fuoco l’UCK, che ha bisogno dell’aiuto esterno per combattere. Ed ecco dove entriamo noi.

Negli anni Novanta abbiamo fornito gli aerei da guerra ai separatisti dell’UCK, etichettati non più tardi del 2000 come “organizzazione terroristica” dagli Stati Uniti.Ma questa volta dovremo essere anche la loro fanteria. Qualcuno vuole un’altra guerra?

E la Serbia non è l’unico posto in cui ci sia una consistente minoranza albanese.

Un quarto dell’ex repubblica jugoslava della Macedonia è albanese. Anche loro vogliono l’indipendenza.

E il 50% della Bosnia-Erzegovina è serbo. Se il Kosovo dichiara l’indipendenza, i serbi bosniaci potrebbero fare altrettanto. E torneremo nuovamente nelle sanguinose guerre balcaniche.

Inoltre, il principio secondo il quale uno stato può essere smembrato contro la sua volontà è gravido di problemi in tutto il mondo.

Il popolo curdo in Turchia è costituito da 20 milioni di persone e vorrebbe staccarsi. Combatteremmo per i turchi? Naturalmente no.

Questo mostra l’ipocrisia che ha accompagnato tutto il processo di disintegrazione della Jugoslavia.

Lord George “Bomber” Robertson fu uno dei maggiori propagandisti dell’ultima guerra del Kosovo. Ricorderete la sua altisonante affermazione secondo la quale i serbi avevano assassinato 100.000 albanesi e per questo dovevamo intervenire. Di fatto erano morte 3000 persone, meno di quelle morte nell’Irlanda del Nord, e provate a immaginare l’indignazione della Gran Bretagna se l’Aeronautica statunitense avesse cominciato a bombardarci per quel motivo. Nessuno sa quanti di quei 3000 morti fossero albanesi o serbi, o chi e quando li avesse uccisi. Il Kosovo è presidiato dalle forze armate straniere e allo stesso tempo il maggiore centro europeo del contrabbando d’armi e stupefacenti, traffico di esseri umani e prostituzione.

Se diventerà indipendente sulla punta delle nostre baionette, non dite che non eravate stati avvertiti.

‘Negli anni Novanta abbiamo fornito gli aerei da guerra all’UCK. Questa volta dovremo essere anche la loro fanteria’.

Versione originale:

George Galloway
Fonte: www.globalresearch.ca/
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7614
14.12.07

Versione italiana:

Fonte: http://mirumir.altervista.org/
Link: http://mirumir.altervista.org/2007/12/kosovo-siamo-sullorlo-di-un-bagno-di.html
15.12.07

1 Comment
  1. Truman says

    di GUIDO RAMPOLDI

    Per quanto penosa sia stata in questi anni la performance della politica europea nei Balcani, forse soltanto nel 1990-91 si può ritrovare la somma di improvvisazione, supponenza e deficit di pensiero strategico con la quale l’Unione arriva all’indipendenza del Kosovo. Come allora la gran parte dei governi continentali non capì cosa avrebbe comportato il collasso della federazione jugoslava, e anzi alcuni si adoperarono per quel risultato immaginando di trarne chissà quale vantaggio, così oggi quasi tutta l’Europa maggiore pare non vedere le micce a lenta combustione che essa stessa sta per innescare. Prevale la sensazione che il Kosovo, più piccolo dell’Umbria, sia irrilevante: una piccola pedina finita casualmente su una scacchiera enorme.

    Ma né irrilevanti né minuscole sono le questioni che l’indipendenza trascina.

    Occorre innanzitutto prendere atto che in Kosovo gli occidentali hanno filato senza accorgersene una matassa mostruosamente aggrovigliata. Gli americani hanno promesso a cuor leggero l’indipendenza, e gli europei che contano si sono accodati. Magari a malincuore, ma si sono accodati. Non perché fossero convinti, ma perché in questo momento Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia non hanno alcuna convenienza a contraddire Washington su un tema che non coinvolge i loro interessi primari.

    Questi invece si giocano sui due tavoli limitrofi dove sarà deciso quali nazioni entreranno nel Consiglio di sicurezza riformato e quali assumeranno di fatto la guida della baraonda europea. Una delle precondizioni per candidarsi a quei ruoli, o almeno per evitare le soluzioni più sgradite, è l’appoggio degli Stati Uniti: da qui lo scodinzolare francese, la timidezza tedesca, la circospezione italiana, in aggiunta alla tradizionale remissività britannica. Ma il punto è che americani ed europei non possono disporre a piacimento di un territorio sul quale non hanno alcuna sovranità legale.

    Quella appartiene alla Serbia, come è scritto perfino nel preambolo della Risoluzione 1244, per la quale la Nato oggi è in Kosovo con l’indispensabile mandato delle Nazioni Unite. Dunque Belgrado può rinunciare volontariamente alla propria sovranità, ma non può esserne spogliata neppure dalle Nazioni Unite. Tantomeno da una coalizione di Paesi, l’Alleanza atlantica.

    I confini non si cambiano con la forza: di fatto questa è l’unica norma chiara, e finora universalmente condivisa, che dalla Guerra fredda ad oggi abbia garantito un senso alla formula “legalità internazionale”. Abrogarla significa addentrarsi dentro una giungla hobbesiana dove tutto diventa possibile.

    Questo certo non è l’interesse americano. E infatti Washington ha cercato di camuffare l’enormità dell’indipendenza affermando che il Kosovo è “un caso sui generis”, la definizione del sottosegretario Burns. Il guaio è che i casi sui generis fondano, appunto, un genere. E in futuro potrebbero scoprirsi come appartenenti a quel genere, per esempio, le enclaves russe in Georgia che Mosca sostiene. O i territori popolati da minoranze russe in Ucraina, nel Baltico, in Asia centrale. Senza contare le minoranze dell’Europa orientale, cominciando dai magiari della Transilvania romena, della Slovacchia, della Vojvodina. In altre parole l’indipendenza del Kosovo potrebbe diventare un pretesto, domani, per secessionismi e annessionismi, soprattutto se la Russia decidesse di esercitare la propria protezione su questa o quella minoranza.

    Ma senza dover lavorare d’immaginazione, per scoprire in quali labirinti conduca il “caso sui generis” basterà attendere l’inizio del prossimo anno, quando il Kosovo proclamerà l’indipendenza.

    Immediatamente i serbi di Mitrovica, al confine con la Serbia, annunceranno il loro rifiuto di secedere la loro obbedienza alla capitale legittima, Belgrado. Li potrebbero imitare le enclaves serbe del sud. E questo metterebbe in enorme imbarazzo l’Unione europea e la Nato. Considerare quei serbi “secessionisti”? Davvero difficile. Riconoscere il loro diritto al rifiuto? Ancora più complicato. Può l’Unione accordare il diritto all’autodeterminazione agli albanesi e negarlo ai serbi? E se lo riconosce ai serbi, può negarlo alle altre minoranze del Kosovo, una dozzina? Come si vede, quando il principio di autodeterminazione perde quel limite, l’intangibilità dei confini, si trasforma a valanga nel principio di frammentazione infinita.

    Questo fu chiaro fin dall’inizio della dissoluzione dell’ex Jugoslavia, quando uno spirito beffardo telefonò ad un’agenzia di stampa e annunciò la secessione del suo villino e del giardino circostante. Ma almeno la Costituzione federale confusamente riconosceva alle Repubbliche il diritto di secedere. Il Kosovo non è mai stato una Repubblica, e secondo qualsiasi legalità, interna o internazionale, non ha più diritto all’indipendenza di quanto ne abbiano le Province basche, la Corsica o il Comune di Ponte di Legno e frazioni limitrofe.

    Ovviamente la Serbia potrebbe aiutarci a dipanare questo groviglio accettando non solo nei fatti ma anche formalmente la secessione del Kosovo.
    Dopotutto Belgrado si rende conto che la provincia albanese oggi è soprattutto un fardello. E rinunciandovi potrebbe ottenere una corsia preferenziale per entrare nell’Unione. In via ufficiale questo baratto non è mai stato proposto (né sarà proponibile finché Belgrado non consegnerà i Mladic e i Karadzic al Tribunale dell’Aja). In segreto, è possibile che il governo serbo abbia preso impegni e ricevuto garanzie. Ma perfino se esistesse un patto, soprattutto sul medio termine, questo darebbe lo stesso affidamento degli accordi euro-jugoslavi del 1990, che in capo a pochi mesi erano carta da macero. In primo luogo perché la politica serba non ha ancora trovato un assetto definitivo.

    Grossomodo la Serbia oggi è filo-europea, ma anche tentata dall’offerta di protezione russa. Grossomodo è democratica, ma un terzo dell’elettorato vota per i partiti degli imputati dell’Aja.

    Grossomodo sta cominciando a fare i conti con le proprie colpe, enormi, ma tra mille esitazioni. E non riuscirà a completare quel passaggio fondamentale fin quando l’Europa non affermerà nei fatti che i serbi non sono stati soltanto i carnefici, ma talvolta anche le vittime: se non fosse così le loro città non pullulerebbero di profughi. Applicare alla Serbia soltanto lo schema punitivo, e nel caso del Kosovo violando il fondamento della legalità internazionale, equivale a lasciar sedimentare un risentimento che prima o poi tornerà in superficie.

    Quale poi sia la razionalità strategica della politica euro-atlantica verso Belgrado, attendiamo di capirlo. Favorendo l’indipendenza del Montenegro e permettendo alla criminalità albanese una presenza organica nel governo del Kosovo, gli astuti occidentali sono riusciti a cogliere due interessanti risultati: hanno aiutato la Russia a tornare nei Balcani e hanno fortificato il network criminale che spadroneggia in Adriatico. I russi si stanno comprando le coste montenegrine. Oggi costruiscono alberghi, domani porticcioli turistici, dopodomani, chissà, un porto militare che materializzi l’incubo delle cancellerie europee a partire dalla fine dell’Ottocento: i russi nel Mediterraneo!

    Quanto al Kosovo, un territorio dove si entra e si esce nel più facile dei modi è quanto di meglio potesse sperare la rete globale formata dalle cosche montenegrine, kosovare, albanesi, serbe, croate, turche, bulgare e italiane. I risultati non si sono fatti attendere: l’Adriatico orientale comincia a smistare grandi partite di cocaina sudamericana, oltre a merci più tradizionali (eroina afgana, sigarette, immigrati, ragazze schiavizzate).

    Si dirà che stiamo scontando l’attacco Nato alla Serbia, nel 1999. In realtà fu proprio quella guerra che evitò il dilagare di un conflitto slavo-albanese già in corso (nei primi otto mesi del 1998 ben duemila abitanti del Kosovo morirono di morte violenta, quattro volte i civili serbi uccisi dall’aviazione occidentale).

    L’errore della Nato fu successivo. Sconfitta la Serbia, per evitare conflitti con la guerriglia albanese l’Alleanza rinunciò in partenza a governare il Kosovo come doveva, cioè con equidistanza e determinazione. E delegò il compito di costruire lo Stato alle Nazioni Unite, che in Kosovo hanno montato la più sconveniente tra le missioni Onu viste negli ultimi anni, l’Unmik.

    Finalmente l’Unmik sta per togliere il disturbo, ma con essa sparisce anche quel minimo di apparato giudiziario e investigativo che mimava uno stato di diritto. Dovrebbero subentrare giudici e poliziotti inviati dall’Unione europea, ammesso e non concesso che i 27 trovino un accordo. Ma anche in quel caso, è difficile immaginare che la missione europea lanci l’attacco ad un sistema criminale assai vendicativo, e ben rappresentato nelle istituzioni kosovare. Più probabile che la Ue replichi quella cosuccia furbetta e tremebonda che è stata l’Unmik.

    Di tutto questo discuterà nei prossimi giorni il parlamento italiano. Se va bene e la maggioranza tiene, non ci metteremo nei guai sganciandoci dagli alleati e fingeremo che l’indipendenza del Kosovo sia una gran trovata. Poi cercheremo il modo, insieme agli europei ragionevoli, di limitare i danni.

    Vasto programma.

    (10 dicembre 2007)

    http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/kosovo-elezioni/troppi-errori/troppi-errori.html

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